Archive for the ‘Stefano Olivari’ Category

di Stefano Olivari
Uno degli aspetti più grotteschi del mercato NBA, almeno per noi che lo seguiamo da lontano mentre purtroppo al Quark Hotel siamo vicini, è quello dei buyout. Che di fatto tengono il cinema ancora aperto, con tre i casi clamorosi che si stanno definendo proprio mentre stiamo scrivendo: Larry Hughes con i Kings, Drew Gooden con i Clippers e soprattutto Zydrunas Ilgauskas con gli Wizards.
La definizione di buyout, per quanto riguarda questa lega è semplice: un giocatore sotto contratto con una squadra viene liquidato, con il consenso di tutti, ricevendo meno della cifra residua del contratto ma ottenendo in cambio la possibilità di riciclarsi sul mercato. Visto che nella NBA si scambiano contratti contro contratti, con i soldi che fungono solo da integrazione minima, quasi tutti i buy-out nascondono l’inganno e addirittura alcuni il doppio inganno. Inganno quando la squadra acquirente del contratto sa già che quel giocatore non le interessa ed il giocatore sa già in anticipo di non volerci andare per alcun motivo. Doppio inganno quando tutto è stato organizzato per far ritornare il giocatore nella sua squadra di partenza rispettando solo il termine di minimo 30 giorni dalla ‘trade’ originaria.
Il caso Ilgauskas è emblematico: finito agli Wizards nel quadro dell’operazione Jamison, l’ennesimo supergregario per far vincere l’anello a LeBron James, ma al tempo stesso non rientrante nei progetti degli Wizards, si sta apparecchiando il tutto per il ritorno a Cleveland con la modica spesa per Washington di 1,5 milioni di dollari (fonte: Washington Post). Circa un decimo del contratto originario del lituano, che fra un mese potrà tornare alla corte del re (di cui è uno dei compagni preferiti) per inseguire la grande vittoria, a meno che non accetti le tiepide offerte di Nuggets o Hawks. Tutto fatto seguendo la lettera del regolamento, ma non certo lo spirito: Washington ha liberato spazio salariale per la ricostruzione della squadra, questa finora l’unica cosa sicura, mentre se Cleveland lo prendesse (magari ‘spalmando’ sugli anni futuri il piccolo danno finanziario subito da ‘Z’) avrebbe un reparto lunghi pazzesco.
E lo spirito della norma violato? Sarebbe bastata scriverla meglio, non è che i Cavs sarebbero (meglio usare il condizionale, magari fra due minuti Ilgauskas firma per tornare nel suo Atletas: la squadra di Kaunas, meno popolare dello Zalgiris, dove sono esplosi lui e Stombergas) più disonesti di tanti altri che l’hanno aggirata in passato. Phil Jackson e Doc Rivers, due che da una super Cleveland avrebbero solo danni, considerano già fatto il tarocco, mentre su vari giornali si è scritto che questa volta Stern si metterebbe di traverso con il suo potere ‘dissuasivo’. Prima però dovrebbe dimostrare che quella fra Danny Ferry, general manager dei Cavs, ed Ernie Grunfeld degli Wizards, sia stata una recita fin dall’inizio. Infatti così non sarà, visto che la notizia dell’Associated Press è stata riportata anche dal sito della NBA. Come dire: abbiamo capito, ma non possiamo farci niente. Senza onestà non c’è regola che tenga.

stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Stamattina abbiamo letto vari giornali, tutti italiani perché siamo provinciali, ma non abbiamo trovato il titolo ‘Fiorentina derubata’: per una volta non ci sono retroscena, solo la voglia di quieto vivere che ti permette di parlare male solo dello straniero. Stessi risultati per ‘Chelsea derubato’, introvabile anche su Tuttosport.
Eppure lo sviluppo tattico delle due partite, oltre che gli episodi (un rigore negato alla Fiorentina, uno e mezzo al Chelsea), avrebbe suggerito altre considerazioni ed altri titoli almeno a chi non ha nel suo mercato lettori milanisti o interisti. La partita del Franchi ha mostrato due squadre di pari cilindrata, quella di San Siro una fisicamente superiore rispetto all’altra: un po’ perchè tre quarti del centrocampo interista era reduce da un’ora in nove contro undici contro una delle squadre più in forma della serie A (ed il quarto, Thiago Motta, aveva intensità pari a zero) per quanto ‘intimidita’ (questa la nuova teoria: chi gioca in due in più sarebbe intimidito, speriamo che lascino riposare in pace Liedholm). La mossa vincente, anche se il paziente è morto, di Ancelotti è stata ovviamente Malouda sulla sinistra della difesa: sabato scorso al Molineaux contro i Wolves aveva giocato nella solita posizione e nemmeno benissimo (quarto di sinistra dietro era Zhirkov), mentre contro l’Inter ha dialogato bene con Kalou e condizionato Maicon creando tantissimo. Per questioni di status Ancelotti ha dovuto scommettere su Lampard (noi siamo fan di Joe Cole, anche del Joe Cole recente), che peraltro ha sfiorato il gol, ma in generale il Chelsea ha fatto la partita che voleva arrabbiandosi più per l’infortunio di Cech che per l’arbitraggio di Mejuto Gonzalez. Alla fine Mourinho ha guadagnato un mese di vita mediatica supplementare, un po’ come in un videogioco, strappando il massimo prima sputando sangue e poi allargando il campo con Balotelli e Pandev. E’ più contento dei difensori, tutti diffidati, che hanno evitato il giallo che rassicurato dal risultato.
Comunque, visto che del calcio giocato non importa a nessuno (è anche un’autodenuncia), il meglio l’allenatore portoghese lo ha dato in conferenza stampa prendendo in giro proprio il mitico ‘abbassare i toni’ chiesto da quei media asserviti che per decenni hanno spiegato alle masse che ‘torti e favori nell’arco di una stagione si compensano’ salvo poi raccontare imbarazzati che era tutto finto ed annegare la vicenda nel po-po-po italiota. Ai cultori dell’abbassamento di toni non sarà sfuggito il Mourinho che storicizza la disonestà del calcio italiano, parlando già come un ex (altro che il Mancini distrutto dopo il Liverpool, che cinque minuti dopo avere parlato si sarebbe tagliato la lingua). L’ufficio dietrologia, ritenendo improbabile la conquista della Champions League, informa che uno scambio alla pari potrebbe essere scudetto nerazzurro contro distacco morbido da questo pericoloso eversore, con assunzione di uno che abbassa i toni e che possa perdere continuando a godere di buona stampa: nel ramo persone serie essendo indisponibile Ranieri, potrebbero essere adatti Prandelli o Blanc.

Del pirotecnico, ma non troppo, finale di mercato NBA si è letto tantissimo ed è inutile copiare dai siti specializzati (noi siamo devoti di Hoopshype.com, che linka ai media locali più improbabili). Siccome scriviamo per tutti e nel presente non ci sono stati sconvolgimenti in squadre da titolo (sospendiamo il giudizio su Antawn Jamison ai Cavs, televisto malissimo e molle contro i Bobcats mentre un po’ meglio contro i Magic), può essere utile sintetizzare che cosa si sia davvero mosso in prospettiva 2010-11 visto che nemmeno la maturazione di Bargnani e la scalata degli altri due azzurri fa guadagnare righe al basket sui giornali e nei notiziari sportivi (cioè calcio più Ferrari).
Tutti hanno provato a liberarsi dei contratti onerosi con l’unico metodo possibile: accollarsi contratti ancora più onerosi ma con scadenza più breve rispetto a quelli ceduti. Il McGrady ai Knicks, al di là del riempire qualche poltrona in più e del fatto che già all’esordio abbia mostrato una buona forma, ha proprio questo scopo. Tutti ci hanno provato, dicevamo, ma solo poche squadre ci sono davvero riuscite ed adesso hanno la possibilità di arrivare a LeBron James nel caso decida di lasciare Cleveland. In questo senso la numero uno è proprio quella guidata da D’Antoni, che pur sbagliando quasi tutte le scelte tecniche post Isiah Thomas (dall’ingaggio di Duhon alla chiamata di Jordan Hill invece che di una point guard alla Ty Lawson o alla Jennings) adesso si trova in una situazione invidiabile: nel 2010-11 infatti ha impegni solo per 18 milioni di dollari e spiccioli, quasi 35 sotto il salary cap. In altre parole New York è l’unica delle 30 franchigie a poter puntare sia su LeBron che su un’altra stella vera fra quelle disponibili (Bosh?). In ottica estiva sono messi bene anche i Nets, con impegni di 27 milioni inferiori al cap, e i Bulls che viaggiano su cifre non lontane. Nel primo caso al di là dell’effetto Prokhorov non sappiamo quanto James possa accettare il passaggio da una squadra da anello ad una di transizione (il trasferimento a Brooklyn avverrà nel 2011, lock-out permettendo), nel secondo ci sarebbero invece già sotto contratto giocatori di una ipotetica squadra da titolo, da Derrick Rose a super-comprimari tipo Luol Deng, Kirk Hinrich, Taj Gibson, eccetera. La vera incognita, cioè la squadra che deciderà il destino delle altre, è però Miami: Wade potrebbe ‘uscire’ dall’ultimo anno di un contratto da 17 milioni ma potrebbe anche decidere di rimanere in una realtà leggera (solo Beasley e Daequan Cook hanno garanzie per la prossima stagione) e quindi pronta ad entrare a piedi uniti nel mercato per chiunque: al limite anche per James. E’ comunque significativo che praticamente tutti possano in questa lega pensare nel giro di due stagioni di essere da titolo. Da sottolineare che gli arbitri sospetti li hanno anche loro: evidentemente la credibilità nasce non dalla purezza d’animo ma dal fatto che agli occhi della lega tutti abbiano pari dignità. Uno Stern italiano non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad apparecchiarsi l’anno scorso la finale marketing Kobe vs LeBron, ma così non è stato. 
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
 Il desiderio di Galliani, il ricordo di Cannavaro, la scarsezza di Leonardo e Del Neri.

1. Prima di distribuire patenti di onestà o di disonestà, bisogna pensare per almeno qualche secondo a che cosa rappresenti il calcio non solo in Italia. Scontato oppio dei popoli ma anche mezzo di identificazione e strumento di potere, in cui la vittoria dipende da un misto di bravura sportiva, fortuna, potere, ricchezza, furbizia, potenziale di ricatto politico o sociale. Facciamola breve: nemmeno la Juventus di Moggi, che aveva tutti questi ingredienti (e alla fine, paradossalmente, la bravura sportiva più di tutto il resto), ha vinto più di due scudetti consecutivi. Nei tempi moderni sono al massimo riuscite a raddoppiare la Juve dei tutti nazionali nell’autarchico calcio dei Settanta e l’Inter di Moratti padre. Facendo gli Sconcerti dei poveri, si può dire che nell’era televisiva solo il Milan di Capello e l’Inter di Mancini-Mourinho siano riuscite ad avere un ciclo più lungo, sfruttando anche nei primi anni del ciclo un abisso tecnico con una concorrenza che in disarmo o che stava costruendo per il futuro. Cosa vogliamo dire? Senza che ci sia bisogno di complotti, tutto il mondo del calcio (eccetto ovviamente quello interista, e nemmeno per intero) che conta vuole che questo ciclo nerazzurro finisca e questo desiderio di ‘campionato riaperto per il bene dei media’ è stato ben rappresentato da Galliani. Dove sta il male?
2. Luciano Moggi maledice ancora oggi il fallo di confusione che portò all’annullamento del gol di Cannavaro (ai tempi al Parma, arbitrava l’artista De Santis) in Parma-Juventus 1999-2000, che creò un clima propedeutico allo scandaloso pomeriggio di Perugia che sfilò alla Juventus quello scudetto. Per questo il delitto perfetto non è inventarsi rigori o situazioni strampalate, con buona pace dei moviolisti, ma applicare alla lettera il regolamento o al massimo concedere qualche punizione in più sulla tre quarti. Si può dire che contro la Sampdoria Samuel e Cordoba non andassero espulsi, a termini di regolamento? No. Poi c’è la realtà, che mai ha portato sotto gli occhi i due centrali difensivi della squadra di casa, dalla A all’Eccellenza, cacciati a metà a metà primo tempo. Non è un caso che i due difensori abbiano ricevuto la squalifica minima, da regolamento: una giornata a testa. Non è un caso che Cambiasso e Muntari ne abbiano ricevute due, per situazioni difficilmente verificabili: un parapiglia nel sottopassaggio e qualche parola a venti metri dall’arbitro non si sa in quale lingua. Non è un caso che Mourinho ne abbia ricevute tre per il gesto delle manette, quando su ogni panchina si vede di peggio (anche la bestemmia, tornata di gran moda). Poi le sanzioni pecuniarie, per insulti del pubblico a Tagliavento e l’ingresso in campo con 5 minuti di ritardo nella ripresa (con questo metro la Roma sarebbe senza soldi in cassa). Un po’ di giustizia e molto livore anche per il colpaccio non riuscito totalmente. Ripetiamo: non è strano che Rosetti venga designato per Fiorentina-Milan o che i rivali dell’Inter vogliano la sua caduta, è strano che se ne sia accorto (e non da oggi pomeriggio) solo Mourinho.
3. Parlando di calcio, il derby milanese e Inter-Sampdoria hanno dimostrato che fra allenatori di cilindrata simile (Lippi contro Capello, per dire) la differenza la fanno solo gli episodi e scelte che a posteriori diventano ‘intuizioni’, mentre fra tecnici di cilindrate diverse a volte il confronto è imbarazzante. I quattro uomini del Milan in linea a curare Milito per tre quarti d’ora e la Sampdoria rintanata per un’ora con due giocatori in più a fare cross dalla tre quarti possono essere un buon complimento al Mourinho da campo, nelle due occasioni sembrato gigante contro i pigmei. Non certo per il carattere trasmesso ai suoi, il carattere ce l’hanno anche Cosmi e Mazzone, ma per l’ordine da esercitazione difensiva (si fanno quasi sempre in inferiorità numerica) con cui ha gestito due situazioni che per altri sarebbero state drammatiche. Favorito dalla pochezza dei due colleghi avversari, ma comunque bravo. La teoria che stia forzando i toni per farsi cacciare a fine stagione, in funzione ‘politica’ e di quieto vivere, non è strampalata, ma Moratti si ricordi che con qualunque altro allenatore quelle due partite le avrebbe straperse. Ipotizzare complotti è quindi superfluo: in uno sport che non è uno sport, dove conta solo il risultato e senza alcun aspetto etico (anzi, chi perde viene anche sbeffeggiato), non si può pensare di vincere in scioltezza in mezzo alle ovazioni degli avversari. Vittime o carnefici: non è sport, ma è calcio.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Il comizio trash di Lippi, le pagelle di Cannavaro, il pagamento del Gallipoli, la stizza interista, Galliani juventino e i titoli coraggiosi.

1. Il numero dei tifosi della Nuova Zelanda è aumentato in maniera esponenziale dopo la comparsata di Marcello Lippi a Sanremo, a supporto del trio Pupo-Principe-Tenore. L’apoteosi del trash: trash la canzone, un inno a imprecisabili valori e alla famiglia (Pupo, teorizzatore e praticante della normalità dell’averne più di una), trash la poco sottile operazione politica (è comunque significativo che il televoto abbia salvato Emanuele Filiberto), trash le urla del pubblico ‘Cassano, Cassano’, trash il comizio del c.t con incommentabile uso retorico della morte di Ballerini. Unica cosa credibile le immagini della Nazionale a corredo di una canzone sull’Italia: è vero, l’Italia è per noi  quella della maglia azzurra, il resto è lotta contro chi crede di essere più furbo.   
2. Una pagella di una partita di serie A ha valenza vicinissima allo zero, come gli amici di Cialtrocalcio ci segnalano quotidianamente. Tanto che campioni del mondo quali Cannavaro e Grosso possono anche non giocare ma prendere un voto dal QN. Così come Felipe Melo, da squalificato. La cosa drammatica è che spesso delle pagine calcistiche dei giornali è l’unica cosa leggibile.
3. Perchè un imprenditore friulano dovrebbe comprare il Gallipoli? La vera domanda in fondo è questa, il resto è cronaca. Come quella della Gazzetta del Mezzogiorno: la Procura della Repubblica di Lecce ha aperto un’inchiesta, con l’ipotesi di truffa aggravata in concorso, proprio sul passaggio del Gallipoli nell’estate 2009 da Vincenzo Barba a D’Odorico e al suo socio Concina. Dei tre milioni di euro concordati nemmeno un centesimo sarebbe stato ancora pagato al vecchio proprietario. Non solo: circa due mesi fa D’Odorico avrebbe versato le quote sociali ad una fiduciaria, di cui lui stesso è amministratore. Sull’utilità del meccanismo della fiduciaria in funzione cialtrona sollecitiamo un parere dei lettori-avvocati. Stiamo parlando del secondo campionato di calcio italiano, è bene ricordare. Sorvoliamo sulle segnalazioni di conoscenti non pagati (è materia per Campana) e concludiamo così: chi non paga non rischia in pratica niente. E’ l’Italia dei Caso, gli incredibili editori di Dieci e di varie altre fallimentari imprese, tuttora attivissimi nel mondo dei giornali e dei contributi pubblici ad essi collegati.
4. I comici hanno un solo grave difetto: di solito non fanno ridere. Niente è invece più ridicolo della seriosità, come quella del dibattito su Balotelli in tribuna a San Siro per Milan-Manchester United. In parte ispirato dall’Inter stessa, con la vicenda semi-chiusa dal solito Moratti-Saras. Come se un calciatore avesse il diritto di guardare solo le partite della sua squadra o di parlare solo del suo orticello, secondo il teorema Bettega (che sta sentendo brutti spifferi, altro che ‘John e Andrea insieme a Vinovo’). Il miglior augurio che si può fare a Balotelli è quello di giocare nell’Arsenal.
5. Adriano Galliani alla Juventus è, in parole povere, una bufala. Non per questioni di tifo (lui è juventino confesso, fin dall’infanzia, poi la vita decide per te), ma perchè non è nemmeno lontanamente immaginabile un suo ruolo nel calcio slegato dal Milan. Per motivi che Berlusconi ben conosce, visto che per operazioni strampalate già nei presupposti (l’ultima Mancini, giocatore in declino già dai tempi di Roma) si limita sempre ad un buffetto del genere ‘guarda che ho capito’. Questo non toglie che in un futuro prossimo gli si possa affiancare in rossonero un altro dirigente. Ben diversa la situazione di Leonardo, che per non essere tabarezzizzato nel pomeriggio ha in pratica rimesso il mandato spiegando che il Milan non dovrà mai pagare due allenatori. Una persona che parla e che si presenta bene troverà sempre un posto in un calcio di impresentabili, magari non in panchina. Per il futuro ognuno puà sparare la sua, con le stesse possibilità di prenderci degli esperti di calciomercato, la nostra è che a Berlusconi sia rimasto nell’anima Fabio Capello.
6. Unanimità di giudizi per l’arbitraggio di Ovrebo a Monaco, seguita da unanimità di titoli. Se al posto del Bayern ci fosse però stata una squadra italiana avremmo però letto lo stesso, a parità di episodi, ‘Fiorentina derubata’? Coraggiosi con chi non ti legge, come al solito. Intanto le copie vendute calano e nessuno sa dire il perché.
stefano@indiscreto.it 

di Stefano Olivari
Il manuale del bookmaker prudente consiglia di indurre la massa degli scommettitori ad una ripartizione proporzionale delle giocate, in modo che il banco non tema alcun risultato.
Esempio: la settimana scorsa l’Inter a Parma era data a 1,75, con il pari a 3,40 e la vittoria della squadra di Guidolin a 4,75. Significa che si sono modulate le quote in modo che (teoricamente) sugli uomini di Mourinho confluisse il 57,1% (100 diviso 1,75) del gioco, sul pari il 29,4% (100 diviso 3,40) e sul Parma il 21% (100 diviso 4,75). La somma delle tre percentuali dà 107,5: l’aggio del banco era quindi del 7,5 ed è quindi all’interno di questo margine che potevano avvenire gli scostamenti fra i volumi senza rischio che il banco saltasse. Infatti non è saltato, nemmeno con il ‘sorprendente’ pareggio.
La pratica dice invece che i comportamenti del pubblico sono imprevedibili e che inevitabilmente le quote devono essere in grado di fronteggiare il peggio (il peggio dal punto di vista del bookmaker). Nel suo ‘Freakonomics’ Steven Levitt ha analizzato le statistiche personali di oltre ventimila giocatori su scommesse del tipo vittoria-sconfitta (anche calcistiche, ma espresse con l’handicap), notando che quando la squadra di casa viene data per favorita convergono su di lei il 56,1% delle giocate, mentre la squadra in trasferta con i favori del pronostico attira il 68,2% del denaro in campo. La conclusione è che quindi il bookmaker si tenga un maggior margine di sicurezza per l’Inter in trasferta che per l’Inter in casa: in altre parole, considerazioni solo sportive avrebbero portato i nerazzurri intorno all’1,90. Attenzione quindi a non far dipendere le nostre valutazioni tecniche da quelle del bookmaker, che vuole solo annullare il rischio.
stefano@indiscreto.it
(pubblicato sul Giornale)

Per chiunque abbia amato ‘Vacanze in America’ Crispino è il santo più volte nominato da un leggendario Christian De Sica-Don Buro. Per il calcio italiano Crispino è invece Marco, l’uomo che sta combattendo una guerra all’ultimo ricorso (quello del momento è al Tar del Lazio) contro il gigante Sky per i diritti satellitari del campionato di serie A dal 2010 al 2012.
Una guerra apparentemente senza senso, visto che Conto Tv trae la maggior parte dei suoi utili dal porno e che non ha la dimensioni per fare alle squadre o alla lega (visto che i diritti torneranno ad essere trattati collettivamente) offerte concorrenziali rispetto a quelle di Murdoch. Anche se di calcio Conto Tv ne ha trasmesso già tanto, dalle coppe europee alla serie C passando per amichevoli varie. Una questione di principio, quindi? Un idealista contro il monopolio? Un idealista che ha asserito di essere entrato nel mondo televisivo grazie ai guadagni fatti vendendo banner pubblicitari per siti internet (l’unico in Italia, evidentemente): il suo Superpippa Channel (davvero si chiamava così!), genitore di Conto Tv, sarebbe nato così. Senza fare allusioni oscure, diciamo subito che nella pancia del calcio (livello bassa A e media B) è convinzione diffusa che Crispino stia facendo gli interessi di Mediaset, entrando a piedi uniti sul suo principale avversario nel settore pay ma anche in quello pubblicitario di target medio-alto. Al di là di un ‘Cui prodest?’ evidentissimo, la valanga di ricorsi di Conto Tv è però fondata. Prima che Adriano Galliani tornasse ad esserne l’uomo forte, in seguito alla spaccatura con la B ed alla elezione dell’impalpabile Beretta, la Lega non aveva infatti spacchettato i suoi diritti satellitari e li aveva messi messi in vendita tutti insieme su una base di 570 milioni di euro l’anno. Solo Sky in Italia avrebbe potuto prendere un impegno finanziario simile, e così è stato. Poi i cambiamenti politici noti a tutti e la banale considerazione che dividendo il prodotto si otterrebbero due vantaggi: 1) Permettere l’entrata sul mercato di più potenziali clienti, con meno potere contrattuale di una controparte unica; 2) Incassare di più di 570milioni l’anno dalla somma dei pacchetti. Comunque finisca, una spina nel fianco di Sky, con i dirigenti dei club che al contrario di Galliani (quelli che si sorprendono che faccia gli interessi di Mediaset sono gli stessi che si sorprendono faccia anche quelli del Milan) non sanno per chi o cosa tifare. L’uovo da 570 milioni o la gallina da 800?
Stefano Olivari

di Stefano Olivari

L’appassionato ha bisogno di identificarsi nelle sue squadre ma anche di sognare, pur essendo consapevole dei limiti finanziari del basket italiano. Il passato insegna che grandi operazioni di mercato si sono spesso trasformate in intuizioni tecniche e in amore sconfinato del pubblico.

Prendendo in considerazione solo Milano, i grandissimi acquisti del Borletti-Simmenthal sono così numerosi che si fa fatica a definirli ‘colpi’. Rubini (arrivato già nell’epoca della Triestina Milano), Stefanini, Romanutti, Pieri, Riminucci, Giomo, Vianello, Vittori. Ma il colpo dei colpi di Bogoncelli rimarrà per sempre Bill Bradley nel 1965: capitano della nazionale Usa oro olimpico l’anno prima a Tokyo, Rubini lo aggancia dopo un epico viaggio in auto Milano-Budapest dove Bradley è impegnato nelle Universiadi. Saputo che la sua priorità è il master ad Oxford, il Principe gli offre di fare l’americano di coppa. Due presenze al mese e nessun obbligo di allenarsi con la squadra. Un aiuto decisivo per la conquista della prima Coppa Campioni della pallacanestro italiana e per far parlare del Simmenthal nel mondo. In un’Italia paleo-televisiva, dove tutto arriva per sentito dire, l’arrivo della futura stella dei Knicks e futuro senatore ha l’eco mediatica del mito: superiore, in proporzione al contesto, a quella di un LeBron James che domani mattina cedesse alla corte di Proli. Ma negli anni Sessanta fanno epoca anche i colpi dei Milanaccio, sulla sponda All’Onestà. Memorabile l’ingaggio di Tony Gennari, da record l’acquisto di Enrico Bovone dalla Ignis: cinquanta milioni a Varese e al giocatore un quadriennale da 12 milioni a stagione. Pioggia di editoriali indignati, ma presto qualcuno farà meglio. Da prima pagina anche i 250 milioni di lire del 1977, che la Xerox paga alla Sinudyne Bologna per Gigi Serafini. I colpi a sensazione anni Ottanta sono ovviamente tutti targati Olimpia: senza discutere del valore tecnico dei giocatori, a livello di impatto mediatico vincono senza dubbio il Dino Meneghin 1981 da Varese, l’Antoine Carr del 1983 (fresco di ottava scelta assoluta al draft NBA) e soprattutto il Joe Barry Carroll 1984 (prima scelta assoluta nel 1980, arriva in mezzo ad una eccellente carriera NBA), mentre l’arrivo di Antonello Riva nel 1989 da Cantù può essere considerato l’ultima vera operazione stellare sul fronte italiano. Fa sensazione il trapianto Stefanel (Gentile, Fucka, Bodiroga, De Pol e Cantarello insieme a Tanjevic), ma al di là dello scudetto non emoziona più di tanto. Ancora più grandi sono stati i sogni (il più concreto quello di Kevin McHale nel 1980), che insieme alla realtà costituiscono la vita.
stefano@indiscreto.it
(Pubblicato su Superbasket)

di Stefano Olivari
Il Festival di Sanremo non è più quello di una volta, quando la mattina dopo la finale fischiettavi il ritornello del vincitore: questa almeno è l’architrave ideologica dei cultori del passato, dilaganti questa settimana su tutti i canali a colpi di Tony Dallara e di Homo Sapiens (li sfidiamo però su Mino Vergnaghi). Ma nemmeno la NBA è più quella di una volta, visto che sta perdendo centinaia di milioni come se fosse una serie A o una Premier League qualsiasi.
Quale è quindi la differenza fra la NBA e le altre grandi leghe professionistiche che bruciano soldi nel nome della gloria personale, per non dire di peggio, dei proprietari di squadre? Che la NBA vuole smettere di perderli, a partire dal 2011 e cioè da quando avrà la possibilità di uscire unilateralmente dal contratto collettivo ridiscutendo il tutto al ribasso; dal salary cap alle ormai infinite ‘eccezioni’, dalla Larry Bird (che consente ad un club di rinnovare il contratto ad un suo giocatore sfondando il cap) alla Mid-Level (che consente di ingaggiare un giocatore, sempre sfondando il cap, all’ingaggio medio di un giocatore NBA: attualmente circa cinque milioni e mezzo di dollari l’anno).
Senza addentrarsi in tecnicismi, la lega a livello aggregato chiuderà questa stagione in rosso di 400 milioni di dollari: sembra una cifra immensa, ma è il valore di mercato di una delle trenta franchigie, e non stiamo nemmeno parlando dei Lakers. Comunque una cifra preoccupante, che si somma al fatto che dal 2005 ad oggi le annate a livello generale si sono sempre chiuse in perdita (sia pure a quote inferiori). I nomi di chi è messo peggio? Atlanta, Memphis, Detroit, Miami, Orlando, New Orleans, Oklahoma City, Indiana, New Jersey, Minnesota, Charlotte, Milwaukee and Philadelphia. Non solo mercati modesti, ma anche metropoli. Non solo situazioni sportive e di immagine depresse, ma squadre da titolo nel recente passato (Detroit, Miami) o nel presente (Orlando, Atlanta).
Insomma, una brutta storia a cui si sta cercando di mettere una pezza riducendo la percentuale del costo del lavoro (dei giocatori) sui ricavi: attualmente è al 57%, percentuale che dagli Angelopoulos della situazione (i proprietari dell’Olympiacos, nipoti della Gianna olimpica) sarebbe considerata virtuosa, ma che nei progetti di Stern e proprietari dovrà scendere di molto. Il gigantismo-record dell’All Star Game di Dallas, con decine di migliaia di persone che hanno guardato un megaschermo, ha quindi segnato la fine di un’epoca. Visto che tutto sarà ovviamente strutturato per non perdere le stelle, è sicuro che ad essere picconata sarà la classe medio-bassa. Nella lega nessuno può guadagnare su base annuale meno di 475mila dollari (parliamo quindi di un rookie scelto tardi nel draft o proprio non scelto), questo significa che l’Europa dei magnati a fondo fintamente perso potrà pescare ancor di più di quanto non faccia dal nono della rotazione in avanti (a referto si va in 12, ma i contratti possono essere 15). Il famoso ‘ricco che mette i soldi’, base dello sport professionistico extra-americano, potrebbe conoscere una nuova stagione di effimera gloria.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
57 channels (and nothing on). Parlando di Sky ed in generale di televisione la citazione springsteeniana è un po’ telefonata, ma non possiamo permetterci schiavi. Un James Ellroy un po’ bollito ed autocompiaciuto ha di recente raccontato di non leggere i giornali, nemmeno quelli d’epoca che gli servirebbero per i romanzi (paga chi lo faccia al posto suo), noi operai siamo invece costretti ad andare di memoria pop.
In realtà volevamo solo dire che da telespettatori dell’Olimpiade di Vancouver senza uno sport da seguire a prescindere (per i Giochi estivi lo faremmo con basket e atletica, ma qui è una gara a cosa ci piace di meno: salviamo l’hockey ghiaccio, purtroppo in orari difficili), i cinque canali dedicati ai Giochi sono sembrati inutili ed alcuni inviati inferiori agli omologhi Rai. Al punto che abbiamo sentito la necessità di un filo conduttore, per districarci fra tante dirette con poco ritmo e poco ‘ambiente’: colpa questa anche delle discipline e non certo delle emittenti che hanno acquistato i diritti. Confessiamo quindi che quando ce n’è stata la possibilità siamo andati sulla Rai, terrestre o digitale. Con i nostri sport preferiti non sarebbe successo, altra storia per quelli guardati di pura curiosità e perchè pur nella nostra ignoranza comprendiamo che il bronzo di Pittin sia dal punto di vista storico più importante dell’ultimo rigore. Cosa vorrà dire? Forse che la tivù generalista gratuita ha ancora un senso e che non può essere considerata una riserva per vecchi e poveri. La memoria collettiva, ma sarebbe meglio dire filo conduttore, di un paese si forma su eventi vissuti in modo collettivo a prescindere dalla loro importanza nella storia dell’umanità. Poi possiamo esaltarci per le nostre nicchie, che ci permettono di non dare la linea al Tg1 sul tie-break decisivo ed in definitiva di avere sempre ragione. Ma alla fine il tennis ci piaceva anche senza poter vedere quel tie-break, forse di più.
stefano@indiscreto.it




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