Archive for the ‘Polvere lunare’ Category

 di Simone Basso
Vedi Vancouver e poi sopravvivi. Riassunto originale, perchè nemmeno a metà del cammin della sua vita, delle olimpiadi invernali. Difficile la vita per lo sport, o almeno per quello che ne rimane, assaltati pavlovianamente da una ciurma di mercenari che ci vendono i biscottini.
Come i creativi (?) (de) cantati da un geniale Bianciardi e portati sul grande schermo (scherno) da un Lizzani ispiratissimo: sono passati tanti anni ma, ahinoi, non invano. Non consentiranno mai più alla ggente di ignorare chi sia un De Rossi qualunque, per lo stesso motivo per il quale non sapranno mai chi è Simon Ammann. Dovremmo allora scrivere della discesa olimpica femminile più difficile di sempre o delle pin up che l’hanno dominata? Se fossimo su un quotidiano nazionale barrate la due, con il contorno estetico di fotografie eloquenti: altro che Montanelli e Bocca, il nume tutelare del giornalismo italico è Hugh Hefner

La Franz’s Downhill in quelle condizioni (ghiacciate) ha separato le pupe in due categorie distinte: le campionesse e le altre, le scivolatrici che ogni tanto vincono sulle autostrade bianche, prive di difficoltà vere. Così abbiamo apprezzato la maestria di Lindsay Vonn nel seguire linee improbabili per la concorrenza; una velocista con il dono raro (e decisivo) di condurre le curve come una gigantista. E il talento straordinario di Julie Mancuso, la Bode corpoduro, una che ha avuto troppo da Madre Natura per dispiegarlo in maniera continua: l’impressione, confermata anche dalla Supercombinata, è che se solo avesse un minimo della cattiveria agonistica della connazionale fioccherebbero le Coppe generali. Ma una californiana paisà bella come il sole, che “sverna” dal babbo a Maui, ci ricorda la massima che rese celebre quell’ubriacone di George Best o addirittura un quadro di Gustave Courbet: “Pigrizia e lussuria”.
L’ignavia fa titolare agli ignoranti dell’oro mancato dalla Vonn nella Combinata: come se la Riesch, su uno slalom di quel tipo, fosse battibile da una sciatrice contemporanea. Una gara che fotografa la grandezza di Anja Paerson, la fuoriclasse che il dì prima ha rischiato di sbriciolarsi sull’ultimo salto della picchiata; basterebbe lei per idealizzare la bellezza e il coraggio di quei gesti assoluti. Sesta medaglia olimpica per la donna di ferro svedese, la prima per Mariagold, la predestinata che ripercorre le tracce della Mittermaier e della Seizinger: un’animalessa speciale, quasi come la fatina Lena Neuner.

Già, a dispetto dei percorsi da barzelletta e della pressione dei media tedeschi, in una nazione a crauti e biathlon, la bavarese ha completato il Grande Slam. A 23 anni appena, l’oro canadese completa la bacheca e la proietta verso l’Olimpo: con quella classe, se migliora le sparatorie a piedi, il limite sarà il cielo. E’ una campionissima speciale, diversa, che non esibisce il permaflux nelle vene del suo modello ispiratore (Magda I Forsberg): la scorsa primavera, dopo i rovesci coreani e di Anterselva, ha meditato un ritiro clamoroso, sintomo di una fragilità che la rende sempre umanissima. Il biatleta è un acrobata sul filo, alle prese con un equilibrio psicofisico precario; basta un refolo di vento per farlo sprofondare negli abissi di una sconfitta deprimente. Chiedetelo alla Jonsson, arrivata a Vancouver per spaccare il mondo e, per adesso, franata di fronte all’aria rarefatta dell’evento. Se poi ci si mettono gli organizzatori, fantozziani per improvvisazione e dilettantismo, siamo a posto; solo lo sterco diabolico delle tivù ha consentito la pantomima della sprint maschile, corsa (dal pettorale 11 in poi) in condizioni impossibili, in una palude bianco sporco. Lo stellone ha voluto che la prosecuzione, l’inseguimento, fosse appannaggio di uno vero; quel Bjorn Ferry che corre e spara come parla, cioè fragorosamente.
Un personaggio bello forte, sposato con una campionessa mondiale di Braccio di Ferro (!) e che ne dice di ogni colore sui colleghi disonesti. Sostiene che ci vorrebbe la pena di morte per i dopati o almeno una sessione di calci bene assestati nelle palle…
Fortuna astrologica del biathlon, che vive di storie appassionanti e che ieri ha consentito lo sfondamento del muro dei cento ori alla terra del sole di mezzanotte. La Norvegia, impero dei ghiacci e delle nevi, ha cavalcato l’onda lunga della prepotente Tora Berger e della diarchia regnante nel settore maschile: Svendsen, l’erede designato, e Bjoerndalen, il venerabile Maestro che ieri ha collezionato la decima medaglia di una carriera merckxiana. L’oroscopo non è così favorevole per lo sci di fondo declinante, imprigionato in una contraddizione tecnica riprovevole; esemplificata dalle sprint: uno sport stupendo, basato sul ritmo e la resistenza, trasformato in una volgare dimostrazione di potenza. Non sempre, le linci della Fis, troveranno una super come la Bjoergen a salvare la baracca su un tracciato clownesco: abbiamo pure rischiato la seconda vittima di questa rassegna così così, dopo il povero Kumaritashvili. Petra Maijdic, non esattamente una carneade, è scivolata in una curva durante la ricognizione della pista: due metri di volo in un fosso, con a fianco una struttura in cemento.
Ha corso lo stesso grazie al suo talento e agli antidolorifici, ma dopo il bronzo è stata male; il risultato di quella botta sono infatti qualche costola fratturata e il sospetto di un polmone bucato.
La confusione dello sci nordico, che sarà ribadita dalla Cinquanta cicloturistica (in tivù come commento ci vorrebbero le risate preregistrate..), non raggiunge quella dell’organizzazione, decoubertiana nel senso più deleterio del termine. Pensate che, facendo gli anti italiani a tutti i costi, la manifestazione nordamericana ci sta facendo provare una nostalgia canaglia per Torino 2006. Al netto dei soldi sprecati, degli impianti inutilizzati (d’altronde non sono di pubblica utilità come gli ospedali e gli stadi..), i bugianen fecero molto meglio nel settore specifico: piste migliori, atmosfera super e paesaggio confortante (Augusta Taurinorum non vanta ancora grattacieli parto di architetti con problemi erettivi). Ai simpatici canadesi pare interessare solamente Team Canada, lo squadrone hockeistico che concorre per l’oro più ambito: la vernice contro la Norvegia è stata seguita in tivù da 32 milioni di telespettatori. Trattasi di ossessione nazionale al pari della pallonara nostrana, capace quindi di far risaltare i lati più stupidi di un popolo che diventa popolino; vedere per credere, la vendita via web di quattro biglietti per la finalissima. Prezzo di partenza? Sessantamila dollari… Al netto di ogni discorso moralistico, non sarebbe male assistere ad una tragedia carioca in perfetto stile 1950; con i Ghiggia e gli Schiaffino di turno, Malkin e Ovechkin, a confezionare il capolavoro. Tutto ciò ci conforta di una convinzione già ben radicata: i cinque cerchi nel bianco perdono fascino al di fuori dei panorami europei. Come la taiga di Dersu Uzala, che albergava nel cuore di chi la viveva, certi riti pagani hanno bisogno del Vecchio Continente per splendere: perchè solo quei luoghi, quelli che originarono la magia degli sport invernali, consentono all’uomo di poter parlare con il fuoco.
Tutto il resto è reclame: la noia, quella vera e sana, è diventata un privilegio per pochi.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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di Simone Basso 
Considerazioni sulla stagione ciclistica al via: l’onda lunga del passato, il golem anglo-americano, la federazione protetta dai media, gli juniores che volano, il consiglio chiesto a Ballan e i cari vecchi direttori sportivi…

“..Oh bongo bongo bongo/ stare bene solo al Congo/ non mi muovo no no/ bingo bango bengo/ molte scuse ma non vengo/ io rimango qui/ no bono radio e cine signorine/ magre così/ molto meglio anello al naso/ ma stare qui..”
Oroscopo ciclistico di inizio stagione, una scusa per ricominciare a scrivere di attualità stradaiola, quella che ormai rappresenta quasi al cento per cento l’immaginario degli appassionati. Essendo funaristicamente convinti che l’umanità giri attorno al deretano e si possa dividere in due categorie distinte (quelli che il sedere lo baciano e gli altri che lo prendono a calci), ci produciamo in un bel dipinto munchiano della situazione, consci della nostra missione impossibile. Un’annata storica, ahinoi, perchè burocratizza l’insostenibile leggerezza d’essere di BiciItalia: un movimento terzomondista, il migliore (!) del lotto, con un futuro splendido alle proprie spalle. Dicono che la pedivella non è la migliore metafora del divenire umano, ma una rappresentazione più efficace del cul de sac italiano è difficile da pensare. La scena che fino ad un decennio fa era contemporaneamente l’avanguardia e la tradizione, oggi si “accontenta” del proprio glorioso museo.
La globalizzazione avanza prepotente e regala scenari inediti: il golem anglo-americano (Sky Team, Columbia, RadioShack, Garmin, Bmc..) impazza ed impone nuovi standard qualitativi; la realtà maccheronica risponde con una sola carta pesante, la Liquigas, che a fine anno potrebbe terminare il ciclo di sponsorizzazione. Per troppi anni ci si è nascosti dietro le vittorie dei campioni e non si è seminato adeguatamente; il risultato è un paesaggio neorealista, povero di soldi e stavolta anche di idee. Pur non vantando i Liberace del banditismo federale, ovvero la protezione incivile di dirigenti alla Barelli o di imprenditori come Anemone (il jack pot di Piscinopoli è prossimo ai 10 milioni), si ciurla nel manico in ottimo stile.
Una Federazione, quella di Renato Di Rocco, fagocitata dall’ambiente e protetta dal quarto potere stile BiciSport. La rivista storica specializzata in enfasi e in fotografie a colori, massacrò la precedente gestione di Ceruti, personaggio inquietante, lanciando il petrucciano come uomo del rinnovamento: la FCI da allora ha lavorato sull’immagine e i buoni propositi, facendo ineccepibilmente gli interessi delle signorie. Che come Grandi Elettori hanno talvolta la richiesta di nascondere lo sporco sotto il tappeto: così accade che nella maggior parte delle corse under 23 non ci siano controlli antid****g di alcun tipo e si scivoli sulla buccia di banana di una visita sanitaria ad uno juniores. Il bimbo, talentuoso, apparteneva allo squadrone toscano della Ambra Cavallini-Vangi: immaginiamoci la solerzia dei federali nell’indagare uno di loro… L’amministratore delegato di quella società, Cristiano Viciani, infatti sposta(va) voti e tessere come Coordinatore della Commissione Regionale Giovanile; l’allora diesse, Alex Baronti, fu un esponente glorioso del ciclismo pro anni Novanta. La sua mini epopea ebbe l’apice in una vittoria improbabile al Giro del Lazio 1997, il dì che scalò Rocca di Papa trasfigurandosi in Emile Daems; inutile ricordare le squalifiche accumulate in carriera, anche da terminator granfondista a tutt’oggi inibito dall’Udace.
Ma cosa portava una squadra di diciottenni a richiedere le cure di personale così compromesso?
Le iniezioni e le flebo settimanali erano lo specchio deformato di una mentalità che ha imperversato per anni, legittimata dall’esigenza folle del tutto e subito: è la stessa che si riverbera in questi dì nel torneo foot di Viareggio, occupato militarmente da un esercito di pallonari in fiore con suv, famiglia e procuratore al seguito. Come sottolineato da Alessandro Ballan in un’intervista all’ottimo Cycling Pro: “Tempo fa mi si avvicina una donna che si presenta come la mamma di un giovane corridore. Mi dice che suo figlio è portato per il ciclismo, che è addirittura indecisa se farlo continuare a studiare o permettergli di dedicarsi completamente alla bici. Mi chiede di tabelle di allenamento, di preparatori e addirittura di farmaci. Ero allibito, pensavo: ma guarda che madre fanatica e pericolosa ha questo diciottenne. Solo che il ragazzo aveva quattordici anni”. Cappuccetto Rosso, in questo evo complicato e cafone, non ha bisogno di uscire di casa per imbattersi nel lupo. Altro esempio illuminante di qualche anno fa: il campione olimpico Bettini, sull’uscio della casa dei genitori, saluta dopo l’abbondante pranzo natalizio. Mentre ride, osservando la pancetta da vacanza, sfreccia sulla strada un bimbo (già iridato juniores) in un allenamento dietro la moto, guidata dal padre… Noi ci auguriamo che questo campioncino, adesso neoprofessionista, possa vincere in futuro la Liegi-Bastogne-Liegi; ma le esagerazioni fanno sempre spavento, la macchina dell’atleta ciclista è delicatissima e se abusata non permette pezzi di ricambio.
Il guaio italiano sta nell’autista del bus, cioè il direttore sportivo; una figura vetusta e gattopardesca che accentra troppe funzioni: promulga metodi invecchiati dal tempo, inadatti ad interpretare le problematiche dello sport più esigente di tutti. Così, se da una parte esaspera l’atleta per produrre risultati immediati, dall’altra ha difficilmente il bagaglio culturale per informare realmente l’assistito; si abusa di stereotipi e di tecnologie, ma si impedisce al corridore di esplorare le proprie potenzialità attraverso il lavoro specifico. In sintesi, il diesse dovrebbe essere un maestro dello sport, conoscere fisiologia e biomeccanica; sollevato dalle questioni monetarie e contrattuali, affiancato da uno psicologo, un dietologo e un gruppo di lavoro iperspecializzato.
Non siamo Giovanni Drogo, non vi stiamo raccontando un’allucinazione bensì la realta del nuovo squadrone Sky; che utilizza bici (Pinarello) e tecnici nostrani come Max Sciandri, anche se più che italiano lo definiremmo pistoiese… E’ già positivo che la discussione su questa crisi strutturale sia cominciata, sarà importantissimo dare seguito ai primi segnali di rinsavimento; sperando che la vittoria di un Pozzato nella Roubaix non fornisca l’alibi per rifiutare il confronto.
Il 2010 agonistico ha avuto un prologo incoraggiante nel deserto del Qatar: abbiamo visto già pimpanti ras del quartiere come Boonen, Gilbert e Cancellara; le classiche (al solito) promettono più spettacolo dei Grandi Giri, legati a concetti tecnici meno spavaldi di quelli dei predoni del Nord.
Almeno per adesso, Azzurra ha ancora nomi da spendere nell’immediato; l’augurio è che la stagione ci regali qualche matricola con i garretti giusti, da super ma con benza normale. Per tutto il resto siamo pronti, sicuramente ci divertiremo ad ammirare un Giro disegnato con intelligenza e sadismo; che forse cancellerà gli scempi dell’anno scorso. In fondo la superiorità ideologica della pedivella sta nella sua brutalità pop; lo spirito che il Ganna, appena vinto il primissimo Giro, spiegò in una frase poco aulica ma efficace: “L’impressione più viva l’è che me brusa tanto l’cù”. Avevamo cominciato questa escursione con il posteriore e la terminiamo sempre con lo stesso.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

di Simone Basso

Ci sono personalità che non possono essere descritte compiutamente. Perchè, malgrado tutto, sfuggono al loro mondo d’elezione trasformandosi senza volontà alcuna in icone popolari. Franz Klammer, il più grande discesista della storia dello sci alpino, visse la vertigine di rappresentare un’intera nazione come nessuno fece, prima e dopo, nello sport.
Nemmeno Maradona per gli argentini e Drazen Petrovic per i croati abitarono così a lungo lo scarto impercettibile, ma decisivo, che divide il mito sportivo dall’omniscienza nazionale più inspiegabile. Kaiser Franz divenne tale dominando l’esercizio atletico che meglio incarna la vis austriaca: l’ideale coraggioso e folle di sfidare il baratro di ghiaccio e neve ed uscirne, ogni volta, sempre più forti e fragili. Usando le parole spietate di Thomas Bernhard, il suo ossimoro nestbeschmutzer: “Ogni cosa è ridicola, se paragonata alla morte”.

Klammer, tecnicamente, rivoluzionò una specialità sconvolgendola con il suo stile improbabile; opposto alla sagacia geometrica di un Russi, Franz sembrò sempre un acrobata sul filo, circense nella sua lucida temerarietà. Dalla fine del 1974, per oltre tre anni, stabilì tutti i record (in) immaginabili dei kamikaze del circo bianco. Poco importa che la Coppa generale non sia mai stata appannaggio di questo campione: il Klammer Express non ebbe bisogno di quel trofeo di cristallo, in quanto visse di imprese impossibili e mai più nemmeno pensate. Nel 1975 comunque se la giocò a poker con Thoeni e Stenmark nel parallelo della Val Gardena; proprio quella stagione fece filotto sulle cinque piste più difficili e pericolose del mondo: Val d’Isère, Garmisch Partenkirchen, Wengen, Kitzbuhel e Val Gardena.
Per un anno esatto, dal 10 Gennaio 1976 al 22 Gennaio 1977, fu imbattuto ed imbattibile; una striscia leggendaria di nove gare più una, ovvero l’evento che lo trasfigurò in un mito. L’Austria intera trattenne il respiro per il suo figliol prodigo che a Innsbruck si aggiudicò l’oro olimpico: vinse alla sua maniera, recuperando lo svantaggio accumulato nei due terzi di picchiata con un finale strepitoso. Quei due minuti scarsi di tuffo nel vuoto furono come l’epilogo della nona mahleriana: ne consacrarono la leggenda, anticipandone il declino. Appena ventiquattrenne svanì quasi improvvisamente, travolto da una serie di avvenimenti che lo resero umano.Prometeo con gli sci, nauseato e confuso da una popolarità claustrofobica, scontò il cambio di materiali da Fischer a Kneissel e soprattutto somatizzò il senso di colpa di una tragedia famigliare. L’incidente in gara del fratellino Klaus, che si frantumò la schiena rimanendo paralizzato, fu il buco nero della carriera: da lì cominciò un baratro cupissimo, decadente. Perse addirittura anche il posto nella nazionale schierata a Lake Placid 1980, non riuscendo quindi a difendere nemmeno il titolo di quattro anni prima. Imprigionato in una mediocrità umiliante, finì per galleggiare tristemente nel terzo gruppo di merito: la sua vicenda divenne uno psicodramma di massa, seguito da tutta l’Austria. Quasi quattro anni di digiuno e, il 6 Dicembre 1981 in Val d’Isère, la rinascita ormai insperata: quel dì pianse di gioia un popolo, compreso l’amico Niki Lauda, l’altro dioscuro di quell’era.
Klammer nel 1983 portò a casa la quinta Coppa di discesa e chiuse definitivamente i conti con la storia: lo fece il 21 Gennaio 1984, da fuoriclasse inarrivabile, cogliendo il quarto scalpo sulla sacra Streif, l’Aleph dello sport invernale. Percorse l’Hausbergkante volando, con la sicurezza spavalda di chi ha un appuntamento con l’immortalità. Precedette il suo erede sfortunato, Anton Steiner; un sopravvissuto come il grande Roland Collombin, il rivale generazionale che il fato gli tolse.
Il fantasma di quel Franz Klammer convive benissimo con l’uomo ricco e soddisfatto di oggi; in comune hanno lo sguardo matto, da discesista vero, e la consapevolezza orgogliosa di un’avventura sportiva irriproducibile. Perchè nessun atleta, tranne il Kaiser delle picchiate, è stato da solo, per un istante infinito, una patria.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
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Le Olimpiadi in austriaco…
Ed in americano… 
Kitz ’84, da brividi.
Collombin…

di Simone Basso
In memoria di Franco Ballerini, campione da due stagioni e fuoriclasse sempre, che fra qualche anno sarà ricordato come il più grande commissario tecnico della storia…
  
“E’ venuto il parroco, preoccupato, voleva fare il funerale in piazza, all’aperto, gli ho detto che è meglio che Franco stia in casa, in chiesa, al chiuso. E’ venuto il medico, due volte, preoccupato per la mia anemia. Sono io a dire loro di non preoccuparsi: tiro fuori tutto. Le donne sono forti e io sono una donna forte. Ma non è giusto che, visto che sono forte, debbano capitare tutte a me”.
(Sabrina Ballerini)

In un giorno troppo invernale per essere finto, Natale a Febbraio, omaggio obbligatorio a Franco Ballerini.  Un anticoccodrillo dovuto, leggendo l’insipienza e la fretta di quotidiani ormai sempre più carta straccia o tovaglie da bar. Pare l’altroieri, ma il nostro (reduce da un bel tirocinio nei puri) esordì in una squadra di pupi nel 1986: voluta da Franco Magni per accompagnare il battesimo nei pro di un gruppo di sbarbati. Così, ad affiancare il futuro ballerino delle pietre, Cenghialta, Giannelli, ritrovammo anche il Cipollini sbagliato (Cesare, più forte di Mario ma sprovvisto di cabeza..); un combo divertito e divertente, toscano come Bianciardi al terzo bicchiere di Chianti.
Il Franco emerse piano piano, prima perla alla Tre Valli 1987, e divenne se stesso progressivamente; figlio di un vivaio e di un sistema oggi riprodotto quasi solamente nelle esagerazioni e nelle forzature.
Costretto da un’allergia al polline a essere uomo di due stagioni, primavera ed autunno, fu califfo a dispetto di una concorrenza nutrita: sbocciò, per ironia della sorte, dopo la velenosissima trasferta iridata in Giappone (1990). A Utsunomiya, in azzurro, ebbe la fortuna di ritrovarsi in una fuga quasi terminale per l’esito di quel mondiale; ma, sette minuti dietro, BiciItalia si mise ad inseguirlo.
Il risultato fu la beffa del Baracchi belga Dhaenens-De Wolf, che precedette lo sprint scontato dei Grandi, scornatissimi, Bugno, Lemond e Kelly. Come per reazione a quell’atto di sfiducia, in un mese realizzò un tris tuonante: Parigi-Bruxelles, Montreal e Giro del Piemonte.

Da quel momento il Ballero recitò benissimo due parti: il predatore di classiche e il luogotenente dei capitani più esigenti. Il Fiandre, da flahute autentico, rimarrà sempre un cruccio; più che la terza piazza del 1996, ricordiamo con rimpianto la corsa di cinque anni prima.  Mostrò con generosità eccessiva di averne più di tutti e spese troppa benza inutilmente: sul Bosberg l’inevitabile Van Hooydonck piazzò lo scatto decisivo. E proprio quella settimana Franco comprese le meccaniche divine dei predoni del Nord: alla Roubaix, strapotente, non marcò stretto l’enfant du pays Marc Madiot, che fuggì via in un settore di acciottolato dietro…derny. Ah, l’inferno! Delizia e tormento di questo fiammingo nato per sbaglio nel Granducato di Toscana; il ’93 fu atroce e poetico, nelle vesti scomode di Garrone della pedivella. Fece la badante dell’antico Duclos-Lassalle, senza comprendere che la mancanza di pietà è il latte più di quel mattatoio che termina nel Velodromo.
Ma la lezione, dopo un fiume di lacrime, servì: ne vinse due dominandole come un Moser moderno, con quello stile meraviglioso, agile e potente allo stesso tempo. La Prima Sinfonia, 1995, a dispetto di una spalla incrinata dopo una caduta alla Gand-Wevelgem; la Seconda (1998) massacrando la concorrenza, il dì che ad Arenberg Museeuw rischiò l’amputazione della gamba. Rubè bastarda, brutta, sporca e cattiva: quasi come quella del 1994, l’anno del capolavoro sfiorato. Fu immenso, ma cinque forature e tre cadute lo tolsero dalla contesa nel momento decisivo: Tchmil fu comunque strepitoso, in una cloaca di pavè e fango mai vista. Il Ballero, di rabbia pura, risalì la corsa come un cacciatorpediniere e concluse con un terzo posto roboante.
La classe del soggetto pedalante, notevole, fu la stessa del Ballerini uomo: l’approdo in nazionale, al termine della carriera agonistica, fu quasi scontato, considerando la competenza e la signorilità sempre esibite. Una volta tanto, tra un Riccò e l’altro, un bell’esempio di quanto siano ricchi di umanità i ciclisti; un gentiluomo che si è sempre adoperato nel sociale, privo dell’accompagnamento cafone della telecamera. Lodatissimo da tutti oggi, soprattutto dagli stessi federali che tentarono di silurarlo quasi subito: per ragioni elettorali e lobbistiche, naturalmente. Imparò dalla lezione amara di Lisbona 2001 e non sbagliò più: anche in condizioni di manifesta inferiorità, come a Mendrisio l’anno scorso, impostò sempre la tattica migliore. L’idea è che, tra qualche anno, lo considereremo come il più grande cittì della storia. Domenica, leggendo la notizia sbigottiti, abbiamo pensato tristissimi ad una frase di un cantautore toscano, anarcoide e sregolato, grande amico degli sfregaselle dell’epoca che fu.
“…La vita è una cosa
che prende, porta e spedisce.” (Piero Ciampi)
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

di Simone Basso
Teoria evolutiva del giocatore più rappresentativo dell’ultimo decennio, la cui ferocia agonistica paradossalmente nasce da un’infanzia senza povertà e disperazione…

Prologo: “In campo, ad un’ora e mezza dall’inizio dell’incontro, c’è soltanto un ragazzino di colore, che tratta il pallone da basket come oggetto ormai domato: un palleggio e un tiro, un palleggio e un canestro. Non gli darei più di cinque anni: eppure, da una distanza di due metri, quel ragazzino fa sempre ciuff.  Mi diranno in seguito che è Bryant junior, ovvero il figlio del mattatore numero uno della serata “Tutte Stelle”…” (Paolo Viberti, cronaca dell’All Star Game di Firenze, su SB del 28 Febbraio 1985)
Non preoccupatevi, malgrado l’incipit questo non è un amarcord sui trascorsi italiani di Kobe Bryant. E’ semplicemente una scusa per introdurre uno sguardo differente, da un’altra prospettiva, sul numero 24 dei Lakers. Una sorta di teoria darwiniana, evolutiva, del giocatore più rappresentativo di questo decennio. Prima di addentrarci in un discorso prettamente tecnico, meglio chiarire la forma mentis del soggetto analizzato: un figlio d’arte che non ha bisogno della fame per ambire alla fama. Quindi un afroamericano atipico, decisamente non inglobabile nel monotipo da ghetto: viene in mente anche il grande Grant Hill per illustrare una genia rara nelle dinamiche dello sport a stellestrisce. Essere Kobe significa soprattutto avere un concetto superomistico della propria missione, non accontentarsi di vincere, ma pretendere da se stessi e dalle proprie azioni il dominio assoluto: del proprio gioco, di quello altrui e dell’universo intero.
La stirpe da cui deriva il kobismo è geneticamente affine a pochissimi altri esempi nella storia dello sport: vengono in mente soprattutto Eddy Merckx e Bjorn Borg. Campioni feroci nell’atteggiamento, che estremizzarono il concetto di agonismo portandolo oltre, e soprattutto espressione avanguardistica di una concezione borghese del gioco e dello sport. Alcune parole di Mario Fossati, dedicate all’inarrivabile Cannibale belga, sembrano descrivere perfettamente anche il dna di Bryant: “Ha inseguito l’idea del campione e subito l’ha raggiunta. Aveva tutto ciò che un Coppi (ovvero un povero…n.d.r.) avrebbe sognato di possedere. Un benessere che gli ha permesso di porre in salvo la personalità. Non ha dovuto lottare contro il bisogno. La concorrenza gli ha cresciuto dentro la rabbia di vincere. E’ un mostro…”. Ecco, se l’ex numero otto Lacustre è nietszchiano nel risultato dei suoi sforzi, la volontà nel concepirli ricorda il “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli” dell’Alfieri più delirante. Quindi, come modello di riferimento, scelse quello più improbabile ed intoccabile: Michael Jordan. Ritenuto da tutti, a ben vedere oggi a torto, irriproducibile nelle movenze e nelle conseguenze: il figlio di Jellybean si è abbeverato a quella fonte e ha preteso di riprodurne le gestualità e la mentalità da tiranno. Uno sgarbo che molti di noi non gli perdoniamo; offesi dall’aver intravisto una tipologia jordaniana perfezionata ulteriormente, malgrado fossimo convinti dell’impossibilità di qualsiasi paragone con il ventitre dei Bulls.
“How good can I be, really? Can I beat my older sister? Can I beat my cousin? Can I beat my dad? Can I make jv? Can I make varsity? Play in college? Make the Nba? First round? All-Star Game? Championship ring? Mvp?” (Pubblicità Adidas del 1997). Kobe è cresciuto con addosso una pressione inimmaginabile, eppure non è franato nella sua missione impossibile: malgrado i kobehaters, Shaq e i fatti del Colorado; come fosse composto di materiale cosmico, diverso da quelli provenienti dal pianeta terra. Nulla ha mai potuto arrestare la sua corsa solitaria verso la grandezza: nemmeno quelle spadellate, da tre, che sancirono un’eliminazione umiliante e sacrosanta contro i Jazz di Stockton e Malone. Erano i playoffs 1998 e anche quei tiracci (con i denti da latte..) confermarono la personalità straripante del futuro Mvp; giustificato da un Del Harris che riconobbe subito, come del resto Jerry West, le potenzialità infinite del soggetto. L’anno dopo, nella stagione di transizione del lockout, Bryant iniziò a mostrare, ad intermittenza, lampi di onnipotenza assoluta. A Orlando, il 21 Marzo 1999, iniziò la primavera kobista: nel primo tempo LA fu asfaltata da Penny Hardaway e compagni, poi (come per incanto) Bryant entrò in una dimensione che avrebbe, più frequentemente, abitato negli anni successivi. Condusse alla rimonta i gialloviola segnandone, nella sola ripresa, 33.
L’arsenale già contemplava l’immarcabilità: il suo movimento preferito, sfruttando l’atletismo straripante e una coordinazione miracolosa, è la ricezione aerea con schiacciata incorporata, separandosi al momento giusto dal marcatore. Il palleggio con la destra permette già ogni movimento (in)immaginabile: naturalmente il primo passo felino da slasher gli consente anche un tiro in sospensione di eccellente fattura. Tutto il resto dipendeva dalle lune del bambino prodigio, capace di sfuriate offensive incredibili. Il tiro in sospensione era sicuro anche dopo aver maneggiato la palla con la sinistra: ma il controllo perfetto sarebbe arrivato col tempo; questa caratteristica era ben lontana dalle possibilità del Tracy McGrady degli anni in Florida, praticamente inarrestabile nell’entrata anche con la mano sfavorita.
Questo per far capire il metodo e la costruzione del Mamba, che ha come carburante anche l’osservazione dei pregi altrui e la cura maniacale dei particolari; un computer cestistico. Sembra proprio che il Nembo Kid losangelino sia una combinazione felice tra neuroni specchio vivacissimi, che ne accrescono l’apprendimento rapido, e una reattività neuromuscolare abnorme: una gioiosa macchina bellica da canestri. Non è casuale che i progressi più evidenti siano arrivati nella stagione del primo anello; è proprio l’entrata mancina a farsi sempre più sicura, affinandosi continuamente anche nelle doti a lui peculiari. Ci stiamo riferendo alla capacità diabolica di ghermire il rimbalzo offensivo, magari quello decisivo, e alla virtù innata di decidere le partite: se la sublimazione, di questo carattere distintivo, è arrivata nella finale olimpica di Pechino, tutto cominciò ufficialmente con la prestazione clamorosa di gara4 delle finali 2000. Quel dì, oltre che aprire un ciclo vincente, si iscrisse nel Pantheon dei grandi. Sorprenderà sempre più, nel corso degli anni, la volontà assassina di risolvere le partite sul filo; quasi fosse in una dimensione tutta sua. Allora Black Mamba si trasforma in Solaris, il pianeta terribile (ideato dal genio di Lem) che si diverte a fare a pezzi la coscienza di chi lo vuole esplorare.
Lasciando da parte l’ego ipertrofico, che alcune volte lo induce a una solistica esagerata (fasotutomì!), la finesse e la classe sono spaventose. Andando oltre le esibizioni circensi come gli 81 ai Raptors, ci sono partite che sgomentano per il dominio assoluto esercitato. La gara1 dell’ultimissimo showdown contro Orlando, oppure la serata da capogiro che ebbe nell’incredibile ritorno sui Mavs (da meno 27 nell’ultimo quarto!) nel 2003. Post, fronte a canestro, arresto e tiro, improvvisando sulla linea di fondo e in area, finta e ricezione, lo scarico al compagno libero…
Epilogo: oggi pare aggiungere sempre qualcosa allo chassis, merito anche di quei piedi da ballerino pugilatore: è ormai uno scienziato nel giro e tiro cadendo all’indietro, alternato talvolta con una serie inenarrabile di finte. Trattasi dell’inferno contemporaneo per ogni difensore, seppur bravo, dell’intera Nba: con l’eccezione del canonico quarto tempo in contropiede, lo sfizio di una megastella, esegue tutto con una pulizia tecnica sublime, veramente da scuola di pallacanestro cibernetica. Quest’estate ha preso ripetizione dal sommo Hakeem Olajuwon per migliorare le movenze vicino a canestro; prima o poi ci regalerà la sua versione riveduta e corretta del Dreamshake, proprio come replicò il babyhook di Magic. Il cielo è, forse, il limite; Kobe potrebbe portarci verso la perfezione formale: l’idea tecnica è che, negli ultimi quattro metri, si arriverà a cambiare mano a seconda della posizione. Sul lato sinistro si diventerà mancini, anche se si è impostati con la destra; il figlio di Jellybean forse sarà il primo a realizzare compiutamente questa evoluzione. Magari domani, il simposio si arricchirà di nuovi capitoli da aggiungere alla sua saga di ubermensch cestistico.
Simone Basso
(articolo pubblicato sul numero 24 di ASB, nel Dicembre 2009).
P.S. Un ringraziamento speciale a Roberto Gotta.
 

di Simone Basso
L’ineluttabilità del trionfo di Federer agli Australian Open, con una facilità che solo Davydenko per qualche minuto ha reso umana…
Ci sono materie dello scibile umano che ci confortano; non tanto per l’avvicendarsi dei fatti, ma per l’ineluttabilità degli stessi. Da quasi sette anni, un attimo infinito, un’assurdità temporale degna dell’Ulisse di Joyce, assistiamo increduli al verificarsi alchemico di un fenomeno agonistico. Che è anche estetico, nel senso della cognizione massima di una bellezza gestuale, stordente e rivelatoria.
L’esegesi dell’unicità di Roger Federer sta tutta in quell’attimo, inconcepibile per gli altri. Nella creazione, istantanea perchè straordinariamente istintiva, di un tennis totale che affianca la classicità alla modernità. Appare inevitabile ricadere sulla fantascienza antropologica (?) e chiedersi ancora se gli androidi sognano di pecore elettriche: gli umani, gli avversari, tendono disperatamente ad assomigliargli ma non riescono ad eguagliarlo. Nemmeno dominando ampie porzioni di contesa.
Il momento decisivo degli Aussie Open si è verificato nel quarto di finale bizzarro che lo opponeva a Davydenko. Per un set e mezzo, Kolya ha preso a pallate l’alieno, mai così in difficoltà dai tempi (horribilis) della resa di Parigi 2008. I top esasperati di diritto per far passare il burian gelido e addirittura una pausa tattica per oscurare il sole dalla Rod Laver Arena, affinchè l’ombra calasse anche sul russo. Un errore banale del replicante difettoso su una palla break quasi terminale (2-6, 1-3, 15/40) e l’incontro cambia forma e sostanza; nonchè padrone. Sliding doors radioattive per Nikolay e Federer, genio leonardesco, ribalta le prospettive: gioca centrale, abolendo gli angoli più propizi ai colpi esasperati dell’avversario. Il quarto set, rocambolesco e palpitante, è un’ode alla guerra psichica: Rogi chiude, mostrando cose che noi umani non potremmo immaginare… Nell’ultimo gioco tira una seconda folle che rimbalza altissima, ingestibile; poi serve un kick con una diagonale cartesiana, millimetrica.
Il torneo delle illusioni altrui finisce lì, sempre che ci si possa abituare alla valigia dei trucchi di Mago Merlino; il cui compito, oltre che affastellare record impossibili, è quello di spostare sempre più in là l’immaginazione su un campo da tennis.
In finale, contro un Murray di eccellente fattura, uno spettacolo estatico; soprattutto per la capacità di inventare tennis sotto pressione, esibendo una naturalezza scoraggiante per lo scozzese: incredibili certe risposte, alcuni approcci in slice, i diritti incrociati, il rovescio profondissimo e i tocchi a rete, con una serie di volée deliranti. Sembra quasi che, in quei momenti, la sua funzione sia di farci dimenticare lo sport contemporaneo: una realtà, con poche eccezioni, brutale e volgare; un ammasso di supercorpi robotizzati che osano la propria autodistruzione per denaro. Con Roger persiste l’allucinazione felice che sia ancora solo un gioco; che prolunghi l’infanzia emotiva, la purezza, di chi si imbatte in quelle invenzioni. Ha una grandezza imbarazzante ed imbarazzata, pudica, scevra di quel campionismo fanatico che impera in questi tempi feroci; anche quando avrà terminato la sua missione sportiva e fingerà benissimo di essere come noi, continueremo a cercarlo con il nostro sguardo bambino. Chissà se da qualche parte nel cosmo, come una lacrima sospesa nella gravità zero, David Foster Wallace continuerà ad ammirarlo: lui che per primo definì il gioco di Re Roger un’esperienza religiosa, mistica, sarebbe stato contento di abbandonarsi alle visioni di questa estate australiana.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

 

di Simone Basso
Breve omelia questa volta sui dannati del ciclocross, fratello minore bastardo del ciclismo su strada. Per ribadire il nostro amore verso l’etica e l’estetica del fango, dimensione molto più pulita e dignitosa rispetto alla liofilizzazione imperante. A pochi dì dalla sfida iridata di Tabor, in Repubblica Ceca, un bignami incompleto ma sentimentale sullo spettacolo ciclistico più bucolico e selvaggio nel carnet degli sfregaselle.

Da circa quindici anni il cross interpreta benissimo il ruolo, perdente ma orgoglioso, dei nativi americani rinchiusi nelle riserve: scacciati dalle loro terre dall’arrivo del fanatismo belligerante dei vaccari, ovvero la mountain bike che tanto bene fece alle tasche dei produttori di bici…E francamente riesce quasi impossibile paragonare le due entità: il rampichino, così moderno nell’incarnare una via di fuga chic e borghese dall’asfalto metropolitano; il ciclocross, atavico nel riprodurre un gesto iperrealista, poverocristo e folle. La danza nella palude non regala mai paesaggi consolatori, ritagliata giocoforza in ambienti claustrofobici e infidi. Come non bastasse, in caso di pioggia o neve, le scritte degli sponsor si tingono di un marrone merda che solidarizza con le maschere degli atleti e le buche delle pozzanghere. Gli indiani, ignorati dalla massa, sopravvivono nelle contee del Belgio, dei Paesi Bassi e di qualche paese dell’est europeo, ma lo fanno mostrando una scenografia corroborante. Sarà la melma, il ghiaccio o le pinte di birra prosciugate, però le orde dei voivodi tappezzano il territorio con una frenesia ineccepibile. E’ ancora oggi una visione fotogenica, nel senso Tolstoiano del termine, che potrebbe destare emozioni anche in uno spettatore casuale; una polka abitata da una frenesia originale, come quella di un formicaio impazzito. Prima dell’ora d’aria attuale, il cross fu spesso abitato dai ras della strada: difatti dal primo campione mondiale (nel 1950), Testa di Vetro Robic, cominciò un’alternanza semidemocratica tra gli specialisti e gli stradisti prestati alla solfatara. Alla prima categoria dell’anima, i Dufraisse, i Longo (il più forte tricolore di sempre), i Van Damme, gli Zweifel ed i Liboton, si contrapposero dignitosamente i Wolfshohl, i Richard e i Van Der Poel dell’altro mondo. In mezzo, ma non assolutamente come i vasi di coccio manzoniani, l’esempio estremo dei fratelli De Vlaeminck. Della coppia di gitani provenienti da Eeklo potremmo ricordare una definizione di Jacqueline Merckx, la moglie di Eddy: “Ah, tutto il Belgio sa che sono una cattiva frequentazione..”. Ma stavolta non ci interessa Monsieur Roubaix Roger, bensì le gesta del diabolico Eric, di due anni più anziano. Sette volte iridato della disciplina (record assoluto), con un talento spaventoso che avrebbe potuto riverberare maggiormente anche su strada, se solo si fosse gestito minimamente. Ma nella cabeza deviata di Eric prevalse quasi sempre la bisca clandestina; sui circuiti, bizzarro e lunatico, fu sostenitore appassionato della sorella anfe, che lo accompagnò in ogni momento agonistico. Provvisto di autista personale e di un’indole simenoniana nel cacciarsi nei guai, vinse un mondiale senza praticamente allenarsi. Ci pensò il diesse Franco Cribiori a riportarlo in auge, dopo una vacanza in carcere e la provvidenziale cauzione…
Ai satanassi come il De Vlaeminck “cattivo”, sovrapponiamo idealmente una figura revelliana come Vito Di Tano; due volte campione del mondo nella categoria dilettanti. Scelse di correre nei puri per una scelta di vita; già allora, negli anni settanta, il ciclocross imponeva di emigrare verso le Fiandre e il pugliese non se la sentì di rischiare. Vinse la prima maglia iridata nel 1979, a Saccolongo, su un percorso infame e ribadì subito il suo attaccamento al mestiere: quello di manovratore ferroviario, sulla linea Treviglio-Bergamo. Fu un Pietro Mennea bonsai, malgrado le leve da trampoliere, l’ennesimo miracolo meridionale autoctono a dispetto della sobrietà di mezzi economici. Con l’evoluzione (?) dei costumi il ciclocross perse la partecipazione dei Bitossi e dei Chiappucci e si specializzò: nell’era dei De Clercq e Groenendaal vantammo una rivalità nostrana di alto lignaggio, quella tra Pontoni e Bramati, e poi venne l’oblio o quasi.
Il 31 sarà un’occasione ghiotta per ammirare questo massacro divertente: il tracciato si annuncia una pista di pattinaggio su ghiaccio, quindi il fango sarà sostituito sadicamente dalle sbucciature sanguinanti delle cadute. L’eroe casalingo Zdenek Stybar potrebbe approfittare delle faide belghe, lo squadrone che vanta una serie infinita di capitani o presunti tali: il campione in carica Albert, il fuoriclasse Nys, l’eternauta Vervecken, l’imprevedibile Vantornout… Di sicuro è il mondiale professionisti più importante dopo quello, liturgico, della strada: a confermare la tendenza l’incredibile seppuku (ma Mishima lasciamolo stare..) dell’Uci, capace di cancellare in un solo colpo due specialità classiche come l’inseguimento individuale e la corsa a punti dalla pista olimpica. Tutto per razzolare crediti dal CIO, nello stile inconfondibile dei verbruggeniani, parenti prossimi dei blatteriadi: la grande famiglia dei batteri che incrostano e vivificano sullo sport. Un po’ come se la IAAF rinunciasse al programma dei 10000 e dei 400 ostacoli; questi cerebrolesi, in favore di baracconate come la velocità a squadre, recidono la tradizione stessa dell’evento. D’altronde, se solo ci fossero dirigenti capaci, il ciclocross vivrebbe di allori molto più significativi; perchè la dimensione perfetta di questo bandy della pedivella dovrebbero essere le olimpiadi invernali. Trattandosi di specialità a suo agio con i rigori del Generale che sconfisse Napoleone e Hitler: un po’ più sport del curling e molto meno ridicola della cinquanta chilometri in linea del fondo.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

di Simone Basso
Il fine settimana più religioso dello sci alpino, con la visita dei fedeli alle pendici del monte sacro dell’Hahnenkhamm, ci suggerisce un omaggio a una delle icone più ortodosse della grande tradizione bianca. Marc Girardelli, con il suo carico pesantissimo di cinque Coppe del Mondo generali, incarna ancora oggi l’archetipo massimo dell’atleta polivalente.

Fuoriclasse dalla storia incredibile, irripetibile Araba Fenice priva di Purgatorio; solo Paradiso ed Inferno, in un’anabasi senza pari nella cronaca dello sport recente. Il Gira cominciò a gareggiare a sette anni e fin dalle prime competizioni si capì l’eccezionalità del suo talento: per molti osservatori, quel pupo che vinse il Trofeo Topolino e l’Ovo Grand Prix sembrò una profezia felice, ovvero la reincarnazione moderna del leggendario Toni Sailer. Ma il ragazzo di Lustenau, a soli tredici anni, fu al centro di un contenzioso tra la federazione austriaca ed Helmut Girardelli, il babbo di Marc.
Personaggio controverso, fumantino, nonchè uomo con idee tecniche differenti dai dirigenti del cosiddetto Wunderteam; le posizioni inconciliabili delle due parti portarono a un gesto storico del padre padrone, che chiese (ed ottenne) la licenza lussemburghese per le gare del figlio. Quello strappo, a dir poco epocale, costerà una solitudine cosmica ai Girardelli, nonchè il boicottaggio politico da parte dell’entità che gestisce da sempre (tramite una marionetta con ventriloquo..) il circo bianco.
Con le conseguenze agonistiche facilmente intuibili: budget limitati rispetto ai professionisti di stato, tracciature e preparazioni delle piste sfavorevoli, calendari assassini per gli all around… Papà Helmut scelse la libertà del figlio, consapevole che quello schiaffo sarebbe stato pagato negli anni, ma dimostrò vivaddio alla perfezione un teorema scomodo: l’inutilità a qualsiasi livello dei federali, nosferatu che promuovono soprattutto se stessi ed il carrozzone parassita che li giustifica.  E sorvoliamo sull’assenza di proposte (visto che nonno Girardelli crebbe in Valsugana) della FISI dell’epoca, evidentemente obnubliata dalla sbornia della Valanga Azzurra.
A diciassette anni apparì alla Coppa del Mondo (Carmelo Bene docet) arrivando secondo nello speciale di Wengen, tra Bojan Krizaj e il mammasantissima Ingemar Stenmark: era il 1981 e sembrò imminente l’esplosione. Ma le vicende del Gira cominciarono a ricalcare l’andamento di un sismografo impazzito; una lista ascetica ed incompleta, in rigoroso ordine cronologico, illustrerebbe meglio di mille panegirici le vicissitudini del favoloso Marc. L’odissea cominciò nel 1982 e proseguì per il resto della carriera; ebbe quattordici (!) interventi chirurgici alle ginocchia: il primo, effettuato da un luminare del settore (il dottor Steadman) che predisse difficoltà future del nostro a…camminare normalmente! Dopo il secondo invece si riscontrò una disabilità del quindici per cento al ginocchio sinistro. Eppure, puntualmente, tornò ogni volta mosso da una determinazione feroce, immanente.
Realizzò tutte le promesse tramutandosi in un vincente onnivoro, a dispetto del dolore di quegli incidenti che lo resero nietzschianamente sempre più forte. Ebbe un contraltare generazionale perfetto in Pirmin Zurbriggen, l’elvetico con il quale divise il possesso della coppa di cristallo, ed un avversario antitetico in Alberto Tomba, valentinorossi dei Novanta.
La stagione 1989 fu il suo capolavoro: vinse in tutte e cinque le specialità, record poi eguagliato dal solo Bode Miller, e dominò le discese monumento come la Streif ed il Lauberhorn. La singolarità di questo campione risiedette in un particolare che modificò le prospettive: come affermò il grande Rolly Marchi, destabilizzando i cortigiani dell’Alberto nazionale, Girardelli fu il fuoriclasse più naturale di tutti. Al contrario dei Maier e dei Tomba, che furono fenomenali grazie al loro fisico michelangelesco, il lussemburghese lo fu a dispetto di quel corpo martoriato dalla sfortuna; perchè vantò coordinazione motoria e sensibilità tecnica di un altro pianeta, un caso einsteiniano di riprogrammazione istintiva delle proprie virtù psicofisiche. Per comprendere l’eccezionalità del soggetto bastava assistere ai suoi allenamenti, stakanovisti e spartani: Helmut e Mark a fare tutto, prelevando il materiale da un pullmino anonimo; niente staff personale e posse al seguito. Nel 1990 al Sestriere il momento più tremendo, quando una caduta lo portò a un passo da diventare paraplegico; il de profundis cantato dai media si spense l’anno dopo con l’ennesimo ritorno vincente e la quarta Coppa. Da brividi il suo dominio nello slalom di Kitzbuhel: in condizioni difficili di neve scese con l’eleganza e la sicurezza di un ballerino, con quello stile inimitabile.
Non ebbe mai la soddisfazione dell’oro olimpico, saltò due edizioni per problemi burocratici, perdendo sempre in circostanze sfavorevoli: la scelta del numero di partenza sbagliato, nella discesa di Lillehammer 1994, lo privò di un’affermazione probabile. Due anni prima, ad Albertville nel Gigante, scontro titanico con Tomba; il finale, serrato ed avvincente, nascose le dinamiche moderne dello sci milionario: fu il Cotelli catodizzato, nell’approfondimento della seconda manche, che dimostrò un assioma che determina l’andamento di certe competizioni. L’Alberto, in ritardo fino alle ultime porte, lo superò nel piano per un evidente divario di performance dei materiali utilizzati; cioè la cambiale eterna che pagarono i Girardelli nell’affrontare gli squadroni. Queste considerazioni tecniche dovrebbero essere ribadite ad ogni rassegna a cinque cerchi; tanto per non far passare la Ceccarelli di turno (ovvero la vincitrice di una lotteria) come la nuova Annemarie Moser-Proell
Prima del crepuscolo sportivo il Gira fece il pokerissimo, respingendo l’assalto di un rampante Kjetil Andre Aamodt alla sua maniera: corse le ultime otto gare della stagione con il crociato del ginocchio destro a pezzi, ribadendo una volontà e una durezza mentale spaventose, superomistiche. L’addio nel 1997 fu all’agonismo, certamente non allo sci: come un delfino che nuota nell’acqua, Mark continua a sciare esprimendo una passione totale, infinita. Sulle ginocchia, quattordici cicatrici ci ricordano l’amore folle di questo grandissimo per lo sport della neve.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

di Simone Basso
Gli Australian Open al via si presentato incerti come non mai: fra il presunto declino di Federer e il ginocchio di Serena Williams ognuno può sparare il suo vincitore. Di sicuro questo non è più il muletto dei major, a prescindere dai nomi…

La catena di montaggio fordista del tennis non conosce pause. Sul finire del 2009 ci abbandonavamo alla nostalgia preventiva e oggi siamo già al primo Slam del nuovo decennio. Ci vorrebbe il talento sanguinario di Sam Peckinpah per ritrarre al meglio la situazione, ma Re Federer nei panni (sporchissimi) di Pike Bishop non riusciamo ad immaginarlo: rimane l’impressione, già accennata, che si stia entrando in una sorta di interregno che segue un’epopea dominata da un primattore, coadiuvato (?) dalla sua nemesi antitetica. Il Mucchio Selvaggio caratterizzerà quindi le vicende del 2010, in attesa di scenari imprevedibili.
L’Australian Open è cominciato ufficiosamente ieri: il rito del sorteggio, che in evo alto federeriano stabiliva semplicemente la sorte dei vassalli, è adesso fondamentale per designare il panorama agonistico. Non essendoci un Federer 2006, cioè un androide che sorvolò di fioretto tutte le sfide, il percorso minato del tabellone stabilirà le fortune dei pretendenti alla gloria, decidendo il vincitore della sparatoria finale. Curioso che la griglia favorisca il big meno in forma del momento, cioè il Djokovic piallato da Verdasco in una recente esibizione down under. Mago Merlino partirà contro l’incognita Andreev, pericolosa, poi fino ai quarti potrebbe andare col pilota automatico; lì avrà in sorte, presumibilmente, uno tra Macho Fernando e Soldatino Davydenko. Il russo, reduce dalla sverniciatura bis del duopolio che fu (Roger e Rafa) dovrà convincere chi, come noi, lo vede sempre come un perdente di successo: il suo gioco playstation, con pochi margini di sicurezza nei momenti topici, deve ancora passare il test del tre su cinque. E il dittatore gentile, il marito di Mirka? A Doha ci è apparso più indietro del solito, ma a questo giochino, quando conta sul serio, potrebbe fregare tutti come di consueto.
L’altra parte del cartellone è ancora più difficile da analizzare: il Nadal redento della prima mezz’ora di Doha (una versione piratata del 2008) si confronterà con il torero ferito a morte nel terzo set dello stesso incontro.
Trattasi di enigma ellroyano risolvibile già ai quarti, quando dovrebbe imbattersi in Godot Murray, presentatosi a Gennaio in una veste molto più sobria rispetto alla precedente, arrogante e perdente. Uno spicchio di bill complicatissimo dal versante del misterioso Pippo Del Potro, dato per sgonfio: qui si fronteggeranno pistoleri belli tosti, oltre l’argentino, Calerta Cilic (la nostra “sorpresa” del torneo), Mitraglia Roddick e Mano di Pietra Gonzalez.
Una citazione a possibili bounty killer come Evanescenza Berdych, Lurch Karlovic, Alì Tsonga e Legna Soderling; tanto per riempire il carnet delle comparsate eccellenti ed accontentare tutti. Ma la variabile impazzita di uno Slam così precoce è sempre stato un nome nuovo, a sorpresa: caratteristica di una competizione storicamente ballerina, in quanto a date, luoghi e superficie.
L’Aussie Open fu comunque spesso, anche per la collocazione geografica, il muletto dei major; snobbato rispetto alla Bentley Wimbledon e alla Lamborghini US Open, visse per lunghi anni incertezze ed assenze illustri.
Non lo disputarono mai Immortali come Tilden, Lacoste, Kramer, Gonzales, Patty e vi parteciparono appena una volta Grandissimi come Drobny, Nastase e Borg. Proprio nell’epoca della conquista definitiva del territorio da parte dei professionisti, si trasformò in un evento quasi secondario, disertato dai Borg e dalle Billie Jean King: esemplare fu la rinuncia di quest’ultima nel 1972, la stagione nella quale avrebbe poi realizzato la tripletta a Parigi, Londra e New York. I motivi, oltre al viaggio scomodo, furono le poche prebende garantite dall’evento (money talks..) e la tempistica dello stesso; sballotato e modificato da continue cosmesi. Nel 1972 fu infatti spostato a Dicembre per evitare problemi legali con la Federazione Internazionale e cominciò un ping pong di date che lo retrocesse a Slam di scorta.
Poi, nel 1983, ricominciò finalmente ad attrarre le attenzioni delle star e iniziò una valorizzazione che l’avrebbe portato, nel 1988, al formato attuale. Il cemento di Flinders Park, oggi Melbourne Park, successe all’erba di Kooyong, prato dalle caratteristiche meno razzenti rispetto all’All-England Club del periodo, e ci consegnò una prova riveduta e corretta. Dominata da un asfalto più conservatore di Flushing Meadows e dalle condizioni ambientali estreme della torrida estate australiana: questi due fattori costituirono l’ingrediente principale di contese divenute epiche. Inaugurate dalla vittoria batticuore di Mats Wilander sull’enfant du pays Pat Cash nell’88 (8/6 al quinto) e proseguite con classici istantanei: il Federer-Nadal dell’anno scorso, con le lacrime amare dell’elvetico, i primi due set bionici della finale 2000 Agassi-Kafelnikov (impressionanti per violenza e precisione dei colpi) ed il quarto infinito Roddick-El Aynaoui del 2003 (21/19 l’ultimo set?!). E la gemma più lucente del power tennis contemporaneo, quel Safin-Federer semifinale 2005, forse lo spettacolo più cibernetico mai esibito da due tennisti: sempre lo stesso Marat che tre anni prima, sfinito da una nottata di amplessi con un trio di safinette bionde, consegnò la finale ad un incredulo Thomas Johansson
Dedichiamo la nostra attenzione anche all’altra metà del cielo e, influenzati subliminalmente dalle doti di Simona Halep, scegliamo come tema le Supervixens: Poppea Serena, almeno un cameo per Meyer l’avrebbe potuto fare; a Sydney, presa a pallate dalla Dementieva e a disagio con la Rezai, ha mostrato a tutti il cartello “lavori in corso”. Ma se non ci saranno problemi al ginocchio, vedendo l’autostrada del tabellone, potrebbe avere un appuntamento in semifinale con la sorella Venus; le incognite sulla loro strada saranno le bionde Wozniacki, Zvonareva ed Azarenka. Ben diverso il peso specifico del quarto opposto che, per la sfortuna della Pennetta, racchiude Cuore di Panna Dementieva (e se fosse la volta buona?), la mina vagante Henin, Mamma Clijsters e Kuznetsova. L’ultimo pertugio è aperto a diverse soluzioni, comprese la rinascita dell’eterna vessata Safina o della ginnasta Jankovic; il torneo poi chiarirà i possibili ritorni delle due corpoduro del circuito, ovvero Valchiria Sharapova e Miss Serbia Ivanovic, reduci da un 2009 problematico e deludente. L’anno scorso il solleone fu decisivo e aiutò Serenona, contro Azarenka e Kuznetsova: una caratteristica anche di alcune sfide storiche (Henin-Capriati del 2002, per esempio), ma ci auguriamo Aussie Open regolari, senza le temperature proibitive e (soprattutto) gli incendi che devastarono Victoria ed il Sud Est del continente nel Gennaio scorso. Russ si accontenterebbe delle perline di sudore sulle sue amazzoni…
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
di Simone Basso
Pensieri su ciclismo e televisione dopo l’addio al microfono di Bulbarelli. Fra divagazioni e infatuazioni, passando per la difficoltà di raccontare uno sport che non permette lo schiacciamento sul presente.

“Il mezzo è il messaggio”.
(Marshall McLuhan)
Nel villaggio globale dello sport, il ventunesimo secolo è quello dell’esposizione bulimica, esagerata. Infatti, come qualsiasi attività umana, ormai accade solo ciò che viene televissuto; l’idea onirica delle imprese sportive raccontate dagli inviati o dai film fotografici è un reperto (o referto) del Novecento. Diventa quindi fondamentale, per vendere meglio il catalogo, il quinto potere coinvolto nell’operazione: la fruizione dello spettacolo agonistico viene rinnovata non per migliorare lo sguardo diretto di chi presenzia all’evento, bensì per consentire più telegenicità allo stesso. Poichè l’occhio che conta è quello della telecamera, ciò che accade su un campo o su un circuito è assolutamente relativo: lo sport si è trasformato in un programma d’intrattenimento televisivo molto redditizio, affiancabile a un telefilm o a un reality. E’ un meccanismo di fruizione che coinvolge tutti; la sindrome del megaschermo distoglie anche l’attenzione del fruitore sul posto: in un caso huxleiano di percezione alterata, il testimone preferisce osservare le immagini filtrate piuttosto che gli atleti a qualche metro.
E’ così ovunque, dalla partita Nba all’arrivo di una classica dello sci alpino, con il pubblico che al momento opportuno gira la testa verso il monolite a colori; quasi a chiedere conforto dell’esistenza del momento vissuto. Nel 2006 Dio Foot, l’ultima religione praticata realmente sul pianeta terra, ha consacrato questa tendenza irrinunciabile: le blatteriadi furono decise dalla sala regia della televisione tedesca, estrapolando un frammento (la testata di Zidane) sfuggito agli occhi, umanissimi, dell’arbitro. L’immagine quindi è (oggi, domani, dopodomani) il mondo reale anche dello sport: la contraddizione più evidente è regolata dall’esigenza di fornire un commento a questa forma totalizzante di “spettacolo integrato”. 
Lo spunto diretto arriva dal cambio della guardia, in funzione ciclistica, davanti al microfono Rai. Come direbbero in America, Exit: Bulbarelli; Enter: Pancani. La gestione dell’Auro del dopo De Zan, paragonabile alla successione impossibile a Luigi XIV, potremmo definirla controversa: un’eredita pesante e quasi sgradevole, giunta tra l’altro nel periodo più arduo (mediaticamente) per il ciclismo. Difficile proseguire con i voli pindarici e gli slanci omerici, se si è travolti da una quotidianità degna di un noir di Simenon. Il problema di Yoghi, affiancato dall’ex professionista Bubu, sono stati i tempi, i suoi: in uno sport con fasi lunghissime, ieratiche, non ha quasi mai saputo riempire il vuoto dell’attesa. Perchè il privilegio del ciclismo è proprio questo: non consente lo schiacciamento sul presente, necessario in altre esibizioni muscolari. C’è spazio per respirare e apprezzare; in una dimensione umanistica concreta, e se la pedivella è un libro da leggere e sfogliare con calma, gli altri sport sono sms…E’ una scusa meravigliosa per visitare il mondo e la sua bellezza contraddittoria; lo spunto è ovunque, da una cattedrale gotica all’approccio di una montagna; dall’entrata in una foresta alla visione di un golfo marittimo.
All’Auro, che comunque si applicava, mancavano anche i tempi tecnici della competizione: l’ultimo esempio, freschissimo, al Giro di Lombardia 2009. Quando, nel momento della rasoiata decisiva di Gilbert, si era distratto in un discorso fuori tema: il senso della corsa (a otto chilometri del traguardo…) non dovrebbe essere un privilegio esclusivo di Philippe Fondriest e Ducati Sanchez. L’imperdonabile infatuazione texana o lo sgradevole rendiconto della contabilità antid****g fanno parte dei gusti, dissennati il giusto vista la taglia di camicia, del soggetto; anche se rimarranno negli annali il suo silenzio omertoso di fronte al dottor Ferrari, intervista telefonica del 2002, e l’arrabbiatura verso la De Stefano che dichiarò la verità inconfessabile nel dì della vergogna di Lons le Saunier. La Sandrocchia, uterina e coraggiosa, pronunciò l’epitaffio del Miracolato: “Lance Armstrong non è un campione”. 
Le bulbarellate però non nascondono dei meriti, come l’aver interrotto le imbarazzanti sequenze di assessori e capitani di industria intervistati del suo predecessore; sketch fantozziani che si concludevano con l’immancabile invito al De Zan per una cena: l’Adriano talvolta completava la magata, condividendo l’angolino del tavolo con una Valerie Still venticinquenne…Lo stile vocale dell’Auro, vagamente radiofonico, si era distanziato abbastanza dallo stereotipo imperante; pur non essendo un Albertini o un Rosi, il suo pareva quasi sempre un soliloquio gentile con l’ascoltatore.
Antitetico rispetto all’entusiasmo simulato dei suoi colleghi, alla Meda, con quelle urla belluine che sembrano la recita di una signorina stufa del sodding con il fidanzato. Questi Galeazzi dimagriti sono insopportabili, rendono ancora meno potabili le visioni disinteressate (quindi poco fesse) di una partita o di una gara; realizzano il disastro di un assalto cafone alla tranquillità di una casa esposta, ignara, ad un televisore acceso. Si spera che il Bulbarelli, nella nuova veste di responsabile dello sport Rai, non si dimentichi degli spazi dovuti a nonno ciclismo e ai cosiddetti sport minori; magari evitando il Muppet Show di certe differite, con la colonna sonora involontaria delle transenne rimosse durante la telecronaca…
La risposta, come disse Robert Zimmermann, soffierà nel vento: nel frattempo ci accontenteremmo di un pò più di silenzio, partecipe e sdrammatizzante, per apprezzare meglio quei gesti. Anni fa, ad una Parigi-Roubaix, assistemmo ad una diretta priva di officianti causa sciopero sindacale: quindi zeppa di suoni, voci, rumori della strada. L’esperienza, dal punto di vista acustico, fu bellissima ed il boato del Velodromo che accolse Museeuw infangato fu un’emozione pazzesca: quel pomeriggio (muto) trascorso con i ballerini delle pietre ci ricordò che, a volte, lo sport non ha bisogno delle parole.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)



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