di Stefano Olivari
Il Festival di Sanremo non è più quello di una volta, quando la mattina dopo la finale fischiettavi il ritornello del vincitore: questa almeno è l’architrave ideologica dei cultori del passato, dilaganti questa settimana su tutti i canali a colpi di Tony Dallara e di Homo Sapiens (li sfidiamo però su Mino Vergnaghi). Ma nemmeno la NBA è più quella di una volta, visto che sta perdendo centinaia di milioni come se fosse una serie A o una Premier League qualsiasi.
Quale è quindi la differenza fra la NBA e le altre grandi leghe professionistiche che bruciano soldi nel nome della gloria personale, per non dire di peggio, dei proprietari di squadre? Che la NBA vuole smettere di perderli, a partire dal 2011 e cioè da quando avrà la possibilità di uscire unilateralmente dal contratto collettivo ridiscutendo il tutto al ribasso; dal salary cap alle ormai infinite ‘eccezioni’, dalla Larry Bird (che consente ad un club di rinnovare il contratto ad un suo giocatore sfondando il cap) alla Mid-Level (che consente di ingaggiare un giocatore, sempre sfondando il cap, all’ingaggio medio di un giocatore NBA: attualmente circa cinque milioni e mezzo di dollari l’anno).
Senza addentrarsi in tecnicismi, la lega a livello aggregato chiuderà questa stagione in rosso di 400 milioni di dollari: sembra una cifra immensa, ma è il valore di mercato di una delle trenta franchigie, e non stiamo nemmeno parlando dei Lakers. Comunque una cifra preoccupante, che si somma al fatto che dal 2005 ad oggi le annate a livello generale si sono sempre chiuse in perdita (sia pure a quote inferiori). I nomi di chi è messo peggio? Atlanta, Memphis, Detroit, Miami, Orlando, New Orleans, Oklahoma City, Indiana, New Jersey, Minnesota, Charlotte, Milwaukee and Philadelphia. Non solo mercati modesti, ma anche metropoli. Non solo situazioni sportive e di immagine depresse, ma squadre da titolo nel recente passato (Detroit, Miami) o nel presente (Orlando, Atlanta).
Insomma, una brutta storia a cui si sta cercando di mettere una pezza riducendo la percentuale del costo del lavoro (dei giocatori) sui ricavi: attualmente è al 57%, percentuale che dagli Angelopoulos della situazione (i proprietari dell’Olympiacos, nipoti della Gianna olimpica) sarebbe considerata virtuosa, ma che nei progetti di Stern e proprietari dovrà scendere di molto. Il gigantismo-record dell’All Star Game di Dallas, con decine di migliaia di persone che hanno guardato un megaschermo, ha quindi segnato la fine di un’epoca. Visto che tutto sarà ovviamente strutturato per non perdere le stelle, è sicuro che ad essere picconata sarà la classe medio-bassa. Nella lega nessuno può guadagnare su base annuale meno di 475mila dollari (parliamo quindi di un rookie scelto tardi nel draft o proprio non scelto), questo significa che l’Europa dei magnati a fondo fintamente perso potrà pescare ancor di più di quanto non faccia dal nono della rotazione in avanti (a referto si va in 12, ma i contratti possono essere 15). Il famoso ‘ricco che mette i soldi’, base dello sport professionistico extra-americano, potrebbe conoscere una nuova stagione di effimera gloria.
stefano@indiscreto.it

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La lattina di Coca

di Libeccio
L’arte della guerra in economia, i salvatori cinesi, i positivi di Vancouver e il calcio che aiuta a vivere.

1. L’arte della guerra è un libro scritto dal Maestro Sun Tzu (un Generale cinese vissuto tra il VI e il V secolo a.c.). Uno dei suoi capisaldi consiste, per venire a capo di una durissima disputa, nell’abbracciare insistentemente il proprio nemico in modo che lo stesso non abbia mai a capire le nostre cattive intenzioni e si scopra. Rendendo più facile ed efficace il nostro attacco finale e i nostri propositi egemoni. Ci è tornato in mente questo trattato di arte militare letto moltissimi anni fa (molto in voga anche nel pensiero manageriale contemporaneo) leggendo un report su un giornale finanziario riguardante la penetrazione dell’economia americana da parte della Repubblica Popolare Cinese. Dalla esplosione della crisi mondiale del 2009, la Cina ha investito negli Usa circa 15 miliardi di dollari sottoforma di partecipazioni azionarie attive che hanno riflessi anche nella governance di importantissime aziende (Morgan Stanley, Bank of America, Motorola, Coca Cola, Johnson & Johnson, Visa). Inoltre, il più grande produttore di alluminio del colosso asiatico (Aluminium Corporation Of China) ha accettato di investire 19,5 miliardi di dollari in una delle più importanti società minerarie del mondo, l’australiana Rio Tinto, aumentando, tra l’altro, la sua quota nel
capitale della società sino al 18% del totale e di fatto assumendone il controllo. Operazioni analoghe
sono state compiute dalla CIC (China Investement Corporation, Fondo sovrano cinese che ha guidato queste operazioni) in Canada dove circa 5 miliardi di dollari sono stati investiti nella Teck Resources (colosso del settore minerario).
2. Fino al 2006 gli Stati Uniti avevano respinto i tentativi di penetrazione della loro economia da parte dei cinesi, innalzando in modo netto le proprie barriere doganali e i dazi. Causa la crisi economica e finanziaria che ha sconvolto ogni cosa nel 2009, oggi l’Amministrazione Usa è stata costretta ad
aprire agli investimenti cinesi, grazie ai quali alcune di queste aziende sono state letteralmente salvate da un disastro altrimenti inevitabile. Penetrazione commerciale della Cina a parte, il risultato (banalizzato) è che uno beve una lattina di Coca Cola, pensando che sia il prodotto più “made in Usa” al mondo, invece si accorge che quella lattina (almeno al giorno d’oggi) è molto meno americana ed espressione del capitalismo imperiale di quanto ci si possa aspettare.
3. Un cane che morde un uomo normalmente non fa notizia. Come del resto i 30 atleti in procinto di partecipare alle Olimpiadi invernali di Vancouver trovati positivi ai test preventivi antidoping. Non 1, 3 o 7, ma 30… 30 atleti risultati positivi all’antidoping per una manifestazione simile sono una enormità comunque la si guardi. E le Olimpiadi non erano neanche iniziate. Come è noto a coloro che affettuosamente ci seguono da molto tempo, siamo per lo sport sano, onesto, leale, privo di qualsiasi forzatura che ne comprometta la assoluta trasparenza e correttezza e ci piace ribadirlo ogni volta che la cronaca (spesso purtroppo) ci fornisce l’occasione per farlo. Poi sono parole al vento, a meno che fra i quasi 15.008 lettori quotidiani di Indiscreto non ci sia il genitore di qualche futuro campione.
4. E’ stato pubblicato un libro che raccoglie i pensieri dei bambini stranieri che frequentano le scuole elementari in Italia. Estrapoliamone alcuni. ”Io non ho la pelle bianca ma neanche nera, perché la mia pelle è marroncina. I negri hanno la pelle nera e io non sono negro, sono arabo. Il colore della mia pelle è diverso da loro e un po’ diverso anche dagli italiani. Secondo me se il colore era proprio nero per me era peggio” (Omar, 9 anni, Marocco)’. ”I bambini non sono migrati in Italia, sono portati, perché li portano i loro genitori. Se era per me io qui non ci venivo” (Sheela, 9 anni, Sri Lanka). ”I lavori più leggeri sono degli italiani perché sono arrivati prima in Italia” (Isham, 8 anni, Marocco). Da studiosi di psicologia comportamentale ci sembra di scorgere un mondo straordinario, oltre che poco conosciuto. Prescindendo da ciò che ci porterebbe troppo fuori tema (lo sport rimane comunque l’ambito di riferimento del nostro spazio), ci limitiamo a rimarcare sul tema le iniziative di Inter e Juve. L’Inter con Intercampus realizza dal 1997 un programma di intervento sociale e cooperazione a lungo termine in 21 nazioni nel mondo con il supporto di 200 operatori locali e utilizza l’attività di calcio come strumento educativo per restituire a 10.000 bambini bisognosi tra gli 8 e i 14 anni il diritto al gioco. La Juve sta invece conducendo un progetto formativo che coinvolge 374 giocatori delle giovanili. Il progetto (che si avvale anche del supporto di psicologi ed educatori) mira anche a far percepire ai bimbi e alle loro famiglie la differenza come normalità in un mondo globalizzato e a rimuovere i comportamenti discriminanti soprattutto diffusi tra i genitori. Questo per dire che le conferenze stampa di Mourinho e i rigori di Del Piero andrebbero messi in prospettiva: non tanto da noi, che siamo tutti tifosi e vogliamo il sangue, quanto dalle stesse società che quasi si vergognano (qualcosa sul sito web, ma pochi volti noti coinvolti) nel pubblicizzare iniziative che danno un senso alla loro storia più della prossima partita che ‘per noi è come una finale’.
Libeccio

(in esclusiva per Indiscreto)

di Andrea Ferrari
Le premiazioni locali che ammorbano l’Italia hanno un solo pregio: quello di permettere un confronto fra il livello morale e culturale dei politici e degli sportivi sul palco…

Le pagine locali dei quotidiani e la seconda metà dei telegiornali testimoniano il folle moltiplicarsi di premi e award vari: molte volte un semplice spreco di soldi pubblici con motivazioni risibili, molte altre un modo per ricambiare favori o ingraziarsi qualcuno tra vagonate di retorica spesso sconfinanti nel trash. Uno dei premi più insulsi, lo “Stella d’oro di Milano”, uno di quelli assegnati di solito a calciatori o sportivi in modo che l’ufficio stampa possa mendicare un trafiletto, ci è tornato in mente in questi giorni vedendo alcune foto di Milko Pennisi, consigliere comunale di Milano del PDL, nonché presidente del centro congressi delle Stelline e già bollato come neo “mariuolo” in quello che si prefigura come un probabile sequel di Tangentopoli.
Difficile fare previsioni sul caso specifico, ma in generale tra le poche certezze vi è quella che oggi nessuno prenda soldi “per il partito” e che il fine sia solo l’arricchimento personale. Da ciò nasce la prima considerazione: una volta c’erano dei veri partiti che seppur nelle loro degenerazioni erano comunque emblema di un’identità, se non di una vera e propria ideologia. Un’ideologia che aveva perlomeno l’ambizione di portare avanti un’idea (magari stupida, quando non direttamente criminale) di società e di sviluppo, oltre a proporre una sorta di cursus honorum per selezionare chi volesse intraprendere la carriera politica.
Oggi a fronte di un Paese alla deriva più di vent’anni fa, ci troviamo nel complesso con meno democrazia e con due grandi partiti-contenitori in cui c’è tutto e il suo contrario. Nel Pd non si va molto più in là di frasi prese dal bigino obamiano, se non addirittura riciclate dal Craxi di metà anni ’80, e nel Pdl ci si esibisce in slogan da convention di Publitalia messi in bocca a gente pescata a casaccio tra adulatori di professione, soubrette e figure di terzo piano della prima repubblica. Una gara al ribasso anche nelle capacità dialettiche come ben dimostrano i vari talk show politici sempre più indistinguibili da quelli calcistici in quanto a faziosità curvaiola.
In noi è ancora vivo il ricordo di un lisergico Ballarò con il pidiellino Maurizio Lupi intento ad elogiare gli sgangheratissimi ammortizzatori sociali italici (se andate all’Inps vi diranno che neanche loro sanno come funzionano e a chi spettano) davanti ad un’Anna Finocchiaro (una delle migliori menti del PD, secondo alcuni) con serie difficoltà ad articolare frasi di senso compiuto, tra parole sbagliate e concetti degni della “partita ostica e agnostica” di trapattoniana memoria. Ecco, da frequentatori di premi e premiazioni varie possiamo dire che vent’anni fa si poteva facilmente distinguere il calciatore dal politico locale, mentre oggi la distinzione culturale è diventata impossibile. Il superamento delle ideologie e la personalizzazione della politica hanno creato un magma indistinto in cui vince chi si presenta meglio e chi viene toccato dalle grazie del capo. Caligola era un dilettante, perché la sua frase sul cavallo senatore era una battuta, mentre nell’anno 2010 praticamente chiunque può sognare di trasformarsi in un giorno nell’uomo nuovo del Pd o del Pdl. Meglio votare Pirlo o Materazzi, a questo punto, che almeno un percorso l’hanno avuto e che per arrivare in alto non hanno avuto scorciatoie. In questo quadro qualunquistico, che porta a riflessioni qualunquistiche come la precedente, non sorprende quindi che i partiti che facciano paura ai mestieranti della politica siano i pochi che propongano un’idea di società.
Andrea Ferrari
(in esclusiva per Indiscreto)

di Stefano Olivari
57 channels (and nothing on). Parlando di Sky ed in generale di televisione la citazione springsteeniana è un po’ telefonata, ma non possiamo permetterci schiavi. Un James Ellroy un po’ bollito ed autocompiaciuto ha di recente raccontato di non leggere i giornali, nemmeno quelli d’epoca che gli servirebbero per i romanzi (paga chi lo faccia al posto suo), noi operai siamo invece costretti ad andare di memoria pop.
In realtà volevamo solo dire che da telespettatori dell’Olimpiade di Vancouver senza uno sport da seguire a prescindere (per i Giochi estivi lo faremmo con basket e atletica, ma qui è una gara a cosa ci piace di meno: salviamo l’hockey ghiaccio, purtroppo in orari difficili), i cinque canali dedicati ai Giochi sono sembrati inutili ed alcuni inviati inferiori agli omologhi Rai. Al punto che abbiamo sentito la necessità di un filo conduttore, per districarci fra tante dirette con poco ritmo e poco ‘ambiente’: colpa questa anche delle discipline e non certo delle emittenti che hanno acquistato i diritti. Confessiamo quindi che quando ce n’è stata la possibilità siamo andati sulla Rai, terrestre o digitale. Con i nostri sport preferiti non sarebbe successo, altra storia per quelli guardati di pura curiosità e perchè pur nella nostra ignoranza comprendiamo che il bronzo di Pittin sia dal punto di vista storico più importante dell’ultimo rigore. Cosa vorrà dire? Forse che la tivù generalista gratuita ha ancora un senso e che non può essere considerata una riserva per vecchi e poveri. La memoria collettiva, ma sarebbe meglio dire filo conduttore, di un paese si forma su eventi vissuti in modo collettivo a prescindere dalla loro importanza nella storia dell’umanità. Poi possiamo esaltarci per le nostre nicchie, che ci permettono di non dare la linea al Tg1 sul tie-break decisivo ed in definitiva di avere sempre ragione. Ma alla fine il tennis ci piaceva anche senza poter vedere quel tie-break, forse di più.
stefano@indiscreto.it

di Oscar Eleni
La finestra di Paola Porelli, gli orgasmi NBA, il rimpianto per i cacciati, gli italiani di Roma, i tre che diranno no, la coppa dei veleni e la spiegazione di Esposito. Voti a: Michelori, Brunner, Galanda, Childress, Magnoni, Dal Pozzo, Sidoli, D’Antoni, Bargnani e Crosariol…

Oscar Eleni ai piedi della scalinata Potemkin nel cuore di Odessa, vedendo la carrozzina di Ejzenstein scendere inesorabilmente verso il mare del silenzio, quello dove vorresti immergerti cercando l’abisso che serve per isolarti dal dolore. Paola Porelli che ha cercato in tanti modi di farci dimenticare la storiella sui chirurghi con mano dolce, ma pensiero debole sulla filosofia dello stare bene senza i pezzi del tuo corpo che si sono presi, ha deciso che senza l’avvocatone non aveva quasi più senso guardare persino i nuovi ragazzi della sua famiglia Virtus. Con l’ironia di sempre ha deciso prima di chiudere la finestra sul mondo, poi, dopo aver salutato i fedelissimi Matteo, Mario, Lorenzo, ha deciso che aveva voglia di andare a scoprire se anche in un’ altra dimensione, deve esserci un pianeta Porelli dice la scienziata Margherita Hack, il suo Gigi Torquemada aveva trovato il modo di macchiarsi la cravatta, la camicia, la giacca, il maglione, urlando al capo degli angeli, o, magari, anache al capo dei diavoli, che la macchia è libertà. Ma dai, Gigi, non vedi che state esagerando con la vodka di Odessa, guarda la camica, guarda che macchia. Nando (lui la chiamava così dopo aver confessato che quando si erano incontrati gli piaceva quella grinta in sorriso con velluto) non mi rompere, le camicie si lavano, le giacche si puliscono, ma vuoi mettere come si sta bene quando si è liberi. Va bene, cara Paola, si prenda pure le nostre lacrime da coccodrilli di palude e vada avanti a sentire se l’Avvocato ha già deciso che la prima suite sul mare della tranquillità la daranno sempre a voi. Noi siamo ancora nell’isola di chi vola sospeso, preoccupati che Dan Peterson, questa volta, si rialzerà con fatica perché adesso abbiamo scoperto che all’Avvocato doveva tutto, lo rispettava, lo seguiva, lo considerava il suo guru in eurolandia, ma era nel collegio famiglia della Virtus, quello che era scuola di vita ed aveva una regina come madre di tanti ragazzi in viaggio senza sapere dove sarebbero andati a finire dopo la gloria sportiva, dove lui, viaggiatore avido di capire altri mondi, partendo da Evanston, si sentiva protetto, dove ascoltava la musica di parole che ora non ci saranno più.

Con questo stato d’animo, sapendo che la Virtus sarebbe andata ad un partita farsa in quel di Napoli, senza che molti si potessero accorgere del lutto che aveva sulle maglie, ci è venuta la rabbia del contradaiolo senese della Civetta, quel Cecco Angiolieri che se fosse stato fuoco avrebbe bruciato lo mondo. Lo prendiamo in parola e lo preghiamo di aiutarci a fare la stessa cosa adesso che abbiamo scoperto sulla Gazza dei coriandoli che tira più una farsa NBA di tutto questo campionato al traino di Siena che ora si sente accusare anche di essere la rovina per gli altri, da quando, sono 4 anni, vince e lascia soltanto qualche briciola, ma anche di se stessa perché, dicono i soloni, non avendo competizione seria nel suo campionato poi è impreparata al basket fisico dell’eurolega dove adesso svernano arbitracci da colonna infame. La Gazza degli orgasmi ci fa tenerezza, ma ricorda tanto il povero basket che fa di tutto pur di non affidarsi a gente competente della materia: dopo Cannavò un bel filotto con direttori che non vengono dallo sport. Tanto, dicono, quelli dello sport si accontentano di tutto se hanno sopportato certa gentaglia, se ridono con Severgnini, e se hanno beatificato persino Biscardi e le tragiche maschere proposte nel tempo.
Anche questa pallacanestro italiana, che finge di rimpiangere dopo averli scacciati, combattuti, ignorati, umiliati, i Porelli, gli Allievi, i Bogoncelli, i Bulgheroni, i Dorigo, i Parisini, i Cappellari, i Giancarlo Sarti, i Crovetti, i Peterson, i Rubini, i Tracuzzi, i Corsolini, insomma questo nuovo generone di furbetti del quartiere, ha una grande abilità nel promuovere chi non ha quasi niente da proporre nel torneo delle idee. Se fossimo foco dovremmo bruciare chi pensa di animare uno spettacolo sportivo, una partita importante, mandando musica al massimo volume, inventandosi per la centesima volta, la formula al di là e al di sopra del gioco. Tutta gente che va in uno spogliatoio, prima di partite determinanti, di spareggi, urlando ai giocatori “ mi raccomando, concentrati”. Roba da ridere, da impalamento, ma così vanno le cose.
Se fossimo foco bruceremmo il contratto dell’Armani con Mike Hall, ma anche con chi lo ha preso e lo protegge, manderemmo sul rogo chi si è inventato l’insulto per l’ex di turno, Cotani preso a pernacchie nella Biella dove era convinto di aver lasciato qualcosa, Boniciolli insultato dalla stessa Avellino che gli aveva promesso monumento equestre dopo la vittoria, l’unica nella loro storia, in coppa Italia. Bruciare chi ha convinto Pianigiani ad accettare questa Nazionale perché ogni volta che vedi i candidati all’azzurro ti viene un freddo nelle ossa da gita in Groenlandia in maniche di camicia. Meno male che il presidente del Coni Petrucci è a Vancouver per ballare quando il segretario Pagnozzi canta nella casa Italia così accogliente, perché non sapremmo spiegargli cosa succede a Roma quando ha tutti gli italiani disponibili: nel bosco di Avellino, davanti ai lupi di Pancotto, i ragazzi d’oro hanno fatto strage di 4 in pagella, ma, si sa, loro sono superiori, poi vanno a parlare con i sostenitori della scuola italiana dell’obbligo e si rasserenano.
Noi ci teniamo ancora stretti a Basile, Marconato, Galanda, Mordente, Michelori, Di Bella, ma sappiamo che non andremo lontano neppure con il loro modo di vivere questo sport, pronti a scommettere che in agosto non vedremo in Italia i tre della NBA. Da cosa lo abbiamo capito? Istinto. Animalesco istinto, ma, come dice Ettorre Messina che è già in quaresima sulla pradera di san Isidro, inutile mettersi fuori dall’aeroporto con il cappello in mano e la limousine pronta per giovanotti che già si divertono nell’atmosfera della notti stellate NBA.
Se fossimo fuoco andremmo ad Avellino per scaldare una coppa Italia che sembra nata focomelica, fra sorteggi sospetti, con un programma demenziale, con alleanze che diventeranno odio appena le luci saranno spente. Se fossimo foco diremmo ai senesi di respirare profondo e di regaralarla questa coppa Italia, così avremo l’illusione che chi comanda nella città dei canestri ha deciso di scegliersi sfidanti con la goccia d’oro. Non è così anche se Caserta rappresenta qualcosa di speciale e non soltanto perché dopo 19 anni è tornata vincere sul campo di Milano dove con la maglia taroccata Olimpia giravano i fringuelli dell’ornitologo Bucchi, del tenero Livio Proli che sembra soffocare quando intorno c’è soltanto il sottofondo del bisbiglio di chi sfrutta le fasi morte di una partita per poter parlare con il vicino chiedendo quasi sempre la stessa cosa: ma sono davvero i secondi o i terzi del campionato quei tipi lì con la casacca Armani?
Certo che lo sono, anche se le rivelazioni dell’anno sono a Caserta e a Montegranaro,in attesa di capire tutto il resto mentre Boniciolli finge di essere diventato capo minatore con anima dolce dopo lo schianto di Avellino, il magone irpino, dove Repesa chiede scusa ad Esposito, il Vincenzo che ha scoperto di odiare i giocatori simili a lui e ai suoi amici più cari di un tempo che fu, perché ha scoperto dal Diablo, allenatore in Trento, che il male vero del basket italiano sono gli allenatori stranieri. Lui è l’unico rimasto, è rientrato in corsa, ma non sapeva di aver avvelenato la fonte. Confusione di Vicienzo? Conufusione del cronista coriandolo che non ha neppure fatto notare il peccato di voce? Forse si riferiva agli stranieri che, come uccelli di rovo, passano, lucrano e migrano. Volete anche le pagelle? Peggio per voi.
10 Al MICHELORI che ha sdrumato il povero Mike Hall, che ci ha messo tutto quello che aveva per ricordare bene chi era e cosa avrebbe potuto dare prima di scontrarsi con mastro volpe nella Milano con memoria, non quella astiosa di oggi dove un piccolo borosauro affronta ex giocatori, negandogli omaggi, con la domanda: ma tu cosa hai fatto per l’Olimpia? Quelli, sbalorditi, umiliati, indicano le due stelle dei 25 scudetti sulle maglie, quello non capisce. Avevate dei dubbi? Chiedere all’ufficio turistico modenese.
9 Al BRUNNER di Montegranaro che avrebbe fatto davvero comodo a questa Biella in caduta libera. Sono tipi come lui, come il Rocca sano, come Kenney, come Sojourner che resteranno per sempre nel cuore, come Raga festeggiato nel suo ritorno a Varese per il Ponte del sorriso.
8 A GALANDA e CHILDRESS che hanno pilotato Varese in una vittoria fuori casa che potrebbe valere oro, che è diventata sollievo per il dolore del Gianfranco Castiglioni che al basket andava sempre con il suo fedele Diego che adesso lo ha lasciato solo.
7 Ai MATURI BASKETTARI di Magnoni e Dal Pozzo che hanno deciso di radunarsi nella terra magica di Castrocaro, il feudo dell’indimenticato Battistini che ai tenori cani consigliava il pareggio quando stonavano nelle albe vincenti, adesso ne troverebbe tanti fra i dirigenti dell’italbasket. Appuntamento ad Aprile. Speriamo di farcela proprio tutti, potrebbe essere l’occasione giusta per i riconoscimenti dei nuovi entrati nella Hall of Fame dopo le rinunce ad Avellino. Affidatevi a Raffoni ed avrete qualità e affetto.
6 All’indomito ex arbitro SIDOLI che ha portato a Quattro Castella gente nobile da premiare, gente giusta, ma il suo capolavoro è stato quello di essersi ricordato del Pedro FERRANDIZ hidalgo gentile, raffinato, intelligente, ex rivale del suo amico Rubini quando era al Real, l’uomo che nel museo di Alcobendas ha la storia di questo sport.
5 Ai TRUCIDI che vorrebbero impedirci di celebrare il campionato italiano dei filippini, quello vinto dal gruppo di San Felice, Milano zona Forlanini, città giardino dicevano una volta, forse lo dicono ancora, sul mitico campo bolognese dello Sferisterio, quello del basket femminile ai tempi di Baratti, quello dell’epopea legata al Civola.
4 A Mike D’ANTONI un po’ perché i suoi KNICKS ci fanno passare delle brutte notti, ma anche per non aver dato nessuna assicurazione sul Gallo azzurro. Che fosse imbarazzato lo si è capito nella scarna storia americana del duo DAN e DINO. Mondi diversi, come quando erano re di Milano, magari si stimavano, ma non era proprio uguale la condivisione della vita intorno al gioco. L’unica cosa che li univa, sempre, era la voglia di successo.
3 Ai CRITICI che hanno trattato male l’ultimo lavoro di Federico MOCCIA, l’artista che ha legato il suo marchio AMORI alla Fortitudo sempre in pericolo di estinzione se tutti i suoi innamorati veri non faranno un assemblea permanente con il responsabile dei tifosi Pellacani per arrivare alla soluzione antifallimento. Soltanto per questo gesto tutto quello che scrive, canta, produce, merita dieci.
2 Ad Andrea BARGNANI che per spiegarci la nuova dimensione raggiunta con i Raptors racconta in questo modo la scoperta della serenità: “ Io tiro appena vedo luce, se segno bene, altrimenti pazienza”. Già.
1 Al CROSARIOL che sul campo di Avellino cercava di far capire a tutti, meno che all’allenatore, cosa gli stava passando per la testa mentre gli avversari passavano sul suo fantasma. Certo era impegnato nel famoso ciapa no esoterico con Vitali poco vitale, con Gigli poco candido, con Datome vicinissimo a dacome?, con Giachetti rimasto senza alamari sulla spalla che faceva male ogni volta che giocava male.
0 Alla LEGA come premio speciale per la coppa Italia che sta per partire. Mettere le due squadre campane alla prima giornata, lasciare il vuoto per la seconda, è un capolavoro che qualifica tutto il resto, calendari, soste, orari, accidia nel caso Napoli, ignavia in tutto quello che avrebbe dovuto essere il bene comune.
Oscar Eleni

di Simone Basso 
Considerazioni sulla stagione ciclistica al via: l’onda lunga del passato, il golem anglo-americano, la federazione protetta dai media, gli juniores che volano, il consiglio chiesto a Ballan e i cari vecchi direttori sportivi…

“..Oh bongo bongo bongo/ stare bene solo al Congo/ non mi muovo no no/ bingo bango bengo/ molte scuse ma non vengo/ io rimango qui/ no bono radio e cine signorine/ magre così/ molto meglio anello al naso/ ma stare qui..”
Oroscopo ciclistico di inizio stagione, una scusa per ricominciare a scrivere di attualità stradaiola, quella che ormai rappresenta quasi al cento per cento l’immaginario degli appassionati. Essendo funaristicamente convinti che l’umanità giri attorno al deretano e si possa dividere in due categorie distinte (quelli che il sedere lo baciano e gli altri che lo prendono a calci), ci produciamo in un bel dipinto munchiano della situazione, consci della nostra missione impossibile. Un’annata storica, ahinoi, perchè burocratizza l’insostenibile leggerezza d’essere di BiciItalia: un movimento terzomondista, il migliore (!) del lotto, con un futuro splendido alle proprie spalle. Dicono che la pedivella non è la migliore metafora del divenire umano, ma una rappresentazione più efficace del cul de sac italiano è difficile da pensare. La scena che fino ad un decennio fa era contemporaneamente l’avanguardia e la tradizione, oggi si “accontenta” del proprio glorioso museo.
La globalizzazione avanza prepotente e regala scenari inediti: il golem anglo-americano (Sky Team, Columbia, RadioShack, Garmin, Bmc..) impazza ed impone nuovi standard qualitativi; la realtà maccheronica risponde con una sola carta pesante, la Liquigas, che a fine anno potrebbe terminare il ciclo di sponsorizzazione. Per troppi anni ci si è nascosti dietro le vittorie dei campioni e non si è seminato adeguatamente; il risultato è un paesaggio neorealista, povero di soldi e stavolta anche di idee. Pur non vantando i Liberace del banditismo federale, ovvero la protezione incivile di dirigenti alla Barelli o di imprenditori come Anemone (il jack pot di Piscinopoli è prossimo ai 10 milioni), si ciurla nel manico in ottimo stile.
Una Federazione, quella di Renato Di Rocco, fagocitata dall’ambiente e protetta dal quarto potere stile BiciSport. La rivista storica specializzata in enfasi e in fotografie a colori, massacrò la precedente gestione di Ceruti, personaggio inquietante, lanciando il petrucciano come uomo del rinnovamento: la FCI da allora ha lavorato sull’immagine e i buoni propositi, facendo ineccepibilmente gli interessi delle signorie. Che come Grandi Elettori hanno talvolta la richiesta di nascondere lo sporco sotto il tappeto: così accade che nella maggior parte delle corse under 23 non ci siano controlli antid****g di alcun tipo e si scivoli sulla buccia di banana di una visita sanitaria ad uno juniores. Il bimbo, talentuoso, apparteneva allo squadrone toscano della Ambra Cavallini-Vangi: immaginiamoci la solerzia dei federali nell’indagare uno di loro… L’amministratore delegato di quella società, Cristiano Viciani, infatti sposta(va) voti e tessere come Coordinatore della Commissione Regionale Giovanile; l’allora diesse, Alex Baronti, fu un esponente glorioso del ciclismo pro anni Novanta. La sua mini epopea ebbe l’apice in una vittoria improbabile al Giro del Lazio 1997, il dì che scalò Rocca di Papa trasfigurandosi in Emile Daems; inutile ricordare le squalifiche accumulate in carriera, anche da terminator granfondista a tutt’oggi inibito dall’Udace.
Ma cosa portava una squadra di diciottenni a richiedere le cure di personale così compromesso?
Le iniezioni e le flebo settimanali erano lo specchio deformato di una mentalità che ha imperversato per anni, legittimata dall’esigenza folle del tutto e subito: è la stessa che si riverbera in questi dì nel torneo foot di Viareggio, occupato militarmente da un esercito di pallonari in fiore con suv, famiglia e procuratore al seguito. Come sottolineato da Alessandro Ballan in un’intervista all’ottimo Cycling Pro: “Tempo fa mi si avvicina una donna che si presenta come la mamma di un giovane corridore. Mi dice che suo figlio è portato per il ciclismo, che è addirittura indecisa se farlo continuare a studiare o permettergli di dedicarsi completamente alla bici. Mi chiede di tabelle di allenamento, di preparatori e addirittura di farmaci. Ero allibito, pensavo: ma guarda che madre fanatica e pericolosa ha questo diciottenne. Solo che il ragazzo aveva quattordici anni”. Cappuccetto Rosso, in questo evo complicato e cafone, non ha bisogno di uscire di casa per imbattersi nel lupo. Altro esempio illuminante di qualche anno fa: il campione olimpico Bettini, sull’uscio della casa dei genitori, saluta dopo l’abbondante pranzo natalizio. Mentre ride, osservando la pancetta da vacanza, sfreccia sulla strada un bimbo (già iridato juniores) in un allenamento dietro la moto, guidata dal padre… Noi ci auguriamo che questo campioncino, adesso neoprofessionista, possa vincere in futuro la Liegi-Bastogne-Liegi; ma le esagerazioni fanno sempre spavento, la macchina dell’atleta ciclista è delicatissima e se abusata non permette pezzi di ricambio.
Il guaio italiano sta nell’autista del bus, cioè il direttore sportivo; una figura vetusta e gattopardesca che accentra troppe funzioni: promulga metodi invecchiati dal tempo, inadatti ad interpretare le problematiche dello sport più esigente di tutti. Così, se da una parte esaspera l’atleta per produrre risultati immediati, dall’altra ha difficilmente il bagaglio culturale per informare realmente l’assistito; si abusa di stereotipi e di tecnologie, ma si impedisce al corridore di esplorare le proprie potenzialità attraverso il lavoro specifico. In sintesi, il diesse dovrebbe essere un maestro dello sport, conoscere fisiologia e biomeccanica; sollevato dalle questioni monetarie e contrattuali, affiancato da uno psicologo, un dietologo e un gruppo di lavoro iperspecializzato.
Non siamo Giovanni Drogo, non vi stiamo raccontando un’allucinazione bensì la realta del nuovo squadrone Sky; che utilizza bici (Pinarello) e tecnici nostrani come Max Sciandri, anche se più che italiano lo definiremmo pistoiese… E’ già positivo che la discussione su questa crisi strutturale sia cominciata, sarà importantissimo dare seguito ai primi segnali di rinsavimento; sperando che la vittoria di un Pozzato nella Roubaix non fornisca l’alibi per rifiutare il confronto.
Il 2010 agonistico ha avuto un prologo incoraggiante nel deserto del Qatar: abbiamo visto già pimpanti ras del quartiere come Boonen, Gilbert e Cancellara; le classiche (al solito) promettono più spettacolo dei Grandi Giri, legati a concetti tecnici meno spavaldi di quelli dei predoni del Nord.
Almeno per adesso, Azzurra ha ancora nomi da spendere nell’immediato; l’augurio è che la stagione ci regali qualche matricola con i garretti giusti, da super ma con benza normale. Per tutto il resto siamo pronti, sicuramente ci divertiremo ad ammirare un Giro disegnato con intelligenza e sadismo; che forse cancellerà gli scempi dell’anno scorso. In fondo la superiorità ideologica della pedivella sta nella sua brutalità pop; lo spirito che il Ganna, appena vinto il primissimo Giro, spiegò in una frase poco aulica ma efficace: “L’impressione più viva l’è che me brusa tanto l’cù”. Avevamo cominciato questa escursione con il posteriore e la terminiamo sempre con lo stesso.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

di Stefano Olivari
Non conosciamo scommettitori che ammettano serenamente di perdere soldi, per non parlare degli investitori in Borsa e di altre categorie per cui la sconfitta è un disonore. Siamo insomma circondati da fenomeni che sbagliano pochi colpi, abilissimi nell’individuare eventi mal valutati da parte dei bookmaker e nel colpire senza pietà.
La matematica oltretutto non gli imporrebbe nemmeno di essere…fenomenali: scommettendo sempre su chance con il 50% di probabilità teorica di uscire (tipo le vittorie espresse in termini di scarto nel basket o nel rugby) offerte a 1,90, sarebbe infatti sufficiente indovinare 53 risultati su 100 (100 diviso 1,90 fa 52,6). Niente di clamoroso, se paragonato alle performance sbandierate. Peccato che nel lungo periodo le statistiche personali dei professionisti abbiano medie intorno proprio al 53%: ovviamente se riferite ad eventi dall’offerta simmetrica. La conclusione è che non esiste il colpo della vita, senza informazioni da insider, ma una serie enorme di piccole scelte da fare ogni giorno su materie in cui la nostra competenza può essere al massimo simile a quella del quotista. Senza però essere obbligati alle sue distorsioni per ripartire in maniera equilibrata i volumi: se l’impatto percentuale di queste distorsioni, necessarie per non far sovra-giocare la grande squadra o il grande campione, supera l’aggio allora il ragioniere può passare all’incasso. Poi riceviamo pubblicità di ‘esperti’ che evidenziano performance da oltre 75%, ma chi sceglie liberamente di pagarli è causa dei propri mali.
stefano@indiscreto.it
(pubblicato sul Giornale del 2 febbraio 2010)

di Christian Giordano
Centre-half inglese nel senso più tradizionale, Stuart Boam è il classico figlio del cuore minerario del Nottinghamshire. «Six foot two, eyes of blue, Stuey Boam is after you» l’ancor più classico coro anni 70 che i tifosi del Middlesbrough intonavano dalla Holgate End dell’Ayresome Park: più o meno alla lettera, “un metro e 87, occhi blu, Stuey Boam non ti molla più”. Nato il 28 gennaio 1948 a Kirkby-in-Ashfield, primi calci al Kirkby Colliery, da pro debutta all’ultima giornata 1966-67 nel locale Mansfield Town (sconfitta per 4-2 a Londra il 12 maggio col Leyton Orient), poi salterà due gare in tre stagioni (nessuna nelle ultime due), chiuse con a dir poco sofferte retrocessioni. E la memorabile notte del quinto turno FA Cup 1968-69 in cui il Mansfield, che al terzo round aveva eliminato lo Sheffield United, seppellisce 3-0 il West Ham United. Boam si guadagna i riflettori a livello nazionale annullando Geoff Hurst, stella della nazionale e all’epoca forse il miglior attaccante del calcio inglese. Il centralone si ripete nel combattutissimo quarto di finale, perso 1-0 contro il Leicester City dell’astro nascente Allan Clarke. Nel 1970-71 salta per infortunio il doppio confronto col Liverpool, bloccato sullo 0-0 al Field Mill ma poi vittorioso 3-2 ai supplementari all’Anfield Road. Con Boam in campo, forse, sarebbe andata diversamente.

A maggio, dopo 170 presenze negli Stags, per 50.000 sterline arriva al Boro. Capitano (dal ’73 al ’79) in uno dei decenni più luminosi nella storia del club, prima sotto Stan Anderson, poi Jack Charlton e infine John Neal, è lui l’altra metà del cielo difensivo col più celebrato Willie Maddren, centrale ancora oggi venerato nel Tyneside, davanti al portiere Jim Platt. “Quei due mi hanno reso la vita facile – ricorda Stu – Platty lo chiamavano «Dracula” perché sui cross non usciva mai. Ma lo sapevi e ti regolavi di conseguenza, per il resto era un gran portiere». Con la fascia al braccio, ereditata da Nobby Stiles, guida il Middlesbrough alla conquista della Second Division nel 1973-74 e della Anglo-Scottish Cup nel 1975-76, ma nonostante la gran difesa la squadra raggiunge solo dignitose salvezze. Partito Charlton, Boam – grande e grosso come il suo cuore, implacabile nel tackle, ma mai noto per velocità e cambio di passo – ha problemi con il nuovo manager, John Neal, che gli toglie i gradi salvo restituirglieli subito dopo essersi reso conto della leadership di Stuart nello spogliatoio.
Alla vigilia della stagione 1979-80, dopo otto anni e 393 partite fra campionato e coppa, Boam lascia il Boro ma non il nord-est: storico il trasferimento-choc che lo porta, per 100.000 sterline, al Newcastle United, come non bastasse rivale di Second Division. In due stagioni al St James’ Park, aggiunge esperienza e stabilità ai traballanti quattro dietro, ma i Magpies restano a metà classifica (nono e undicesimo posto). Nel luglio 1981, Boam torna al Field Mill per due non esaltanti stagioni come player-manager del Mansfield Town, prima degli ultimi colpi di coda da giocatore con Hartlepool United (una presenza) e, in non-League, Guisborough Town.
Chiusa la carriera in un calcio che non consentiva certo grandi guadagni, torna nella sua Kirkby-in-Ashfield come manager, inteso senza panchina, della Kodak Photographic Company. Poi lavora a lungo in una rivendita di giornali. Adesso che è in pensione, ha più tempo per andare al Riverside Stadium a guardarsi un Boro lontano parente del suo. «Se non prendi gol non perdi», la filosofia imperante negli anni del Boam, non fa per questi tempi.
Christian Giordano
Football Poets Society

di Oscar Eleni
L’importanza del circo NBA,  il calore di Avellino e la favola di Aradori.

Dicono che le labbra delle alici salate siano molto fredde. Non domandatevi cosa si beve e cosa si fuma quando uno apre così, diciamo che lo fa per seguire la moda arbitraria del nulla con palla al centro. Perché? Beh, se dobbiamo scoprire cosa facevano i calciatori quando tiravano coriandoli, se dobbiamo ancora entusiasmarci se annunciano una nuova tournèe dei Globetrotters, se consideriamo più importante di ogni cosa del nostro basket il circo intorno alla NBA, contenti che il Gallo giochi e perda con i secondo anno contro le matricole, facendo anche una figura modesta, eccitati per la sua gara nel tiro da tre punti, allora è meglio studiare le labbra delle alici salate.
La terza giornata di ritorno chiude la prima fase: da domani, chi c’è, Cantù ci sarà, potrà pensare alle finali di coppa Italia nel “fresco” palazzo di Avellino dove oggi Roma, ma soprattutto l’ex Boniciolli, conosceranno il sapore dell’ospitalità per chi è contro, per chi è andato via. Ci sarebbe da fare tanti ragiornamenti su questa stagione dove l’avvocato Papalia ci aiuta ad entrare nel Carnevale annunciando che andrà fino alla Cassazione per sapere se è davvero colpevole di aver reso ridicolo un campionato professionistico. Soldi in legali, non per i giocatori e per questo Napoli è un fantasma nell’opera.
Speriamo non lo diventino quelli di Varese che vanno a misurare la febbre di Biella, quattro sconfitte nelle ultime cinque partite, consolandosi con la favola dell’Aradori Arad’oro promosso campione perché tira bene. Speriamo che non perdano contatto con la bella realtà del Cantuki i giocatori della NGC che vanno a trovare l’architetto Frates, un ex ricordato per i suoi colpi di martello, per certi urlacci, incubo, purtroppo, per i ragazzini delle giovanili, e questo era un grave errore, uno stimolo giusto per i professionisti, e questo era il bene del gruppo e della società. Due trasferte difficili, due prove per non farsi venire l’idea che il domani non ha ancora certezze. Varese è vicino alle boe come il catamarano Alinghi, Cantù è vicino alla festa di coppa, ma sogna di prendere per la coda la Caserta del Pino Sacripanti che sarà al Palalido contro Milano che quando gioca nella sua vecchia chiesa non apre quasi mai i botteghini.
Oscar Eleni

di Daniele D’Aquila
Pellegrinaggio quasi involontario presso il laboratorio di Vanni Pettenella, ricordando una sua epica sfida con il rivale di sempre Sergio Bianchetto. Luglio 1968, velodromo Ganna di Varese, diretta televisiva nazionale. Va in onda la rivincita della finale olimpica di Tokyo…

Porca miseria…..almeno il sabato mattina che potrei dormire un po’ di più!… Niente, la tua donna ti chiede di accompagnarla dal commercialista e con la spalla slogata non può certo andarci in bici, tanto più in compagnia di Giove Pluvio (che se può darti una mano te la da in faccia…), quindi ti tocca…. Che poi, può un commercialista dare appuntamento ad un cliente di sabato mattina?!… Vabbè, andiamo, dov’è l’ufficio?!…. Tra Maciacchini ed Affori?! Quindi mi devo sciroppare mezza circonvalla in mezzo a rimbambite in fase di shopping e mariti che sbandano mentre litigano con la moglie sulla strada per il centro commerciale, ottimo!…già mi sento soffocare dentro la scatola di lamiera…
Vabbè, ci siamo quasi, la via esatta qual è?!…. Ecco, alla pronuncia dell’indirizzo ho un tuffo al cuore: ma quella è la via dove sta LUI! Solo all’idea di ripassare accanto al laboratorio dove si è trasferito tanti e tanti anni fa dal Veneto mi rende meno insopportabile la spedizione, e poi toh!…guarda caso l’unico parcheggio libero è proprio accanto al marciapiede là davanti. Scendo dalla trappola a 4 ruote e mi trovo davanti a quella porticina di metallo sgangherata, con la vernice verde che si sta sfogliando ormai cotta dal sole ed un anonima targhetta con su il cognome scritto a mano: Pettenella. La serranda è abbassata, l’officina è aperta solo in settimana nel pomeriggio.
La mano si appoggia alla saracinesca, quasi fosse l’illuminato dito guaritore di E.T., mentre la mia donna mi osserva perplessa col sopraciglio più inarcato di quello di Ancelotti. Il contatto tattile con la porta del tempio fa subito viaggiare il ricordo verso i tanti pomeriggi di pellegrinaggio. Quante messe ascoltate dal sacerdote svogliato che, a metà tra il perplesso e l’infastidito, spiegava ai tanti pistard metropolitani i segreti dello scatto fisso: come si salda una ruota libera per trasformarla in pignone fisso, come si affranca un pignone (con quel sistema che oggi a tutti i ciclisti urbani sembra normale chiamare “metodo Pettenella”…), come si ottiene la giusta linea catena, come si impara il surplace. Già, il surplace, quello che oggi molti americanizzati (quelli del Devid di Michelangelo…) chiamano trackstand ma che per noi resterà sempre surplace, perchè fa molto Girardengo e Bottecchia contro i fratelli Pellissier al Vélodrome d’Hiver di Parigi. E pensando al surplace la mente non può che andare a “IL” surplace per eccellenza.
Varese, luglio 1968. A quell’epoca nel calcio impazzano il Milan di Rivera e l’Inter di Mazzola, e la Juve si è rinforzata acquistando dalla squadra cittadina il giovane Anastasi che ha appena vinto i Campionati Europei con la Nazionale. Gli spalti sono gremiti in ogni ordine di posto (come il luogo comune impone, ad ogni telecronista dell’epoca, di dire al microfono…) ma non si tratta dello Stadio Franco Ossola per vedere quel Varese Football Club: siamo infatti al velodromo Luigi Ganna, ciclistica cattedrale in ferro e cemento, teatro di mille e più disfide tra questi moderni centauri meccanizzati, a metà tra i gladiatori del Colosseo e i cavalieri dei palii medio-evali. L’occasione è una semifinale del campionato nazionale (specialità Velocità. “Sprint”, come si dice oggi…).
E’ il momento d’oro del ciclismo su pista italiano, siamo da poco usciti dall’Era Maspes (con l’eterno rivale Sante Gaiardoni a sparare le ultime cartucce) per entrare in quella dei Bianchetto, dei Beghetto (che condivide col precedente rima, tandem e medaglia Olimpica di Roma’60) e soprattutto dei Vanni Pettenella, il Pollivendolo Volante. Veneto, trasferitosi presto in quell’hinterland milanese in cui lo possiamo ritrovare ancora oggi, quella Affori da cui partiva ogni volta per andare a gareggiare in giro per il mondo, fino a Tokyo. Sì, perché Vanni Pettenella nella metropoli nipponica ci è andato nel 1964 e ci ha pure vinto, scolpendo il proprio nome nel medagliere olimpico. Medaglia d’oro nella sua specialità preferita, la Velocità, e “solo secondo” (come scriverebbero i giornalisti di oggi…) nel chilometro da fermo. L’appuntamento nazionale può sembrare limitativo per l’orizzonte di un tale conquistatore internazionale, ma lo sport non è fatto dai titoli o dall’eco mediatica. E’ fatto di imprese e di eroi che le compiono: non avremmo forse seguito Beckenbauer e Cruijff anche se invece che sfidarsi nella Finale Mondiale con le maglie di Germania e Olanda si fossero affrontati in una gara di scapoli e ammogliati?!… E non vorremmo rivedere Magic Johnson contro Larry Bird anche nel playground di fianco al centro commerciale?
Beh, nella semifinale odierna il Vanni sta per sfidare proprio Sergio Bianchetto detto il Giramondo, che si è dovuto accontentare dell’argento 4 anni prima a Tokyo, senza trovare consolazione nell’oro vinto nel Tandem (quella volta in coppia con Angelo Damiano, detentore tra l’altro del record italiano di surplace: 48’30”). Sfida tradizionale tra i due amici-nemici, rivali in pista e amici fuori, antagonisti sulla bicicletta e compagni di stanza in albergo. I due hanno girato il globo contendendosi trofei nei velodromi e sessioni di massaggio all’olio canforato negli spogliatoi di tutto il mondo: del Giappone abbiamo detto ma anche Australia, Zurigo, Francia, Amsterdam, il mitico Vigorelli di Milano e chi sa più quanti altri appuntamenti. Sfida tradizionale e periodica: Coppi contro Bartali, Rivera contro Mazzola, Borg contro McEnroe, Senna contro Prost, Pettenella contro Bianchetto. Vecchio filibustiere della pista il primo, abituale globetrotter delle Sei Giorni il secondo, entrambi d’origine veneta, i due si conoscono e si straconoscono, sono abituati ad affrontarsi studiando la tattica migliore per vincere ed hanno parecchie rivincite da consumare. In particolare, quella finale olimpica nella terra del sol levante ha lasciato parecchi strascichi, perché se Pettenella vuol confermarsi per dimostrare a tutti i costi che la vittoria non è stata casuale, figuriamoci quale sete di rivincita possa covare Bianchetto che ancora attribuisce la sconfitta nipponica solo ad una mera errata scelta di tempo.
Le piste di allora erano lunghe, i tre giri di pista della specialità Velocità non andavano sparati a mille, ma conveniva stare dietro il più possibile, per prendere la scia all’avversario e fregarlo sul filo di lana. Oggi le piste sono più corte e non c’è abbastanza rettilineo per prendere la scia all’avversario, conta solo sfruttare la forza di gravità che in uscita dalla parabolica ti accelera verso il basso, verso l’ovale più stretto possibile: non ci sono le corsie come nell’atletica, e quindi tocca evitare che l’avversario si impadronisca del tragitto più breve. Allora no, allora la scia faceva la differenza e quindi la scelta di tempo era vitale: se partivi troppo tardi non riuscivi a sfruttare la scia (e più che un cigno nello stormo migratore facevi la figura del pendolare che perde il treno…), se partivi troppo presto concedevi la scia all’avversario (il quale restava al riparo dall’attrito dell’aria e faceva meno fatica, così arrivava sul traguardo più veloce e più fresco). A Tokyo era stato perfetto Bianchetto, fin quando non decise di scattare, il tempo di rendersi conto di esser scattato troppo presto e il patatrack era fatto: Pettenella gli aveva preso la scia per bruciarlo qualche metro prima dell’arrivo e Bianchetto non se lo perdonò mai, passando chissà quante notti a ripensare a quella scelta sciagurata, rivedendosi il film della gara come un incubo. Sarà per questi pensieri, sarà per l’attitudine a certe atmosfere, sarà perché i due avversari hanno mille segreti o forse nessuno, sarà per i 30 gradi che il sole scarica sulla pista all’aperto, sta di fatto che allo sparo dello starter i due partono molto lenti e guardinghi. Gli spettatori si sventagliano con i quotidiani sportivi che presentano le gare della giornata: sì, perché può sembrare strano ma c’è stata un’epoca in cui il ciclismo (anche su pista!…) rappresentava l’evento sportivo-mediatico del giorno!… Ma il pubblico è caldo già di suo anche senza il sole, sente l’attesa della gara, ed è per questo che gli schiamazzi agitati del pre-gara lentamente diventano impercettibile brusio al momento dello start e silenzio tombale nell’inizio gara. Finché succede qualcosa.
I due ciclisti procedono a passo d’uomo, studiandosi e marcandosi a vicenda pedalata per pedalata, giro di ruota per giro di ruota, con gli spalti che osservano in silenzio tanto che se non fossero bici da pista a scatto fisso si sentirebbe il ticchettio della ruota libera. Finisce il primo giro di pista e Bianchetto, il cui cervello in quell’istante sta processando una serie tale di informazioni che nemmeno Google.com in un’ora, decide di tentare la giocata del fuoriclasse, il colpo del maestro, la magata dello showman, e si pianta in surplace. Aaahhh, il surplace…..qualcuno lo confonde con una prova di equilibrio senza capire che è cinetica allo stato puro. Il surplace è movimento da fermo, energia compressa in continuo scontro con sé stessa. La bici da pista è a scatto fisso: se pedali in avanti vai in avanti, se pedali all’indietro vai indietro, se la ruota gira i pedali non possono stare fermi, così come se blocchi i pedali fermi la ruota. Quando pedali normalmente l’energia cinetica ti tiene in equilibrio, così nel surplace dinamico è possibile pedalare avanti e indietro senza mai perdere l’equilibrio pur senza avanzare. Accorciando sempre di più la pedalata, fino a renderla un impercettibile accenno che si risolve in un mero appoggio sui pedali, si ottiene così l’immobilismo perfetto del surplace statico: fermi sul posto, in un continuo moto perpetuo che solo i contatti nervosi del ciclista possono avvertire. E così è per Bianchetto, che inchioda all’improvviso senza per questo riuscire a sorprendere l’attento Pettenella, che, in corsia leggermente più interna, non ha nessunissima intenzione di farsi fregare e si pianta pochi metri dietro. E qui comincia la danza. Il pubblico abbandona il silenzio, per lanciarsi prima in un applauso per la giocata da fuoriclasse, poi esplode in un’ovazione quando vede che i due ciclisti restano fermi ad attendere la mossa dell’altro. Ma nessuno dei due si muove: con le scarpette di cuoio imprigionate nelle gabbiette dei pedali, con i cinghietti (doppi, che siamo su pista…) tanto stretti da fermare il sangue, le mani serrate nella presa aerodinamica del manubrio (durando la gara tre soli giri, il manubrio da pista non prevede la presa alta ed ha l’angolo stretto…), le gambe in tensione per stare leggermente sollevati dalla sella, la schiena curva in avanti sul telaio.
Lo sforzo fisico è tremendo, soprattutto sotto un sole che questa settimana pare sempre allo zenith a qualsiasi ora del giorno, tanto più quando il surplace diventa lungo minuti; perché i due pare non abbiano la minima intenzione di muoversi. Il pubblico se ne accorge e, passato l’entusiasmo per il colpo di scena, vorrebbe ora che la gara proseguisse, che i due ciclisti tornassero a fare i corridori e portassero a termine la gara. Ma Bianchetto e Pettenella paiono non darsene per inteso: il ragno ha steso la tela ma la mosca non ha alcuna intenzione di cascarci dentro. E così restano lì, fiaschi di fibre muscolari al posto dei polpacci, torri di vasi capillari al posto delle cosce, una torsione skopatica (che non è una figura del Kamasutra) che ridisegna la schiena parallela al terreno, monumenti dedicati allo sforzo sovrumano. I duellanti stanno lì ieratici come le statue dedicate ai condottieri, incuranti delle gocce di sudore che imperlano loro il viso, il collo, la schiena, le braccia scendendo fino al manubrio, che se non fosse per guaine e guanti ci sarebbe da scivolare e finire in infermeria.
Il pubblico comincia ad annoiarsi, se non addirittura a spazientirsi: fomentato dal caldo del solleone, il brusio man mano cresce, borbottio sempre più lamentoso, un po’ di lamentele, addirittura qualche fischio di protesta. Oggi in una situazione del genere i due ciclisti verrebbero squalificati dagli sponsor e scuoiati vivi dagli organizzatori, ma anche se ai tempi non c’erano programmi di giornata a cui attenersi scrupolosamente, esigenze organizzative, eventi collaterali degli sponsor, la pubblicità da mandare in onda, qualche problema la situazione lo crea, almeno alla tv. Già la tv. Sì, perché c’è anche la tv quel giorno, con tanto di diretta RAI in bianco e nero e telecronaca di un perplesso Nando Martellini (sì, proprio quello di “Idalia: Zovv, Gendile, Gabrini…”, quello di “…Campioni del Mondo!…Campioni del Mondo!…Campioni del Mondo!…”), il quale dopo aver aperto pomposamente la diretta si ritrova imbarazzato a commentare il nulla farcendolo con qualche intervista, per poi periodicamente rimettersi alla regia. “Fasi di studio, a voi la linea” dove, non trattandosi di un incontro di pugilato, “fasi di studio” appare come un esilarante ed involontario eufemismo. Si va avanti con questa alternanza, con la linea che periodicamente ritorna a Martellini, sgomento esattamente come i telespettatori di fronte al fermo immagine riportato dal tubo catodico. Il povero Nando ci riprova con qualche altra intervista di cazzeggio ma, rassegnato, è sistematicamente costretto a capitolare: “…il surplace va avanti, ci risentiamo tra qualche minuto…a fra poco!…” Ad un certo punto, convinto di essere ormai fuori onda, gli scappa anche un “…sì, ma qua non succede niente!…” che regala qualche istante di ilarità al pubblico televisivo…
Gli spettatori non ne possono più, sono fuori dalla grazia di Dio e lanciano improperi e grida di protesta. Finchè qualcuno, non si sa se tra il pubblico o tra gli addetti ai lavori, si ricorda del record di Damiano, si accorge di cosa sta succedendo sulla pista e lo comunica allo speaker, il quale di lì a poco annuncia: “Attenzione. Avvertiamo il gentile pubblico che gli atleti Bianchetto e Pettenella hanno appena battuto il record italiano di surplace!…” Il pubblico capisce che quella a cui stava assistendo non era una stucchevole melina tattica, come quella di un Boca Juniors qualsiasi in vantaggio di un gol a pochi minuti dalla fine di una partita di Libertadores in casa dei brasiliani. Dopo un primo attimo di disorientamento gli spettatori di colpo si svegliano ed esplodono in un boato, perché realizzano di trovarsi in mezzo al teatro di uno di quegli eventi di cui un giorno potranno vantare “io c’ero!…” . Adesso sì che anche Nando Martellini, che fino a quel momento non l’avrebbe salvato nemmeno il Conte Mascetti col suo “Antani la Supercazzola”, ha finalmente qualcosa di cui cianciare. E infatti ciancia, sciorinando come un torrente tutti i record di surplace più noti: dall’ Oerlikon di Zurigo al Vigorelli di Milano, da Beghetto a Maspes…
Già, Maspes: l’uomo che aveva trasformato il surplace in un’altra disciplina, una rappresentazione a parte, una competizione nella competizione, the show in the show. Anzi, show-business: famose quelle corse in cui Maspes si fermava ad arte per delle mezz’ore davanti al cartellone pubblicitario dell’Ignis e il Commendator Borghi (il Presidente di tutto, quello che finanziava un pullmino per andare a raccattare i ragazzini in giro e portarli alle gare nei velodromi. Poi ci si chiede come mai oggi i ragazzini vivano solo di calcio e discoteche…) negli spogliatoi staccava l’assegnino. E’ suo il prossimo record da battere, ma per farlo serve ultimare il giro di Rolex del Dogui. Il pubblico è elettrizzato, si agita scomposto, urla, applaude, fischia. La gente fatica a star seduta, pare quasi che facciano più fatica gli spettatori dei due ciclisti in pista. A quel punto lo speaker getta ulteriore benzina sul fuoco, annunciando dagli altoparlanti che si va verso il Record del Mondo di Maspes: un’ora e passa. Non l’avesse mai detto, il delirio si impadronisce degli spalti e il velodromo diventa una bolgia (e per una volta tale espressione non merita di essere derubricata a banalità da redazione). Pare di essere al Maracanà di Rio de Janeiro durante il Fla-Flu, al Forum di Los Angeles durante Lakers-Celtics, allo Zavtoreni Bazen di Spalato per POŠK Spalato-WPC Partizan Belgrado di pallanuoto……. solo che qua non vi sono due fazioni opposte di scimmie urlatrici che tifano l’una contro l’altra insultandosi a vicenda, bensì un unico pubblico che riconosce ai due atleti in gara il ruolo d’orgoglio nazionale e tifa per l’evento storico.
Sì, perché i due ciclisti, ancora fermi sulle bici, i muscoli contratti, il manubrio leggermente di traverso per avere più “piede” in appoggio, anche per resistere alla pendenza della pista inclinata, in attesa speranzosa che l’avversario si pieghi allo sforzo doloroso e ceda alla prima pedalata, stanno scrivendo l’ennesima pagina di storia, aggiungendo un ultimo capitolo ad un libro già ricco. Il pubblico lo sa, lo vuole, ed ora scandisce ritmicamente il grido di “Ora!…Ora!…Ora!” come fosse il nome dell’atleta di casa. Anche se in realtà i due ciclisti nemmeno se ne accorgono, isolati dal mondo come quel Jack Nicklaus che all’ultima buca era talmente concentrato sul putter da non accorgersi nemmeno che il vento gli stava facendo volare via il cappellino. Nel frattempo gli spalti si affollano sempre più di avventori che, abitando lì vicino ed avendo intuito in tv la portata dell’evento, sono corsi al velodromo varesino, tanto che il coro diventa sempre più corposo fino ad eruttare in un boato quando il cronometro fa felice il Dogui e cancella il record di Maspes. Il tempo di riprendersi dall’orgasmo, e commentare entusiasti per poi frenare gli entusiasmi e concentrare l’attenzione sul fatto che il record è battuto ma la gara non è finita, che va in scena il coup de théâtre. Le lancette del quadrante (Dio, che effetto parlare di lancette!…) stanno scollinando la misura dell’ora 3 minuti e 5 secondi quando Bianchetto ha una vibrazione nervosa. Pettenella pensa che l’avversario si sia deciso a partire, non si sa se per tattica o per cedimento, e quindi tende il corpo pronto a scattare con l’occhio fisso sul rivale. Ma quello di Bianchetto non è esattamente una tensione muscolare: è più un sussulto, un colpo di tosse, una blanda convulsione.
“Eppur si muove” direbbe Galileo Galilei, ma solo per sbandare blandamente, zig-zagando col manubrio alla ricerca di un equilibrio che pare svanire sempre più. Actina e miosina provano ancora a comunicare tra loro, ma non c’è campo e il GSM non prende: si consumano così le ultime stille di energia nelle membra e gli ultimi impulsi di lucidità nei neuroni di Bianchetto, che stravolto dallo sforzo stramazza al suolo, scivola sul cemento e, cedendo alla forza di gravità data dalla pendenza della pista, passa davanti ad un impassibile Pettenella tagliandogli la strada e andandosi a spiaggiare a fondo pista. Al Vanni, come Babe Ruth dopo un fuoricampo, non resta che ultimare placidamente il percorso restante, col pubblico che applaude questo grottesco giro d’onore dopo esser ammutolito nell’attimo di paura per le sorti di Bianchetto, il quale nel frattempo viene rianimato a bordo pista e fermato dai medici per la seconda manche, che andrà così a tavolino al campione olimpico di specialità.
Tutti questi pensieri mi scorrono veloci nella mente, un po’ come quando nei film mostrano tutta la vita che scorre davanti agli occhi del protagonista sulla soglia della morte, finché mi accorgo che sotto l’acqua la mia ragazza mi sta osservando perplessa e insofferente, con l’ombrello in una mano e il faldone di documenti nell’altra. Sì, in effetti hai ragione, dovremmo andare…
Ancora una frazione di secondo, a ricordare quanti pomeriggi abbiamo passato noi ciclisti urbani qua dentro, a cannibalizzare i racconti del Vanni. Viene tenerezza a ripensare come un atleta che è salito su un podio mondiale possa passare le giornate dentro una ciclofficina di periferia, prendendo le misure ad un cliente per realizzare un telaio su misura o spiegando la differenza tra le rilassate geometrie dei telai da corsa e quelle più impiccate dei telai da pista. Pensa te, come entrare in un negozio di articoli sportivi e trovare Carl Lewis che ti mostra come scattare dai blocchi, Michael Jordan che ti vende un pallone o Paolo Maldini che ti aiuta a scegliere la giusta scarpa coi tacchetti!… Ci aveva provato a monetizzare la medaglia di Tokyo, lui che avrebbe dovuto ereditare il senso degli affari dal padre commerciante, ma senza esser passato al ben più remunerato ciclismo su strada e senza aver fatto il salto come uno dei tanti dirigenti col pelo sullo stomaco, alla fine si era chiuso lì ad Affori, accontentandosi di fare il direttore di pista dell’ultimo Vigorelli e farsi copiare dal mondo tutte le invenzioni che sgorgavano dalla sua mente vulcanica: il contachilometri realizzato con un cursore magnetico che gira fissato alla ruota anteriore, la ruota a soli 4 raggi per esser più leggera, le tubazioni ovali per aver telai più rigidi e aerodinamici…
Un ultimo istante a ripensare a quanti di noi han passato i pomeriggi oltre questa serranda arrugginita, a farsi spiegare l’assetto di una bici da pista o a imparare a frenare premendo sulla ruota anteriore a mo’ di tampone la mano guantata. Il tempo di incrociare con la coda dell’occhio la faccia sempre più imbronciata della mia bella e decido di usare i polpastrelli come Messenger per portare un bacio dalle mie labbra alla saracinesca dell’officina, con la mia donna che ride accorgendosi di un passante che si gira strabuzzando gli occhi sbalordito di fronte all’incomprensibile demenzialità di quel gesto. Ciao Campione, mi è venuta voglia di rivenire a trovarti, di romperti di nuovo le scatole, di riascoltare ancora qualche tuo racconto, di risentire qualcuna di quelle tue buffe frasi fatte col Senso dell’Ovvio Inside: “…si può fare, però bisogna farlo…..non è difficile, però bisogna farlo…..funziona, però bisogna farlo…” Mi sa che un pomeriggio di questi passo a trovarti. Non so quando, però bisogna farlo.
Daniele D’Aquila
(in esclusiva per Indiscreto)

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