di Christian Giordano
Elogio dell’eclettismo. Uno dei più popolari giocatori del Chelsea pre-Abramovich, David Webb (londinese di Stratford, 9 aprile 1946) arriva allo Stamford Bridge dal Southampton, nel febbraio 1968, nell’affare che al “The Dell” porta Joe Kirkup.

Ai Saints invece era arrivato nel marzo 1966, in cambio di George O’Brien, dopo 62 presenze e 3 gol con gli O’s. A segno già al debutto nell’1-1 contro il Wolverhampton, rivale per la promozione, lascerà il club della South Coast con 75 presenze e 2 reti. Centrale di ruolo adattato a terzino destro, viene riportato al centro della difesa da Dave Sexton, già suo manager ai Leyton Orient, dove Webb nel 1965-66 aveva esordito da pro’ dopo gli inizi da dilettante nel West Ham United. Con la prepotente tripletta all’Ipswich Town nel Boxing Day (il giorno di Santo Stefano) del 1968 dimostra di non aver perso l’istinto per la porta. Ma quando, di lì a breve, viene acquistato il centrale irlandese John Dempsey, è lui, Webb, a infilarsi la maglia numero 2 lasciata libera da Kirkup.
Sulla fascia, però, i suoi limiti di velocità e agilità emergono brutalmente contro Eddie Gray, ala sinistra del Leeds United che lo ridicolizza nella (prima) finale di FA Cup del 1970, a Wembley, l’11 aprile. Dave chiude il calvario compiendo, davanti ai propri tifosi, un decisivo salvataggio nei supplementari; poi, nel replay del 29 aprile, davanti ai 100 mila dell’Old Trafford di Manchester, si prende la più gustosa delle rivincite. Spostato nel mezzo, accanto a Dempsey, corona una super prestazione infilando Gary Sprake sul palo lontano su lungo lancio di Ian Hutchinson. È il gol che vale la Coppa. Decisiva, però, anche l’intuizione di Sexton che in marcatura su Gray aveva dirottato il più adatto Ron Harris. Webb e Dempsey continuano a far coppia anche la stagione dopo, culminata con un’altra finale ripetuta, quella di Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid: 1-1 il 19 maggio (Osgood al 55’, Zoco al 90’), 2-1 per i Blues due giorni dopo (33’ Dempsey e 39’ ancora Osgood per i londinesi, 75’ Fleitas per gli spagnoli). Quanto Webb sia votato alla causa del Chelsea, per cui occasionalmente gioca anche centravanti, si apprezza appieno il 27 dicembre 1971: infortunati i tre portieri, gioca 90’ tra i pali e chiude con il “clean sheet” (zero gol a referto) contro l’Ipswich.
Per lui, però, dopo 33 gol in 298 partite, l’aria dello Stamford Bridge si fa pesante in seguito alla partenza di Hudson e Osgood. Nel luglio 1974, per 120.000 sterline, approda così al Queens Park Rangers. In coppia con Frank McLintock nel cuore della difesa, raggiunge lo storico secondo posto del 1975-76 (miglior piazzamento nella storia del club), prima di svernare al Leicester City e al Derby County, entrambe retrocessi. Al Leicester City arriva nel settembre 1977 per 50.000 sterline dopo 116 gare coi ’Gers. Al Filbert Street, resta per poco più di un anno perché dopo 33 partite coi Foxes, debutta nel Derby County: 0-0 casalingo con l’Aston Villa il 23 dicembre 1978. A maggio 1980, lascia il Baseball Ground con 26 gare e un gol per i Rams.
Nello stesso anno, il tempo di scendere in campo 11 volte e a dicembre il Bournemouth, club di Fourth Division, lo nomina player-manager. Con lui al timone i Cherries terminano al quarto posto, l’ultimo utile per la promozione in Third Division. Ma la stagione successiva, dopo il 9-0 esterno col Lincoln City del 18 dicembre, viene esonerato. Nel febbraio 1984, quando s’era già messo in proprio come rappresentante, subentra a Bruce Rioch con il doppio incarico di giocatore-allenatore del Torquay United. La stagione si chiude con un lusinghiero nono posto, ma l’anno dopo, con la squadra ultima, Webb se ne va, non prima però di aver segnato un gol nelle sue ultime due apparizioni in campionato. Il 21 agosto 1985, firma come managing director del club, e chiama in panchina prima John Sims poi Stuart Morgan. Il Torquay chiude ancora ultimo. E come non bastasse, in quelle due disastrose stagioni accade di tutto: subito dopo il suo insediamento, vengono ceduti cinque dei migliori giocatori e altri, come Keith Curle, vengono svenduti o rimpiazzati con elementi di gran lunga inferiori; last but not least, dei tre colori sociali storici – giallo, blu e bianco – resta solo il secondo, e una tribuna del Plainmoor va a fuoco. Webb lascia il Torquay per il Southend United il 17 giugno 1986, ma abbandona a marzo ’87, due mesi prima che gli Shrimps conquistino la promozione alla Third Division. Richiamato nel novembre 1988, non riesce a evitare la retrocessione ma con due promozione consecutive (1990 e 1991) li riporta subito in Second Division. Che addirittura guidano per un po’ fino al gennaio 1992, prima di scivolare a metà classifica nelle ultime giornate. Webb si dimette a marzo e a fine stagione se ne va. Nel febbraio 1993 torna al Chelsea come manager con un contratto breve per rimpiazzare un altro ex Blue, Ian Porterfield. Ma il club è in caduta libera, e la squadra, senza vittorie in campionato da oltre due mesi, rischia di retrocedere. Sotto Webb, migliora un po’ e chiude 11esima. Ma anziché rinnovargli il contratto, la dirigenza lo rimpiazza con Glenn Hoddle.
Il buon lavoro svolto però non lo lascia a spasso. Pochi giorni dopo, in maggio, firma col Brentford, appena sceso in Division Two. Nel 1997, dopo quattro anni e due playoff chiusi con la mancata promozione in Division One, saluta il club del Griffin Park. Nel marzo 2000 scende in non-League, allo Yeovil Town, ma a settembre si dimette per tornare, per la terza volta, al Southend United. Lasciato poi nell’ottobre 2001 e ritrovato, nel novembre 2003, da traghettatore fra l’addio di Steve Wignall e l’arrivo di Steve Tilson. Nel dicembre 2005 rileva la società da Jon Goddard-Watts e ne assume la carica di presidente operativo. Ruolo da cui si dimette nel febbraio 2006, quando vende le proprie quote azionarie al presidente John Fry.
È, per ora, la sua ultima avventura nel calcio. Mondo nel quale ha cercato di sfondare anche il figlio Daniel, attaccante classe ’83 che il celebre padre cerca, senza troppa fortuna, di strappare alle serie minori. Nel settembre 2000 scuce 10 mila sterline per portarselo al Southend United, ma dopo le dimissioni paterne (ottobre 2001) i 4 gol in 39 presenze spalmate fra il 2002 e il 2002 non bastano per la conferma. Dopo un lungo girovagare, adesso gioca in difesa nel Salisbury, in attacco con Tubbs se le altre punte sono infortunate. E, come contro il “suo” ex Wimbledon, per l’espulsione di James Bittner nella ripresa, persino in porta. Come suo padre. O quasi.
Christian Giordano
Football Poets Society

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di Stefano Olivari
Il comizio trash di Lippi, le pagelle di Cannavaro, il pagamento del Gallipoli, la stizza interista, Galliani juventino e i titoli coraggiosi.

1. Il numero dei tifosi della Nuova Zelanda è aumentato in maniera esponenziale dopo la comparsata di Marcello Lippi a Sanremo, a supporto del trio Pupo-Principe-Tenore. L’apoteosi del trash: trash la canzone, un inno a imprecisabili valori e alla famiglia (Pupo, teorizzatore e praticante della normalità dell’averne più di una), trash la poco sottile operazione politica (è comunque significativo che il televoto abbia salvato Emanuele Filiberto), trash le urla del pubblico ‘Cassano, Cassano’, trash il comizio del c.t con incommentabile uso retorico della morte di Ballerini. Unica cosa credibile le immagini della Nazionale a corredo di una canzone sull’Italia: è vero, l’Italia è per noi  quella della maglia azzurra, il resto è lotta contro chi crede di essere più furbo.   
2. Una pagella di una partita di serie A ha valenza vicinissima allo zero, come gli amici di Cialtrocalcio ci segnalano quotidianamente. Tanto che campioni del mondo quali Cannavaro e Grosso possono anche non giocare ma prendere un voto dal QN. Così come Felipe Melo, da squalificato. La cosa drammatica è che spesso delle pagine calcistiche dei giornali è l’unica cosa leggibile.
3. Perchè un imprenditore friulano dovrebbe comprare il Gallipoli? La vera domanda in fondo è questa, il resto è cronaca. Come quella della Gazzetta del Mezzogiorno: la Procura della Repubblica di Lecce ha aperto un’inchiesta, con l’ipotesi di truffa aggravata in concorso, proprio sul passaggio del Gallipoli nell’estate 2009 da Vincenzo Barba a D’Odorico e al suo socio Concina. Dei tre milioni di euro concordati nemmeno un centesimo sarebbe stato ancora pagato al vecchio proprietario. Non solo: circa due mesi fa D’Odorico avrebbe versato le quote sociali ad una fiduciaria, di cui lui stesso è amministratore. Sull’utilità del meccanismo della fiduciaria in funzione cialtrona sollecitiamo un parere dei lettori-avvocati. Stiamo parlando del secondo campionato di calcio italiano, è bene ricordare. Sorvoliamo sulle segnalazioni di conoscenti non pagati (è materia per Campana) e concludiamo così: chi non paga non rischia in pratica niente. E’ l’Italia dei Caso, gli incredibili editori di Dieci e di varie altre fallimentari imprese, tuttora attivissimi nel mondo dei giornali e dei contributi pubblici ad essi collegati.
4. I comici hanno un solo grave difetto: di solito non fanno ridere. Niente è invece più ridicolo della seriosità, come quella del dibattito su Balotelli in tribuna a San Siro per Milan-Manchester United. In parte ispirato dall’Inter stessa, con la vicenda semi-chiusa dal solito Moratti-Saras. Come se un calciatore avesse il diritto di guardare solo le partite della sua squadra o di parlare solo del suo orticello, secondo il teorema Bettega (che sta sentendo brutti spifferi, altro che ‘John e Andrea insieme a Vinovo’). Il miglior augurio che si può fare a Balotelli è quello di giocare nell’Arsenal.
5. Adriano Galliani alla Juventus è, in parole povere, una bufala. Non per questioni di tifo (lui è juventino confesso, fin dall’infanzia, poi la vita decide per te), ma perchè non è nemmeno lontanamente immaginabile un suo ruolo nel calcio slegato dal Milan. Per motivi che Berlusconi ben conosce, visto che per operazioni strampalate già nei presupposti (l’ultima Mancini, giocatore in declino già dai tempi di Roma) si limita sempre ad un buffetto del genere ‘guarda che ho capito’. Questo non toglie che in un futuro prossimo gli si possa affiancare in rossonero un altro dirigente. Ben diversa la situazione di Leonardo, che per non essere tabarezzizzato nel pomeriggio ha in pratica rimesso il mandato spiegando che il Milan non dovrà mai pagare due allenatori. Una persona che parla e che si presenta bene troverà sempre un posto in un calcio di impresentabili, magari non in panchina. Per il futuro ognuno puà sparare la sua, con le stesse possibilità di prenderci degli esperti di calciomercato, la nostra è che a Berlusconi sia rimasto nell’anima Fabio Capello.
6. Unanimità di giudizi per l’arbitraggio di Ovrebo a Monaco, seguita da unanimità di titoli. Se al posto del Bayern ci fosse però stata una squadra italiana avremmo però letto lo stesso, a parità di episodi, ‘Fiorentina derubata’? Coraggiosi con chi non ti legge, come al solito. Intanto le copie vendute calano e nessuno sa dire il perché.
stefano@indiscreto.it 

di Andrea e Marco Lippi
I rigori di Germania-Ovest-Inghilterra del Mondiale 1990 visti con gli occhi del Gary Lineker bambino, vent’anni prima solo telespettatore…

Il calcio è uno sport che si gioca undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi (Gary Lineker)  

Gary Lineker è in piedi, nel cerchio di centrocampo dello stadio Delle Alpi di Torino. La sua Inghilterra si sta giocando contro la Germania Ovest l’accesso alla finale dei Campionati del Mondo di Italia ’90. I tempi supplementari, terminati da pochi minuti, non sono riusciti a smuovere il match dal risultato di uno a uno con cui si erano chiusi i tempi regolamentari: inevitabile, dunque, il ricorso ai calci di rigore per decidere l’esito della sfida. A Lineker non rimane altro che guardare. Lui, il suo rigore, lo ha già messo a segno. Era il primo rigorista degli inglesi e non ha sbagliato. Sua la firma anche sulla rete del pareggio, all’ottantunesimo minuto, quando, sfruttando una clamorosa indecisione della retroguardia tedesca, era riuscito ad infilare il portiere avversario Bodo Illgner con un precisissimo diagonale di sinistro. Proprio quando tutto sembrava perduto…
Era una partita attesissima, Inghilterra – Germania Ovest. Una sfida dal fascino tutto particolare. Anche per Lineker. Aveva soltanto sei anni, il piccolo Gary, quando il suo Paese vinse il Mondiale del 1966, proprio in finale contro la Germania… Quella finale contestata dai tedeschi per il famigerato gol-fantasma di Geoffrey Hurst… Lineker se la ricordava molto vagamente… Nella sua cameretta di bambino campeggiava sopra il letto la celebre foto che ritraeva Bobby Moore, il biondo capitano della nazionale inglese, nel momento in cui riceveva dalle mani della Regina Elisabetta la Coppa Rimet. Quattro anni dopo, al Mondiale del 1970, invece, le cose erano andate diversamente…
Aveva dieci anni allora, Gary Lineker, e quella partita se la ricordava davvero bene… Quarti di finale, Germania Ovest – Inghilterra. Di nuovo. Dopo quattro anni, la tanto agognata occasione di rivincita per i tedeschi. Lineker ricordava ancora l’emozione di assistere in televisione a quell’incontro così atteso… Non avrebbe certo potuto sapere che venti anni dopo, in campo contro la Germania Ovest, in una semifinale dei Campionati del Mondo, ci sarebbe stato proprio lui… Nel frattempo, Andreas Brehme realizza il primo rigore per la Germania… Uno a uno…

Mancava Gordon Banks, però, in quel quarto di finale… Il leggendario Gordon Banks, l’autore della più bella parata della storia del calcio, con quel volo prodigioso su un colpo di testa di “O’Rey” Pelé… Chissà come sarebbe andata a finire, con Gordon Banks in porta… I giornali scrissero che a metterlo k.o. fu una birra messicana bevuta la sera precedente l’incontro… A sostituirlo fu il portiere del Chelsea, Peter Bonetti, che lo stesso Pelé considerava tra i tre migliori portieri che avesse mai visto giocare, insieme a Lev Yashin e proprio Gordon Banks…Bonetti; Newton – Cooper – Labone – Moore; Mullery – Lee – Ball – B. Charlton; Hurst – Peters fu l’undici messo in campo da Alf Ramsey, il commissario tecnico che aveva guidato al trionfo la nazionale inglese quattro anni prima. Helmut Schoen, allenatore della Germania Ovest, rispose con: Maier; Vogts – Hottges – Beckenbauer – Schnellinger – Fichtel; Libuda – Seeler – Muller – Overath – Lohr.  Lineker ricordava benissimo le due squadre schierate a centrocampo prima del fischio d’inizio… I colori delle divise erano gli stessi della finale di quattro anni prima: maglia e calzettoni rossi con pantaloncini bianchi per gli inglesi, maglia e calzettoni bianchi con pantaloncini neri per i tedeschi. Beardsley realizza il secondo rigore per gli inglesi… Siamo sul due a uno…
L’Inghilterra giocò un primo tempo sensazionale, surclassando in ogni reparto gli avversari. I campioni del mondo potevano contare su una difesa solidissima, guidata come quattro anni prima dal capitano Bobby Moore, e su un centrocampo davvero straordinario, in cui la classe di Bobby Charlton si univa alla grinta ed ai polmoni di Alan Ball ed Alan Mullery, ed alla propensione ad attaccare di Francis Lee. Geoffrey Hurst e Martin Peters formavano la coppia d’attacco che completava la formazione. L’azione del primo gol degli inglesi fu da manuale del calcio: Mullery scambiò il pallone a centrocampo con Lee con un magnifico uno-due, allargò sulla destra per Newton, il quale fece partire uno splendido traversone, proprio per l’accorrente Mullery che aveva seguito l’azione e che dal limite dell’area poté insaccare nella porta difesa da Sepp Maier… Uno a zero… Neanche Lothar Matthaus sbaglia… Il punteggio torna in parità: siamo sul due a due…
Il dominio inglese era assolutamente incontrastato: perfino la granitica difesa tedesca sembrava inerme di fronte alla classe dei centrocampisti britannici, mentre in attacco Overath e Muller erano magnificamente controllati da Moore e compagni. Il primo tempo si concluse sull’uno a zero, risultato strettissimo per gli inglesi, che sprecarono moltissime occasioni da rete, grazie anche alla bravura del portiere della Germania Maier. Dopo pochi minuti nel corso della ripresa, Hurst manovrò un bel pallone a centrocampo e lo servì sulla destra ancora per l’accorrente Newton: il terzino andò sul fondo e crossò al centro, proprio come sul gol di Mullery: stavolta fu Martin Peters ad infilare la porta tedesca. Due a zero. Era fatta. David Platt porta nuovamente in vantaggio l’Inghilterra… Tre a due…
A questo punto il tecnico tedesco Schoen inserì un’altra punta, Grabowski, in luogo di Libuda: l’Inghilterra tuttavia rimaneva padrona del campo, mantenendo il possesso di palla e non lasciando sbocchi offensivi agli avversari… Al minuto sessantotto, fu una sortita di Karl-Heinz Beckenbauer, con la collaborazione del non incolpevole Bonetti, a riaprire i giochi: il fuoriclasse tedesco operò una percussione centrale, superando due avversari e concludendo a rete di destro dal limite dell’area… Peter Bonetti non era certo Gordon Banks… Lineker si ricordava ancora la “papera” dell’estremo difensore inglese che si fece sfuggire il tiro non certo irresistibile di Beckenbauer… Due a uno e partita riaperta… Istintivamente, Lineker si volta verso la panchina tedesca: eccolo lì, Karl-Heinz Beckenbauer, il “Kaiser”, l’uomo che aveva ammirato in televisione contro la sua Inghilterra, venti anni prima… Adesso era l’allenatore della Germania Ovest…Riedle prende la rincorsa e batte Shilton… Siamo tre a tre, nessun errore finora…
Eh sì, il gol di Beckenbauer fu la svolta della partita: fino a quel momento c’era stata una sola squadra in campo, ma la rete del Kaiser dette grande coraggio ai tedeschi, che ritrovarono d’un tratto tutta la voglia e l’orgoglio di riscattare la bruciante sconfitta del ’66… Non si sa invece se fu la paura di perdere o la certezza di vincere, a indurre il coach inglese Alf Ramsey a togliere dal campo, con venti minuti ancora da giocare, il faro del centrocampo inglese, Bobby Charlton, per far posto al mediano Colin Bell… Forse Ramsey voleva preservare il proprio regista fresco per la semifinale… Fatto sta che la mossa si rivelò tutt’altro che azzeccata: la Germania continuò a guadagnare campo, e dopo soli otto minuti dalla rete di Beckenbauer, Uwe Seeler trovò la rete del pareggio deviando un cross proveniente dalla sinistra con uno strano colpo di testa all’indietro che si trasformò in un beffardo pallonetto che trovò Bonetti ancora una volta fuori posizione… E’ il turno di Pearce per gli inglesi…Gary Lineker osserva, in mezzo al cerchio di centrocampo dello stadio… Mentre osserva Stuart Pearce che prende la rincorsa, rivede ancora una volta davanti ai suoi occhi il fortunoso colpo di testa di Uwe Seeler che si infila nella porta inglese… Bonetti è lì a metà strada, nella “terra di nessuno”, vede il pallone che lo scavalca e non può far altro che accompagnarlo in rete con lo sguardo…Batte con il sinistro Pearce… Il tiro è forte ma troppo centrale, e il portiere tedesco Illgner, pur tuffandosi sulla sua destra, riesce a respingere con i piedi… Gary Lineker chiude gli occhi… Si rimane sul tre a tre…Mentre sulla panchina tedesca si festeggia, per gli inglesi è un colpo terribile: Pearce torna avvilito a centrocampo, Lineker lo avvicina per consolarlo e lo incoraggia: non è ancora finita. Nel calcio può succedere di tutto…
Dopo il pareggio di Seeler, la partita volse decisamente a favore dei tedeschi, che ai tempi supplementari cercarono la rete che avrebbe completato la storica rimonta… La rimonta che avrebbe finalmente scacciato l’incubo della finale persa in Inghilterra…Tocca ad Olaf Thon per la Germania… Colpisce di piatto destro… Shilton si tuffa dalla parte giusta ma non ci arriva… Siamo quattro a tre…
In realtà gli inglesi ebbero un’altra grossa occasione ai supplementari, ma un gol segnato da Geoffrey Hurst venne annullato per un fuorigioco che rimane dubbio… Così come rimane il dubbio su quel famoso tiro, sempre di Geoffrey Hurst, nella finale del 1966, che colpì la traversa e rimbalzò – dentro o fuori ? – proprio accanto alla fatidica linea di porta… Gary Lineker accompagna con lo sguardo Chris Waddle che si avvia verso il dischetto del rigore… E’ lui l’ultimo rigorista degli inglesi. Non se l’è sentita Paul Gascoigne…Prende la rincorsa, Chris Waddle… A passi molto lunghi si avvicina al pallone… Fu poco dopo, davvero poco dopo, che arrivò la doccia fredda… Il cross di Lohr arrivò dalla sinistra, alto… Labone e Moore erano a centro area, Bonetti, sulla linea, non sapeva se uscire o no… Il pallone scendeva dall’alto… Ed eccolo che arriva… Se lo ricorda benissimo Gary Lineker, come fosse adesso, come fosse in questo preciso momento, come se fosse in questo preciso momento in cui invece c’è Chris Waddle che si avvicina a grandi passi al pallone posizionato sul dischetto… Sbucò tutto d’un tratto, quel fenomeno che era Gerd Muller, si infilò in mezzo ai due mostri sacri Moore e Labone, e colpì al volo, da dentro l’area piccola, lasciando di stucco Bonetti e tutta l’Inghilterra… Era un gol dei suoi, un gol alla Muller… La vendetta era completata… Germania Ovest 3 – Inghilterra 2… Chris Waddle colpisce di sinistro… Bodo Illgner si tuffa dalla parte giusta ma il pallone lo supera… E’ alta, troppo alta la traiettoria del pallone colpito da Waddle, che supera la traversa e finisce la sua corsa chissà dove, nella pista d’atletica che circonda il prato. Karl-Heinz Beckenbauer balza in piedi e corre come impazzito per festeggiare insieme ai suoi ragazzi la conquista della finale… Come venti anni fa, Gary Lineker vede la stessa scena, stavolta non in televisione, ma davanti ai suoi occhi, sul prato verde dello stadio Delle Alpi: Karl-Heinz Beckenbauer che corre con le braccia al cielo per festeggiare la vittoria della Germania Ovest sull’Inghilterra. Venti anni dopo, ma niente è cambiato… Alla fine vincono i tedeschi.
Andrea Lippi e Marco Lippi
(per gentile concessione degli autori, brano tratto dal loro libro ‘Linea di porta – Emozioni e ingiustizie in 14+1 episodi della storia del calcio’)
 

 di Simone Basso
Vedi Vancouver e poi sopravvivi. Riassunto originale, perchè nemmeno a metà del cammin della sua vita, delle olimpiadi invernali. Difficile la vita per lo sport, o almeno per quello che ne rimane, assaltati pavlovianamente da una ciurma di mercenari che ci vendono i biscottini.
Come i creativi (?) (de) cantati da un geniale Bianciardi e portati sul grande schermo (scherno) da un Lizzani ispiratissimo: sono passati tanti anni ma, ahinoi, non invano. Non consentiranno mai più alla ggente di ignorare chi sia un De Rossi qualunque, per lo stesso motivo per il quale non sapranno mai chi è Simon Ammann. Dovremmo allora scrivere della discesa olimpica femminile più difficile di sempre o delle pin up che l’hanno dominata? Se fossimo su un quotidiano nazionale barrate la due, con il contorno estetico di fotografie eloquenti: altro che Montanelli e Bocca, il nume tutelare del giornalismo italico è Hugh Hefner

La Franz’s Downhill in quelle condizioni (ghiacciate) ha separato le pupe in due categorie distinte: le campionesse e le altre, le scivolatrici che ogni tanto vincono sulle autostrade bianche, prive di difficoltà vere. Così abbiamo apprezzato la maestria di Lindsay Vonn nel seguire linee improbabili per la concorrenza; una velocista con il dono raro (e decisivo) di condurre le curve come una gigantista. E il talento straordinario di Julie Mancuso, la Bode corpoduro, una che ha avuto troppo da Madre Natura per dispiegarlo in maniera continua: l’impressione, confermata anche dalla Supercombinata, è che se solo avesse un minimo della cattiveria agonistica della connazionale fioccherebbero le Coppe generali. Ma una californiana paisà bella come il sole, che “sverna” dal babbo a Maui, ci ricorda la massima che rese celebre quell’ubriacone di George Best o addirittura un quadro di Gustave Courbet: “Pigrizia e lussuria”.
L’ignavia fa titolare agli ignoranti dell’oro mancato dalla Vonn nella Combinata: come se la Riesch, su uno slalom di quel tipo, fosse battibile da una sciatrice contemporanea. Una gara che fotografa la grandezza di Anja Paerson, la fuoriclasse che il dì prima ha rischiato di sbriciolarsi sull’ultimo salto della picchiata; basterebbe lei per idealizzare la bellezza e il coraggio di quei gesti assoluti. Sesta medaglia olimpica per la donna di ferro svedese, la prima per Mariagold, la predestinata che ripercorre le tracce della Mittermaier e della Seizinger: un’animalessa speciale, quasi come la fatina Lena Neuner.

Già, a dispetto dei percorsi da barzelletta e della pressione dei media tedeschi, in una nazione a crauti e biathlon, la bavarese ha completato il Grande Slam. A 23 anni appena, l’oro canadese completa la bacheca e la proietta verso l’Olimpo: con quella classe, se migliora le sparatorie a piedi, il limite sarà il cielo. E’ una campionissima speciale, diversa, che non esibisce il permaflux nelle vene del suo modello ispiratore (Magda I Forsberg): la scorsa primavera, dopo i rovesci coreani e di Anterselva, ha meditato un ritiro clamoroso, sintomo di una fragilità che la rende sempre umanissima. Il biatleta è un acrobata sul filo, alle prese con un equilibrio psicofisico precario; basta un refolo di vento per farlo sprofondare negli abissi di una sconfitta deprimente. Chiedetelo alla Jonsson, arrivata a Vancouver per spaccare il mondo e, per adesso, franata di fronte all’aria rarefatta dell’evento. Se poi ci si mettono gli organizzatori, fantozziani per improvvisazione e dilettantismo, siamo a posto; solo lo sterco diabolico delle tivù ha consentito la pantomima della sprint maschile, corsa (dal pettorale 11 in poi) in condizioni impossibili, in una palude bianco sporco. Lo stellone ha voluto che la prosecuzione, l’inseguimento, fosse appannaggio di uno vero; quel Bjorn Ferry che corre e spara come parla, cioè fragorosamente.
Un personaggio bello forte, sposato con una campionessa mondiale di Braccio di Ferro (!) e che ne dice di ogni colore sui colleghi disonesti. Sostiene che ci vorrebbe la pena di morte per i dopati o almeno una sessione di calci bene assestati nelle palle…
Fortuna astrologica del biathlon, che vive di storie appassionanti e che ieri ha consentito lo sfondamento del muro dei cento ori alla terra del sole di mezzanotte. La Norvegia, impero dei ghiacci e delle nevi, ha cavalcato l’onda lunga della prepotente Tora Berger e della diarchia regnante nel settore maschile: Svendsen, l’erede designato, e Bjoerndalen, il venerabile Maestro che ieri ha collezionato la decima medaglia di una carriera merckxiana. L’oroscopo non è così favorevole per lo sci di fondo declinante, imprigionato in una contraddizione tecnica riprovevole; esemplificata dalle sprint: uno sport stupendo, basato sul ritmo e la resistenza, trasformato in una volgare dimostrazione di potenza. Non sempre, le linci della Fis, troveranno una super come la Bjoergen a salvare la baracca su un tracciato clownesco: abbiamo pure rischiato la seconda vittima di questa rassegna così così, dopo il povero Kumaritashvili. Petra Maijdic, non esattamente una carneade, è scivolata in una curva durante la ricognizione della pista: due metri di volo in un fosso, con a fianco una struttura in cemento.
Ha corso lo stesso grazie al suo talento e agli antidolorifici, ma dopo il bronzo è stata male; il risultato di quella botta sono infatti qualche costola fratturata e il sospetto di un polmone bucato.
La confusione dello sci nordico, che sarà ribadita dalla Cinquanta cicloturistica (in tivù come commento ci vorrebbero le risate preregistrate..), non raggiunge quella dell’organizzazione, decoubertiana nel senso più deleterio del termine. Pensate che, facendo gli anti italiani a tutti i costi, la manifestazione nordamericana ci sta facendo provare una nostalgia canaglia per Torino 2006. Al netto dei soldi sprecati, degli impianti inutilizzati (d’altronde non sono di pubblica utilità come gli ospedali e gli stadi..), i bugianen fecero molto meglio nel settore specifico: piste migliori, atmosfera super e paesaggio confortante (Augusta Taurinorum non vanta ancora grattacieli parto di architetti con problemi erettivi). Ai simpatici canadesi pare interessare solamente Team Canada, lo squadrone hockeistico che concorre per l’oro più ambito: la vernice contro la Norvegia è stata seguita in tivù da 32 milioni di telespettatori. Trattasi di ossessione nazionale al pari della pallonara nostrana, capace quindi di far risaltare i lati più stupidi di un popolo che diventa popolino; vedere per credere, la vendita via web di quattro biglietti per la finalissima. Prezzo di partenza? Sessantamila dollari… Al netto di ogni discorso moralistico, non sarebbe male assistere ad una tragedia carioca in perfetto stile 1950; con i Ghiggia e gli Schiaffino di turno, Malkin e Ovechkin, a confezionare il capolavoro. Tutto ciò ci conforta di una convinzione già ben radicata: i cinque cerchi nel bianco perdono fascino al di fuori dei panorami europei. Come la taiga di Dersu Uzala, che albergava nel cuore di chi la viveva, certi riti pagani hanno bisogno del Vecchio Continente per splendere: perchè solo quei luoghi, quelli che originarono la magia degli sport invernali, consentono all’uomo di poter parlare con il fuoco.
Tutto il resto è reclame: la noia, quella vera e sana, è diventata un privilegio per pochi.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

di Alec Cordolcini
L’Ajax sulle palle alte, il boato per Van Nistelrooy, l’ispirazione del Twente e la serata del Belgio.

1. Bilancio molto interlocutorio per le olandesi in Europa League. Dall’urna non erano uscite avversarie facili (ma ne esistono ancora a questo punto della competizione?), pertanto non è il caso di deprimersi troppo. Anche se l’Ajax sconfitto 1-2 all’Amsterdam Arena dalla Juventus non invita all’ottimismo, soprattutto alla luce di quanto visto in campo. L’Ajax gioca meglio, sfrutta bene le fasce, è pronto è reattivo in mediana; la Juventus invece vive di episodi. Il suo grande merito è quello di individuare e colpire con precisione chirurgica il principale punto debole della compagine olandese, ovvero la sofferenza sulle palle alte. Grandi i meriti di uno scintillante Alessandro Del Piero, giocatore che nello stretto e nella capacità di calcio possiede ancora pochi eguali. Luis Suarez è sulla strada giusta per diventare un giocatore del suo calibro, e lo ha mostrato anche ieri con una serie di spunti di notevole fattura. Gli è mancato solo il guizzo decisivo. A Siem de Jong è invece mancata la fortuna; il legno colpito ad una manciata di minuti dallo scadere avrebbe regalato un altro sapore al match di ritorno della prossima settimana. Per il giocatore originario della Svizzera, però, una delle migliori prestazioni stagionali. Pari la bella sfida tra i talenti di fascia Van der Wiel-De Ceglie; il primo è titolare della nazionale olandese, il secondo non ha il posto fisso nemmeno nel suo club. Che strana creatura il calcio. Uno sport dove talvolta non basta giocare meglio dell’avversario per vincere.
2. L’altra sconfitta della serata arriva da Amburgo, dove il Psv Eindhoven cede ad un rigore dei padroni di casa realizzato da Marcell Jansen. A tradire è il bulgaro Stanislav Manolev, solitamente tra i più brillanti del reparto arretrato olandese, ma ieri ingenuo nell’affossare Mladen Petric in area. Il resto è stato all’insegna del totale equilibrio. Due squadre organizzate, disciplinate ma che non rinunciano a pungere. L’ungherese Balasz Dzsudzsak, ormai una certezza nel Psv, regala il solito paio di assist, che questa volta però Ola Toivonen e Otman Bakkal non sfruttano a dovere. A 25 minuti dalla fine un boato dell’intero stadio accoglie l’ingresso in campo di Ruud van Nistelrooy, il grande ex. Andreas Isaksson però gli nega la gioia del primo centro con la maglia dell’Amburgo.
3. Un solo gol anche nell’altro incrocio olandese-tedesco, quello tra Twente e Werder Brema. Lo realizza Theo Janssen grazie alla specialità della casa, ovvero il suo sinistro affilato e potente. La sua botta da fuori area non lascia scampo a Tim Wiese, regalando ossigeno ad un Twente concentrato, attento ma indubbiamente non ispirato come un paio di mesi fa. Ed infatti c’è stato lavoro straordinario per Sander Bosckher, bravo a neutralizzare le conclusioni di Claudio Pizarro e Marko Marin. Un calcio piazzato di Kenneth Perez terminato fuori di un soffio ha legittimato il successo dei Tukkers, bravi nell’aver metabolizzato la filosofia sulla quale il tecnico inglese Steve McClaren sta puntando fin dal primo giorno del suo sbarco ad Enschede: quella del de nul houden, ovvero delle reti bianche. Una grande squadra costruisce i propri successi attraverso il gioco, ma le fondamenta vanno gettate dalla difesa. Altrimenti, nelle giornate in cui le cose non girano per il verso giusto, le partite finiscono come Ajax-Juventus.
4. Piccola parentesi per una grande serata; quella delle squadre belghe, due vittorie e un pareggio. Quest’ultimo arriva da Bilbao grazie all’Anderlecht, che contro l’Athletic conduce il gioco, apre le danze con un tocco sotto misura di Luca Biglia (dopo una travolgente cavalcata del 16enne prodigio Romelu Lukaku), subisce il ritorno dei baschi con Mikel San Josè (il portiere dei bianco-malva Silvio Proto poco reattivo), sfiora infine il successo con Lukaku. Soddisfazione finale comprensibile, ma vietato abbassare la guardia: i baschi in Europa League rendono meglio in trasferta (vedi contro Tromsø e Young Boys). Fortunato invece il successo del Fc Brugge sul Valencia, che paga a caro prezzo una papera del portiere Moya sul tiro senza pretese di Dorge Kouemaha, attaccante camerunese (ex Debrecen e MSV Duisburg) che sta attraversando un autentico momento di grazia. Il ct Koster ringrazia la propria buona stella, ma a volte contro squadre nettamente superiori ci vuole anche quella. Rocambolesco infine il successo dello Standard Liegi sul Red Bull Salisburgo; un 3-2 in rimonta che conferma tutta l’imprevedibilità dei Rouges, alla prese con una stagione zeppa di vertiginosi alti e bassi (con quest’ultimi decisamente preponderanti). Nei ventiquattro minuti finali lo Standard, sotto di due reti e subissato dai fischi dello Sclessin, ribalta il risultato con un rigore di Axel Witsel, un gioiello da trenta metri di Igor De Camargo e un’incornata di Witsel. Dopo Ronald Koeman, è toccato ad un altro tecnico olandese, Huub Stevens, essere clamorosamente beffato a Liegi. Ai valloni questi fiamminghi stanno proprio sul gozzo.
Alec Cordolcini
Radio Olanda

di Stefano Olivari
Il manuale del bookmaker prudente consiglia di indurre la massa degli scommettitori ad una ripartizione proporzionale delle giocate, in modo che il banco non tema alcun risultato.
Esempio: la settimana scorsa l’Inter a Parma era data a 1,75, con il pari a 3,40 e la vittoria della squadra di Guidolin a 4,75. Significa che si sono modulate le quote in modo che (teoricamente) sugli uomini di Mourinho confluisse il 57,1% (100 diviso 1,75) del gioco, sul pari il 29,4% (100 diviso 3,40) e sul Parma il 21% (100 diviso 4,75). La somma delle tre percentuali dà 107,5: l’aggio del banco era quindi del 7,5 ed è quindi all’interno di questo margine che potevano avvenire gli scostamenti fra i volumi senza rischio che il banco saltasse. Infatti non è saltato, nemmeno con il ‘sorprendente’ pareggio.
La pratica dice invece che i comportamenti del pubblico sono imprevedibili e che inevitabilmente le quote devono essere in grado di fronteggiare il peggio (il peggio dal punto di vista del bookmaker). Nel suo ‘Freakonomics’ Steven Levitt ha analizzato le statistiche personali di oltre ventimila giocatori su scommesse del tipo vittoria-sconfitta (anche calcistiche, ma espresse con l’handicap), notando che quando la squadra di casa viene data per favorita convergono su di lei il 56,1% delle giocate, mentre la squadra in trasferta con i favori del pronostico attira il 68,2% del denaro in campo. La conclusione è che quindi il bookmaker si tenga un maggior margine di sicurezza per l’Inter in trasferta che per l’Inter in casa: in altre parole, considerazioni solo sportive avrebbero portato i nerazzurri intorno all’1,90. Attenzione quindi a non far dipendere le nostre valutazioni tecniche da quelle del bookmaker, che vuole solo annullare il rischio.
stefano@indiscreto.it
(pubblicato sul Giornale)

Per chiunque abbia amato ‘Vacanze in America’ Crispino è il santo più volte nominato da un leggendario Christian De Sica-Don Buro. Per il calcio italiano Crispino è invece Marco, l’uomo che sta combattendo una guerra all’ultimo ricorso (quello del momento è al Tar del Lazio) contro il gigante Sky per i diritti satellitari del campionato di serie A dal 2010 al 2012.
Una guerra apparentemente senza senso, visto che Conto Tv trae la maggior parte dei suoi utili dal porno e che non ha la dimensioni per fare alle squadre o alla lega (visto che i diritti torneranno ad essere trattati collettivamente) offerte concorrenziali rispetto a quelle di Murdoch. Anche se di calcio Conto Tv ne ha trasmesso già tanto, dalle coppe europee alla serie C passando per amichevoli varie. Una questione di principio, quindi? Un idealista contro il monopolio? Un idealista che ha asserito di essere entrato nel mondo televisivo grazie ai guadagni fatti vendendo banner pubblicitari per siti internet (l’unico in Italia, evidentemente): il suo Superpippa Channel (davvero si chiamava così!), genitore di Conto Tv, sarebbe nato così. Senza fare allusioni oscure, diciamo subito che nella pancia del calcio (livello bassa A e media B) è convinzione diffusa che Crispino stia facendo gli interessi di Mediaset, entrando a piedi uniti sul suo principale avversario nel settore pay ma anche in quello pubblicitario di target medio-alto. Al di là di un ‘Cui prodest?’ evidentissimo, la valanga di ricorsi di Conto Tv è però fondata. Prima che Adriano Galliani tornasse ad esserne l’uomo forte, in seguito alla spaccatura con la B ed alla elezione dell’impalpabile Beretta, la Lega non aveva infatti spacchettato i suoi diritti satellitari e li aveva messi messi in vendita tutti insieme su una base di 570 milioni di euro l’anno. Solo Sky in Italia avrebbe potuto prendere un impegno finanziario simile, e così è stato. Poi i cambiamenti politici noti a tutti e la banale considerazione che dividendo il prodotto si otterrebbero due vantaggi: 1) Permettere l’entrata sul mercato di più potenziali clienti, con meno potere contrattuale di una controparte unica; 2) Incassare di più di 570milioni l’anno dalla somma dei pacchetti. Comunque finisca, una spina nel fianco di Sky, con i dirigenti dei club che al contrario di Galliani (quelli che si sorprendono che faccia gli interessi di Mediaset sono gli stessi che si sorprendono faccia anche quelli del Milan) non sanno per chi o cosa tifare. L’uovo da 570 milioni o la gallina da 800?
Stefano Olivari

di Stefano Olivari

L’appassionato ha bisogno di identificarsi nelle sue squadre ma anche di sognare, pur essendo consapevole dei limiti finanziari del basket italiano. Il passato insegna che grandi operazioni di mercato si sono spesso trasformate in intuizioni tecniche e in amore sconfinato del pubblico.

Prendendo in considerazione solo Milano, i grandissimi acquisti del Borletti-Simmenthal sono così numerosi che si fa fatica a definirli ‘colpi’. Rubini (arrivato già nell’epoca della Triestina Milano), Stefanini, Romanutti, Pieri, Riminucci, Giomo, Vianello, Vittori. Ma il colpo dei colpi di Bogoncelli rimarrà per sempre Bill Bradley nel 1965: capitano della nazionale Usa oro olimpico l’anno prima a Tokyo, Rubini lo aggancia dopo un epico viaggio in auto Milano-Budapest dove Bradley è impegnato nelle Universiadi. Saputo che la sua priorità è il master ad Oxford, il Principe gli offre di fare l’americano di coppa. Due presenze al mese e nessun obbligo di allenarsi con la squadra. Un aiuto decisivo per la conquista della prima Coppa Campioni della pallacanestro italiana e per far parlare del Simmenthal nel mondo. In un’Italia paleo-televisiva, dove tutto arriva per sentito dire, l’arrivo della futura stella dei Knicks e futuro senatore ha l’eco mediatica del mito: superiore, in proporzione al contesto, a quella di un LeBron James che domani mattina cedesse alla corte di Proli. Ma negli anni Sessanta fanno epoca anche i colpi dei Milanaccio, sulla sponda All’Onestà. Memorabile l’ingaggio di Tony Gennari, da record l’acquisto di Enrico Bovone dalla Ignis: cinquanta milioni a Varese e al giocatore un quadriennale da 12 milioni a stagione. Pioggia di editoriali indignati, ma presto qualcuno farà meglio. Da prima pagina anche i 250 milioni di lire del 1977, che la Xerox paga alla Sinudyne Bologna per Gigi Serafini. I colpi a sensazione anni Ottanta sono ovviamente tutti targati Olimpia: senza discutere del valore tecnico dei giocatori, a livello di impatto mediatico vincono senza dubbio il Dino Meneghin 1981 da Varese, l’Antoine Carr del 1983 (fresco di ottava scelta assoluta al draft NBA) e soprattutto il Joe Barry Carroll 1984 (prima scelta assoluta nel 1980, arriva in mezzo ad una eccellente carriera NBA), mentre l’arrivo di Antonello Riva nel 1989 da Cantù può essere considerato l’ultima vera operazione stellare sul fronte italiano. Fa sensazione il trapianto Stefanel (Gentile, Fucka, Bodiroga, De Pol e Cantarello insieme a Tanjevic), ma al di là dello scudetto non emoziona più di tanto. Ancora più grandi sono stati i sogni (il più concreto quello di Kevin McHale nel 1980), che insieme alla realtà costituiscono la vita.
stefano@indiscreto.it
(Pubblicato su Superbasket)

Semplicità e voti

di Jvan Sica 
Vancouver 2010 ha ri-sottolineato che le discipline sportive, non solo quelle olimpiche, sono da dividere in due categorie sempre più diverse. Da una parte ci sono gli sport storici e dall’altra gli sport globali, lontani e non comunicanti per regole, ritmo, tipologia di campioni. 
Gli sport storici si rifanno a tradizioni secolari, disciplinate in competizioni sportive tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, quando il leisure time borghese acquista un valore qualificante per la classe sociale ed è da mettere in mostra per evidenziare una differenza. In questa fase la giovane borghesia industriale dell’Europa settentrionale e nordamericana istituzionalizza i due elementi fondamentali dello sport classico: il tempo libero è da investire per una qualificante affermazione sociale e l’utilizzo del tempo libero stesso può diventare strumento di guadagno. Dalla seconda metà dell’800 agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, a questi due pilastri dello sport se ne è aggiunto soltanto uno: l’utilizzo delle attività nel tempo libero come mezzo di propaganda e disciplina delle masse. 
Con la nuova filosofia del consumo degli anni ’80 e la fine del regimi comunisti, lo sport ha acquisito una nuova dimensione, che è quella mediatica, primo passo per le prospettive globali dello sport contemporaneo. In questi anni, gli sport della tradizione si sono evoluti e trasformati, diventando quello che sono oggi: competizioni organizzate secondo un regolamento che esalta la prestazione fisica degli atleti. Prendiamo Vancouver 2010 e il biathlon come esempio: sport dalle ascendenze millenarie (Virgilio parla di caccia sugli sci nel 40 a.C.), dalla fine dell’’800 iniziano a svolgersi le prime gare che contemplano lo sci di fondo e il tiro al bersaglio con fucile. Da allora, il biathlon è diventato lo sport dell’Europa del Nord (scandinavo e russo in primis) e dagli anni ’90 ha invaso la Germania, con le gare trasmesse in diretta e seguite da un grande numero di appassionati. Oggi il biathlon ha ancora le sue caratteristiche ormai secolari. Poco o nulla è cambiato e in Italia, in USA e in tante altre nazioni, il biathlon è uno sport secondario, che non va in tv e da una sensazione di vecchiotto nonostante l’affascinante Magdalena Neuner
Sempre più lontani da questi sport storici, si stanno creando una loro identità gli sport globali, basati su una nuova concezione dello sport, intesa come serie di performance individuali regolate da pochi principi di base, che danno grande attenzione alla sfida, al challenge, dove a vincere non è per forza di cose il miglior atleta per tecnica e forza, ma chi riesce a superare l’altro in quella contesa particolare. Detta così sono evidenti i plus di maggiore spettacolarità di questi sport: maggiori emozioni, nessuna gerarchia consolidata, poca o nulla tradizione che ha fatto sistema, creazione del personaggio-atleta, competizioni semplici da comprendere e molto ‘easy’ dal punto di vista della fruizione televisiva. 
Per sviluppare meglio il concetto, mettiamo in comparazione biathlon e snowboard cross in quest’edizione olimpica. Nella 10 km sprint maschile di biathlon, a vincere è stato Vincent Jay, francese, davanti al norvegese Emil Hegle Svendsen e al croato Jakov Fak (sorpresa non pronosticata). Tra i primi 20 ci sono 5 russi ed ex-russi, 9 mitteleuropei, 3 scandinavi. Nella prova di snowboard cross maschile, ai quarti sono arrivati 6 nordamericani, 3 mitteleuropei, 3 dell’Europa latina, 1 russo e 1 australiano. Solo da questi numeri, senza tirare in ballo la storia olimpica di questi sport, è chiara l’estensione “globale” di sport come lo snowboard cross, perfettamente televisivo (i migliori sono nordamericani, dove lo sport è in buona parte show, e per restare a noi, Rai Sport ha trasmesso tutte le run della gara maschile e femminile, mentre il biathlon abbiamo dovuto acchiapparlo su Sky Olimpia 3, perché Sky Olimpia 1 era occupata dallo… snowboard cross), di alto ritmo, godibile anche senza conoscenze pregresse delle regole, con pochi sviluppi intricati, anzi molto lineare nella comprensione. 
Questi i principi basilari per offrire uno sport televisivo che possa interessare il non competente. La strada intrapresa dal CIO è sostenere questo tipo di discipline, inserendole con grande anticipo sui tempi di attesa nell’agone olimpico, e tenere per le “nicchie” ancora forti ed esigenti gli sport storici nazionali. È figlia di questo compromesso l’inflazione delle discipline alle Olimpiadi soprattutto estive. Da una parte occhio alla commercializzazione di nuovi spettacoli sempre più appassionanti, dall’altra logiche geo-politiche per tenere buoni i grandi elettori. Ma non possiamo arrivare ad Olimpiadi con 200 discipline, per cui una linea dovrebbe essere scelta. A meno di non far durare i Giochi due mesi, con venti canali televisivi a disposizione. 
Jvan Sica

di Alvaro Delmo
Prime impressioni sanremesi, al netto della nostalgia per i tempi del Totip: bene Ruggeri, Irene Fornaciari ed Irene Grandi, sottotono Toto Cutugno. Ma soprattutto canzoni al centro dello spettacolo, senza siparietti comici o autopromozionali…

E’ dal 1978 che seguiamo il Festival della Canzone Italiana. Da allora non ce ne siamo persi una edizione e anche questa volta, la Sessantesima, non abbiamo potuto mancare l’appuntamento. Mentre il grosso dei nostri lettori sarà stato probabilmente impegnato nella visione di Milan-Manchester United da parte nostra abbiamo infatti puntato senza indugio il telecomando sul numero uno della tv generalista pronti ad ascoltare le canzoni e a dribblare i tradizionali inutili ospiti e gli sponsor invasivi. Compreso il lungo intervento di apertura di Paolo Bonolis accompagnato dall’immancabile Luca Laurenti, quasi a voler tirare in lungo fino all’intervallo della partita… e all’arrivo di Antonella Clerici sullo sfondo di una delle più brutte scenografie sanremesi a nostra memoria.
Chiaro che il giudizio sulle canzoni non può essere dato al primo ascolto, per di più live e quindi con tutte le incognite del caso. Figuriamoci senza alcun ascolto, come troppo spesso accade quando si parla di Sanremo. Vi riportiamo intanto la chicca di un noto critico musicale che a proposito di Toto Cutugno (uno dei nostri favoriti, per ora eliminato) scrisse pochi giorni fa: “Toto Cutugno ci mette del suo ma, va detto, con grande dignità. A pesare è soprattutto il suo passato”. Ecco, noi nel nostro piccolo cerchiamo invece di non giudicare sul passato (su quello di Toto ci siamo già espressi tempo fa proprio su Indiscreto) e ci limiteremo a fornire alcune impressioni estemporanee ed affrettate, citando esclusivamente ciò che ci è musicalmente piaciuto (o meno).
Alla fine lo ammettiamo, però: siamo costretti anche noi a scadere nelle preferenze generazionali di nostri colleghi più blasonati, e quindi non possiamo non mettere sul piedistallo più alto Enrico Ruggeri, in attesa della preannunciata esibizione con i Decibel prevista giovedì. Riemerso dalla tv del Mistero (perché, Rouge?), si dimostra sempre autore di razza, rilassato e rilassante, bel ritmo, bel basso, bella chitarra… un brano che su disco sarà ancora di maggiore effetto. Poi Irene Fornaciari con i Nomadi, livello superiore rispetto alle altre eredità del 2009, compresa Malika Ayane   che piace tanto a chi si esalta per le varie Nicky Nicolai & C. (quest’anno assente, una voce a nostro parere normalissima). Tra le nostre top anche Irene Grandi, con una canzone moderna che si sentirà parecchio in futuro. Non male tra i nomi nuovi, infine, Noemi. Ovviamente dispostissimi a ricrederci ai prossimi ascolti. In generale spettacolo piacevole, canzoni al centro, nessuna invasione di campo esagerata. Anche se noi abbiamo ancora grande nostalgia dei Festival fiume di epoca baudiana targati Totip…
Alvaro Delmo
(in esclusiva per Indiscreto)

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