Archive for the ‘Storia’ Category

di Christian Giordano
Elogio dell’eclettismo. Uno dei più popolari giocatori del Chelsea pre-Abramovich, David Webb (londinese di Stratford, 9 aprile 1946) arriva allo Stamford Bridge dal Southampton, nel febbraio 1968, nell’affare che al “The Dell” porta Joe Kirkup.

Ai Saints invece era arrivato nel marzo 1966, in cambio di George O’Brien, dopo 62 presenze e 3 gol con gli O’s. A segno già al debutto nell’1-1 contro il Wolverhampton, rivale per la promozione, lascerà il club della South Coast con 75 presenze e 2 reti. Centrale di ruolo adattato a terzino destro, viene riportato al centro della difesa da Dave Sexton, già suo manager ai Leyton Orient, dove Webb nel 1965-66 aveva esordito da pro’ dopo gli inizi da dilettante nel West Ham United. Con la prepotente tripletta all’Ipswich Town nel Boxing Day (il giorno di Santo Stefano) del 1968 dimostra di non aver perso l’istinto per la porta. Ma quando, di lì a breve, viene acquistato il centrale irlandese John Dempsey, è lui, Webb, a infilarsi la maglia numero 2 lasciata libera da Kirkup.
Sulla fascia, però, i suoi limiti di velocità e agilità emergono brutalmente contro Eddie Gray, ala sinistra del Leeds United che lo ridicolizza nella (prima) finale di FA Cup del 1970, a Wembley, l’11 aprile. Dave chiude il calvario compiendo, davanti ai propri tifosi, un decisivo salvataggio nei supplementari; poi, nel replay del 29 aprile, davanti ai 100 mila dell’Old Trafford di Manchester, si prende la più gustosa delle rivincite. Spostato nel mezzo, accanto a Dempsey, corona una super prestazione infilando Gary Sprake sul palo lontano su lungo lancio di Ian Hutchinson. È il gol che vale la Coppa. Decisiva, però, anche l’intuizione di Sexton che in marcatura su Gray aveva dirottato il più adatto Ron Harris. Webb e Dempsey continuano a far coppia anche la stagione dopo, culminata con un’altra finale ripetuta, quella di Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid: 1-1 il 19 maggio (Osgood al 55’, Zoco al 90’), 2-1 per i Blues due giorni dopo (33’ Dempsey e 39’ ancora Osgood per i londinesi, 75’ Fleitas per gli spagnoli). Quanto Webb sia votato alla causa del Chelsea, per cui occasionalmente gioca anche centravanti, si apprezza appieno il 27 dicembre 1971: infortunati i tre portieri, gioca 90’ tra i pali e chiude con il “clean sheet” (zero gol a referto) contro l’Ipswich.
Per lui, però, dopo 33 gol in 298 partite, l’aria dello Stamford Bridge si fa pesante in seguito alla partenza di Hudson e Osgood. Nel luglio 1974, per 120.000 sterline, approda così al Queens Park Rangers. In coppia con Frank McLintock nel cuore della difesa, raggiunge lo storico secondo posto del 1975-76 (miglior piazzamento nella storia del club), prima di svernare al Leicester City e al Derby County, entrambe retrocessi. Al Leicester City arriva nel settembre 1977 per 50.000 sterline dopo 116 gare coi ’Gers. Al Filbert Street, resta per poco più di un anno perché dopo 33 partite coi Foxes, debutta nel Derby County: 0-0 casalingo con l’Aston Villa il 23 dicembre 1978. A maggio 1980, lascia il Baseball Ground con 26 gare e un gol per i Rams.
Nello stesso anno, il tempo di scendere in campo 11 volte e a dicembre il Bournemouth, club di Fourth Division, lo nomina player-manager. Con lui al timone i Cherries terminano al quarto posto, l’ultimo utile per la promozione in Third Division. Ma la stagione successiva, dopo il 9-0 esterno col Lincoln City del 18 dicembre, viene esonerato. Nel febbraio 1984, quando s’era già messo in proprio come rappresentante, subentra a Bruce Rioch con il doppio incarico di giocatore-allenatore del Torquay United. La stagione si chiude con un lusinghiero nono posto, ma l’anno dopo, con la squadra ultima, Webb se ne va, non prima però di aver segnato un gol nelle sue ultime due apparizioni in campionato. Il 21 agosto 1985, firma come managing director del club, e chiama in panchina prima John Sims poi Stuart Morgan. Il Torquay chiude ancora ultimo. E come non bastasse, in quelle due disastrose stagioni accade di tutto: subito dopo il suo insediamento, vengono ceduti cinque dei migliori giocatori e altri, come Keith Curle, vengono svenduti o rimpiazzati con elementi di gran lunga inferiori; last but not least, dei tre colori sociali storici – giallo, blu e bianco – resta solo il secondo, e una tribuna del Plainmoor va a fuoco. Webb lascia il Torquay per il Southend United il 17 giugno 1986, ma abbandona a marzo ’87, due mesi prima che gli Shrimps conquistino la promozione alla Third Division. Richiamato nel novembre 1988, non riesce a evitare la retrocessione ma con due promozione consecutive (1990 e 1991) li riporta subito in Second Division. Che addirittura guidano per un po’ fino al gennaio 1992, prima di scivolare a metà classifica nelle ultime giornate. Webb si dimette a marzo e a fine stagione se ne va. Nel febbraio 1993 torna al Chelsea come manager con un contratto breve per rimpiazzare un altro ex Blue, Ian Porterfield. Ma il club è in caduta libera, e la squadra, senza vittorie in campionato da oltre due mesi, rischia di retrocedere. Sotto Webb, migliora un po’ e chiude 11esima. Ma anziché rinnovargli il contratto, la dirigenza lo rimpiazza con Glenn Hoddle.
Il buon lavoro svolto però non lo lascia a spasso. Pochi giorni dopo, in maggio, firma col Brentford, appena sceso in Division Two. Nel 1997, dopo quattro anni e due playoff chiusi con la mancata promozione in Division One, saluta il club del Griffin Park. Nel marzo 2000 scende in non-League, allo Yeovil Town, ma a settembre si dimette per tornare, per la terza volta, al Southend United. Lasciato poi nell’ottobre 2001 e ritrovato, nel novembre 2003, da traghettatore fra l’addio di Steve Wignall e l’arrivo di Steve Tilson. Nel dicembre 2005 rileva la società da Jon Goddard-Watts e ne assume la carica di presidente operativo. Ruolo da cui si dimette nel febbraio 2006, quando vende le proprie quote azionarie al presidente John Fry.
È, per ora, la sua ultima avventura nel calcio. Mondo nel quale ha cercato di sfondare anche il figlio Daniel, attaccante classe ’83 che il celebre padre cerca, senza troppa fortuna, di strappare alle serie minori. Nel settembre 2000 scuce 10 mila sterline per portarselo al Southend United, ma dopo le dimissioni paterne (ottobre 2001) i 4 gol in 39 presenze spalmate fra il 2002 e il 2002 non bastano per la conferma. Dopo un lungo girovagare, adesso gioca in difesa nel Salisbury, in attacco con Tubbs se le altre punte sono infortunate. E, come contro il “suo” ex Wimbledon, per l’espulsione di James Bittner nella ripresa, persino in porta. Come suo padre. O quasi.
Christian Giordano
Football Poets Society

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di Andrea e Marco Lippi
I rigori di Germania-Ovest-Inghilterra del Mondiale 1990 visti con gli occhi del Gary Lineker bambino, vent’anni prima solo telespettatore…

Il calcio è uno sport che si gioca undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi (Gary Lineker)  

Gary Lineker è in piedi, nel cerchio di centrocampo dello stadio Delle Alpi di Torino. La sua Inghilterra si sta giocando contro la Germania Ovest l’accesso alla finale dei Campionati del Mondo di Italia ’90. I tempi supplementari, terminati da pochi minuti, non sono riusciti a smuovere il match dal risultato di uno a uno con cui si erano chiusi i tempi regolamentari: inevitabile, dunque, il ricorso ai calci di rigore per decidere l’esito della sfida. A Lineker non rimane altro che guardare. Lui, il suo rigore, lo ha già messo a segno. Era il primo rigorista degli inglesi e non ha sbagliato. Sua la firma anche sulla rete del pareggio, all’ottantunesimo minuto, quando, sfruttando una clamorosa indecisione della retroguardia tedesca, era riuscito ad infilare il portiere avversario Bodo Illgner con un precisissimo diagonale di sinistro. Proprio quando tutto sembrava perduto…
Era una partita attesissima, Inghilterra – Germania Ovest. Una sfida dal fascino tutto particolare. Anche per Lineker. Aveva soltanto sei anni, il piccolo Gary, quando il suo Paese vinse il Mondiale del 1966, proprio in finale contro la Germania… Quella finale contestata dai tedeschi per il famigerato gol-fantasma di Geoffrey Hurst… Lineker se la ricordava molto vagamente… Nella sua cameretta di bambino campeggiava sopra il letto la celebre foto che ritraeva Bobby Moore, il biondo capitano della nazionale inglese, nel momento in cui riceveva dalle mani della Regina Elisabetta la Coppa Rimet. Quattro anni dopo, al Mondiale del 1970, invece, le cose erano andate diversamente…
Aveva dieci anni allora, Gary Lineker, e quella partita se la ricordava davvero bene… Quarti di finale, Germania Ovest – Inghilterra. Di nuovo. Dopo quattro anni, la tanto agognata occasione di rivincita per i tedeschi. Lineker ricordava ancora l’emozione di assistere in televisione a quell’incontro così atteso… Non avrebbe certo potuto sapere che venti anni dopo, in campo contro la Germania Ovest, in una semifinale dei Campionati del Mondo, ci sarebbe stato proprio lui… Nel frattempo, Andreas Brehme realizza il primo rigore per la Germania… Uno a uno…

Mancava Gordon Banks, però, in quel quarto di finale… Il leggendario Gordon Banks, l’autore della più bella parata della storia del calcio, con quel volo prodigioso su un colpo di testa di “O’Rey” Pelé… Chissà come sarebbe andata a finire, con Gordon Banks in porta… I giornali scrissero che a metterlo k.o. fu una birra messicana bevuta la sera precedente l’incontro… A sostituirlo fu il portiere del Chelsea, Peter Bonetti, che lo stesso Pelé considerava tra i tre migliori portieri che avesse mai visto giocare, insieme a Lev Yashin e proprio Gordon Banks…Bonetti; Newton – Cooper – Labone – Moore; Mullery – Lee – Ball – B. Charlton; Hurst – Peters fu l’undici messo in campo da Alf Ramsey, il commissario tecnico che aveva guidato al trionfo la nazionale inglese quattro anni prima. Helmut Schoen, allenatore della Germania Ovest, rispose con: Maier; Vogts – Hottges – Beckenbauer – Schnellinger – Fichtel; Libuda – Seeler – Muller – Overath – Lohr.  Lineker ricordava benissimo le due squadre schierate a centrocampo prima del fischio d’inizio… I colori delle divise erano gli stessi della finale di quattro anni prima: maglia e calzettoni rossi con pantaloncini bianchi per gli inglesi, maglia e calzettoni bianchi con pantaloncini neri per i tedeschi. Beardsley realizza il secondo rigore per gli inglesi… Siamo sul due a uno…
L’Inghilterra giocò un primo tempo sensazionale, surclassando in ogni reparto gli avversari. I campioni del mondo potevano contare su una difesa solidissima, guidata come quattro anni prima dal capitano Bobby Moore, e su un centrocampo davvero straordinario, in cui la classe di Bobby Charlton si univa alla grinta ed ai polmoni di Alan Ball ed Alan Mullery, ed alla propensione ad attaccare di Francis Lee. Geoffrey Hurst e Martin Peters formavano la coppia d’attacco che completava la formazione. L’azione del primo gol degli inglesi fu da manuale del calcio: Mullery scambiò il pallone a centrocampo con Lee con un magnifico uno-due, allargò sulla destra per Newton, il quale fece partire uno splendido traversone, proprio per l’accorrente Mullery che aveva seguito l’azione e che dal limite dell’area poté insaccare nella porta difesa da Sepp Maier… Uno a zero… Neanche Lothar Matthaus sbaglia… Il punteggio torna in parità: siamo sul due a due…
Il dominio inglese era assolutamente incontrastato: perfino la granitica difesa tedesca sembrava inerme di fronte alla classe dei centrocampisti britannici, mentre in attacco Overath e Muller erano magnificamente controllati da Moore e compagni. Il primo tempo si concluse sull’uno a zero, risultato strettissimo per gli inglesi, che sprecarono moltissime occasioni da rete, grazie anche alla bravura del portiere della Germania Maier. Dopo pochi minuti nel corso della ripresa, Hurst manovrò un bel pallone a centrocampo e lo servì sulla destra ancora per l’accorrente Newton: il terzino andò sul fondo e crossò al centro, proprio come sul gol di Mullery: stavolta fu Martin Peters ad infilare la porta tedesca. Due a zero. Era fatta. David Platt porta nuovamente in vantaggio l’Inghilterra… Tre a due…
A questo punto il tecnico tedesco Schoen inserì un’altra punta, Grabowski, in luogo di Libuda: l’Inghilterra tuttavia rimaneva padrona del campo, mantenendo il possesso di palla e non lasciando sbocchi offensivi agli avversari… Al minuto sessantotto, fu una sortita di Karl-Heinz Beckenbauer, con la collaborazione del non incolpevole Bonetti, a riaprire i giochi: il fuoriclasse tedesco operò una percussione centrale, superando due avversari e concludendo a rete di destro dal limite dell’area… Peter Bonetti non era certo Gordon Banks… Lineker si ricordava ancora la “papera” dell’estremo difensore inglese che si fece sfuggire il tiro non certo irresistibile di Beckenbauer… Due a uno e partita riaperta… Istintivamente, Lineker si volta verso la panchina tedesca: eccolo lì, Karl-Heinz Beckenbauer, il “Kaiser”, l’uomo che aveva ammirato in televisione contro la sua Inghilterra, venti anni prima… Adesso era l’allenatore della Germania Ovest…Riedle prende la rincorsa e batte Shilton… Siamo tre a tre, nessun errore finora…
Eh sì, il gol di Beckenbauer fu la svolta della partita: fino a quel momento c’era stata una sola squadra in campo, ma la rete del Kaiser dette grande coraggio ai tedeschi, che ritrovarono d’un tratto tutta la voglia e l’orgoglio di riscattare la bruciante sconfitta del ’66… Non si sa invece se fu la paura di perdere o la certezza di vincere, a indurre il coach inglese Alf Ramsey a togliere dal campo, con venti minuti ancora da giocare, il faro del centrocampo inglese, Bobby Charlton, per far posto al mediano Colin Bell… Forse Ramsey voleva preservare il proprio regista fresco per la semifinale… Fatto sta che la mossa si rivelò tutt’altro che azzeccata: la Germania continuò a guadagnare campo, e dopo soli otto minuti dalla rete di Beckenbauer, Uwe Seeler trovò la rete del pareggio deviando un cross proveniente dalla sinistra con uno strano colpo di testa all’indietro che si trasformò in un beffardo pallonetto che trovò Bonetti ancora una volta fuori posizione… E’ il turno di Pearce per gli inglesi…Gary Lineker osserva, in mezzo al cerchio di centrocampo dello stadio… Mentre osserva Stuart Pearce che prende la rincorsa, rivede ancora una volta davanti ai suoi occhi il fortunoso colpo di testa di Uwe Seeler che si infila nella porta inglese… Bonetti è lì a metà strada, nella “terra di nessuno”, vede il pallone che lo scavalca e non può far altro che accompagnarlo in rete con lo sguardo…Batte con il sinistro Pearce… Il tiro è forte ma troppo centrale, e il portiere tedesco Illgner, pur tuffandosi sulla sua destra, riesce a respingere con i piedi… Gary Lineker chiude gli occhi… Si rimane sul tre a tre…Mentre sulla panchina tedesca si festeggia, per gli inglesi è un colpo terribile: Pearce torna avvilito a centrocampo, Lineker lo avvicina per consolarlo e lo incoraggia: non è ancora finita. Nel calcio può succedere di tutto…
Dopo il pareggio di Seeler, la partita volse decisamente a favore dei tedeschi, che ai tempi supplementari cercarono la rete che avrebbe completato la storica rimonta… La rimonta che avrebbe finalmente scacciato l’incubo della finale persa in Inghilterra…Tocca ad Olaf Thon per la Germania… Colpisce di piatto destro… Shilton si tuffa dalla parte giusta ma non ci arriva… Siamo quattro a tre…
In realtà gli inglesi ebbero un’altra grossa occasione ai supplementari, ma un gol segnato da Geoffrey Hurst venne annullato per un fuorigioco che rimane dubbio… Così come rimane il dubbio su quel famoso tiro, sempre di Geoffrey Hurst, nella finale del 1966, che colpì la traversa e rimbalzò – dentro o fuori ? – proprio accanto alla fatidica linea di porta… Gary Lineker accompagna con lo sguardo Chris Waddle che si avvia verso il dischetto del rigore… E’ lui l’ultimo rigorista degli inglesi. Non se l’è sentita Paul Gascoigne…Prende la rincorsa, Chris Waddle… A passi molto lunghi si avvicina al pallone… Fu poco dopo, davvero poco dopo, che arrivò la doccia fredda… Il cross di Lohr arrivò dalla sinistra, alto… Labone e Moore erano a centro area, Bonetti, sulla linea, non sapeva se uscire o no… Il pallone scendeva dall’alto… Ed eccolo che arriva… Se lo ricorda benissimo Gary Lineker, come fosse adesso, come fosse in questo preciso momento, come se fosse in questo preciso momento in cui invece c’è Chris Waddle che si avvicina a grandi passi al pallone posizionato sul dischetto… Sbucò tutto d’un tratto, quel fenomeno che era Gerd Muller, si infilò in mezzo ai due mostri sacri Moore e Labone, e colpì al volo, da dentro l’area piccola, lasciando di stucco Bonetti e tutta l’Inghilterra… Era un gol dei suoi, un gol alla Muller… La vendetta era completata… Germania Ovest 3 – Inghilterra 2… Chris Waddle colpisce di sinistro… Bodo Illgner si tuffa dalla parte giusta ma il pallone lo supera… E’ alta, troppo alta la traiettoria del pallone colpito da Waddle, che supera la traversa e finisce la sua corsa chissà dove, nella pista d’atletica che circonda il prato. Karl-Heinz Beckenbauer balza in piedi e corre come impazzito per festeggiare insieme ai suoi ragazzi la conquista della finale… Come venti anni fa, Gary Lineker vede la stessa scena, stavolta non in televisione, ma davanti ai suoi occhi, sul prato verde dello stadio Delle Alpi: Karl-Heinz Beckenbauer che corre con le braccia al cielo per festeggiare la vittoria della Germania Ovest sull’Inghilterra. Venti anni dopo, ma niente è cambiato… Alla fine vincono i tedeschi.
Andrea Lippi e Marco Lippi
(per gentile concessione degli autori, brano tratto dal loro libro ‘Linea di porta – Emozioni e ingiustizie in 14+1 episodi della storia del calcio’)
 

di Stefano Olivari

L’appassionato ha bisogno di identificarsi nelle sue squadre ma anche di sognare, pur essendo consapevole dei limiti finanziari del basket italiano. Il passato insegna che grandi operazioni di mercato si sono spesso trasformate in intuizioni tecniche e in amore sconfinato del pubblico.

Prendendo in considerazione solo Milano, i grandissimi acquisti del Borletti-Simmenthal sono così numerosi che si fa fatica a definirli ‘colpi’. Rubini (arrivato già nell’epoca della Triestina Milano), Stefanini, Romanutti, Pieri, Riminucci, Giomo, Vianello, Vittori. Ma il colpo dei colpi di Bogoncelli rimarrà per sempre Bill Bradley nel 1965: capitano della nazionale Usa oro olimpico l’anno prima a Tokyo, Rubini lo aggancia dopo un epico viaggio in auto Milano-Budapest dove Bradley è impegnato nelle Universiadi. Saputo che la sua priorità è il master ad Oxford, il Principe gli offre di fare l’americano di coppa. Due presenze al mese e nessun obbligo di allenarsi con la squadra. Un aiuto decisivo per la conquista della prima Coppa Campioni della pallacanestro italiana e per far parlare del Simmenthal nel mondo. In un’Italia paleo-televisiva, dove tutto arriva per sentito dire, l’arrivo della futura stella dei Knicks e futuro senatore ha l’eco mediatica del mito: superiore, in proporzione al contesto, a quella di un LeBron James che domani mattina cedesse alla corte di Proli. Ma negli anni Sessanta fanno epoca anche i colpi dei Milanaccio, sulla sponda All’Onestà. Memorabile l’ingaggio di Tony Gennari, da record l’acquisto di Enrico Bovone dalla Ignis: cinquanta milioni a Varese e al giocatore un quadriennale da 12 milioni a stagione. Pioggia di editoriali indignati, ma presto qualcuno farà meglio. Da prima pagina anche i 250 milioni di lire del 1977, che la Xerox paga alla Sinudyne Bologna per Gigi Serafini. I colpi a sensazione anni Ottanta sono ovviamente tutti targati Olimpia: senza discutere del valore tecnico dei giocatori, a livello di impatto mediatico vincono senza dubbio il Dino Meneghin 1981 da Varese, l’Antoine Carr del 1983 (fresco di ottava scelta assoluta al draft NBA) e soprattutto il Joe Barry Carroll 1984 (prima scelta assoluta nel 1980, arriva in mezzo ad una eccellente carriera NBA), mentre l’arrivo di Antonello Riva nel 1989 da Cantù può essere considerato l’ultima vera operazione stellare sul fronte italiano. Fa sensazione il trapianto Stefanel (Gentile, Fucka, Bodiroga, De Pol e Cantarello insieme a Tanjevic), ma al di là dello scudetto non emoziona più di tanto. Ancora più grandi sono stati i sogni (il più concreto quello di Kevin McHale nel 1980), che insieme alla realtà costituiscono la vita.
stefano@indiscreto.it
(Pubblicato su Superbasket)

di Christian Giordano
Centre-half inglese nel senso più tradizionale, Stuart Boam è il classico figlio del cuore minerario del Nottinghamshire. «Six foot two, eyes of blue, Stuey Boam is after you» l’ancor più classico coro anni 70 che i tifosi del Middlesbrough intonavano dalla Holgate End dell’Ayresome Park: più o meno alla lettera, “un metro e 87, occhi blu, Stuey Boam non ti molla più”. Nato il 28 gennaio 1948 a Kirkby-in-Ashfield, primi calci al Kirkby Colliery, da pro debutta all’ultima giornata 1966-67 nel locale Mansfield Town (sconfitta per 4-2 a Londra il 12 maggio col Leyton Orient), poi salterà due gare in tre stagioni (nessuna nelle ultime due), chiuse con a dir poco sofferte retrocessioni. E la memorabile notte del quinto turno FA Cup 1968-69 in cui il Mansfield, che al terzo round aveva eliminato lo Sheffield United, seppellisce 3-0 il West Ham United. Boam si guadagna i riflettori a livello nazionale annullando Geoff Hurst, stella della nazionale e all’epoca forse il miglior attaccante del calcio inglese. Il centralone si ripete nel combattutissimo quarto di finale, perso 1-0 contro il Leicester City dell’astro nascente Allan Clarke. Nel 1970-71 salta per infortunio il doppio confronto col Liverpool, bloccato sullo 0-0 al Field Mill ma poi vittorioso 3-2 ai supplementari all’Anfield Road. Con Boam in campo, forse, sarebbe andata diversamente.

A maggio, dopo 170 presenze negli Stags, per 50.000 sterline arriva al Boro. Capitano (dal ’73 al ’79) in uno dei decenni più luminosi nella storia del club, prima sotto Stan Anderson, poi Jack Charlton e infine John Neal, è lui l’altra metà del cielo difensivo col più celebrato Willie Maddren, centrale ancora oggi venerato nel Tyneside, davanti al portiere Jim Platt. “Quei due mi hanno reso la vita facile – ricorda Stu – Platty lo chiamavano «Dracula” perché sui cross non usciva mai. Ma lo sapevi e ti regolavi di conseguenza, per il resto era un gran portiere». Con la fascia al braccio, ereditata da Nobby Stiles, guida il Middlesbrough alla conquista della Second Division nel 1973-74 e della Anglo-Scottish Cup nel 1975-76, ma nonostante la gran difesa la squadra raggiunge solo dignitose salvezze. Partito Charlton, Boam – grande e grosso come il suo cuore, implacabile nel tackle, ma mai noto per velocità e cambio di passo – ha problemi con il nuovo manager, John Neal, che gli toglie i gradi salvo restituirglieli subito dopo essersi reso conto della leadership di Stuart nello spogliatoio.
Alla vigilia della stagione 1979-80, dopo otto anni e 393 partite fra campionato e coppa, Boam lascia il Boro ma non il nord-est: storico il trasferimento-choc che lo porta, per 100.000 sterline, al Newcastle United, come non bastasse rivale di Second Division. In due stagioni al St James’ Park, aggiunge esperienza e stabilità ai traballanti quattro dietro, ma i Magpies restano a metà classifica (nono e undicesimo posto). Nel luglio 1981, Boam torna al Field Mill per due non esaltanti stagioni come player-manager del Mansfield Town, prima degli ultimi colpi di coda da giocatore con Hartlepool United (una presenza) e, in non-League, Guisborough Town.
Chiusa la carriera in un calcio che non consentiva certo grandi guadagni, torna nella sua Kirkby-in-Ashfield come manager, inteso senza panchina, della Kodak Photographic Company. Poi lavora a lungo in una rivendita di giornali. Adesso che è in pensione, ha più tempo per andare al Riverside Stadium a guardarsi un Boro lontano parente del suo. «Se non prendi gol non perdi», la filosofia imperante negli anni del Boam, non fa per questi tempi.
Christian Giordano
Football Poets Society

di Daniele D’Aquila
Pellegrinaggio quasi involontario presso il laboratorio di Vanni Pettenella, ricordando una sua epica sfida con il rivale di sempre Sergio Bianchetto. Luglio 1968, velodromo Ganna di Varese, diretta televisiva nazionale. Va in onda la rivincita della finale olimpica di Tokyo…

Porca miseria…..almeno il sabato mattina che potrei dormire un po’ di più!… Niente, la tua donna ti chiede di accompagnarla dal commercialista e con la spalla slogata non può certo andarci in bici, tanto più in compagnia di Giove Pluvio (che se può darti una mano te la da in faccia…), quindi ti tocca…. Che poi, può un commercialista dare appuntamento ad un cliente di sabato mattina?!… Vabbè, andiamo, dov’è l’ufficio?!…. Tra Maciacchini ed Affori?! Quindi mi devo sciroppare mezza circonvalla in mezzo a rimbambite in fase di shopping e mariti che sbandano mentre litigano con la moglie sulla strada per il centro commerciale, ottimo!…già mi sento soffocare dentro la scatola di lamiera…
Vabbè, ci siamo quasi, la via esatta qual è?!…. Ecco, alla pronuncia dell’indirizzo ho un tuffo al cuore: ma quella è la via dove sta LUI! Solo all’idea di ripassare accanto al laboratorio dove si è trasferito tanti e tanti anni fa dal Veneto mi rende meno insopportabile la spedizione, e poi toh!…guarda caso l’unico parcheggio libero è proprio accanto al marciapiede là davanti. Scendo dalla trappola a 4 ruote e mi trovo davanti a quella porticina di metallo sgangherata, con la vernice verde che si sta sfogliando ormai cotta dal sole ed un anonima targhetta con su il cognome scritto a mano: Pettenella. La serranda è abbassata, l’officina è aperta solo in settimana nel pomeriggio.
La mano si appoggia alla saracinesca, quasi fosse l’illuminato dito guaritore di E.T., mentre la mia donna mi osserva perplessa col sopraciglio più inarcato di quello di Ancelotti. Il contatto tattile con la porta del tempio fa subito viaggiare il ricordo verso i tanti pomeriggi di pellegrinaggio. Quante messe ascoltate dal sacerdote svogliato che, a metà tra il perplesso e l’infastidito, spiegava ai tanti pistard metropolitani i segreti dello scatto fisso: come si salda una ruota libera per trasformarla in pignone fisso, come si affranca un pignone (con quel sistema che oggi a tutti i ciclisti urbani sembra normale chiamare “metodo Pettenella”…), come si ottiene la giusta linea catena, come si impara il surplace. Già, il surplace, quello che oggi molti americanizzati (quelli del Devid di Michelangelo…) chiamano trackstand ma che per noi resterà sempre surplace, perchè fa molto Girardengo e Bottecchia contro i fratelli Pellissier al Vélodrome d’Hiver di Parigi. E pensando al surplace la mente non può che andare a “IL” surplace per eccellenza.
Varese, luglio 1968. A quell’epoca nel calcio impazzano il Milan di Rivera e l’Inter di Mazzola, e la Juve si è rinforzata acquistando dalla squadra cittadina il giovane Anastasi che ha appena vinto i Campionati Europei con la Nazionale. Gli spalti sono gremiti in ogni ordine di posto (come il luogo comune impone, ad ogni telecronista dell’epoca, di dire al microfono…) ma non si tratta dello Stadio Franco Ossola per vedere quel Varese Football Club: siamo infatti al velodromo Luigi Ganna, ciclistica cattedrale in ferro e cemento, teatro di mille e più disfide tra questi moderni centauri meccanizzati, a metà tra i gladiatori del Colosseo e i cavalieri dei palii medio-evali. L’occasione è una semifinale del campionato nazionale (specialità Velocità. “Sprint”, come si dice oggi…).
E’ il momento d’oro del ciclismo su pista italiano, siamo da poco usciti dall’Era Maspes (con l’eterno rivale Sante Gaiardoni a sparare le ultime cartucce) per entrare in quella dei Bianchetto, dei Beghetto (che condivide col precedente rima, tandem e medaglia Olimpica di Roma’60) e soprattutto dei Vanni Pettenella, il Pollivendolo Volante. Veneto, trasferitosi presto in quell’hinterland milanese in cui lo possiamo ritrovare ancora oggi, quella Affori da cui partiva ogni volta per andare a gareggiare in giro per il mondo, fino a Tokyo. Sì, perché Vanni Pettenella nella metropoli nipponica ci è andato nel 1964 e ci ha pure vinto, scolpendo il proprio nome nel medagliere olimpico. Medaglia d’oro nella sua specialità preferita, la Velocità, e “solo secondo” (come scriverebbero i giornalisti di oggi…) nel chilometro da fermo. L’appuntamento nazionale può sembrare limitativo per l’orizzonte di un tale conquistatore internazionale, ma lo sport non è fatto dai titoli o dall’eco mediatica. E’ fatto di imprese e di eroi che le compiono: non avremmo forse seguito Beckenbauer e Cruijff anche se invece che sfidarsi nella Finale Mondiale con le maglie di Germania e Olanda si fossero affrontati in una gara di scapoli e ammogliati?!… E non vorremmo rivedere Magic Johnson contro Larry Bird anche nel playground di fianco al centro commerciale?
Beh, nella semifinale odierna il Vanni sta per sfidare proprio Sergio Bianchetto detto il Giramondo, che si è dovuto accontentare dell’argento 4 anni prima a Tokyo, senza trovare consolazione nell’oro vinto nel Tandem (quella volta in coppia con Angelo Damiano, detentore tra l’altro del record italiano di surplace: 48’30”). Sfida tradizionale tra i due amici-nemici, rivali in pista e amici fuori, antagonisti sulla bicicletta e compagni di stanza in albergo. I due hanno girato il globo contendendosi trofei nei velodromi e sessioni di massaggio all’olio canforato negli spogliatoi di tutto il mondo: del Giappone abbiamo detto ma anche Australia, Zurigo, Francia, Amsterdam, il mitico Vigorelli di Milano e chi sa più quanti altri appuntamenti. Sfida tradizionale e periodica: Coppi contro Bartali, Rivera contro Mazzola, Borg contro McEnroe, Senna contro Prost, Pettenella contro Bianchetto. Vecchio filibustiere della pista il primo, abituale globetrotter delle Sei Giorni il secondo, entrambi d’origine veneta, i due si conoscono e si straconoscono, sono abituati ad affrontarsi studiando la tattica migliore per vincere ed hanno parecchie rivincite da consumare. In particolare, quella finale olimpica nella terra del sol levante ha lasciato parecchi strascichi, perché se Pettenella vuol confermarsi per dimostrare a tutti i costi che la vittoria non è stata casuale, figuriamoci quale sete di rivincita possa covare Bianchetto che ancora attribuisce la sconfitta nipponica solo ad una mera errata scelta di tempo.
Le piste di allora erano lunghe, i tre giri di pista della specialità Velocità non andavano sparati a mille, ma conveniva stare dietro il più possibile, per prendere la scia all’avversario e fregarlo sul filo di lana. Oggi le piste sono più corte e non c’è abbastanza rettilineo per prendere la scia all’avversario, conta solo sfruttare la forza di gravità che in uscita dalla parabolica ti accelera verso il basso, verso l’ovale più stretto possibile: non ci sono le corsie come nell’atletica, e quindi tocca evitare che l’avversario si impadronisca del tragitto più breve. Allora no, allora la scia faceva la differenza e quindi la scelta di tempo era vitale: se partivi troppo tardi non riuscivi a sfruttare la scia (e più che un cigno nello stormo migratore facevi la figura del pendolare che perde il treno…), se partivi troppo presto concedevi la scia all’avversario (il quale restava al riparo dall’attrito dell’aria e faceva meno fatica, così arrivava sul traguardo più veloce e più fresco). A Tokyo era stato perfetto Bianchetto, fin quando non decise di scattare, il tempo di rendersi conto di esser scattato troppo presto e il patatrack era fatto: Pettenella gli aveva preso la scia per bruciarlo qualche metro prima dell’arrivo e Bianchetto non se lo perdonò mai, passando chissà quante notti a ripensare a quella scelta sciagurata, rivedendosi il film della gara come un incubo. Sarà per questi pensieri, sarà per l’attitudine a certe atmosfere, sarà perché i due avversari hanno mille segreti o forse nessuno, sarà per i 30 gradi che il sole scarica sulla pista all’aperto, sta di fatto che allo sparo dello starter i due partono molto lenti e guardinghi. Gli spettatori si sventagliano con i quotidiani sportivi che presentano le gare della giornata: sì, perché può sembrare strano ma c’è stata un’epoca in cui il ciclismo (anche su pista!…) rappresentava l’evento sportivo-mediatico del giorno!… Ma il pubblico è caldo già di suo anche senza il sole, sente l’attesa della gara, ed è per questo che gli schiamazzi agitati del pre-gara lentamente diventano impercettibile brusio al momento dello start e silenzio tombale nell’inizio gara. Finché succede qualcosa.
I due ciclisti procedono a passo d’uomo, studiandosi e marcandosi a vicenda pedalata per pedalata, giro di ruota per giro di ruota, con gli spalti che osservano in silenzio tanto che se non fossero bici da pista a scatto fisso si sentirebbe il ticchettio della ruota libera. Finisce il primo giro di pista e Bianchetto, il cui cervello in quell’istante sta processando una serie tale di informazioni che nemmeno Google.com in un’ora, decide di tentare la giocata del fuoriclasse, il colpo del maestro, la magata dello showman, e si pianta in surplace. Aaahhh, il surplace…..qualcuno lo confonde con una prova di equilibrio senza capire che è cinetica allo stato puro. Il surplace è movimento da fermo, energia compressa in continuo scontro con sé stessa. La bici da pista è a scatto fisso: se pedali in avanti vai in avanti, se pedali all’indietro vai indietro, se la ruota gira i pedali non possono stare fermi, così come se blocchi i pedali fermi la ruota. Quando pedali normalmente l’energia cinetica ti tiene in equilibrio, così nel surplace dinamico è possibile pedalare avanti e indietro senza mai perdere l’equilibrio pur senza avanzare. Accorciando sempre di più la pedalata, fino a renderla un impercettibile accenno che si risolve in un mero appoggio sui pedali, si ottiene così l’immobilismo perfetto del surplace statico: fermi sul posto, in un continuo moto perpetuo che solo i contatti nervosi del ciclista possono avvertire. E così è per Bianchetto, che inchioda all’improvviso senza per questo riuscire a sorprendere l’attento Pettenella, che, in corsia leggermente più interna, non ha nessunissima intenzione di farsi fregare e si pianta pochi metri dietro. E qui comincia la danza. Il pubblico abbandona il silenzio, per lanciarsi prima in un applauso per la giocata da fuoriclasse, poi esplode in un’ovazione quando vede che i due ciclisti restano fermi ad attendere la mossa dell’altro. Ma nessuno dei due si muove: con le scarpette di cuoio imprigionate nelle gabbiette dei pedali, con i cinghietti (doppi, che siamo su pista…) tanto stretti da fermare il sangue, le mani serrate nella presa aerodinamica del manubrio (durando la gara tre soli giri, il manubrio da pista non prevede la presa alta ed ha l’angolo stretto…), le gambe in tensione per stare leggermente sollevati dalla sella, la schiena curva in avanti sul telaio.
Lo sforzo fisico è tremendo, soprattutto sotto un sole che questa settimana pare sempre allo zenith a qualsiasi ora del giorno, tanto più quando il surplace diventa lungo minuti; perché i due pare non abbiano la minima intenzione di muoversi. Il pubblico se ne accorge e, passato l’entusiasmo per il colpo di scena, vorrebbe ora che la gara proseguisse, che i due ciclisti tornassero a fare i corridori e portassero a termine la gara. Ma Bianchetto e Pettenella paiono non darsene per inteso: il ragno ha steso la tela ma la mosca non ha alcuna intenzione di cascarci dentro. E così restano lì, fiaschi di fibre muscolari al posto dei polpacci, torri di vasi capillari al posto delle cosce, una torsione skopatica (che non è una figura del Kamasutra) che ridisegna la schiena parallela al terreno, monumenti dedicati allo sforzo sovrumano. I duellanti stanno lì ieratici come le statue dedicate ai condottieri, incuranti delle gocce di sudore che imperlano loro il viso, il collo, la schiena, le braccia scendendo fino al manubrio, che se non fosse per guaine e guanti ci sarebbe da scivolare e finire in infermeria.
Il pubblico comincia ad annoiarsi, se non addirittura a spazientirsi: fomentato dal caldo del solleone, il brusio man mano cresce, borbottio sempre più lamentoso, un po’ di lamentele, addirittura qualche fischio di protesta. Oggi in una situazione del genere i due ciclisti verrebbero squalificati dagli sponsor e scuoiati vivi dagli organizzatori, ma anche se ai tempi non c’erano programmi di giornata a cui attenersi scrupolosamente, esigenze organizzative, eventi collaterali degli sponsor, la pubblicità da mandare in onda, qualche problema la situazione lo crea, almeno alla tv. Già la tv. Sì, perché c’è anche la tv quel giorno, con tanto di diretta RAI in bianco e nero e telecronaca di un perplesso Nando Martellini (sì, proprio quello di “Idalia: Zovv, Gendile, Gabrini…”, quello di “…Campioni del Mondo!…Campioni del Mondo!…Campioni del Mondo!…”), il quale dopo aver aperto pomposamente la diretta si ritrova imbarazzato a commentare il nulla farcendolo con qualche intervista, per poi periodicamente rimettersi alla regia. “Fasi di studio, a voi la linea” dove, non trattandosi di un incontro di pugilato, “fasi di studio” appare come un esilarante ed involontario eufemismo. Si va avanti con questa alternanza, con la linea che periodicamente ritorna a Martellini, sgomento esattamente come i telespettatori di fronte al fermo immagine riportato dal tubo catodico. Il povero Nando ci riprova con qualche altra intervista di cazzeggio ma, rassegnato, è sistematicamente costretto a capitolare: “…il surplace va avanti, ci risentiamo tra qualche minuto…a fra poco!…” Ad un certo punto, convinto di essere ormai fuori onda, gli scappa anche un “…sì, ma qua non succede niente!…” che regala qualche istante di ilarità al pubblico televisivo…
Gli spettatori non ne possono più, sono fuori dalla grazia di Dio e lanciano improperi e grida di protesta. Finchè qualcuno, non si sa se tra il pubblico o tra gli addetti ai lavori, si ricorda del record di Damiano, si accorge di cosa sta succedendo sulla pista e lo comunica allo speaker, il quale di lì a poco annuncia: “Attenzione. Avvertiamo il gentile pubblico che gli atleti Bianchetto e Pettenella hanno appena battuto il record italiano di surplace!…” Il pubblico capisce che quella a cui stava assistendo non era una stucchevole melina tattica, come quella di un Boca Juniors qualsiasi in vantaggio di un gol a pochi minuti dalla fine di una partita di Libertadores in casa dei brasiliani. Dopo un primo attimo di disorientamento gli spettatori di colpo si svegliano ed esplodono in un boato, perché realizzano di trovarsi in mezzo al teatro di uno di quegli eventi di cui un giorno potranno vantare “io c’ero!…” . Adesso sì che anche Nando Martellini, che fino a quel momento non l’avrebbe salvato nemmeno il Conte Mascetti col suo “Antani la Supercazzola”, ha finalmente qualcosa di cui cianciare. E infatti ciancia, sciorinando come un torrente tutti i record di surplace più noti: dall’ Oerlikon di Zurigo al Vigorelli di Milano, da Beghetto a Maspes…
Già, Maspes: l’uomo che aveva trasformato il surplace in un’altra disciplina, una rappresentazione a parte, una competizione nella competizione, the show in the show. Anzi, show-business: famose quelle corse in cui Maspes si fermava ad arte per delle mezz’ore davanti al cartellone pubblicitario dell’Ignis e il Commendator Borghi (il Presidente di tutto, quello che finanziava un pullmino per andare a raccattare i ragazzini in giro e portarli alle gare nei velodromi. Poi ci si chiede come mai oggi i ragazzini vivano solo di calcio e discoteche…) negli spogliatoi staccava l’assegnino. E’ suo il prossimo record da battere, ma per farlo serve ultimare il giro di Rolex del Dogui. Il pubblico è elettrizzato, si agita scomposto, urla, applaude, fischia. La gente fatica a star seduta, pare quasi che facciano più fatica gli spettatori dei due ciclisti in pista. A quel punto lo speaker getta ulteriore benzina sul fuoco, annunciando dagli altoparlanti che si va verso il Record del Mondo di Maspes: un’ora e passa. Non l’avesse mai detto, il delirio si impadronisce degli spalti e il velodromo diventa una bolgia (e per una volta tale espressione non merita di essere derubricata a banalità da redazione). Pare di essere al Maracanà di Rio de Janeiro durante il Fla-Flu, al Forum di Los Angeles durante Lakers-Celtics, allo Zavtoreni Bazen di Spalato per POŠK Spalato-WPC Partizan Belgrado di pallanuoto……. solo che qua non vi sono due fazioni opposte di scimmie urlatrici che tifano l’una contro l’altra insultandosi a vicenda, bensì un unico pubblico che riconosce ai due atleti in gara il ruolo d’orgoglio nazionale e tifa per l’evento storico.
Sì, perché i due ciclisti, ancora fermi sulle bici, i muscoli contratti, il manubrio leggermente di traverso per avere più “piede” in appoggio, anche per resistere alla pendenza della pista inclinata, in attesa speranzosa che l’avversario si pieghi allo sforzo doloroso e ceda alla prima pedalata, stanno scrivendo l’ennesima pagina di storia, aggiungendo un ultimo capitolo ad un libro già ricco. Il pubblico lo sa, lo vuole, ed ora scandisce ritmicamente il grido di “Ora!…Ora!…Ora!” come fosse il nome dell’atleta di casa. Anche se in realtà i due ciclisti nemmeno se ne accorgono, isolati dal mondo come quel Jack Nicklaus che all’ultima buca era talmente concentrato sul putter da non accorgersi nemmeno che il vento gli stava facendo volare via il cappellino. Nel frattempo gli spalti si affollano sempre più di avventori che, abitando lì vicino ed avendo intuito in tv la portata dell’evento, sono corsi al velodromo varesino, tanto che il coro diventa sempre più corposo fino ad eruttare in un boato quando il cronometro fa felice il Dogui e cancella il record di Maspes. Il tempo di riprendersi dall’orgasmo, e commentare entusiasti per poi frenare gli entusiasmi e concentrare l’attenzione sul fatto che il record è battuto ma la gara non è finita, che va in scena il coup de théâtre. Le lancette del quadrante (Dio, che effetto parlare di lancette!…) stanno scollinando la misura dell’ora 3 minuti e 5 secondi quando Bianchetto ha una vibrazione nervosa. Pettenella pensa che l’avversario si sia deciso a partire, non si sa se per tattica o per cedimento, e quindi tende il corpo pronto a scattare con l’occhio fisso sul rivale. Ma quello di Bianchetto non è esattamente una tensione muscolare: è più un sussulto, un colpo di tosse, una blanda convulsione.
“Eppur si muove” direbbe Galileo Galilei, ma solo per sbandare blandamente, zig-zagando col manubrio alla ricerca di un equilibrio che pare svanire sempre più. Actina e miosina provano ancora a comunicare tra loro, ma non c’è campo e il GSM non prende: si consumano così le ultime stille di energia nelle membra e gli ultimi impulsi di lucidità nei neuroni di Bianchetto, che stravolto dallo sforzo stramazza al suolo, scivola sul cemento e, cedendo alla forza di gravità data dalla pendenza della pista, passa davanti ad un impassibile Pettenella tagliandogli la strada e andandosi a spiaggiare a fondo pista. Al Vanni, come Babe Ruth dopo un fuoricampo, non resta che ultimare placidamente il percorso restante, col pubblico che applaude questo grottesco giro d’onore dopo esser ammutolito nell’attimo di paura per le sorti di Bianchetto, il quale nel frattempo viene rianimato a bordo pista e fermato dai medici per la seconda manche, che andrà così a tavolino al campione olimpico di specialità.
Tutti questi pensieri mi scorrono veloci nella mente, un po’ come quando nei film mostrano tutta la vita che scorre davanti agli occhi del protagonista sulla soglia della morte, finché mi accorgo che sotto l’acqua la mia ragazza mi sta osservando perplessa e insofferente, con l’ombrello in una mano e il faldone di documenti nell’altra. Sì, in effetti hai ragione, dovremmo andare…
Ancora una frazione di secondo, a ricordare quanti pomeriggi abbiamo passato noi ciclisti urbani qua dentro, a cannibalizzare i racconti del Vanni. Viene tenerezza a ripensare come un atleta che è salito su un podio mondiale possa passare le giornate dentro una ciclofficina di periferia, prendendo le misure ad un cliente per realizzare un telaio su misura o spiegando la differenza tra le rilassate geometrie dei telai da corsa e quelle più impiccate dei telai da pista. Pensa te, come entrare in un negozio di articoli sportivi e trovare Carl Lewis che ti mostra come scattare dai blocchi, Michael Jordan che ti vende un pallone o Paolo Maldini che ti aiuta a scegliere la giusta scarpa coi tacchetti!… Ci aveva provato a monetizzare la medaglia di Tokyo, lui che avrebbe dovuto ereditare il senso degli affari dal padre commerciante, ma senza esser passato al ben più remunerato ciclismo su strada e senza aver fatto il salto come uno dei tanti dirigenti col pelo sullo stomaco, alla fine si era chiuso lì ad Affori, accontentandosi di fare il direttore di pista dell’ultimo Vigorelli e farsi copiare dal mondo tutte le invenzioni che sgorgavano dalla sua mente vulcanica: il contachilometri realizzato con un cursore magnetico che gira fissato alla ruota anteriore, la ruota a soli 4 raggi per esser più leggera, le tubazioni ovali per aver telai più rigidi e aerodinamici…
Un ultimo istante a ripensare a quanti di noi han passato i pomeriggi oltre questa serranda arrugginita, a farsi spiegare l’assetto di una bici da pista o a imparare a frenare premendo sulla ruota anteriore a mo’ di tampone la mano guantata. Il tempo di incrociare con la coda dell’occhio la faccia sempre più imbronciata della mia bella e decido di usare i polpastrelli come Messenger per portare un bacio dalle mie labbra alla saracinesca dell’officina, con la mia donna che ride accorgendosi di un passante che si gira strabuzzando gli occhi sbalordito di fronte all’incomprensibile demenzialità di quel gesto. Ciao Campione, mi è venuta voglia di rivenire a trovarti, di romperti di nuovo le scatole, di riascoltare ancora qualche tuo racconto, di risentire qualcuna di quelle tue buffe frasi fatte col Senso dell’Ovvio Inside: “…si può fare, però bisogna farlo…..non è difficile, però bisogna farlo…..funziona, però bisogna farlo…” Mi sa che un pomeriggio di questi passo a trovarti. Non so quando, però bisogna farlo.
Daniele D’Aquila
(in esclusiva per Indiscreto)

di Stefano Olivari
Riflessioni fuori tempo massimo sui portieri brasiliani, dalla moda del presente alle spesso infondate prese in giro del passato. Il Mondiale 1982 sarebbe stato il più bello della storia, se solo non lo avesse vinto l’Italia…

La prestazione straordinaria dell’ex terzo portiere romanista Julio Sergio contro l’attacco della Fiorentina ci ha riportato alla mente una tesi esposta durante una riunione di aggiornamento tecnico per preparatori di portieri, da noi pubblicata (nessun merito, solo copia e incolla) su Calciatori.com ma anche stranamente letta. Da cosa nasce quindi l’invasione dei portieri brasiliani e l’abbassamento del livello medio di quelli italiani? I test riguardanti coordinazione e riflessi possono spiegare infatti solo gli effetti, mentre fra le cause i nostri preparatori indicano una imprecisata ‘memoria motoria’ che al netto di ragionamenti biomeccanici si può interpretare così: al di fuori del tempo dedicato agli allenamenti veri e propri, simile in tutto il mondo, il bambino brasiliano anche di classi agiate rimane in casa per una quantità di tempo simile a quella del corrispondente italiano di trenta anni fa. Non che impieghi tutto il tempo facendo beach volley o parapendio, ma di sicuro sta seduto meno ore del coetaneo europeo. A livello aggregato la cosa ha una relativa influenza sui ruoli ‘costruiti’ come difensore e centrocampista, mentre ne ha moltissima sugli altri.Anche noi al bar avevamo intuito che i pomeriggi al computer invece che all’oratorio avrebbero creato adulti scoordinati e flaccidi, ma non è degli eredi di Buffon che vogliamo parlare. Stando infatti sempre sulla notizia, ci è dispiaciuto ascoltare dopo Fiorentina-Roma servizi pieni di luoghi comuni del genere ‘non sono più i tempi di Waldir Peres‘. Il ghezzi-giustismo ha rivalutato tutto, dai film di Nando Cicero in giù, una volta abbiamo letto che il Charles Bronson giustiziere della notte era di sinistra perchè il suo personaggio nel film si dichiarava contrario alle armi e obbiettore di coscienza (l’altra sera il centoottantesimo passaggio tivù), ma non si è mai letta in Italia una riga pro Waldir Peres (in patria è sia Waldir che Valdir). Che è molto di più del portiere del Brasile 1982 che al Mondiale 1982 prese qualche gol evitabile (quello dell’Unione Sovietica nella partita d’esordio, una vera e propria papera sul tiro di Bal, ed il secondo di Rossi al Sarrià).

Iniziamo con il dire che di mondiali ne ha vissuti tre, questo scarso portiere, con tre c.t. diversi (Zagallo, Coutinho e Santana): nel 1974 e 1978 il titolare era Leao, in Spagna a 31 anni arrivò il suo turno. Guadagnato con un rendimento costante nel San Paolo (quattro titoli paulisti ed uno brasiliano, da protagonista assoluto nella finale contro l’Atletico Mineiro di Toninho Cerezo e Paulo Isidoro) al punto di vincere nel 1975 la Bola de Ouro di Placar. Un pallone d’oro brasiliano che è quasi impossibile conquistare stando in difesa: per dire, fra i portieri l’ha vinto il goleador Rogerio Ceni, ma mai ci sono riusciti o andati vicino Dida, Julio Cesar, il campione del mondo Marcos (in questo senso è un’eccezione la vittoria del ‘classico’ Taffarel) e lo stesso Leao (anche lui peraltro campione del mondo, da terzo portiere 1970: la prima riserva di Felix era infatti Ado). La fama è quella di portiere affidabile, anche se a volte troppo cauto nelle uscite, ma soprattutto di para-rigori.
Alcuni picchi in nazionale, il più famoso dei quali in un’amichevole del 1981 a Stoccarda contro la Germania Ovest. Dieci minuti dalla fine, la squadra di Telè Santana sta vincendo due a uno, fallo da rigore su Rummenigge. Batte Paul Breitner, di cui non si ricordano fino a quel momento rigori decisivi sbagliati, la palla va a sinistra e Waldir Peres respinge. L’arbitro dice che si è mosso in anticipo, il rigore è da ripetere: in fondo è un’amichevole, tutto il Neckarstadion vuole il pareggio. Ancora Breitner, questa volta a destra, Waldir Peres para ancora. Il Brasile non ha dubbi sul fatto che debba essere lui il titolare l’anno dopo al Mondiale. Poi il Sarrià, eccetera, con questo portiere che è ricordato come una macchietta solo da noi: per la serie ‘ti batto e poi ti prendo anche per il culo’, indicatore di civiltà infallibile.
stefano@indiscreto.it

di Christian Giordano
Il decennio di Kevin Beattie, uno dei più forti difensori della storia del calcio inglese, poco presente in nazionale ma mito nell’Ipswich Town del suo grande estimatore Bobby Robson. Nella storia anche del cinema, come controfigura di Michael Caine…
 

«L’inglese più forte che ho visto giocare». Parole senza musica di Bobby Robson, il primo a intravedere un potenziale campione in quel ragazzino con due occhi grandi così arrivato in treno da Carlisle con in tasca sei pence e sottobraccio le scarpe da calcio avvolte in una carta marrone. A 15 anni, lo voleva il Liverpool di Bill Shankly. Ma il ragazzino, sceso senza soldi a Lime Street Station, scappò a casa. «Uno che non ha il cervello di trovare la via di Anfield non lo vogliamo», dirà il guru dei primi Reds europei, che si scuserà alla propria partita di addio: «Di errori non ne ho fatti tanti, ma tu sei uno dei più grossi. Non dire a nessuno che te l’ho detto». Promessa mantenuta fino alla morte di Shankly, autore di quel «complimento che per me vale più dei trofei».
Prodotto simbolo della politica giovanile che è stata il capolavoro di Robson all’Ipswich Town, Thomas Kevin Beattie (nato a Carlisle il 18 dicembre 1953) debutta alla prima giornata del campionato 1972-73, 2-1 all’Old Trafford contro il Manchester United dei tre Palloni d’oro: Law (1964), Charlton (1966) e Best (1968). Due settimane dopo, primo gol in campionato nell’entusiasmante 3-3 esterno col Leeds United. Il club del Portman Road finirà la stagione 1972-73 al quarto posto, miglior risultato dalla vittoria in campionato di undici anni prima. Titolare al centro della difesa, “Diamond” – diamante, come lo chiamava il suo scopritore Robson – diventa presto la prima opzione per avviare la manovra e un beniamino dei tifosi. Dopo neanche 10 partite da pro’, viene convocato da Sir Alf Ramsey nell’Inghilterra Under 23 e chiamato ad allenarsi con la selezione maggiore.
La stagione seguente, iniziata male nei risultati, trascina l’Ipswich ancora al quarto posto in campionato, mentre in Coppa Uefa, dopo aver eliminato Real Madrid, Lazio e Twente, la squadra esce ai quarti senza perdere col Lokomotiv Lipsia (nel doppio 1-1, decisivo il gol segnato in trasferta dai tedeschi dell’est). Beattie, sempre presente come il terzino destro e capitano Mick Mills, nel 1974 è il Giovane dell’anno della PFA, il sindacato calciatori professionisti inglese, che gli consegna il neonato trofeo tramite Don Revie, manager del Leeds United. Lo stesso che da Ct dell’Under 23, verso Natale, lo convoca a Manchester per uno stage al quale Beattie però non si presenta. Un paio di giorni dopo si saprà che era andato dalla famiglia, a Carlisle, perché stanco e stressato, e che sperava di non essersi bruciato il futuro in nazionale.
Pericolo inesistente. Nella stagione seguente, Revie succede a Joe Mercer come Ct dell’Inghilterra e per il suo quarto match convoca Beattie come centrale difensivo titolare per il match di qualificazione agli Europei contro Cipro a Wembley del 16 aprile 1975. L’Inghilterra vince 5-0, storica cinquina di Malcom Macdonald (record del dopoguerra in nazionale). In realtà aveva segnato anche Beattie, ma il gol era stato annullato per carica al portiere. Sarà buono, e bellissimo – votato fra i top 50 nella storia dell’Inghilterra – quello realizzato un mesetto dopo, sempre a Wembley, nel 5-1 sulla Scozia. L’unico in 9 presenze con la maglia dei tre leoni, eccetto una tutte sotto la gestione-Revie; l’ultima il 12 ottobre 1977, 2-0 sul Lussemburgo nelle eliminatorie mondiali. Pochi mesi prima, a Pasqua, un assurdo incidente mentre bruciava delle foglie in giardino lo aveva messo fuori causa nella corsa al titolo. Le fiamme, attizzate dalla genialata di buttare benzina nel tamburo di latta usato come contenitore, gli divampano in faccia e sui capelli. Nessun danno fisico permanente, ma ultime sei partite saltate, 4 sconfitte per i Blues e First Division al Liverpool per un punto. Ma si può?
Wembley, il 6 maggio 1978, è anche il campo con cui il suo Ipswich batte 1-0 (gol di Roger Osborne al 77’) l’Arsenal nella finale di FA Cup. Una frattura a un braccio subita nella sconfitta in semifinale di FA Cup contro il Manchester City gli impedirà invece di giocare la doppia finale di Coppa UEFA 1981, trofeo alzato vincendo 3-0 al Portman Road e perdendo 4-2 all’Olympisch Stadion di Amsterdam. Ingiustizia somma per chi i Blues li aveva trascinati sino alla finale, l’infortunato Beattie non riceverà la medaglia dei vincitori. Torto ripagato grazie alla petizione firmata online dal giornalista Rob Finch, curatore della sua biografia: The Greatest Footballer England Never Had: The Kevin Beattie Story. La consegna ufficiale da parte Michel Platini, presidente UEFA, è avvenuta in occasione della finale 2008, al City of Manchester Stadium, vinta 2-0 dallo Zenit sui Rangers il 14 maggio. Pochi giorni dopo Beattie l’ha esibita in tv al “The Suffolk Show”, posando per una foto attesa 27 anni.
L’ascesa del “nuovo Bobby Moore”, persino “più forte di Duncan Edwards” e destinato, secondo Robson, a battere il record di presenze nell’Inghilterra, sarà invece spezzata dalle cinque operazioni al ginocchio destro in quattro anni. Dopo 32 gol in 307 partite in prima squadra, la controfigura del miglior Beattie raccatta 4 presenze nel Colchester United di Allan Hunter, suo ex compagno di reparto all’Ipswich, e altrettante nel Middlesbrough in seconda divisione prima che l’artrite alle ginocchia lo costringa a chiudere la carriera a neanche 29 anni, nel 1982. Per il suo addio, nel testimonial match organizzato dall’Ipswich contro la Dynamo Mosca, si presentano in 14.525.
A proposito di controfigura, nel 1981 è lui l’alter ego calcistico di Michael Caine, protagonista dell’immortale Fuga per la vittoria. Aneddoti, qui, à gogo. A cominciare dalla doppia vittoria (di destro e sinistro) ottenuta a braccio di ferro contro Sylvester Stallone, «uno zuccone arrogante », evidentemente ancora lontano da “Over the Top”, e così presuntuoso da voler far di testa sua nel tuffarsi anziché ascoltare Paul Cooper, il portiere che doveva insegnargli i rudimenti del mestiere. Stallone prese così male le sconfitte con Beattie da non parlargli più fino alla fine delle riprese.
Beattie raccoglie gli ultimi spiccioli come semiprofessionista in Svezia (al Sandvikens IF) e da allenatore-giocatore in Norvegia (al Kongsberg). Poi cominciano i problemi della seconda vita iniziata troppo presto. E l’alcool non è la soluzione. «Devo essere onesto, ti manca essere al centro dell’attenzione e anche l’adulazione, se vuoi. Rientrati dalla Norvegia, Maggie e io gestivamo un pub e sai com’è: cominci con qualche birra e quando sei pieno passi allo scaffale più in alto. Quando il mio pancreas ha ceduto, stavo per morire. Non aveva senso, e ho smesso. Devo prendermi cura di Maggie (in carrozzina per la sla contratta dieci anni fa, ndr), e voglio vedere crescere i nostri sei nipotini». Altri gravi problemi di salute, tra cui l’ictus del 1998 dal quale si è ripreso completamente, gli hanno impedito di allenare a tempo pieno, ma non di farlo part-time per il Carlisle United, squadra della città nel Cumberland dove è nato il 18 dicembre 1953. Oggi vive nel Suffolk, come tanti ex Blues, frequenta il Portman Road e cura una rubrica settimanale per l’Evening Star, quotidiano locale di Ipswich. Certo non per soldi. «Sono nato nella generazione sbagliata». Quella del “più grande calciatore che l’Inghilterra NON ha avuto”. Un muro invalicabile che la palla te la metteva sui piedi da sessanta metri. Ma poggiava su fondamenta di cristallo.
Christian Giordano
Football Poets Society

Il testimone

di Gabriele Porri
I cento anni di Pancho Varallo, fra i ventidue giocatori della prima finale mondiale l’unico rimasto in vita. Fra celebrazioni e ricordi che fanno ancora male…

Cento anni e non sentirli. Ma anche “maledire” il motivo per cui tutta l’Argentina li festeggia. Questo è Francisco “Pancho” Varallo, nato a Los Hornos (sobborgo di La Plata, provincia di Buenos Aires) il 5 febbraio del 1910 e unico superstite dei ventidue giocatori che hanno disputato la prima finale di un Campionato del Mondo. Sono le 15.30 del 30 luglio 1930 e l’Albiceleste argentina entra in campo al Centenario di Montevideo contro i padroni di casa dell’Uruguay con questa formazione: Botasso; Della Torre, Paternoster; J. Evaristo, Monti, Suárez; Peucelle, Varallo, Stábile, Ferreyra, M. Evaristo. I selezionatori sono Francisco Olazar e Juan José Tramutola.
«Ricordo nitidamente quella finale, che mi ha segnato per sempre. Fu una partita durissima che gli uruguayani vinsero con la potenza. Noi avevamo una grande squadra, ma alcuni giocatori si abbatterono nel secondo tempo e perdemmo.» Questo il ricordo, non certo felice, che Varallo ha di quella finale. «Tutti mi chiedono di quella partita – prosegue Varallo in un’intervista che ha rilasciato all’agenzia di stampa EFE – che non avrei dovuto giocare perché ero giovanissimo, senza esperienza. A volte preferisco non ricordare quel che accadde a Montevideo. Vincevamo facilmente per 1-2 e perdemmo 4-2. Non potevo correre perché avevo male al ginocchio. Mi fa rabbia ricordare quella partita.»
Non si possono dargli tutti i torti, Varallo avrebbe certo preferito essere protagonista in altri mondiali, quando la sua carriera – e che carriera! – era all’apice, ma non prese parte alla sfortunata spedizione del 1934 e l’Argentina non partecipò all’edizione del 1938. Varallo si ritirò nel 1940, a soli trent’anni, per un grave infortunio. E poi, soltanto undici mesi fa (il 6 marzo del 2009) Martin Palermo ha battuto il suo record come massimo goleador nella storia professionistica del Boca Juniors. «Ho un bisnipote che si chiama Gabriel – ha dichiarato simpaticamente Varallo due anni fa, quando ancora lo deteneva – e spero che in futuro batterà il record di Palermo.»
El Cañoncito, così veniva chiamato, ha segnato con gli Zeneises ben 194 gol, frutto di un tiro potente nonostante per il resto non avesse eccelse doti tecniche. Con il Boca vinse tre titoli di prima divisione (1931, 1934 e 1935). Irresistibile quando in giornata, realizzò ben 5 reti all’Argentinos nel dicembre del 1936 e in ben quattro occasioni fece un poker. Memorabile il primo di questi, al suo esordio da ex contro quella che è stata la squadra che lo ha lanciato, e con cui aveva vinto un titolo nel 1929: il Gimnasia y Esgrima di La Plata, che lo aveva prelevato da una squadretta del suo quartiere, il 12 de Octubre. Diverso il rapporto di Varallo con la nazionale: soltanto 16 partite e 6 gol ma un importante titolo, il Campeonato Sudamericano (l’attuale Copa America) del 1937, in cui realizzò tre gol con la Selección, che vinse il torneo.
Come detto, poi, il ritiro a soli 30 anni per una lesione grave al menisco del ginocchio sinistro. E qui c’è un simpatico aneddoto, che spesso è stato ripetuto da Pancho ma di cui è lecito dubitare. Prima di una partita, Varallo non voleva giocare per il dolore al ginocchio e il direttore tecnico Mario Fortunato per convincerlo gli chiese: «Quale ginocchio ti fa male?» «Il sinistro», rispose Varallo. «Allora non ci sono problemi, i menischi sono nel destro» disse Fortunato.
Tra il 1957 e il 1959 fu allenatore del Gimnasia, ma disse sempre di non avere il carattere per fare il tecnico. Oggi Varallo vive a La Plata, città che gli sta per dedicare una via e che sta anche istituendo un premio a lui intitolato, “Alla carriera e al cavalierato”. Il primo trofeo sarà consegnato proprio a Varallo il prossimo 12 febbraio. Inoltre, già dal 1994 ha avuto un riconoscimento importante, il FIFA Order of Merit (il secondo a riceverlo, prima di lui era stato dato solo a Lev Yascin, nel 1988). Varallo è anche cittadino onorario di Buenos Aires. Tra le curiosità, a lui sono stati dedicati tre tango: “Varallo”, di José Maria Bagnatti, “El Cañoncito de La Boca” di Italo Goyeche e “íVarallo! íVarallo!”, con testo di Grosso e musica di Ostinelli. Inoltre, Maria del Carmen Taborcía gli ha dedicato il poema “Francisco ‘Pancho’ Varallo”.
Gabriele Porri
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Storia del Calcio)
 

Il maestro di Belgrado

di Franco Spicciariello
La carriera di Vladislav Bogicevic, trascinatore della Stella Rossa Belgrado e della nazionale jugoslava anni Settanta prima di illuminare con i suoi assist la parte finale della straordinaria storia dei New York Cosmos…

The Maestro, King: questi due dei soprannomi che Vladislav “Bogie” Bogicevic si è meritato in una lunga carriera fatta di bellissimi assist e gol con le maglie di Stella Rossa Belgrado, New York Cosmos e Nazionale jugoslava. Nato a Belgrado, nella Jugoslavia titina, classe 1950, Vladislav cresce a pane e calcio. Il padre infatti ha giocato in Nazionale, e i due fratelli anche loro sono diventati calciatori nella massima serie jugoslava. Bogie viene messo sotto contratto dai Cosmos nel gennaio 1978, a pochi mesi dai Mondiali in Argentina per i quali la solita nazionale jugoslava tutta genio e sregolatezza non riesce a qualificarsi.
L’annuncio dell’ingaggio del serbo Bogicevic coglie un po’ di sorpresa la (poca) stampa specializzata del soccer USA. Bogie infatti sembra uscire dai canoni dei Cosmos di quel periodo, che prevedono l’acquisto solo di grandi stelle a cui affiancare giovani talenti statunitensi. Un po’ la filosofia “Zidanes y Pavones” di Florentino Perez con venticinque anni di anticipo. Infatti il serbo non presenta certo le credenziali di un Beckenbauer o di un Carlos Alberto, nè tantomento è mai stato avvistato nella classifica del il Pallone d’Oro. Ma quelli che lo hanno visto giocare ai Mondiali del 1974, probabilmente non molti negli States, sanno che l’arrivo di Bogicevic è un altro grande passo avanti per un club che solo fino a tre anni prima viveva nell’oscurità di Randall’s Island, appena al di là del Triborough Bridge, mentre adesso vive nella luce dell’immenso Giants Stadium. E hanno ragione. Delle sue immense doti tecniche infatti si era infatti già accorto Miljan Miljanic che lo aveva fatto esordire nel 1965 (a 15 anni!) nella serie A jugoslava con la maglia biancorossa a strisce verticali della Crvena Zvezda (Stella Rossa), nell’anno dell’inaugurazione del maestoso Marakana di Belgrado. Da allora al 1977 Bogie indossa quella maglia per ben 507 volte guidando con i suoi passaggi la sua squadra a vincere cinque titoli e quattro coppe nazionali in tredici anni. Ne è anche il capitano dal 1972 al 1977. Poche però le sodisfazioni internazionali con la Stella Rossa, che non è ancora quella che nel 1991 con i vari Mihajlovic, Savicevic, Jugovic, Prosinecki e Pancev (allora detto il “Cobra”, prima di deludere con la maglia dell’Inter) in campo si aggiudicherà la Coppa dei Campioni ai rigori contro l’Olympique Marsiglia nella finale giocata a Bari.
Negli anni in cui Bogicevic guida la Crvena Zvezda sui campi europei il miglior risultato sono le semifinali della Coppa dei Campioni 1970/71 con un’incredibile eliminazione subita contro il Panathinaikos, sconfitto a Belgrado 4-1 ma vincente ad Atene con un secco 3-0 che porterà i greci alla finale di Wembley contro l’Ajax (che con in campo Cruijff e Neeskens si aggiudicherà la Coppa). Ancora semifinali, ma in Coppa delle Coppe, nel 1974/75, e stavolta è il Ferencvaros Budapest di Tybor Nylasi a buttare fuori i biancorossi di Belgrado. Gli ungheresi saranno poi distrutti in finale al St. Jakob di Basilea dalla Dinamo Kiev di Onishenko (due gol) e, principalmente, del grande Oleg Blokhin (gol e Pallone d’Oro).
Con la maglia blu della Nazionale invece Bogicevic mette insieme 47 presenze, sei delle quali ai Mondiali del ‘74 vinti dal suo futuro compagno nei Cosmos Franz Beckenbauer. E proprio in quei Mondiali Bogie gioca una delle sue partite migliori. È il 13 giugno 1974, Waldstadion di Francoforte, Germania Ovest, partita d’apertura dei Mondiali. In campo come da tradizione i campioni in carica, il Brasile (allora “solo” Tricampeão) che quattro anni prima ha stracciato l’Italia nella finale all’Azteca di Città del Messico, contro i Plavi (i blu) della Jugoslavia. Certo il Brasile non è più lo stesso. Pelè si è ritirato (almeno fino all’anno successivo). Tostao, che già non avrebbe dovuto giocare i Mondiali del Messico a causa di un grave incidente all’occhio sinistro con distacco della retina, ha dovuto chiudere col calcio per evitare di rimanere cieco, mentre il capitano Carlos Alberto è infortunato e quindi assente. Rimangono solo uno Jairzinho un po’ invecchiato e Rivelino. Tra i nuovi in campo con la maglia verdeoro il biondo terzino Francisco Marinho, che Bogicevic ritroverà nei Cosmos nel 1979.
La Jugoslavia, invece, guidata dal CT Mladinic, vede tra le sue fila il talento bizzoso della punta della Stella Rossa Dragan Dzajic (terzo nella classifica per il Pallone d’Oro 1968, dietro a George Best e Bobby Charlton), l’ottimo difensore croato Ivan Buljan (anche lui ai Cosmos nel 1981 e nel 1982), e il centravanti dell’Hajduk Spalato Ivica Surjak che avremmo poi “ammirato” nella stagione 82/83 con la maglia dell’Udinese (2 gol in 29 partite per il croato in Italia). E proprio Bogicevic insieme a Dzajic mette alle strette più volte i Campioni brasiliani, conquistando un insperato zero a zero. Dopo il Brasile arrivano i carneadi dello Zaire: sepolti sotto nove gol, uno dei quali messo a segno da Bogicevic, che dà spettacolo con i suoi assist. Ancora un pareggio, stavolta per 1-1, nel terzo ed ultimo match del Gruppo B contro la Scozia di Kenny Dalglish e di Joe Jordan. Jugoslavia, Brasile e Scozia terminano tutte a quattro punti, ma le prime due si qualificano per la miglior differenza reti.
Al secondo turno la sregolatezza degli slavi esce fuori ancora una volta, e nonostante le buone prestazioni di Bogicevic arrivano tre sconfitte di fila. La prima contro la Germania Ovest: gol del “maoista” Paul Breitner e di Gerd Muller (che giochera nella NASL con i Fort Lauderdale Strikers dal 1979 al 1981, giocando e perdendo contro i Cosmos il Soccer Bowl del 1980). La seconda arriva contro la grande Polonia, che vince con gol di Kazimierz Deyna (anche lui negli USA, ai San Diego Sockers, dal 1981 al 1984), cui risponde momentaneamente Karasi,: gol della vittoria polacca di Lato. Vince anche la Svezia dell’eterno Bjorn Nordqvist (115 presenze in Nazionale: va a giocare nella NASL, con i Minnesota Kicks, nel 1979 e 1980), che a un gol di Surjak risponde con un uno-due di Edström e Törstensson.
Presto dimenticati i Mondiali, prendono il via le qualificazioni per gli Europei del 1976, la cui fase finale si tiene proprio in Jugoslavia. Ma Bogicevic, dopo aver aiutato la propria Nazionale a superare il girone di qualificazione segnando anche un gol nella partita di ritorno contro la Norvegia, si vede escluso dal CT Mladinic per tutta la fase finale dell’Europeo, anche perche inizia a brillare la stella del giovane regista Vladimir Petrovic, che ormai dal 1975 gli ha tolto il posto anche nella Stella Rossa. Bogie è infatti escluso dai titolari per tutta la Coppa delle Coppe 1974/75, compreso lo spettacolare 2-0 e la qualificazione ai rigori contro il Real Madrid. Inizia a questo punto a maturare la decisione di lasciare la Nazionale e la Stella Rossa, essendo anche attirato dalle sirene dei grandi club europei. Lo vogliono infatti il Real Madrid allenato da Luis Molowny, il Bayern Monaco orfano di Beckenbauer, l’Ajax ancora alla ricerca di un sostituto per Neeskens e il Paris St. Germain, dove troverebbe il difensore portoghese Humberto Coelho e l’attaccante argentino Carlos Bianchi.
La sirena più suadente per Bogicevic, a quasi 28 anni, nel pieno della maturità calcistica e con una buona padronanza dell’inglese (più una quasi laurea in Economia all’Università di Belgrado) è quella dei dollari dei New York Cosmos. Ma lui dice: “Ho scelto di venire ai New York perchè di qui a due anni i Cosmos saranno la migliore squadra al mondo. Per questo ho firmato un contratto di tre anni, ma spero di rimanere più a lungo”. E infatti vi resterà fino alla fine. Entusiasti del suo arrivo a New York il Presidente dei Cosmos, Ahmet Ertegun (“È eccitante poter contare su un giocatore di tal livello”), e l’allenatore, l’italo-sudafricano Eddie Firmani (“Bogie è un giocatore molto tecnico, di grande statura e pedigree”). Nonostante le frasi di circostanza i due non esagerano affatto. Per anni infatti Bogicevic orchestra e dà linfa alla più letale linea d’attacco della North American Soccer League. Bogie riesce a dimostrare di essere uno dei migliori giocatori sbarcati nella NASL, mantenendo costantemente il totale comando del centrocampo dei Cosmos. Dettando in modo perfetto i tempi del gioco grazie alla sua tecnica e visione di gioco, trovando negli anni ottime sponde in calciatori quali Beckenbauer (spostato dal coach Firmani a centrocampo per dare spazio in difesa a Carlos Alberto), Neeskens, il giovane americano Davis e il connazionale Dimitrijevic. I suoi passaggi sembrano avere gli occhi. Passaggi corti in mezzo alle difese, lanci lunghi per le sgroppate di Giorgio Chinaglia e Denis Tueart, tocchi smarcanti per i guizzi dei paraguayani Romero e Cabanas.“Potrebbe sbottonarti la camicia con quel piede sinistro”, disse dopo una grande partita di Bogie l’inglese Gordon Jago, il coach dei Tampa Bay Rowdies, i grandi rivali dei Cosmos, allenatore con un passato anche sulle panchine di Queens Park Rangers e Millwall. Dopo il suo esordio, un incredibile 7-0 contro i Fort Lauderdale Strikers, bagnato dal gol d’apertura e da quattro assist vincenti, in sette anni di Cosmos Bogicevic viene nominato cinque volte NASL All-Star e diventa leader assoluto per numero di assist, superando il record stabilito da Pelè già dopo un anno. Arriva ad un totale di ben 143 assist in 203 partite, accompagnati da 31 gol che lo pongono all’undicesimo posto nella graduatoria assoluta dei marcatori nella breve storia della NASL. ‘NASL Midfielder of the Year’ nel 1982, Bogicevic è un pilastro dei Cosmos che si aggiudicano il Soccer Bowl nel 1978, 1980 e 1982, cui si va ad aggiungere la finale persa contro i Chicago Sting nel 1981.
Chiude la propria carriera da giocatore nel 1984 quando i Cosmos, con Chinaglia presidente, falliscono e il calcio professionistico scompare da New York. Bogie decide però di rimanere negli USA con la moglie Maryana, ballerina classica, e la figlia Tanja, dedicandosi alla carriera di allenatore, iniziando dai New York Centaurs della semi-professionistica A-League fino ai recenti incarichi ottenuti dai portoghesi del Belenenses e in Arabia Saudita. Nel 2002 è entrato nell’American National Soccer Hall of Fame.
Franco Spicciariello
(in esclusiva per Indiscreto)

“È impossibile parlare degli ultimi 25 anni soccer negli USA senza che venga fuori il nome di Bogicevic. Perennemente All-Star, re degli assist, è il più soave giocatore che abbia mai visto. Bogie giocava a calcio con grande classe, come se fosse sul velluto”. (Dean Caparaz, Soccer America)

di Christian Giordano
La vita di Steve Kember,  lottatore del campo e della panchina, che a Selhurst Park ha lasciato più del cuore…

Centrocampista dall’agonismo addirittura feroce, Stephen “Steve” Dennis Kember nasce a Croydon, Londra sud, l’8 dicembre 1948. Comincia la carriera nel Crystal Palace come apprendista nel 1963 e due anni dopo, nel giorno del suo 17esimo compleanno, firma il suo primo contratto da professionista. Alla scuola di Dick Graham, Arthur Rowe e Bert Head, diventa una colonna del Palace a cavallo fra gli anni 60 e 70. Con il portiere John Jackson e il centrale difensivo scozzese John “Big Mac” McCormick è uno dei sempre presenti nella storica prima promozione in Division One del 1968-69 (il suo decisivo gol al Fulham ne farà un idolo dei tifosi) e in massima divisione già nell’ottobre 1970 si guadagna il primo cap nell’Inghilterra Under 23.
Ereditata da John Sewell (passato al Leyton Orient) la fascia di capitano del Palace, nel settembre 1971 approda al Chelsea per 170.000 sterline, cifra-record che permetterà al leggendario Head di ricostruire la squadra per restare in First Division. A Stamford Bridge, però, Kember non atterra sul velluto: Dave Sexton lo impiega largo sulla destra anziché al centro. Partito Sexton, ritrova con la posizione di centrale la fiducia perduta, ma la retrocessione del Chelsea a fine 1974-75 lo porta, per non scendere di categoria, al Leicester City.
Al Filbert Street arriva con quasi 350 presenze in campionato, ma sotto Jock Wallace esce presto di squadra e dopo un paio d’anni, nell’ottobre 1978, cede all’offerta di Terry Venables: 50.000 sterline per riaverlo al Selhurst Park. Tornato a casa, con la squadra nel frattempo rotolata in terza serie e poi risalita in seconda, fa da chioccia ai giovani talenti con cui vince subito la Division Two. Nel marzo 1980 attraversa l’Atlantico per un biennale coi Vancouver Whitecaps della NASL. Nell’estate 1981 torna ancora al Crystal Palace, stavolta come allenatore delle giovanili voluto dal neopresidente Ron Noades. Stufo del manager Dario Gradi, arrivato in estate, a novembre Noades gli affida la prima squadra, di nuovo ridiscesa in Second Division e a forte rischio di un altro salto triplo all’indietro in terza serie. Nonostante la salvezza con un turno d’anticipo e la ciliegina del quinto turno in FA Cup, nell’estate 1982 viene rimpiazzato dall’impopolare (eufemismo) Alan Mullery. Esonero ufficialmente mai comunicatogli, dato che «in quel momento ero in vacanza».
A fine anni 80 gestisce un wine bar a Croydon prima di tornare, nel novembre 1986, alla panchina. Quella del Whyteleafe, club dilettantistico della Vauxhall-Opel League portato due volte in fila al terzo turno di FA Cup (1988-89 e nel 1989-90) e alla promozione nella Isthmian League Division One. Nell’estate del 1993, si dimette (lo rimpiazzerà Paul Hinshelwood, suo ex compagno) per tornare ancora una volta al Palace, come membro dello staff tecnico. Ruolo mantenuto fino all’aprile 2001, quando, con la squadra in lotta per non scendere in terza divisione, il nuovo presidente Simon Jordan, licenziato Alan Smith, gli affida un Palace quasi spacciato: -6 punti dalla quota salvezza a due giornate dalla fine. Kember invece compie il miracolo, rivoluziona la squadra e vincendo all’ultimo respiro sul campo dello Stockport County si salva. Impresa che Jordan premia riservandogli nel club un «posto a vita». Non da capo allenatore, ma da assistente di Steve Bruce. L’ex stopperone del Man Utd dura due mesi, poi indovinate chi traghetta (stavolta con Terry Bullivant) la squadra fino all’arrivo di Trevor Francis? Mai amato dai tifosi nei 14 mesi con le Eagles, l’ex attaccante sampdoriano anni 80 viene esonerato nel febbraio 2003, con Kember – per la quarta volta, come Steve Coppell: un record – ma finalmente da solo, al comando fino al termine della stagione. Confermato a tempo pieno, vince le prime tre partite del 2003-04, ma a novembre, con la squadra 20esima, a due punti sopra la zona-retrocessione, Kember viene esonerato dopo il 5-0 esterno contro il neopromosso Wigan Athletic. Il «job for life» era un modo di dire. Osservatore part-time per il Fulham, oggi fa l’istruttore di cricket, calcio e fitness alla Whitgift School di Croydon, fa qualche capatina da spettatore al Selhurst Park e si gode la famiglia. Dei tre figli, tutti hanno giocato. Matthew nel Whyteleafe, Robbie e Paul nel vivaio del Palace e poi in non-League. Papà, però, era un’altra cosa.
Christian Giordano
Football Poets Society




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