Archive for the ‘Svegliarino’ Category

di Stefano Olivari
Stamattina abbiamo letto vari giornali, tutti italiani perché siamo provinciali, ma non abbiamo trovato il titolo ‘Fiorentina derubata’: per una volta non ci sono retroscena, solo la voglia di quieto vivere che ti permette di parlare male solo dello straniero. Stessi risultati per ‘Chelsea derubato’, introvabile anche su Tuttosport.
Eppure lo sviluppo tattico delle due partite, oltre che gli episodi (un rigore negato alla Fiorentina, uno e mezzo al Chelsea), avrebbe suggerito altre considerazioni ed altri titoli almeno a chi non ha nel suo mercato lettori milanisti o interisti. La partita del Franchi ha mostrato due squadre di pari cilindrata, quella di San Siro una fisicamente superiore rispetto all’altra: un po’ perchè tre quarti del centrocampo interista era reduce da un’ora in nove contro undici contro una delle squadre più in forma della serie A (ed il quarto, Thiago Motta, aveva intensità pari a zero) per quanto ‘intimidita’ (questa la nuova teoria: chi gioca in due in più sarebbe intimidito, speriamo che lascino riposare in pace Liedholm). La mossa vincente, anche se il paziente è morto, di Ancelotti è stata ovviamente Malouda sulla sinistra della difesa: sabato scorso al Molineaux contro i Wolves aveva giocato nella solita posizione e nemmeno benissimo (quarto di sinistra dietro era Zhirkov), mentre contro l’Inter ha dialogato bene con Kalou e condizionato Maicon creando tantissimo. Per questioni di status Ancelotti ha dovuto scommettere su Lampard (noi siamo fan di Joe Cole, anche del Joe Cole recente), che peraltro ha sfiorato il gol, ma in generale il Chelsea ha fatto la partita che voleva arrabbiandosi più per l’infortunio di Cech che per l’arbitraggio di Mejuto Gonzalez. Alla fine Mourinho ha guadagnato un mese di vita mediatica supplementare, un po’ come in un videogioco, strappando il massimo prima sputando sangue e poi allargando il campo con Balotelli e Pandev. E’ più contento dei difensori, tutti diffidati, che hanno evitato il giallo che rassicurato dal risultato.
Comunque, visto che del calcio giocato non importa a nessuno (è anche un’autodenuncia), il meglio l’allenatore portoghese lo ha dato in conferenza stampa prendendo in giro proprio il mitico ‘abbassare i toni’ chiesto da quei media asserviti che per decenni hanno spiegato alle masse che ‘torti e favori nell’arco di una stagione si compensano’ salvo poi raccontare imbarazzati che era tutto finto ed annegare la vicenda nel po-po-po italiota. Ai cultori dell’abbassamento di toni non sarà sfuggito il Mourinho che storicizza la disonestà del calcio italiano, parlando già come un ex (altro che il Mancini distrutto dopo il Liverpool, che cinque minuti dopo avere parlato si sarebbe tagliato la lingua). L’ufficio dietrologia, ritenendo improbabile la conquista della Champions League, informa che uno scambio alla pari potrebbe essere scudetto nerazzurro contro distacco morbido da questo pericoloso eversore, con assunzione di uno che abbassa i toni e che possa perdere continuando a godere di buona stampa: nel ramo persone serie essendo indisponibile Ranieri, potrebbero essere adatti Prandelli o Blanc.

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di Stefano Olivari
 Il desiderio di Galliani, il ricordo di Cannavaro, la scarsezza di Leonardo e Del Neri.

1. Prima di distribuire patenti di onestà o di disonestà, bisogna pensare per almeno qualche secondo a che cosa rappresenti il calcio non solo in Italia. Scontato oppio dei popoli ma anche mezzo di identificazione e strumento di potere, in cui la vittoria dipende da un misto di bravura sportiva, fortuna, potere, ricchezza, furbizia, potenziale di ricatto politico o sociale. Facciamola breve: nemmeno la Juventus di Moggi, che aveva tutti questi ingredienti (e alla fine, paradossalmente, la bravura sportiva più di tutto il resto), ha vinto più di due scudetti consecutivi. Nei tempi moderni sono al massimo riuscite a raddoppiare la Juve dei tutti nazionali nell’autarchico calcio dei Settanta e l’Inter di Moratti padre. Facendo gli Sconcerti dei poveri, si può dire che nell’era televisiva solo il Milan di Capello e l’Inter di Mancini-Mourinho siano riuscite ad avere un ciclo più lungo, sfruttando anche nei primi anni del ciclo un abisso tecnico con una concorrenza che in disarmo o che stava costruendo per il futuro. Cosa vogliamo dire? Senza che ci sia bisogno di complotti, tutto il mondo del calcio (eccetto ovviamente quello interista, e nemmeno per intero) che conta vuole che questo ciclo nerazzurro finisca e questo desiderio di ‘campionato riaperto per il bene dei media’ è stato ben rappresentato da Galliani. Dove sta il male?
2. Luciano Moggi maledice ancora oggi il fallo di confusione che portò all’annullamento del gol di Cannavaro (ai tempi al Parma, arbitrava l’artista De Santis) in Parma-Juventus 1999-2000, che creò un clima propedeutico allo scandaloso pomeriggio di Perugia che sfilò alla Juventus quello scudetto. Per questo il delitto perfetto non è inventarsi rigori o situazioni strampalate, con buona pace dei moviolisti, ma applicare alla lettera il regolamento o al massimo concedere qualche punizione in più sulla tre quarti. Si può dire che contro la Sampdoria Samuel e Cordoba non andassero espulsi, a termini di regolamento? No. Poi c’è la realtà, che mai ha portato sotto gli occhi i due centrali difensivi della squadra di casa, dalla A all’Eccellenza, cacciati a metà a metà primo tempo. Non è un caso che i due difensori abbiano ricevuto la squalifica minima, da regolamento: una giornata a testa. Non è un caso che Cambiasso e Muntari ne abbiano ricevute due, per situazioni difficilmente verificabili: un parapiglia nel sottopassaggio e qualche parola a venti metri dall’arbitro non si sa in quale lingua. Non è un caso che Mourinho ne abbia ricevute tre per il gesto delle manette, quando su ogni panchina si vede di peggio (anche la bestemmia, tornata di gran moda). Poi le sanzioni pecuniarie, per insulti del pubblico a Tagliavento e l’ingresso in campo con 5 minuti di ritardo nella ripresa (con questo metro la Roma sarebbe senza soldi in cassa). Un po’ di giustizia e molto livore anche per il colpaccio non riuscito totalmente. Ripetiamo: non è strano che Rosetti venga designato per Fiorentina-Milan o che i rivali dell’Inter vogliano la sua caduta, è strano che se ne sia accorto (e non da oggi pomeriggio) solo Mourinho.
3. Parlando di calcio, il derby milanese e Inter-Sampdoria hanno dimostrato che fra allenatori di cilindrata simile (Lippi contro Capello, per dire) la differenza la fanno solo gli episodi e scelte che a posteriori diventano ‘intuizioni’, mentre fra tecnici di cilindrate diverse a volte il confronto è imbarazzante. I quattro uomini del Milan in linea a curare Milito per tre quarti d’ora e la Sampdoria rintanata per un’ora con due giocatori in più a fare cross dalla tre quarti possono essere un buon complimento al Mourinho da campo, nelle due occasioni sembrato gigante contro i pigmei. Non certo per il carattere trasmesso ai suoi, il carattere ce l’hanno anche Cosmi e Mazzone, ma per l’ordine da esercitazione difensiva (si fanno quasi sempre in inferiorità numerica) con cui ha gestito due situazioni che per altri sarebbero state drammatiche. Favorito dalla pochezza dei due colleghi avversari, ma comunque bravo. La teoria che stia forzando i toni per farsi cacciare a fine stagione, in funzione ‘politica’ e di quieto vivere, non è strampalata, ma Moratti si ricordi che con qualunque altro allenatore quelle due partite le avrebbe straperse. Ipotizzare complotti è quindi superfluo: in uno sport che non è uno sport, dove conta solo il risultato e senza alcun aspetto etico (anzi, chi perde viene anche sbeffeggiato), non si può pensare di vincere in scioltezza in mezzo alle ovazioni degli avversari. Vittime o carnefici: non è sport, ma è calcio.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Il comizio trash di Lippi, le pagelle di Cannavaro, il pagamento del Gallipoli, la stizza interista, Galliani juventino e i titoli coraggiosi.

1. Il numero dei tifosi della Nuova Zelanda è aumentato in maniera esponenziale dopo la comparsata di Marcello Lippi a Sanremo, a supporto del trio Pupo-Principe-Tenore. L’apoteosi del trash: trash la canzone, un inno a imprecisabili valori e alla famiglia (Pupo, teorizzatore e praticante della normalità dell’averne più di una), trash la poco sottile operazione politica (è comunque significativo che il televoto abbia salvato Emanuele Filiberto), trash le urla del pubblico ‘Cassano, Cassano’, trash il comizio del c.t con incommentabile uso retorico della morte di Ballerini. Unica cosa credibile le immagini della Nazionale a corredo di una canzone sull’Italia: è vero, l’Italia è per noi  quella della maglia azzurra, il resto è lotta contro chi crede di essere più furbo.   
2. Una pagella di una partita di serie A ha valenza vicinissima allo zero, come gli amici di Cialtrocalcio ci segnalano quotidianamente. Tanto che campioni del mondo quali Cannavaro e Grosso possono anche non giocare ma prendere un voto dal QN. Così come Felipe Melo, da squalificato. La cosa drammatica è che spesso delle pagine calcistiche dei giornali è l’unica cosa leggibile.
3. Perchè un imprenditore friulano dovrebbe comprare il Gallipoli? La vera domanda in fondo è questa, il resto è cronaca. Come quella della Gazzetta del Mezzogiorno: la Procura della Repubblica di Lecce ha aperto un’inchiesta, con l’ipotesi di truffa aggravata in concorso, proprio sul passaggio del Gallipoli nell’estate 2009 da Vincenzo Barba a D’Odorico e al suo socio Concina. Dei tre milioni di euro concordati nemmeno un centesimo sarebbe stato ancora pagato al vecchio proprietario. Non solo: circa due mesi fa D’Odorico avrebbe versato le quote sociali ad una fiduciaria, di cui lui stesso è amministratore. Sull’utilità del meccanismo della fiduciaria in funzione cialtrona sollecitiamo un parere dei lettori-avvocati. Stiamo parlando del secondo campionato di calcio italiano, è bene ricordare. Sorvoliamo sulle segnalazioni di conoscenti non pagati (è materia per Campana) e concludiamo così: chi non paga non rischia in pratica niente. E’ l’Italia dei Caso, gli incredibili editori di Dieci e di varie altre fallimentari imprese, tuttora attivissimi nel mondo dei giornali e dei contributi pubblici ad essi collegati.
4. I comici hanno un solo grave difetto: di solito non fanno ridere. Niente è invece più ridicolo della seriosità, come quella del dibattito su Balotelli in tribuna a San Siro per Milan-Manchester United. In parte ispirato dall’Inter stessa, con la vicenda semi-chiusa dal solito Moratti-Saras. Come se un calciatore avesse il diritto di guardare solo le partite della sua squadra o di parlare solo del suo orticello, secondo il teorema Bettega (che sta sentendo brutti spifferi, altro che ‘John e Andrea insieme a Vinovo’). Il miglior augurio che si può fare a Balotelli è quello di giocare nell’Arsenal.
5. Adriano Galliani alla Juventus è, in parole povere, una bufala. Non per questioni di tifo (lui è juventino confesso, fin dall’infanzia, poi la vita decide per te), ma perchè non è nemmeno lontanamente immaginabile un suo ruolo nel calcio slegato dal Milan. Per motivi che Berlusconi ben conosce, visto che per operazioni strampalate già nei presupposti (l’ultima Mancini, giocatore in declino già dai tempi di Roma) si limita sempre ad un buffetto del genere ‘guarda che ho capito’. Questo non toglie che in un futuro prossimo gli si possa affiancare in rossonero un altro dirigente. Ben diversa la situazione di Leonardo, che per non essere tabarezzizzato nel pomeriggio ha in pratica rimesso il mandato spiegando che il Milan non dovrà mai pagare due allenatori. Una persona che parla e che si presenta bene troverà sempre un posto in un calcio di impresentabili, magari non in panchina. Per il futuro ognuno puà sparare la sua, con le stesse possibilità di prenderci degli esperti di calciomercato, la nostra è che a Berlusconi sia rimasto nell’anima Fabio Capello.
6. Unanimità di giudizi per l’arbitraggio di Ovrebo a Monaco, seguita da unanimità di titoli. Se al posto del Bayern ci fosse però stata una squadra italiana avremmo però letto lo stesso, a parità di episodi, ‘Fiorentina derubata’? Coraggiosi con chi non ti legge, come al solito. Intanto le copie vendute calano e nessuno sa dire il perché.
stefano@indiscreto.it 

Per chiunque abbia amato ‘Vacanze in America’ Crispino è il santo più volte nominato da un leggendario Christian De Sica-Don Buro. Per il calcio italiano Crispino è invece Marco, l’uomo che sta combattendo una guerra all’ultimo ricorso (quello del momento è al Tar del Lazio) contro il gigante Sky per i diritti satellitari del campionato di serie A dal 2010 al 2012.
Una guerra apparentemente senza senso, visto che Conto Tv trae la maggior parte dei suoi utili dal porno e che non ha la dimensioni per fare alle squadre o alla lega (visto che i diritti torneranno ad essere trattati collettivamente) offerte concorrenziali rispetto a quelle di Murdoch. Anche se di calcio Conto Tv ne ha trasmesso già tanto, dalle coppe europee alla serie C passando per amichevoli varie. Una questione di principio, quindi? Un idealista contro il monopolio? Un idealista che ha asserito di essere entrato nel mondo televisivo grazie ai guadagni fatti vendendo banner pubblicitari per siti internet (l’unico in Italia, evidentemente): il suo Superpippa Channel (davvero si chiamava così!), genitore di Conto Tv, sarebbe nato così. Senza fare allusioni oscure, diciamo subito che nella pancia del calcio (livello bassa A e media B) è convinzione diffusa che Crispino stia facendo gli interessi di Mediaset, entrando a piedi uniti sul suo principale avversario nel settore pay ma anche in quello pubblicitario di target medio-alto. Al di là di un ‘Cui prodest?’ evidentissimo, la valanga di ricorsi di Conto Tv è però fondata. Prima che Adriano Galliani tornasse ad esserne l’uomo forte, in seguito alla spaccatura con la B ed alla elezione dell’impalpabile Beretta, la Lega non aveva infatti spacchettato i suoi diritti satellitari e li aveva messi messi in vendita tutti insieme su una base di 570 milioni di euro l’anno. Solo Sky in Italia avrebbe potuto prendere un impegno finanziario simile, e così è stato. Poi i cambiamenti politici noti a tutti e la banale considerazione che dividendo il prodotto si otterrebbero due vantaggi: 1) Permettere l’entrata sul mercato di più potenziali clienti, con meno potere contrattuale di una controparte unica; 2) Incassare di più di 570milioni l’anno dalla somma dei pacchetti. Comunque finisca, una spina nel fianco di Sky, con i dirigenti dei club che al contrario di Galliani (quelli che si sorprendono che faccia gli interessi di Mediaset sono gli stessi che si sorprendono faccia anche quelli del Milan) non sanno per chi o cosa tifare. L’uovo da 570 milioni o la gallina da 800?
Stefano Olivari

di Stefano Olivari
57 channels (and nothing on). Parlando di Sky ed in generale di televisione la citazione springsteeniana è un po’ telefonata, ma non possiamo permetterci schiavi. Un James Ellroy un po’ bollito ed autocompiaciuto ha di recente raccontato di non leggere i giornali, nemmeno quelli d’epoca che gli servirebbero per i romanzi (paga chi lo faccia al posto suo), noi operai siamo invece costretti ad andare di memoria pop.
In realtà volevamo solo dire che da telespettatori dell’Olimpiade di Vancouver senza uno sport da seguire a prescindere (per i Giochi estivi lo faremmo con basket e atletica, ma qui è una gara a cosa ci piace di meno: salviamo l’hockey ghiaccio, purtroppo in orari difficili), i cinque canali dedicati ai Giochi sono sembrati inutili ed alcuni inviati inferiori agli omologhi Rai. Al punto che abbiamo sentito la necessità di un filo conduttore, per districarci fra tante dirette con poco ritmo e poco ‘ambiente’: colpa questa anche delle discipline e non certo delle emittenti che hanno acquistato i diritti. Confessiamo quindi che quando ce n’è stata la possibilità siamo andati sulla Rai, terrestre o digitale. Con i nostri sport preferiti non sarebbe successo, altra storia per quelli guardati di pura curiosità e perchè pur nella nostra ignoranza comprendiamo che il bronzo di Pittin sia dal punto di vista storico più importante dell’ultimo rigore. Cosa vorrà dire? Forse che la tivù generalista gratuita ha ancora un senso e che non può essere considerata una riserva per vecchi e poveri. La memoria collettiva, ma sarebbe meglio dire filo conduttore, di un paese si forma su eventi vissuti in modo collettivo a prescindere dalla loro importanza nella storia dell’umanità. Poi possiamo esaltarci per le nostre nicchie, che ci permettono di non dare la linea al Tg1 sul tie-break decisivo ed in definitiva di avere sempre ragione. Ma alla fine il tennis ci piaceva anche senza poter vedere quel tie-break, forse di più.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Il sorteggio integrale degli arbitri nel campionato 1984-85 è un mito a metà, per riprendere il titolo di una fortunata (più del giornale che la ospitava, adesso mensilizzata) rubrica del Guerin Sportivo: non c’erano 18 arbitri sorteggiati su 18 partite (all’epoca c’erano 16 squadre in serie A e 20 in B), ma fasce che nel corso di quella stagione si modificarono.
La situazione più vicina al sorteggio integrale fu quella delle tre fasce da sei squadre ciascuna, al cui interno gli arbitri (designatore era D’Agostini) avevano davvero la stessa probabilità di essere sorteggiati per ognuna delle sei partite. Situazione diversa sia dal sorteggio integrale (un esperimento durato poche giornate, in piena era Bergamo-Pairetto) dalle mini-griglie che anche senza essere Moggi rendevano per un addetto ai lavori facilmente prevedibili le designazioni: al massimo l’incertezza era su due nomi, sorvolando sul teatrino del sorteggio con i giornalisti spettatori stupidi, distratti o conniventi.
Non è un invece un mito il fatto che un Verona di giocatori poco sopra la media (di alto livello, da attirare l’interesse di un grande club, potevano essere considerati solo Briegel e Elkjaer mentre nella classe media rientravano Fanna, Marangon, Tricella, Di Gennaro e Galderisi che pure le loro occasioni in una grande piazza le avevano o le avrebbero avute) si lasciò alle spalle un ottimo Torino, la migliore Inter dei 27 anni fra Moratti padre e Moratti figlio, la Juventus di Platini e dei campioni del mondo che in Europa dominava,  il primo Napoli di Maradona, l’Udinese di Zico, la Roma appena arrivata a un rigore dalla Coppa Campioni, una Fiorentina ambiziosa, un Milan più che buono (tre quarti della difesa sacchian-capelliana, più il centravanti della nazionale inglese e il regista del Manchester United), eccetera.
La solita valanga di nostalgia per arrivare al presente, con l’ipotesi del sorteggio arbitrale più o meno integrale che è già stata derubricata a boutade del dimezzato presidente Beretta. Nessun presidente ieri in Lega ne parlava apertamente, al di là delle battute di Zamparini sulle pagelle e del tiepido sostegno del sampdoriano Marotta o del moggian-barese Perinetti, non a caso si sono esposti solo quelli del no. Abete, l’uomo forte della A Galliani (ne avrà parlato al ristorante con Collina?) e soprattutto, con parole incredibili (essendo uscite dalla bocca di uno che dieci giorni prima parlava di complotti planetari contro l’Inter), Ernesto Paolillo: ”Sarebbe deprimente svilire l’Aia con un sorteggio integrale e con giudizi che non vanno bene”. Ma non era Galliani che si era apparecchiato tutto, calendario e dintorni, per l’aggancio? (Domanda retorica: la nostra risposta è sì, ma non siamo furbi come Paolillo). Il punto è proprio questo: le grandi tradizionali, ma anche quelle che aspirano ad esserlo (Fiorentina, Roma, Napoli), seminano sospetti quando pensano (o gli fa comodo pensare) di essere vittime ma non accettano di essere messe sullo stesso piano di importanza dell’Atalanta o del Chievo della situazione. Un po’ come quelle ridicole campagne del genere ‘i campioni vanno tutelati’: che giocassero da soli, i campioni. Accettano insomma la legge del più potente nei confronti del resto della serie A, visto che il loro sgradimento verso un arbitro rovina una carriera, ma al loro interno contestano quella del più furbo che invece con queste regole è inevitabile.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari

Cosa rimarrà di questi, purtroppo dovremmo dire quegli, anni Ottanta? Di sicuro la prima e unica generazione che non ha dato lezioni di vita alle precedenti e a quelle seguenti. E dell’ultimo fine settimana di calcio italiano?
Otto arrestati a Udine per scontri prima della partita (tutti napoletani), cinque a margine di Fiorentina-Roma (quattro viola e un giallorosso), uno per Lazio-Catania (un genio del petardo), sei a Vicenza (tutti della Reggina, per una rissa scoppiata al loro interno). E poi il presidente del Taurisano (Puglia, Eccellenza) all’ospedale dopo una rissa fra calciatori e di dirigenti di Taurisano e Molfetta. Tocco di classe a Rimini, dove davanti alla sede della società i dirigenti hanno trovato la testa di un maiale (augurabile la stessa morte a chi l’ha messa). Citiamo a memoria: chissà quanti altri fatti, o cori, o striscioni idioti, ci stiamo dimenticando. La soluzione secondo l’ideologia anni Ottanta? Quindi senza pistolotti moraleggianti e senza schedature…Trovata: ognuno se ne stia a casa propria davanti a Sky, fare mille chilometri in un giorno per vedere male una partita nel 2010 è inconcepibile. Stare vicini ai ‘ragazzi’ (che se ne sbattono e ridono di voi/noi, fra l’altro) non ha senso. Soluzione ovviamente impraticabile al cento per cento, perché la Costituzione, la libertà, eccetera…Non c’è soluzione, alla fine, quindi cerchiamo di gestire il presente alla meno peggio sperando che nel lungo periodo la pigrizia batta la demenza.
Va anche detto che il povero ruba, mentre il ricco è cleptomane. Insomma, in molti campi la reputazione e la buona stampa contano più dei fatti. Per questo la morte di un tifoso del Blackburn al Britannia Stadium, per lesioni cerebrali dovute a un colpo (mentre scriviamo è ancora ignoto l’autore: non sembra comunque che provenisse dalla tifoseria organizzata dello Stoke City) non ha ispirato processi mediatici. Un napoletano morto in queste circostanze a Udine o un friulano al San Paolo cosa avrebbe scatenato?

Ci viene quindi in mente un libro consigliato dall’amico Andrea Ferrari, che si legge veramente in scioltezza: non è necessariamente una qualità, però aiuta ad arrivare alla fine. Si intitola ‘Fratelli d’Italia?’ (Battello, Trieste), l’autore è anonimo ma è probabile che sia Davide Corritore (imprenditore e politico, nel PD). Per farla breve, la storia è ambientata nel 2013 quando a Wembley due amici si trovano per vedere Italia-Inghilterra e analizzano la rivoluzione italiana degli anni precedenti secondo gli schemi della storia contro-fattuale (Fatherland di Robert Harris per noi petersonianamente numero uno). La cause della disgregazione italiana sono molteplici e vengono tutte elencate, ma qualsiasi rivoluzione o secessione ha bisogno di un grande evento simbolico. Brutalmente, ha bisogno del morto.
E il Veneto lo trova in occasione di un Catania-Chievo: dopo un rigore dubbio realizzato da Pellissier gli ultras del Catania sfondano lo sbarramento dei poliziotti ed entrano nel settore dei tifosi veronesi, facendo un macello. Una quantità enorme di feriti, anche catanesi, ma sei morti: tutti veneti. Fra questi un bambino di dieci anni e i suoi genitori. Il funerale, con le salme a percorrere tutto il corso del Piave da Belluno in giù, raggiungono la laguna di Venezia, fa sosta in piazza San Marco, arriva alle foci dell’Adige e lo risale fino alle sorgenti. Il tutto fra ali di folla silenziosa da funerale di Michael Jackson. O da Giro d’Italia, ci verrebbe da dire se non fosse che questa tragedia segna l’inizio della parte operativa della secessione-federalismo del Veneto, seguita di lì a poco da quella di tutte le altre regioni d’Italia. E’ un romanzo, sia pure pieno di riferimenti reali. La realtà è che il calcio in Italia va al di là del rigore negato o del complotto, tocca corde di cui anche la parte peggiore di noi ha paura.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Cinque Mulini in differita, gli sconfitti alla partenza, i numeri dell’atletica, i tre tutor e le tre punte.

1. Fra i mille eventi sportivi che vediamo registrati e fuori tempo massimo (anzi, di più) c’è stata anche la Cinque Mulini di domenica scorsa: percorso seminuovo (l’obbiettivo entro qualche anno è quello di passare dentro tutti e quattro i mulini rimasti, adesso siamo a quota due), italiani semiassenti e dominio dei relativamente pochi africani iscritti. Primo l’etiope Mesfin, secondo il keniano Mateelong, terzo l’altro etiope Chane. Distacchi imbarazzanti, dal minuto in su, per tutti i rivali, e inevitabile amarcord da sconfitti: l’ultimo italiano vincitore risale infatti al 1986, quando Alberto Cova prevalse su Gelindo Bordin. Non erano super-uomini, ma ragazzi dotati che vivevano l’atletica da professionisti e senza lo stipendio statale. Va detto che all’epoca le società private avevano sponsor di grande livello e spesso allenatori veri, quindi anche il mito va inserito in un contesto.
2. Per questo è stato interessante un dibattito visto su Sportitalia alla vigilia della gara con in studio proprio Bordin e Cova, oltre a Giorgio Rondelli e all’organizzatore. Al netto delle solite considerazioni sul reclutamento, visto che non si può demonizzare un ragazzo 2010 che scelga discipline con maggiori prospettive di visibilità e guadagno, da scolpire nel marmo la considerazione di Bordin: ”Il virus penetrato nel cervello di chi fa atletica in Europa è che gli africani non si possano battere, nonostante nel mezzofondo le differenze fisiche strutturali siano molto limitate”. Bolt ha un suo perchè che trascende ragionamenti su programmazione e allenamenti, mettiamo nel discorso razzial-razzista (sia pure al contrario, il che non lo rende meno razzista) anche i keniani, ma poi non si capisce da cosa derivi nel mezzofondo la presunta superiorità genetica di un maghrebino o un etiope.
3. Discorsi che portano lontano, mentre più vicino a noi abbiamo assistito qualche ora fa alla presentazione della stagione azzurra dell’atletica all’Arena di Milano. Il presidente Franco Arese, al di là di qualche piccolo conflitto di interessi (è il boss di Asics Italia, che è main sponsor della Fidal, un po’ come se Mediaset fosse sponsor del governo…) e di un rapporto con la stampa (partner ufficiali della Fidal sono Corsport e Tuttosport, presto potrebbe entrare nel calderone anche la Gazzetta) che lo esenta da critiche troppo dure dopo i fallimenti estivi, è un vero uomo di sport ed ascoltarlo è un dovere. La buona notizia è che i tesserati Fidal sono aumentati nell’ultimo anno di circa 10mila unità, quella buonissima è che di questi gli under 16 sono 3.666 (siamo in zona number of the beast): in totale in Italia al 31 dicembre 2009 risultavano 163.948 iscritti. Senza esaltazione, perchè l’attività master va elogiata il giusto, ma considerando anche la concorrenza bisogna dire che sono grandi numeri. La regina degli sport non è uno sport di nicchia, per chi la pratica o semplicemente la apprezza. 
4. I soldi sono comunque limitati, quindi il progetto Londra 2012 coinvolgerà solo 14 atleti Under 20, oltre a chi è già nel giro della Nazionale. Il fumo è dato dall’istituzione dei ‘Tutor’, grandi campioni del passato che saranno i referenti per così dire ‘motivazionali’ di un gruppetto di giovani: i tre prescelti sono stati Gabriella Dorio, Fabrizio Mori e…Stefano Baldini (39 anni, ma che risulterebbe ancora in attività). L’idea di base, non esplicitata da Arese ma abbastanza chiara, è che ci si debba concentrare sull’attività di base e su chi almeno in prospettiva può arrivare al vertice. Tutto quello che sta in mezzo, gli atleti al massimo da bassa Coppa Europa (ora European Team Championships), sarà scaricato al parastato a volte demotivante ma quasi sempre necessario dei corpi militari.
5. Sognando a lungo termine con Alessia Trost (oro nel salto in alto ai Mondiali Allievi di Bressanone), Galbieri e Bencosme, la strategia a breve per le medaglie appare chiara. Parola di Arese: ”Dobbiamo recuperare tre grandi campioni: Schwazer, Gibilisco e Howe”. Schwazer è già motivatissimo di suo, Gibilisco era presente in sala con una volata (gli ultimi chilometri in motorino da Linate) da Formia e non è lontano (salti di recente 5,60) dal miglior Gibilisco, mentre su Howe nessuno si sbilancia perchè ogni parola può essere sbagliata. Di sicuro c’è solo che per il campione europeo in carica nel lungo la stagione è persa e la guarigione incerta. In sintesi? E’ un miracolo che l’atletica italiana esista ancora: merito del volontariato e di un sistema etico che la rende migliore di concorrenti più ricchi, non fosse altro che perchè il primo avversario siamo noi stessi e non l’avversario ‘devi morire’ degli sport di squadra e anche di molte discipline individuali. Teniamocela stretta.
stefano@indiscreto.it 

di Stefano Olivari
Il ribaltone alla Gazzetta, il secondo lavoro dei giornalisti, l’antirazzismo strumentalizzato e la consapevolezza di Berlusconi. 

1. Come da noi anticipato (un quotidiano serio scriverebbe così, invece l’ha anticipato Dagospia), Andrea Monti sostituirà Carlo Verdelli alla guida della Gazzetta dello Sport. Non conosciamo personalmente nessuno dei due, ma raccogliendo una serie di pareri Rcs pare che la nuova linea del giornale sia sintezzabile in un aulico ‘calcio e figa’ (”Perchè, la vecchia invece?”, sentiamo dai vecchiacci del Muppet Show che però in quel particolare settore preferiscono il sito del Corsport). In realtà nessuno lo sa, sono solo congetture di chi sa di dipendere dalle fortune di Inter e Milan. Contrariamente a quello che pensiamo noi professorini, i dati di vendita indicano infatti chiaramente che non c’è iniziativa editoriale o scoop che abbia sulla Gazzetta gli effetti benefici di una vittoria della due milanesi. Per dire, l’intervista esclusiva di oggi a De Rossi (oltretutto piena di risposte interessanti, non solo sul calcio) avrà spostato tre copie in tutto. Con altre squadre coinvolte, l’editore di Corsport e Tuttosport è d’accordo sul concetto. Insomma, ci si può inventare l’impossibile ma le vendite sono trainate dai tifosi soddisfatti, non da quelli critici. La ‘finale’ per il titolo di nuovo direttore della Gazzetta si è disputata fra due uomini di Diego Della Valle, che possiede più azioni Rcs (ma anche più squalifiche) di noi: Enrico Mentana, visto ieri sera attapiratissimo a Ballarò, e appunto Monti.  In sintesi: non si potranno criticare davvero, sulle questioni sostanziali (può sbagliare Mourinho, Moratti mai), Inter, Milan, Juventus (anche qui per assetto proprietario) e Fiorentina. Sarebbero le quattro squadre italiane che hanno partecipato alla Champions League in corso.
2. Prigioniera di una mezza promessa di Lippi che rischia di non diventare realtà, la Juve ha quindi il suo traghettatore verso l’ignoto. Del genere che amiamo, l’autodidatta di provincia che fa schiattare di invidia gli amici del bar che lo vedono allenare la Juve: campione Gigi Maifredi, che dell’importanza del bar (”Lì emerge solo chi ha personalità”, asseriva: ma cosa vuol dire emergere in un bar?) era anche un convinto teorizzatore. A proposito di provincia, crediamo sia inedito un aneddoto riguardante Zac, quando nell’estate del 1998 si presentò per la prima volta a Milanello. Abituato a Venezia, Bologna, Cosenza, Udine (senza tornare ai tempi di Riccione), dopo una delle prime conferenze stampa da allenatore del Milan chiese educatamente ad alcuni giornalisti presenti quale lavoro esattamente…facessero. Non per spirito polemico ma proprio per curiosità, visto che tolte poche città al seguito delle squadre ci sono quasi solo persone che il giornalista lo fanno per hobby: Zaccheroni trovava infatti inconcepibile che esistesse qualcuno che viveva di qualche banale risposta stenografata su un bloc notes. Ufficialmente ha poi cambiato idea, la vita e gli esoneri lo hanno fatto entrare nel circuito dei commentatori e l’importanza dei ‘colleghi’ va sottolineata. Ma non aveva torto.
3. Genitori ridicoli e insegnanti che non insegnano hanno trasformato lo sport (traduzione: il calcio) nella terra promessa degli ‘esempi per i giovani’, elevando a maestri di vita ragazzi che non hanno alcuno dei problemi e delle prospettive dei coetanei: perchè poi si parla sempre di serie A, non dei morandiani 999 su 1000 che non ce la fanno e che in comune con i professionisti hanno solo scuole alla paninara del genere quattro anni in uno. Non fanno nemmeno più notizia i politici (l’ultimo è il presidente della Lombardia Formigoni) che demagogicamente chiedono la convocazione azzurra per Balotelli a mo’ di ‘messaggio’, fra poco burocrazia permettendo rischia di essere il turno del ragazzo israeliano Eyal Golasa. Al 99% dei tifosi della Lazio importa zero della sua religione, non essendo Shehata, mentre le curve sono importanti solo per i giornalisti che giocano al gioco del piccolo sociologo. Però Golasa è già stato coinvolto in una serie di gesti e visite ‘simbolici’ che faranno gridare al lupo dove il lupo non c’è, con la fattiva collaborazione dell’altro neo-lotitiano Hitzlsperger. Una volta c’era la ‘vigilanza democratica’, in realtà basterebbe mettere in carcere i criminali.
4. Berlusconi contro Galliani sulla vicenda Mancini? Ma dai! Nessuno al mondo, nemmeno con tutto l’amore di Leonardo, pensa che l’inquartato Amantino possa far svoltare il Milan. Il premier ha solo voluto ribadire, alla Alberto Sordi, lo schema del ‘Io so che tu sai che io so’.
stefano@indiscreto.it

Adriano Galliani vive nel calcio da 35 anni e di calcio da quasi 25, ha costruito grandi Milan con i soldi di Berlusconi e Milan meno grandi ma comunque vincenti quando il flusso è diminuito. Come dirigente di Lega è impresentabile, non solo per la squalifica di Calciopoli o perchè stoppa qualsiasi iniziativa contraria agli interessi di Mediaset, ma non ci viene in mente il nome di un dirigente migliore per il Milan. Premessa necessaria per dire che Galliani non può essere così stupido da avere ingaggiato senza trarne un qualche tipo di vantaggio un giocatore come Amantino Mancini.
Risolvendo un problema finanziario all’Inter e creandone uno tecnico a Leonardo, dandogli l’ennesimo giocatore di nome ma che ha già dato tutto. A quali condizioni, poi…al di là dell’ingaggio da pagargli fino a giugno, poi ci saranno (sarebbero) 5 milioni da pagare a Moratti per la comproprietà. Insomma, un’operazione che non sta in piedi: Mancini non potrà giocare in Champions League, come esterno d’attacco in attesa della guarigione di Pato è chiuso da Beckham e Ronaldinho, lo spunto (per non dire il peso) dei primi tempi alla Roma è solo un ricordo, in generale le referenze sono quello che sono (in giallorosso faceva poco spogliatoio, in nerazzurro ne faceva fin troppo) e gli occhi non sono esattamente quelli della tigre. Conclusione: al di là della possibilità che nei prossimi 4 mesi Mancini segni 20 gol (in un anno e mezzo di Inter ne ha fatti comunque due), il sospetto è che si tratti di un indennizzo per un’operazione del passato o di un anticipo per una futura che veda coinvolte le due milanesi. Diciamo la verità: non lo sappiamo e non lo sapremo mai, in assenza di microspie. Spiazzati comunque quelli del ‘Malumore alla Saras’ e del ‘Gelo da via Turati’, così come i tifosi che ancora ci credono. 
stefano@indiscreto.it




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