Archive for the ‘Oscar Eleni’ Category

di Oscar Eleni
La soddisfazione dell’Armani, il pubblico di Avellino, gli italiani di Pianigiani, le carte di Bologna, la foto di Bilbao, la speranza di Ercolino, il dolore per Cannavò, la coppa di Tanjevic, il ritiro di Niccolai e la domanda di Caglieris. Voti a Stonerook, Lardo, Boniciolli, Costa e Bucchi.
 Oscar Eleni dall’India, dal pellegrinaggio fra le rossastre pietre parlanti di Hampi dove abbiamo cercato risposte per capire certe facce, certe parole, comportamenti e musi da mona. Confessiamo di non aver avuto risposte soddisfacenti perché davanti al Piero Bucchi, “soddisfatto” per aver visto Milano costringere Avellino a fare soltanto 59 punti, anche le pietre sacre restavano senza parole. Più facile chiedere perché Siena, in Italia, non ha davvero rivali: loro pensano già al domani, qui, cominciando da Roma, si stanno ancora chiedendo chi tenere a libro paga, chi mandare a casa, chi nascondere per non lavorare a favore del Monte. Incredibile, per le solite pietre, anche la conversione del sopra detto Bucchi Piero che a qualche giorno dalla figuraccia con Avellino ammette: “Basta figuracce”. Ah, volevamo ben dire. Comunque, tanto per essere chiari: se, per caso, Milano andasse a fare una bella partita domenica a Siena, sapendo che il Montepaschi sarà spremuto al cento per cento, se succederà l’impossibile non veniteci poi a parlare di Miracolo a Milano. Lo avevano già fatto l’anno scorso quando il CSKA aveva deciso di far andare fuori di testa il Messina che ora vive l’incubo Barca.
Care pietre di Hampi spiegateci perché la finale della coppa Italia ha avuto, più o meno, lo stesso pubblico del derby di serie B, o A Nazionale per chi soffre a dire la verità, fra Ozzano e Fortitudo. Diteci voi quali segreti hanno gli spagnoli che portano 16 mila persone sulle tribune a Bilbao, portano i grandi personaggi dello sport iberico, convincono persino il re Juan Carlos e sua moglie Sofia, pur sapendo che in terra basca sarebbero stati fischi, poco meno di quelli che si è preso il Real entrando in campo, ad andare sul palco e poi a premiare Grimau mentre i compagni accendevano sigaroni cubani e Fran Vasquez si prendeva il premio come miglior giocatore. Tutto più bello, tutto più elegante, dai trofei in giù, dalla cornice in su e, badate bene, non siamo di quelli che hanno voglia di rispondere ai gestori delle sale scommesse infuriati perché sul sito della Lega italiana la progressione del punteggio della finale aveva invertito le squadre, dando l’illusione che fosse la Virtus a vincere. Potenza delle macchine, perché, alla fine l’illusione era anche in molti degli osservatori dando la misura esatta del dominio senese: se con loro perdi di poco, non ti fai stritolare, allora hai quasi vinto.
Insomma una notte da Minnesota Fats, da Spaccone, da Eddie Fast Nelson, nel momento in cui Minnesota si purifica, si mette il borotalco sulle mani e annuncia beato: palla otto in buca d’angolo. Pianigiani fa così da moltissimo tempo, speriamo che possa continuare a farlo anche con la Nazionale, ma è meglio se prima si concentra sull’Eurolega perché avrà poi tutto il tempo per fasciarsi la testa quando verranno i giorni di Azzurra con o senza Eze. Lui non avrà i pretoriani delle stagioni da record. Non esiste pietra che possa regalargli uno come Stonerook a cui tutti danno spazio perché possa tirare, a cui tutti dicono sì, sei bravo, ma le steelle sono altre, il leeone che ti sbrana senza mai fare una piega anche se provi a morsicarlo tu che sei la gazzella. Non era la miglior Siena, stanca, con infortuni seri da guarire, la testa altrove, eppure erano sberle per tutti. Certo se i campioni fanno 2 punti in 5 minuti, come contro Biella e non riesci a staccarli allora fuori i fazzoletti bianchi da rubare a quelli che a San Siro hanno creduto davvero all’imboscata per il povero, povero?, Mourinho.
La Virtus è stata bravissima: un allenatore come Lardo vale la pena di essere seguito, ha dentro la cattiveria giusta per fingere di avere soltanto guanti di velluto, poi sa stare sul palcoscenico, sa truccare le carte anche se le briscole sono tutte dall’altra parte. Capolavoro contro Caserta, attacco mirato al cuore di Avellino dove era facile trovare le debolezze anche se intorno c’erano tifosi ululanti. Nella finale hanno retto bene quelli che nelle Vu nere sono cresciuti come Koponen, quelli che avevano qualcosa da far sapere a Siena come Moss, che l’anno prossimo dovrebbe sostituire Sato nella rifondazione di una squadra che punta al quarto scudetto consecutivo dopo il paso doble con la coppa. Koponen ringrazierà Zorzi e Boniciolli? Ringrazierà Lino Lardo che lo tiene lontano dalle psicodebolezze di Collins, insegnandogli una strada che il ragazzo finlandese pensa sia diretta alla NBA. Certo lui fa i passi misurati e non vorremmo trovarci a Toronto adesso che non hanno quasi più spazio per Belinelli.
Care pietre dell’India misteriosa dove, abbiamo scoperto, truccano col veleno anche il benedetto curry, spiegateci bene le foto di Bilbao dove, fra i campioni, spuntano i ragazzini della Juventut Badalona vincitori del trofeo giovanile. Noi abbiamo diviso tutto. Per i mille, che hanno invaso Bologna, delle brevi, dei ricordini, mentre la Virtus, fra gli under 17, misurava il progetto Armani sui giovani: 85-49!
Avellino e la sirena dei soliti noti, l’Irpinia e quel canto melenso per far diventare oro quelle che erano foglioline di menta. Compagnia di giro con il complesso di farsi voler bene da tutti: noi sì che amiamo il basket, lasciate perdere i vecchi bavosi, i babbioni che pensano al passato, veniteci dietro, ascoltate i nostri messaggi, leggete avidamente quelle cifre che sono il sale della vita sportiva, un sale dell’Himalaya che serve per tutte le pietanze perché non abbiamo niente più delle bistecche di tofu da proporvi. Il male è nel cinismo di chi non capisce che Ercolino si illude se pensa di avere la coppa Italia anche nel 2011. Adesso ci penserà la Lega. Già, ma quale Lega? Quella dove l’onda Sabatini ha già messo sotto l’acqua il povero Renzi? Alla Virtus hanno altri pensieri, vi diranno, forse è così se pensano che per una eventuale presenza nell’Eurocup, a cui avranno diritto visto che Siena sarà in Eurolega sicuramente, ci penseranno. Speriamo sia soltanto perché sperano di essere nella coppa maggiore il prossimo anno.La provincia esclude.
Torna il campionato, lo sappiamo tutti, ma non ne abbiamo trovato notizia, almeno il calendario, sulla Gazza dei coriandoli dove fingono di essere addolorati nell’anniversario della morte di Candido Cannavò, un dolore finto perché per mostrare quello vero bastava continuare seguendo l’idea che ci sono tante cose da dire e da scoprire nello sport senza andare a cercare tra lenzuola e venditori di condom. Ci sarà tempo.
Telefonata in Turchia per sapere da Tanjevic come fanno a tenerlo ancora. Telefonata di qualche settimana fa. Lui, ridendo come cavallo, spiegava di essersi mimetizzato bene nella torre di Galata, favorito del Topkapi. Abbiamo provato a dimenticarlo, anche se appare impossibile avendo intorno tutti questi caporali maggiori , abbiamo provato a considerarlo reponsabile di tutti i mali dei suoi allievi, anche in quelli che fingono di non riconoscersi in lui, ma era impossibile. Certo capisci meglio Boniciolli se trovi un bell’articolo del Marrese “rubato” al basket dalla gloria di Repubblica e dei suoi settimanali d’oro, quando ci spiega che Trieste, stranamente, è la città dove si vive meglio in Italia, ma è anche quella con il maggior numero di suicidi. Ecco svelato l’arcano, ecco perché l’allenatore di Roma vive così male certe esperienze e non soltanto perché adesso Gino Natali è tornato nelle grazie presidenziali e già si occupa di mercato ombroso, come dice il Romanista. Comunque sia mentre ascoltavamo la radio castigliana che spiegava quello che sapevano già tutti, cioè che fra il Barcellona e le altre d’Europa e quindi di Spagna, ci sono distanze enormi, mentre pensavamo a Siena e alla sua coppa, a Pianigiani e alle sue caramelle al miele, nello stesso attimo in cui ci domandavamo se il Real avvelenato sfogherà tutto sui nostri campioni incerottati e spremuti mentalmente da questa dedizione assoluta alla vittoria, stanchi, ma felici, ecco la notizia della notte trovata su internet mentre cercavamo di capire perché l’Italia degli sport invernali, ma non solo quella, sbatteva le alucce su piste con troppo sole o troppa ombra, su sci, larghi o sottili, mal sciolinati, su giudici infami, su tutto quello che è Italian style, tipo le sceneggiate nel calcio dove si spiega bene perché in questo Paese la caccia va sempre fatta sparandosi sui piedi, dando all’arbitro tutte le colpe, prendendo gli allenatori e buttandoli dalla rupe, salvando i giocatori perché, si sa, quelli sono patrimonio, insomma in questa fase rem ecco la notizia: Boscia si alimenta bene mandando al diavolo il suo nemico Ataman, che si trova intrappolato nella battaglia contro il ramo slavo della squadra, poi si prende anche la coppa di Turchia. Magra consolazione, ma almeno qualcosa in tasca, lui, è riuscito a metterselo.
Notizia della settimana: Saturnino Niccolai, l’uomo che viveva fra le stelle come diceva il principe Rubini, si ritira dalla scena a 41 anni. Lo abbiamo amato alla follia. Lo avremmo voluto in tutte le nostre squadre preferite pur sapendo che, molte volte, non lo avremmo trovato in spogliatoio perché si era perso da qualche parte. Speriamo resti nell’ambiente, speriamo continui con i suoi camp per i giovani. Speriamo che non si avvicini troppo presto al fuoco del nuovo mondo.
Altra bella notizia: Torino ha avuto la finale di Eurolega. Vogliamo portarla una squadra di serie A nella città che più di altre meriterebbe di rubare la scena al povero calcio? Inventatevi qualcosa, ma, per carità, non ditelo in giro dove ci sono avvocati e aiutanti stilisti, dove ci sono maghi dell’economia al nero di seppia. A proposito di Torino: doveva essere un grande del nostro basket, il Caglieris delle meraviglie virtussine, in maglia azzurra, il regista delle battaglie più belle nella storia a spicchi, a dire finalmente la verità ai finti riformatori dello sport nella scuola: “ Con due ore di lezione che tipo di sport puoi fare? Vaglielo a spiegare. Pagelle prima che salti di nuovo la luce fra le pietre rosse.
10 A Shaun STONEROOK per come ha vissuto i suoi 9 anni italiani, per il rimpianto che abbiamo sapendo che non è mai stato con la nazionale per colpa sua, ma anche dell’invidia, delle piccole battaglie sull’uscio di casa dimenticando il resto. Perché con la nazionale italiana? Perché ci ha dato molto, ma è questo basket che lo ha rivelato nella dimensione europea.  
9 A Lino LARDO per come è arrivato alle finali di coppa Italia, per come ha presentato la Virtus che gioca bene anche dovendo sopportare giocatori che non fanno quasi mai quello che ti aspetti, o troppo timidi o troppo scarsi. Capolavoro.  
8 Ai MILLE della festa basket organizzata a Bologna dalla banda Sabatini che intanto si sdoppiava ad Avellino ricevendo in regalo il coro di tribune che lo considerano un uomo non davvero d’oro. Sono soddisfazioni, quelle di Bologna, sono tasse da pagare alla stupidità delle curve che tifano sempre contro qualcuno, mai per i loro galletti, quelle del tormento vicino ai tunnel di uscita.  
7 A MOMENTO BASKET, una rubrica che trovi soltanto a Roma sul giornale della sera, perché da un po’ di tempo il Pasquino che ascolta i belati, i lamenti, i rutti federali, poi li racconta, smascherando chi pensava di navigare sotto il livello dell’acqua, pronto ad azzannare le gambone di Meneghin. Aggiungiamo competenza ed affetto per il gioco e domandiamoci perché si deve leggere soltanto a Roma, accidenti.  
6 AI MATURI BASKETTARI pronti al grande raduno di Aprile in Castrocaro, pronti ad affidarsi al Raffoni che quando organizava la coppa Italia a Forlì non aveva bisogno di finti sostenitori per essere onorato nerlla giusta maniera.  
5 A Matteo BONICIOLLI se prima di aver rimesso davvero a posto la Lottomatica, se prima di aver capito se sarà ancora lui l’uomo per Toti, adesso che i ser biss capitolini sono tornati a sibilare, nominerà ancora Siena per farci sapere che è attaccabile, sì se hai tutte le palle e le rotelle a posto come diceva Lardo, che non deve essere guardata con complesso d’inferiorità come ha detto bene Frates. Lasci perdere e non tiri fuori lo sfortunato Datome, ma quante volte si fa male?, quante partite vere ha giocato per Roma?, la storia che è assurdo lavorare per poi dare un giocatore a Siena. Se il Montepaschi ci avesse creduto non sarebbe mai andato via dalla conchiglia della piazza.  
4 Al FESTIVAL cinematografico di Berlino che ha premiato il film Miele, pellicola turca, senza rendersi conto che l’arnia padronale dove il miele scorre davvero è quella di un basket permaloso e mai autocritico che s’illumina d’incenso anche quando i giocatori si grattano los marones.
3 Alla PEPSI CASERTA per essersi sciolta nel momento in cui la sua gente voleva il massimo: succede se non ti accorgi che i troppi complimenti mandano in paranoia i ragazzi fragili. Fate conto delle copertine colorate, andate a vedere cosa è successo dopo. Soltanto dei grandi flop. E la colpa, badate bene, non è delle copertine, ma del turibolo che arriva sulla testa degli interessati.  
2 Al mitico e sempre mite Ario COSTA che si è appoggiato con troppa foga sulla porta dello spogliatoio degli arbitri dove si proteggeva il pettirosso che ha fischiato e deciso una partita drammatica come quella fra Cremona e Ferrara, brutta e forse decisiva, per una venialità. Loro, gli arbitri, sono fatti così: il basket lo inventano come più gli piace e ad Avellino abbiamo visto cosa vuol dire due pesi e due misure, ma forse Tola non se ne è accorto.
1 All’OLIMPIA LUBIANA che per anni abbiamo amato come scuola grandissima del basket europeo, che è sempre stata società di riferimento per chi voleva costruire non avendo grandi mezzi: adesso smobilita, ma speriamo si rimetta presto in gioco, anche se non tutti quelli che ha lasciato andar via erano da prendere in altri posti. Ma, si sa, quando serve compri tutto.
0 A Piero BUCCHI perché la sua ARMANI, proprio tutta sua, non convince e non arriva ai bersagli minimi in Europa e in Italia, perché ai tifosi delusi di quella che una volta era la squadra dominante, non puoi dire che assolvi i giocatori per aver fatto segnare pochi punti ad Avellino. Prendersi le responsabilità, non chiuderle fuori dalla porta come se fossero sempre tutti bambini del minibasket. A Rimini lo faceva benissimo, a Napoli pure. Cosa sarà accaduto?
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
La finestra di Paola Porelli, gli orgasmi NBA, il rimpianto per i cacciati, gli italiani di Roma, i tre che diranno no, la coppa dei veleni e la spiegazione di Esposito. Voti a: Michelori, Brunner, Galanda, Childress, Magnoni, Dal Pozzo, Sidoli, D’Antoni, Bargnani e Crosariol…

Oscar Eleni ai piedi della scalinata Potemkin nel cuore di Odessa, vedendo la carrozzina di Ejzenstein scendere inesorabilmente verso il mare del silenzio, quello dove vorresti immergerti cercando l’abisso che serve per isolarti dal dolore. Paola Porelli che ha cercato in tanti modi di farci dimenticare la storiella sui chirurghi con mano dolce, ma pensiero debole sulla filosofia dello stare bene senza i pezzi del tuo corpo che si sono presi, ha deciso che senza l’avvocatone non aveva quasi più senso guardare persino i nuovi ragazzi della sua famiglia Virtus. Con l’ironia di sempre ha deciso prima di chiudere la finestra sul mondo, poi, dopo aver salutato i fedelissimi Matteo, Mario, Lorenzo, ha deciso che aveva voglia di andare a scoprire se anche in un’ altra dimensione, deve esserci un pianeta Porelli dice la scienziata Margherita Hack, il suo Gigi Torquemada aveva trovato il modo di macchiarsi la cravatta, la camicia, la giacca, il maglione, urlando al capo degli angeli, o, magari, anache al capo dei diavoli, che la macchia è libertà. Ma dai, Gigi, non vedi che state esagerando con la vodka di Odessa, guarda la camica, guarda che macchia. Nando (lui la chiamava così dopo aver confessato che quando si erano incontrati gli piaceva quella grinta in sorriso con velluto) non mi rompere, le camicie si lavano, le giacche si puliscono, ma vuoi mettere come si sta bene quando si è liberi. Va bene, cara Paola, si prenda pure le nostre lacrime da coccodrilli di palude e vada avanti a sentire se l’Avvocato ha già deciso che la prima suite sul mare della tranquillità la daranno sempre a voi. Noi siamo ancora nell’isola di chi vola sospeso, preoccupati che Dan Peterson, questa volta, si rialzerà con fatica perché adesso abbiamo scoperto che all’Avvocato doveva tutto, lo rispettava, lo seguiva, lo considerava il suo guru in eurolandia, ma era nel collegio famiglia della Virtus, quello che era scuola di vita ed aveva una regina come madre di tanti ragazzi in viaggio senza sapere dove sarebbero andati a finire dopo la gloria sportiva, dove lui, viaggiatore avido di capire altri mondi, partendo da Evanston, si sentiva protetto, dove ascoltava la musica di parole che ora non ci saranno più.

Con questo stato d’animo, sapendo che la Virtus sarebbe andata ad un partita farsa in quel di Napoli, senza che molti si potessero accorgere del lutto che aveva sulle maglie, ci è venuta la rabbia del contradaiolo senese della Civetta, quel Cecco Angiolieri che se fosse stato fuoco avrebbe bruciato lo mondo. Lo prendiamo in parola e lo preghiamo di aiutarci a fare la stessa cosa adesso che abbiamo scoperto sulla Gazza dei coriandoli che tira più una farsa NBA di tutto questo campionato al traino di Siena che ora si sente accusare anche di essere la rovina per gli altri, da quando, sono 4 anni, vince e lascia soltanto qualche briciola, ma anche di se stessa perché, dicono i soloni, non avendo competizione seria nel suo campionato poi è impreparata al basket fisico dell’eurolega dove adesso svernano arbitracci da colonna infame. La Gazza degli orgasmi ci fa tenerezza, ma ricorda tanto il povero basket che fa di tutto pur di non affidarsi a gente competente della materia: dopo Cannavò un bel filotto con direttori che non vengono dallo sport. Tanto, dicono, quelli dello sport si accontentano di tutto se hanno sopportato certa gentaglia, se ridono con Severgnini, e se hanno beatificato persino Biscardi e le tragiche maschere proposte nel tempo.
Anche questa pallacanestro italiana, che finge di rimpiangere dopo averli scacciati, combattuti, ignorati, umiliati, i Porelli, gli Allievi, i Bogoncelli, i Bulgheroni, i Dorigo, i Parisini, i Cappellari, i Giancarlo Sarti, i Crovetti, i Peterson, i Rubini, i Tracuzzi, i Corsolini, insomma questo nuovo generone di furbetti del quartiere, ha una grande abilità nel promuovere chi non ha quasi niente da proporre nel torneo delle idee. Se fossimo foco dovremmo bruciare chi pensa di animare uno spettacolo sportivo, una partita importante, mandando musica al massimo volume, inventandosi per la centesima volta, la formula al di là e al di sopra del gioco. Tutta gente che va in uno spogliatoio, prima di partite determinanti, di spareggi, urlando ai giocatori “ mi raccomando, concentrati”. Roba da ridere, da impalamento, ma così vanno le cose.
Se fossimo foco bruceremmo il contratto dell’Armani con Mike Hall, ma anche con chi lo ha preso e lo protegge, manderemmo sul rogo chi si è inventato l’insulto per l’ex di turno, Cotani preso a pernacchie nella Biella dove era convinto di aver lasciato qualcosa, Boniciolli insultato dalla stessa Avellino che gli aveva promesso monumento equestre dopo la vittoria, l’unica nella loro storia, in coppa Italia. Bruciare chi ha convinto Pianigiani ad accettare questa Nazionale perché ogni volta che vedi i candidati all’azzurro ti viene un freddo nelle ossa da gita in Groenlandia in maniche di camicia. Meno male che il presidente del Coni Petrucci è a Vancouver per ballare quando il segretario Pagnozzi canta nella casa Italia così accogliente, perché non sapremmo spiegargli cosa succede a Roma quando ha tutti gli italiani disponibili: nel bosco di Avellino, davanti ai lupi di Pancotto, i ragazzi d’oro hanno fatto strage di 4 in pagella, ma, si sa, loro sono superiori, poi vanno a parlare con i sostenitori della scuola italiana dell’obbligo e si rasserenano.
Noi ci teniamo ancora stretti a Basile, Marconato, Galanda, Mordente, Michelori, Di Bella, ma sappiamo che non andremo lontano neppure con il loro modo di vivere questo sport, pronti a scommettere che in agosto non vedremo in Italia i tre della NBA. Da cosa lo abbiamo capito? Istinto. Animalesco istinto, ma, come dice Ettorre Messina che è già in quaresima sulla pradera di san Isidro, inutile mettersi fuori dall’aeroporto con il cappello in mano e la limousine pronta per giovanotti che già si divertono nell’atmosfera della notti stellate NBA.
Se fossimo fuoco andremmo ad Avellino per scaldare una coppa Italia che sembra nata focomelica, fra sorteggi sospetti, con un programma demenziale, con alleanze che diventeranno odio appena le luci saranno spente. Se fossimo foco diremmo ai senesi di respirare profondo e di regaralarla questa coppa Italia, così avremo l’illusione che chi comanda nella città dei canestri ha deciso di scegliersi sfidanti con la goccia d’oro. Non è così anche se Caserta rappresenta qualcosa di speciale e non soltanto perché dopo 19 anni è tornata vincere sul campo di Milano dove con la maglia taroccata Olimpia giravano i fringuelli dell’ornitologo Bucchi, del tenero Livio Proli che sembra soffocare quando intorno c’è soltanto il sottofondo del bisbiglio di chi sfrutta le fasi morte di una partita per poter parlare con il vicino chiedendo quasi sempre la stessa cosa: ma sono davvero i secondi o i terzi del campionato quei tipi lì con la casacca Armani?
Certo che lo sono, anche se le rivelazioni dell’anno sono a Caserta e a Montegranaro,in attesa di capire tutto il resto mentre Boniciolli finge di essere diventato capo minatore con anima dolce dopo lo schianto di Avellino, il magone irpino, dove Repesa chiede scusa ad Esposito, il Vincenzo che ha scoperto di odiare i giocatori simili a lui e ai suoi amici più cari di un tempo che fu, perché ha scoperto dal Diablo, allenatore in Trento, che il male vero del basket italiano sono gli allenatori stranieri. Lui è l’unico rimasto, è rientrato in corsa, ma non sapeva di aver avvelenato la fonte. Confusione di Vicienzo? Conufusione del cronista coriandolo che non ha neppure fatto notare il peccato di voce? Forse si riferiva agli stranieri che, come uccelli di rovo, passano, lucrano e migrano. Volete anche le pagelle? Peggio per voi.
10 Al MICHELORI che ha sdrumato il povero Mike Hall, che ci ha messo tutto quello che aveva per ricordare bene chi era e cosa avrebbe potuto dare prima di scontrarsi con mastro volpe nella Milano con memoria, non quella astiosa di oggi dove un piccolo borosauro affronta ex giocatori, negandogli omaggi, con la domanda: ma tu cosa hai fatto per l’Olimpia? Quelli, sbalorditi, umiliati, indicano le due stelle dei 25 scudetti sulle maglie, quello non capisce. Avevate dei dubbi? Chiedere all’ufficio turistico modenese.
9 Al BRUNNER di Montegranaro che avrebbe fatto davvero comodo a questa Biella in caduta libera. Sono tipi come lui, come il Rocca sano, come Kenney, come Sojourner che resteranno per sempre nel cuore, come Raga festeggiato nel suo ritorno a Varese per il Ponte del sorriso.
8 A GALANDA e CHILDRESS che hanno pilotato Varese in una vittoria fuori casa che potrebbe valere oro, che è diventata sollievo per il dolore del Gianfranco Castiglioni che al basket andava sempre con il suo fedele Diego che adesso lo ha lasciato solo.
7 Ai MATURI BASKETTARI di Magnoni e Dal Pozzo che hanno deciso di radunarsi nella terra magica di Castrocaro, il feudo dell’indimenticato Battistini che ai tenori cani consigliava il pareggio quando stonavano nelle albe vincenti, adesso ne troverebbe tanti fra i dirigenti dell’italbasket. Appuntamento ad Aprile. Speriamo di farcela proprio tutti, potrebbe essere l’occasione giusta per i riconoscimenti dei nuovi entrati nella Hall of Fame dopo le rinunce ad Avellino. Affidatevi a Raffoni ed avrete qualità e affetto.
6 All’indomito ex arbitro SIDOLI che ha portato a Quattro Castella gente nobile da premiare, gente giusta, ma il suo capolavoro è stato quello di essersi ricordato del Pedro FERRANDIZ hidalgo gentile, raffinato, intelligente, ex rivale del suo amico Rubini quando era al Real, l’uomo che nel museo di Alcobendas ha la storia di questo sport.
5 Ai TRUCIDI che vorrebbero impedirci di celebrare il campionato italiano dei filippini, quello vinto dal gruppo di San Felice, Milano zona Forlanini, città giardino dicevano una volta, forse lo dicono ancora, sul mitico campo bolognese dello Sferisterio, quello del basket femminile ai tempi di Baratti, quello dell’epopea legata al Civola.
4 A Mike D’ANTONI un po’ perché i suoi KNICKS ci fanno passare delle brutte notti, ma anche per non aver dato nessuna assicurazione sul Gallo azzurro. Che fosse imbarazzato lo si è capito nella scarna storia americana del duo DAN e DINO. Mondi diversi, come quando erano re di Milano, magari si stimavano, ma non era proprio uguale la condivisione della vita intorno al gioco. L’unica cosa che li univa, sempre, era la voglia di successo.
3 Ai CRITICI che hanno trattato male l’ultimo lavoro di Federico MOCCIA, l’artista che ha legato il suo marchio AMORI alla Fortitudo sempre in pericolo di estinzione se tutti i suoi innamorati veri non faranno un assemblea permanente con il responsabile dei tifosi Pellacani per arrivare alla soluzione antifallimento. Soltanto per questo gesto tutto quello che scrive, canta, produce, merita dieci.
2 Ad Andrea BARGNANI che per spiegarci la nuova dimensione raggiunta con i Raptors racconta in questo modo la scoperta della serenità: “ Io tiro appena vedo luce, se segno bene, altrimenti pazienza”. Già.
1 Al CROSARIOL che sul campo di Avellino cercava di far capire a tutti, meno che all’allenatore, cosa gli stava passando per la testa mentre gli avversari passavano sul suo fantasma. Certo era impegnato nel famoso ciapa no esoterico con Vitali poco vitale, con Gigli poco candido, con Datome vicinissimo a dacome?, con Giachetti rimasto senza alamari sulla spalla che faceva male ogni volta che giocava male.
0 Alla LEGA come premio speciale per la coppa Italia che sta per partire. Mettere le due squadre campane alla prima giornata, lasciare il vuoto per la seconda, è un capolavoro che qualifica tutto il resto, calendari, soste, orari, accidia nel caso Napoli, ignavia in tutto quello che avrebbe dovuto essere il bene comune.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
L’importanza del circo NBA,  il calore di Avellino e la favola di Aradori.

Dicono che le labbra delle alici salate siano molto fredde. Non domandatevi cosa si beve e cosa si fuma quando uno apre così, diciamo che lo fa per seguire la moda arbitraria del nulla con palla al centro. Perché? Beh, se dobbiamo scoprire cosa facevano i calciatori quando tiravano coriandoli, se dobbiamo ancora entusiasmarci se annunciano una nuova tournèe dei Globetrotters, se consideriamo più importante di ogni cosa del nostro basket il circo intorno alla NBA, contenti che il Gallo giochi e perda con i secondo anno contro le matricole, facendo anche una figura modesta, eccitati per la sua gara nel tiro da tre punti, allora è meglio studiare le labbra delle alici salate.
La terza giornata di ritorno chiude la prima fase: da domani, chi c’è, Cantù ci sarà, potrà pensare alle finali di coppa Italia nel “fresco” palazzo di Avellino dove oggi Roma, ma soprattutto l’ex Boniciolli, conosceranno il sapore dell’ospitalità per chi è contro, per chi è andato via. Ci sarebbe da fare tanti ragiornamenti su questa stagione dove l’avvocato Papalia ci aiuta ad entrare nel Carnevale annunciando che andrà fino alla Cassazione per sapere se è davvero colpevole di aver reso ridicolo un campionato professionistico. Soldi in legali, non per i giocatori e per questo Napoli è un fantasma nell’opera.
Speriamo non lo diventino quelli di Varese che vanno a misurare la febbre di Biella, quattro sconfitte nelle ultime cinque partite, consolandosi con la favola dell’Aradori Arad’oro promosso campione perché tira bene. Speriamo che non perdano contatto con la bella realtà del Cantuki i giocatori della NGC che vanno a trovare l’architetto Frates, un ex ricordato per i suoi colpi di martello, per certi urlacci, incubo, purtroppo, per i ragazzini delle giovanili, e questo era un grave errore, uno stimolo giusto per i professionisti, e questo era il bene del gruppo e della società. Due trasferte difficili, due prove per non farsi venire l’idea che il domani non ha ancora certezze. Varese è vicino alle boe come il catamarano Alinghi, Cantù è vicino alla festa di coppa, ma sogna di prendere per la coda la Caserta del Pino Sacripanti che sarà al Palalido contro Milano che quando gioca nella sua vecchia chiesa non apre quasi mai i botteghini.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
L’anima di Messina, l’addio di Binelli, il ritorno di Repesa, il godimento di Bucchi, Lavrinovic a pezzi, la disperata ricerca dei Seragnoli. Voti a: Frates, Giachetti, LeBron James, Hall, Gazzetta, Giba, Cremona e Ferrara.  
Oscar Eleni da Vicchio, nel Mugello, dove è nato Guido Di Pietro, meglio conosciuto come il pittore Beato Angelico. Camminata sui marroni rimasti dopo aver visto i Santi di New Orleans prendersi la super coppa del football, dopo aver girovagato nei chiostri del convento di San Domenico, zona di Fiesole, per capire se il blu di lapislazzuli del nostro artista, se il suo oro in foglia, possano aiutarci a comprendere meglio la sua Annunciazione che si presenta sempre come primo incanto se entri al museo madrileno del Prado dove Ettore Messina va a disintossicare l’anima quando il Real le prende e si fa male come a Tel Aviv, quando si ferma meditando nella sala degli impressionisti chiedendo al povero Molin se sogna o se è sveglio adesso che deve andare a Siena per capire cosa resta del sogno europeo dei campioni d’Italia.

Viaggio nella beatitudine e scusate se è poco, cominciando dalla partita d’addio di Gus Binelli a cui vorrebbe partecipare persino il presidente federale Dino Meneghin che avrebbe tanta voglia di spintoni onesti, stanco di questi sgambetti alla carbonara, sfinito come succedeva al Beato mentre lo obbligavano alla povertà e all’ascetismo nell’ordine dei domenicani osservanti. Beato Fabrizio Frates che ha scoperto di avere una squadra vera, di avere intorno uomini giusti, gente che gli ha curato con una grande partita la cirrosi per quei fischi di chi l’anno scorso a Caserta lo tormentava, destino da Alatriste che, però, si toglie anche sassoloni dagli scarponi. Beato Manero Vacirca per aver portato nel borgo delle tomaie nobili il bulgaro Ivanov, uno che giura di saltare bene a rimbalzo d’attacco perché lo vuole il dio di Varna.
Beato Boniciolli che scopre come si possa avere il massimo dalla fascite di Giachetti, come l’aroma Repesa dia vitalità a tutti, salvo le facce dei tipi come Winston che ancora non hanno scoperto che in città è arrivato un nuovo sceriffo. Deve essersene accorto anche il presidente Toti confrontando il poeta Tourè con questo Dragicevic che va comunque preso con le molle perché dobbiamo ancora capire come ha organizzato la fuga dalla Stella Rossa. Beato Repesa che, contrariamente a Frates, quando torna nei posti dove ha lavorato, lo applaudono, lo baciano, gli regalano fiori, ma poi sono legnate: alla Fortitudo non giocarono mai così bene come contro Gelsomino per la gioia delle vedove bugiarde, alla Lottomatica non vedevano da tempo una Roma così armonica, certo non avevano da portarsi dietro le promesse del marinaio Nicevic, quello che all’arrivo di Rep assicurò il mondo verde per una nuova era. Non aveva aggiunto che lui avrebbe fatto soltanto lo spettatore. Certo alla Benetton non farà in fretta a capire tutti quei ragazzi che guardano per terra, che senza palla non si muovono, cominciando dal giovane Gentile che sarà anche convalescente, ma deve almeno provare a graffiare. Beato Wallace, nome da eroe scozzese, che ha scoperto come si viva nel mondo dei due pesi e delle due misure prendendosi due intenzionali che non erano niente di più di quello che facevano i difensori del Lotto pontificio. Stessa scoperta dell’Amoroso chiaccherone di Varese, del Minucci che ad Istanbul si è reso conto che girano le palle se gli arbitri hanno la bilancia truccata e Brazauskas, più del solito finlandese, è un tipo da sorrisino carogna e da fischiata punitiva.
Beato Capobianco che perdona la sua Teramo ingolfata sapendo che se ci sarà salute, ma soprattutto difesa seria, se tutti salteranno nel tempo giusto, i play off non saranno chimera, ma, per favore non date per certa la presenza in nazionale dei suoi allievi prediletti. Devono sudarsela e migliorare tanto. Beato Bucchi, l’unico che riesce a godere se la sua corazzata milionaria fa segnare meno di 60 punti alla penultima in classifica, felice del secondo posto in solitudine ora che aspetta Caserta al Palalido visto che al Forum canta Vasco Rossi. Una sfida importanate nella piccola arena dei sospiri, ma questa è Milano, questa è la vera realtà della città meno europea che ci sia, come del resto sapete dopo aver visto gli allenamenti in eurolega. Beato Sacripanti che ieri ha radunato la under 20 a Caserta, ma ancora non aveva bruciato il ramo dove la sua Pepsi si era appesa per bere in santa pace la gioiosa festa dei complimenti anticipati lasciando soltanto il povero Michelori in mezzo alla tonnara di santo Brunner, di santo Maestranzi, di santo Cavaliero. Meglio se si torna alla politica dove i santi bevitori, avidi di tutto, dimenticano le mozzarelle sontuose e si adattano al pane dei pastori.
Beati italiani in giro per l’Italia senza che nessuno riesca a spiegarci perché, ad esempio, uno come Antonutti non fa mai passi decisivi per essere vero zogador, perché Macigno Lechthaler si intestardisce a voler fare Nureyev quando andrebbe bene anche se soltanto decidesse di essere il doganiere nella difesa Montegranaro. Beato Pianigiani che si trova nel momento più delicato con Lavrinovic in pezzi. Dire che si dovevano centellinare le forze quando era più facile perdere qualche partita sembra brutto, ma quella smania di voler sempre essere spietato adesso gli sta arrivando contro perché da via Vitorchiano il boomerang sta tornando e vedrete che presto avremo la solita corale guelfa per farci sapere che il basket italiano è in quarta fascia come nazionale, ma anche come club rischia di essere persino fuori dalle prime otto europee, anche se per adesso, fa più impressione la crisi del Panathinaikos dove i tifosi pregano Obradovic di restare comunque. Che ci sia connessione sulla chiantigiana.
Beato Vujosevic, beata Belgrado, beato Partizan. Diciamo che quando vai dove i maestri si chiamavano Novosel, Nikolic, Zeravica, da Belgrado a Zagabria, passando per Lubiana e la Bosnia, allora scopri che non ti serve soltanto la potenza economica. Si lavora, gente, certo hanno più fame di questi bamboccioni, ma se poi andate a vederli in palestra, in certe palestre piene di lustrini, di progetti a voce, allora capirete la differenza e scoprirete perché far giocare i ragazzi della corale oratoriana è così difficile. Beata gente che ancora dà ascolto ai Papalia. Quello che finge persino di rifiutare la A dilettanti per uscirsene senza troppi danni per la società, insomma un lodo Fortitudo allargato. A proposito di Fortitudo Bologna. Beato Forino che lavora sempre come se le Aquile fossero pronte a tornare nel grande nido. Chi conosce regole e bilanci trema e vorrebbe sfregare una lampada per trovare in Seragnoli qualcosa che pure deve essergli rimasto dopo gli anni splendidamente sofferti con quella società. Tutti dicono che non avremo miracoli, ma soltanto processioni e proteste. Dolore. Beato Bonamico, presidente della Lega di A2, che a dispetto degli altri consiglieri federali, diavoli dentro e fuori, diavoli ma non cervelloni da machiavellico certame, se ne sbatte se gli organizzano un consiglio quando lui è costretto altrove dalla sua carica nella seconda lega. Lui tira dritto e se avrà qualcosa da dire vedrete che troverà la cassa di risonanza per far saltare tutte la case matte dove si annidano i fedeli della confraternita gomme e pennini.
Pagelle per la gola.
10 Ai NUOVI ELETTI nella casa della gloria che sono riusciti a vincere la battaglia del decentramento. Non andranno ad Avellino, ma aspettano fiori e spumante nella prima occasione dove all’anziano campione, alla gente che fatica a viaggiare sarà offerto un trasferimento comodo, un atterraggio semplice.
9 A Fabrizio FRATES e alla sua bella squadra perché quello che ha fatto a Caserta è un capolavoro del gruppo. Non dite che vi ha sorpreso, non dite che avete dimenticato quello che ha fatto quando non doveva litigare col mondo. Persino in Nazionale ha dovuto travestirsi.
8 Al GIACHETTI rivisitato dall’ispirazione quando doveva confermare sul campo quello che aveva detto del suo ex allenatore a cui riconosce il merito di avergli almeno cambiato la testa, cosa che si rifiutano di capire soltanto quelli che vanno dietro alla corale del cielo, quella dove la superbia non lascia spazio, quella dove le malie di Amelia vorrebbero far diventare principi anche i rospi che, magari, segnano tanto, ma usano il piumino in difesa.
7 A LE BRON JAMES che per una partita ha accettato anche di giocare come regista, distributore di gioco e caramelle in quel circo dove si può tutto. Bel segnale per Pianigiani e Bucchi: se proprio non sanno come risolvere il problema architetto in Nazionale all’Armani provino a fare sondaggi nella testa di Mancinelli, potrebbe essere una soluzione interessante, nuova, basta convincerlo che il tiro non è nel suo dna.
6 A Mike HALL perché non esiste giocatore capace di far venire i sudori freddi nello stesso momento in cui si preparano feste per celebrare il suo ritorno nella casa del sidro, quella dove tutti si sentono principi perché pensano di aver ereditato qualcosa da chi fu veramente grande, veramente re del sistema costruito in città e non prendendo braccianti da fuori.
5 Alla GADGZETTA degli orgasmi che ulula contro i record fasulli delle partita dove i bambini di Papalia si fanno sculacciare e poi gli spara un bel titolo di taglio a tutta pagina sui 172 gnocchi del crudele Pancotto, sui 102 di scarto dei lupi affamati di gloria effimera.
4 A Jasmin REPESA perché scoprire adesso che la Benetton ha problemi fisici e psicologici è un po’ come andare in un ospedale e scoprire che c’è gente in sofferenza. Certo Vitucci avrà avuto la colpa di non rendere subito difficile la vita ai ragazzi d’oro, ma quello che non torna è il conto sulla voglia di lasciare un po’ di pelle sul campo e i primi a far ridere sono quelli del gruppo slavo che certo fa fatica a capire i tormenti di Daniel Hackett perduto nel suo mare di presunzione, ora che dovrebbe ricominciare tutto dal principio.
3 Alla GIBA, associazione giocatori (spalla armata degli agenti famelici) se non riconosce che lo studio del diacono Chiabotti sull’utilizzazione degli italiani con le nuove regole si è rivelata una bella denuncia davanti a certe battaglie demagogiche: giocano di meno, si sentono poco. Chiediamo in giro perché restino sempre allo stesso punto ragazzi che pure hanno minuti e responsabilità, chiediamo come fingano di allenarsi sempre: certo che vanno in palestra, ma ascoltando altra musica.
2 Al FALLO INTENZIONALE che è diventato stricnina nelle mani di arbitri che amano il due pesi e due misure, che sanno benissimo di decidere il destino di una partita e fingono di essere stati costretti alla mannaia perché lo impone il regolamento.
1 All’IPOCRISIA di chi insiste, microfono all’altezza dell’ombelico, forse più sotto e più indietro, a spiegare la dura vita degli arbitri, il tremendo impatto con il fischio senza avere la moviola a disposizione. Nessuno lo ha mai negato, ma non esiste neppure un ordine dei grandi dottori nella comunicazione, da Caressa in giù, che obbligano chi commenta ad andare oltre la pura sensazione, lasciando che anche chi guarda a casa faccia lo stesso. Fare come con i vigili nel giorno della Befana, dopo averli maledetti tutta le vita, è patetico. O dite che quello ha sbagliato in malafede o state zitti.
0 A CREMONA e FERRARA che continuano a cercare salvatori della patria, prima Anderson, adesso Schultze, per evitare la retrocessione, per sfuggire al destino di chi è comunque partito con qualcosa in meno. La formula ha quella crudeltà che la NBA si è tolta da tempo, ma da noi dicono che non è possibile e forse è vero: se notate la gente sulle tribune fischia, insulta, urla contro, vuole il rogo, non si diverte quasi mai e se vince male è più contenta di quando domina. Andare in fondo con quello che si ha, pensando a costruirsi qualcosa di diverso in casa, considerando il Partizan Belgrado non come chimera, ma come vero modello. Cari presidenti la strada è quella, ma da noi la gente come Vujosevic la mandate via.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni

Alla prima neve, cadono insieme Scariolo, Messina e Pianigiani, i tre re magi della scuola tecnica italiana, qualcuno ha osato salire più in alto dove i sentieri sono ormai chiusi per scoprire a Belgrado l’immensità di Dule Vujosevic, guru del Partizan. Bisognerebbe farlo spesso anche qui da noi un viaggio di purificazione: domani sera chi andrà a Masnago potrebbe sentirsi in crisi mistica. Eh sì, perché di fronte non ci saranno soltanto la Cimberio, che ha bisogno di una vittoria come il debole di polmoni dell’aria pulita, e la Tercas Teramo che cammina lontano dai suoi sogni, ma anche Stefano Pillastrini ed Andrea Capobianco che rappresentano, per noi, l’isola di Dule il serbo.
Uno che in Italia non abbiamo proprio compreso, mandandolo via dopo 5 anni, 4 con il poco che aveva a Brescia e Pistoia, 17 partite in tutto alla Scavolini dove la parola programmazione faceva venira l’orticaria e , come si è visto, nel tempo, hanno poi azzeccato tutte le mosse per finire lontano dalla loro Itaca dove predicavano gli Aido Fava, i Bertini, i Bianchini, lo stesso Scariolo.
Pillastrini è pacioso come l’allenatore del Partizan, Capobianco suda ed impreca, con la camicia sempre a mezz’asta, come l’uomo che ha dato al basket europeo, dai Danilovic in poi, i migliori talenti: li prendeva grezzi e li faceva, li fa diventare pietre preziose. Da noi devi travestirti se vuoi sopravvivere dove dettano legge persino quelli che hanno portato grandi soietà alla bancarotta, gente che non ha ideali e progetti e ogni giorno si lamenta degli altri e chiede aiuto sapendo di non meritarlo, anche se poi, magari, li vende per novità come succede in tanti posti e chi vede giocare certe squadre giovanili lombarde griffate si vergogna per tante menzogne.

Oro Pilla ha masticato ogni tipo di legno, non ha mai chiesto più di quello che meritava, gli hanno fatto grandi torti, ma lui continua e speriamo che Varese, penalizzata e stranamente mai andata al ricorso, gli creda anche se fino in fondo sarà sull’orlo del mare sporco chimato retrocessione. Achab Capobianco pesce pregiato, guarda caso dello stesso segno di Vujosevic, ha trovato un porto di quiete dove altri suoi eccellenti colleghi sbatterono la faccia. Il tempo migliora la gente e ora Teramo ha davvero qualcosa di speciale, anche se la stagione è diventata subito balorda per colpa degli infortuni, delle visioni di qualche fringuello che sotto la neve soffre. Non faremo il tifo per nessuno di questi due allenatori. Vorremmo che tornasse il pareggio, vorremmo che avessero quello che meritano anche se non potrebbero mai indossare abitini firmati e fare cure dimagranti per il sorriso del padrone.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
Menestrelli senza maestri, Peterson in barca, Pianigiani dimezzato, il sorteggio sospetto. Pagelle a Minucci, Triboldi, Becirovic, Frates, Green, Meneghin, Vitali, Tola, Stern e Obama…

Oscar Eleni, o almeno quella che resta di lui dopo aver ascoltato l’ultima predica in tutù, da una vasca piena di rose nel centro del Cairo, mentre intorno infuria la bufera per la vittoria dei calciatori alla coppa d’Africa, convinto a non usare il trucco della regina Nefertiti perché gli americani, sempre loro che mangiano volentieri plastica, hanno scoperto che era tossico e se ti lasciavi andare non c’era protezione garantita né dal dio Horus, né dal dio Ra. I truccatori, però, insistono. Hanno la voce e le facce dei tromboncini televisivi che seguono la corrente del Nilo azzurro nella valle dell’eco, dove i piccoli faraoni ordinano una nuova piramide, intimando agli schiavi di dare un calcio al passato. Non lo faremo, ma non per nostalgia dei tempi in cui il basket italiano era quello che indicava la strada, non per il rimpianto di sentirsi magari snobbati da questi poveri menestrelli, ma soltanto perché era davvero tutto molto più bello e a conciarlo così sono questi nuovi profeti. Quando decidi di risparmiare sugli stipendi agli allenatori dei giovani, quando vai dietro alle statistiche e non cerchi nell’anima di un giocatore, quando credi a tutte le bugie di questi finti centurioni del lavoro, quando non segui il sacro concetto veneto dove si invitano allenatori, presidenti, giocatorini con il braccio corto e la mente confusa, a tacere prima di parlare, allora il calcio nel sederone lo diamo a questi fasuli che fingono di commuoversi appena cercano di celebrare maestri che non hanno mai avuto e che, quando questi maestri erano in vita, imitavano nelle cose peggiori, mai in quelle che avrebbero aiutato la loro crescita.
Ci siamo fatti prestare gli occhi da James Ellroy, il grande scrittore americano a cui piace raccontare la violenza, il Male, ma con ottimismo, dice lui, anche se la sua lama taglia proprio dove vorremmo tagliare noi adesso che abbiamo visto naufragare, senza tanta dolcezza, la barca del presidente federale, accompagnato da Peterson, nel furore generale della fureria federale, dentro il mare grande del basket americano. Dino accolto con gli onori dovuti ad uno che è nella Casa della Gloria a Springfield (come da noi? Come hanno fatto certi sapientoni della casa cantiniera di Lega) mentre i topolini nel formaggio saltellavano intorno a Petrucci in visita pastorale a Biella. Lui, il numero uno del nostro basket, a guardare in faccia i tre ragazzi d’oro che fingono di ascoltarlo, ma che hanno già le scuse pronte per saltare fuori dalla maglia azzurra. Gli altri, i numeri zero del consiglio federale, scatenati nel fare i dispetti a Simone Pianigiani, con la speranza che perda la testa.
Il nuovo commissario tecnico dice un nome e i bidelli di via Vitorchiano, in coro, ne dicono un altro. Gli hanno fatto passare, come assistenti, Dalmonte e Capobianco, ma chiusa lì. Su Caja ci sarà da discutere, mentre noi prigionieri del sogno ci chiediamo come sia possibile che il capo allenatore, quello che deve riformare tutto, non abbia in mano anche le scelte tecniche per il settore giovanile, quello dove un tempo si costruivano giocatori, quello che oggi serve soprattutto per fabbricare consensi e nuovi voti. Certo che le povere creature sono sempre state prese in ostaggio da chi cercava voti, così come era importante andare anche in posti dove era più facile farsi male che allenarsi, ma se esageravano trovavano contro non un muro di coristi, non la gomma di questa Lega scorporata che cede sempre con fermezza, ultimo il caso della coppa Italia, ma gente tosta.
Certo non riusciamo ad immaginare il Tony Manero Vacirca che da assente ingiustificato nell’assemblea di Lega dove si decideva la sede, dopo aver ricevuto tutte le lezioni dal solito Sabatini, si alza in piedi urlando addirittura che il sorteggio è stato fasullo. Lui lascia la delega a Biella, si fida prima, ma poi non si fida più. Non diciamo ai tempi di Porelli, perché l’avvocatone sarebbe andato a comprare scarpe chiodate in Montegranaro per poi inseguire sul vialone principale il “bravo manager”, ma in un periodo qualsiasi della storia societaria questa finta ribellione non sarebbe davvero passata. Come si può convivere con chi sospetta che si trucchino anche sorteggi banali, perché, banalmente, a qualcuno, Siena, prima o poi, dovrà toccare? Prima di parlare taci diceva il pilone della mischia al fringuello che dai trequarti gli saltellava intorno, pronto a scappare, mentre lui era già all’inferno, anche se credeva di essere nato per rivoluzionarlo questo inferno. Non ce la fanno. Parlano, straparlano e la famosa scuola italiana del tiro a segno vive di gloria se il tiro da tre va dentro e poi sussurra nel bagno degli spogliatoi che ci vorrebbero anche palle dentro, palle sotto, palle vere in difesa. Ma non conta. Braghette corte, calze lunghe, ma, come dicevano sotto i portici a Bologna, almeno si vedevano i maroni e non si ascoltavano le marronate di questi paggi Fernando che fanno i corifei, che ripetono banalità per giocate straordinarie, stagioni straordinarie, per uno straordinario e ricercato spiraglio nelle parole più false per far sapere che non saranno mai ripetitivi.
Pagelle e mantieni la calma nel bagno di rose, ma non dire che sei lucido dopo aver visto come Milano e Varese hanno ridotto la loro super sfida, come il mondo attorno a noi fa in fretta a prendere in giro Boniciolli o Repesa oggi e Pianigiani domani se dovesse andargli male l’Eurolega perché ci sono molte possibilità che una squadra invincibile da noi non lo sia nel grande basket continentale. Il figlio della Lupa senese deve fare attenzione a tutto e, per adesso, può soltanto consolarsi (?), sapendo che Di Bella è meglio di tutti gli altri presunti registi in circolazione, che Cusin ha più cose dentro del Crosariol amletico, che sui tre americani sarebbe meglio non fare conto, che sul programma di allenamenti e sedi deve decidere in proprio e al più presto senza entreare nella santabarbara federale.  
10 Al MINUCCI machiavellico che ha mandato i ragazzi del suo vivaio contro i viandanti dell’avvocato (?) Papalia. Dovevano farlo tutti, ma non tutti hanno un vivaio decente come direbbero molti davanti a progetti di facciata. Questa potrebbe essere la soluzione. Affidate a Caja una squadra di under ventuno, pagata dalla Lega, che gioca nel nome di questa Napoli che fa azionariato popolare sempre in ritardo, che ha campi fatiscenti, ma se ne accorge soltanto quando deve scaricare le colpe su altri.
9 A Secondo TRIBOLDI, proprietario di Cremona, per aver resistito quando la squadra sotto di venti dava fiato ai soliti infelici che vorrebbero soltanto ricchi scemi alla guida di società dove invece serve una sana aministrazione per non finire come Napoli, come Rieti, come tanti altri posti. Coraggioso e paziente e ora non ascolti quelli che fanno il tiro al bersaglio su un buon allenatore.
8 A Sani BECIROVIC che da paziente pastore del basket pensato indica la strada ai peripatetici che sfuggono di mano al povero Bucchi nello stesso momento in cui il povero Proli si è convinto che il suo calcione al passato avrà il consenso della gente, farà davvero tremare le tribune del Forum dove soltanto la musica è sempre molto alta, mai il livello dello spettacolo: loro amano che la gente veda ma non senta e, soprattutto, non si possa scambiare in pace qualche idea, magari proprio sul narcisismo dei nuovi pascià.
7 A Fabrizio FRATES che ha messo in buca anche la Virtus Solare rimontandola quando già i giocatori di Lardo facevano i pavoni pur sapendo di essere, al massimo, uccelli del coro in un paradiso lontano dal loro talento. Ci vuole il braccio forte, la mente lucida per risolvere situazioni difficili. Se prendi Frates sai che non devi avere intorno fighette permalose.
6 Al nano dorato GREEN che ha ridato sorriso al Dalmonte ancora confuso da questa investitura azzurra. Ora, nel caso del piccolo principe di Filadelfia, vorremmo chiedervi se valgono di più i suoi 12 assist o il 5 su 6 nel tiro da 3? Non fate i furbi dicendo che va bene la miscela. Non fate i furbi andando nel sacrilego ovile dove qualcuno pensa che un Aldo Ossola non avrebbe saputo far andare in cielo i saltimbanchi di oggi, i ragazzi con il passaggio dietro la schiena incluso nel prezzo.
5 A Dan PETERSON e Dino MENEGHIN che tornati dagli Stati Uniti non hanno fatto una volatona per raggiungere il Forum, per vdere quello che è rimasto della sfida Milano-Varese. Il nano ghiacciato non ci dica che non gli hanno dato una tessera omaggio, il presidente non ci venga a raccontare che non aveva voglia di polvere ad Assago dopo essersi goduto il caramellato del Madison.
4 A Luca VITALI che ha fatto la scelta giusta nell’assurdo finale di Cremona dove Roma, come la vera Salomè, dopo aver chiesto la testa del Battista Gentile, si era denudata di nuovo, ma che si è messo anche a ridere quando gli hanno chiesto come potevano accadere cose del genere. Lui faceva la faccia di quello furbo che non aveva colpe, proprio come quando era a Milano. Una maschera unica nel circo del povero Toti.
3 Al TOLA che dirige il subbuglio del settore arbitrale perché se facesse attenzione non manderebbe certa gente a rovinare gli arbitraggi di Facchini o Sahin, non manderebbe per i campi di A2 i soliti noti, quelli pagano sempre i dividendi delle maialate di chi va in attacco a testa bassa, di chi considera il fattore campo una sua assicurazione per fischi sempre applauditi come diceva il povero Fucka tormentato ad Imola.
2 Al commissioner della NBA David STERN che ascoltanto il grido di dolore del presidente Meneghin gli ha fatto capire che all’Italia lui pensa sempre in modo positivo: ci manderà i Knicks, li manderà a Milano, ma proprio questi?, ma vuole che la scuola produca altri ragazzi da servire al popolo migrante in serate da funiculì funiculà, quelle dove ci starebbero bene anche i designati dal Poz per un futuro al di là. Già. Al di là.
1 A Barack OBAMA presidente degli Stati Uniti che va volentieri a vedersi anche il basket collegiale, che scherza in televisione sul suo futuro da telecornista, che si gode Georgetown mentre silura Duke per il piacere di tutti noi, cominciando dal marchese Della Valle, che in casa di coach Key, ehi ragazzi se non state al passo con questa generazione di pappagalli vi silurano perchè quelli prendono a calci il passato e qualsiasi cosa gli rammenti che fanno fatica ad essere credibili, autorevoli e simpatici, insomma nella tana di quello squadrone universitario avevamo visto i mostri di una difesa che non lasciava scampo al palming, all’hooking, a quel cavolo che volete voi.
0 Alla LEGA per non aver risposto subito e in maniera decisa alle accuse di Montegranaro, per essersi illusa di averci convinto dopo aver aggiustato il peperone nel forno di chi voleva cucinarselo alla sua maniera. Come diceva Totò qui siamo davanti a caporali che continuano a recitare da uomini, o, come suggeriva Sciascia, davanti ad ominicchi e quaquaraquà che recitano la parte del super dirigente ispirato.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
Aspettando un Milano-Varese zavorrato dal blocco alle auto, pensando ad un significato che manca. Non solo per motivi di classifica…
 
Bello il silenzio nelle vigilie, delle notti insonni che precedevano una partita fra Milano e Varese. Per anni era la sfida scudetto, per mesi si pensava soltanto a quella. Meglio, poi, se c’era il prolungamento negli spareggi in campo neutro, quando già era stata liberata la mente dal pregiudizio e si potevano designare arbitri lombardi. Il silenzio ti avvisava, alla secondaria del Palalido, a Masnago, che quella era la settimana speciale per tutti: il dutur Cattaneo, Capellini prima e poi Galleani, fisioterapisti che sussurravano ad ogni tipo di cavallo, sapevano che non esisteva infortunio da curare con il riposo. Kenney, il mastino, il guerriero in rosso, prendeva una scatola intera di pasticche antiinfiammatorie per far sgonfiare una caviglia diventata melone a 48 ore dal viaggio. Meneghin cacciava via tutti, anche se gli dicevano che forse sarebbe stato meglio andare all’ospedale. 
Che meraviglia, che attese. Pazienza se poi la storia, in pratica, finì nel terzo spareggio di Bologna, era un 25 asprile, era il 1973, portandosi dietro tutto, le liti per l’italianizzazione di Tony Gennari di qualche anno prima, altro spareggio, ma a Roma, la guerra psicologica che faceva godere Borghi più di Bogoncelli. Era proprio il 1973 quando in piazza Azzarita il grande Cesare Rubini disse addio alla panchina e il Simmenthal abbandonò quel basket che aveva svuotato le sue bistecche in gelatina: accidenti erano più famosi i giocatori di quella carne in scatola diceva il sciur Gamba che in tempi estremi faceva il rappresentante, si curava in viaggio, ma poi era sempre pronto alla battaglia: da giocatore e da vice Principe con Milano, da capo allenatore con Varese già l’anno dopo, quando si era congedato il professor Aza Nikolic perché aveva altri progetti in mente e la sua cara terra se lo ricorda ancora. 
Purtroppo da noi questi progetti li vorremmo proprio adesso, senza illuderci che il viaggio americano del presidente Meneghin abbia davvero risvegliato la coscienza nazionale di Gallinari, Bargnani e Belinelli, tre giovanotti della generazione che oggi non saprebbe dirvi se un Milano-Varese ha davvero dentro qualcosa di speciale. Loro hanno altro a cui pensare, dollari su cui contare, storie nuove da vivere lontano lontano, anche se poi fingono di essere vicino vicino. In effetti non è così anche per la gente, quella che ha scoperto le sfortune da smog perché sembra una comica il divieto di circolazione a Milano delle auto proprio nel mezzogiorno per un’Armani che non sembra mai bella e una Cimberio che non sembra mai salva. 
Per fortuna ci sarà la televisione, ma non è mai la stessa cosa. Si girerà in navetta o, magari, faranno finta di non vedere le auto dirette al Forum gli stessi vigili che non multeranno i tifosi diretti a San Siro. Da vedere ci sarebbero i giocatori, le squadre che si sono lasciate in malo modo alla prima giornata di campionato quando Pillastrini trovò tutti gli assi che poi gli sono stati portati via dagli infortuni, quando Bucchi si rese conto che l’estate non era durata abbastanza per cucire addosso alla sua nuova squadra un vestito adatto. Due incompiute, due non totalmente felici. Forse una di loro troverà il quadrifoglio per andare avanti in una stagione dove per adesso fa soltanto molto freddo.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
La testa a Parigi, lo stupore di Repesa, l’Uleb scontenta, la nazionale prigioniera, i ragazzi che illudono. Voti a Siena, Sacripanti, Trinchieri, Hall, Viggiano, Lardo, Frates, Pancotto, Bechi, Capobianco e Papalia…

Oscar Eleni dal bar parigino Zero Zero dove fanno troppo rumore, ma dove hanno anche uova sode da tirare in faccia ai clienti antipatici, meglio se arrivano dall’Italia, dalla Lega, dalla Federazione, dai campi dove si gela per il freddo e dove, poi, si soffocherà per il caldo, perché nelle guerre paesane pensano a tutto, fingono di essere disposti a lavorare per il bene comune e appena devono un po’ di assenzio se la ridono pensando di avere davanti degli allocchi, ma poi al momento di fare le cose si perdono tutti nello stesso bicchiere di latte rancido. Amianto a colazione nell’ undicesimo Arrondissement dove abbiamo voluto tenerci un tavolo prenotato nella speranza che a maggio si possa incontrare gente di Siena come se fossimo al Grattacielo. Sembra l’unica cosa giusta da fare mentre le nostre cicogne non portano bambini belli al campionato che ha chiuso la prima parte portando alla regina di Saba, il Montepaschi campione, i pochi ori rimasti, le velleità di allenatori che fanno proprio come i nostri vicini allo Zero Zero: volano alto e poi cadono a faccia in giù. Sfidare con le parole i tricampeones ha un senso se sei su Scherzi a parte, ma poi bisogna fare i conti con la realtà. Molti non capiscono, soprattutto quelli che vanno spesso a grufolare sulle tribune del calcio: ma come, dicono i maestri cantori del gioco più popolare e biliare, due gambe e due mani i senesi come gli altri e allora perché va sempre alla stessa maniera? Colpa del bayon. I giocatori scelti dalla Mens Sana erano sconosciuti di Avatar? No? Allora fateci capire.

Ma cosa ci sarebbe da capire in un mondo dove si mandano via gli allenatori, con formule di crudeltà inaudita, come quella usata da Treviso per liquidare Vitucci, ma si confermano i giocatori e l’orco Repesa si sarà reso conto di aver parlato tropo in fretta quando ha detto che gli andavano bene i ragazzi dalla facile depressione in trasferta, i piccoli ramarri che non si possono convertire alla difesa senza rubare loro il poco che hanno, l’istinto dell’attacco. Se sudano a gambe troppo piegate poi scoppiano e allora può far festa persino Milano dove qualcuno dovrebbe cominciare a chiedersi perché le cose migliori dell’Armani le vediamo quando non c’è possibilità di equivoco su quello che avrebbe in mente l’allenatore. Tolte certe catene ecco rifiorire i reprobi: una volta Bulleri, una volta Hall, magari una volta persino Maciulis o Petravicius. Repesa e il suo stupore come se avesse passato questi mesi nello stesso convento dove vanno a pentirsi tutti quelli che in questo paese mangiano pernici a colazione e si lamentano se chi ha molto meno gira con la faccia incazzata.
Chiusura della prima parte con tre cose da mettere sulla lapide della stagione.
a) Qui giace il basket che una Lega impenitente e quindi impotente ha ridotto ai minimi termini, sbagliando tutto, litigando su troppe cose, senza un progetto che scongiuri il famoso campionato elitario, anche perché l’Europa non è più tanto contenta di avere 4 squadre italiane fisse in gioco. Le parole al vento di Milano, i vuoti del Forum e di Roma hanno spinto l’Uleb verso la cassazione per mandare fuori dal gioco chi non se lo merita, quindi chi ha sprecato quattrini e parole senza migliorare, anzi, peggiorando.
b) Qui giace la Nazionale italiana caduta in quarta fascia, quella dei derelitti, sempre prigioniera della stessa gente che ne ha inaridito la fonte tecnica senza fare niente per la strutturazione moderna dei vivai, lasciando ai ricchi scemi l’illusione che spendere per tirare su giocatori è da fessi, lasciando che la crisi colpisse i salari per gli allenatori dei giovani, lasciando che anche adesso, dopo aver convinto Pianigiani ad accettare la sfida, siano i razziatori di gomme e pennini a dettare legge, sedi del raduno, nomi dei collaboratori. Speriamo che non sia vero.
c) Qui giace l’illusione che se una società punta sui “ragazzi italiani”, tutti più costosi degli stranieri, poi avrà anche un ritorno di immagine e risultati. Roma e Treviso, le benedette da san Gianni Petrucci il pio, il re dei permalosi come dice la Gazzetta valutando la sua schermaglia con il Crimi dispettoso, hanno dovuto cambiare allenatore a metà corsa, hanno in mente altre diavolerie, ma nella sostanza sembrano pentite. Certo più Roma, che avrebbe giocatori fatti (anche finiti: prima di cominciare?) della Benetton che invece deve ancora costruire davvero quei talenti che ha selezionato.
Pagelle prima di perdere l’equilibrio, prima di cadere nella fossa dell’amianto, prima di consigliare a Meneghin, in partenza per gli Stati Uniti, di andare prima a Toronto e poi a New York, perché in casa Raptors, dopo la vittoria sui Lakers sono quasi tutti contenti e Belinelli riesce persino a sorridere, mentre in casa dei Knicks il disastro contro Dallas, scarto record, Gallinari nel buio, potrebbe far scattare meccanismi che allontanerebbero ancora di più il Gengis Gallo da Azzurra. Voti alle squadre, voti alle società, voti ai giocatori.
10 SIENA e poi basta. Visto Romain Sato? Gli hanno detto: guarda che oggi hai contro Moss, il giocatore che ti sostituirà. Certo che lo sapeva e poi se lo è mangiato come un se fosse una rana.
9 A Pino SACRIPANTI, a Caserta, a Coldebella, anche se le hanno prese davvero sode a Roma. Dipende dalla salute, dalle influenze, ma il progetto è buono e il lavoro ottimo.
8 Al TRINCHIERI che ha portato Cantù al quarto posto dopo 15 giornate. Per chi è abituato alle magie arrigoniane nessuna sorpresa, ma non era facile uscire bene anche questa volta dall’inverno dove tutto congela, dove ti scappa un giocatore, dove del domani non esiste certezza.
7 A Mike HALL, a Mordente, a Bulleri, a Mason Rocca, al Mancinelli passaggi come baci di dama, al Viggiano che ha fuoco dentro. Basta trovare le parole e le motivazioni giuste per ottenere qualcosa che si possa avvicinare alla storia Olimpia. Certo resta il corpicino insano di una squadra che appena trova affollamento a colazione, in allenamento, si perde e si disunisce.
6 A Lino LARDO , Fabrizio FRATES e Cesare PANCOTTO per essere arrivati dove nessuno li aspettava. La Virtus ha sofferto e soffrirà ancora tanto perché potrà essere una buona comprimaria, mai una squadra di primo piano visto che esistono bilanci da rispettare, fortunatamente dicono alla Fortitudo, ma esiste anche la certezza che il pilota è quello giusto e alla fine sarà ancora lui a stupirci come a Reggio calabra, Verona, Milano, Rieti. Per il veterano Panc degli otto un bel salto dalla rupe più alta, ma sembra che la sua dolcezza abbia ammansito anche gli ultimi lupi rimasti. Su Frates non mettevamo un euro, perché conoscendo il tipo, visto come andavano le cose, era facile vederlo esplodere, ma la sua fortuna sembra sia stato proprio il Tony Manero che fa da manager. Ci ha sorpreso la resistenza al freddo.
5 A Luca BECHI e all’angosciato CAPOBIANCO perché non avevano valutato bene la fatica doppia fra campionato e coppe. Hanno avuto sfortune varie, lavativi diversi, ma crediamo ancora nella loro forza di resurrezione.
4 A TREVISO globalmente intesa perchè non esistono giustificazioni per certi flop, per certi ragazzi con ali di cera come il Daniel Hackett sparito nel gioco duro, lui che pensava in grande ma viveva da piccolo principe incompreso. Ve li raccomando poi i tipi del gruppo slavo, quelli che prima di Milano dissero: vedrete una squadra diversa. Già.
3 A ROMA e alle sue troppe bocche della verità. Tanti quattrini e tanto tempo buttato via. Ve li raccomando i giocatori italiani, ma anche gli altri avrebbe bisogno di cure a Villa Triste, certo dovrebbero pagarsi la retta e forse è stata questa la regola non rispettata al Nord e al Sud con i lavativi. Il famoso potere coercitivo che le società hanno o dovrebbero avere.
2 A VARESE e PESARO perché hanno illuso il loro popolo per vie diverse: la Cimberio partendo alla grande, la Scavolini giocando bene anche nelle sconfitte. Pillastrini è un saggio e sa che per arrivare al mare della tranquillità ci deve essere coesione. Dalmonte è un gatto che graffia bene, saprà trovare la stanza per i sogni tranquilli.
1 A FERRARA per aver dubitato di Valli che era ed è un eccellente allenatore. Tutto quel nervosismo, tutti quegli ultimatum non hanno fatto del bene e forse è troppo tardi per rimettersi a correre. Stessa categoria per CREMONA che ha subito messo Cioppi sotto processo pur sapendo che in questo mare tutto plastica ed amianto ci si avvelena in fretta.
0 A PAPALIA alla Napoli sfasciata, senza risorse, che va alla deriva e si porta dietro troppa gente, avvelenando persino l’aria dell’unica società, quella del maestro Di Lorenzo, che lavora davvero sulla base.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
Coppa Italia alla Sabatini,  quelli che lavorano contro Meneghin e Pianigiani, la gita di Cantù, gli scherzi dell’Ignis e i giganti che mancano.

Aria gelida e cime tempestose aspettando una rondine. Ci vorrebbe il caldo, l’armonia, una pace interna che il basket non trova. Lunedì in Lega si faranno i soliti dispetti e per la sede delle finali di coppa Italia riusciranno a superare il muro del ridicolo che, come del suono, fa scoppiare i timpani. Per fortuna conosceranno i nomi delle otto finaliste, ma forse è proprio questo che li farà litigare ancora di più da quando Fregoli Sabatini, mentre picconava la Lega, spalleggiato da Teramo, da tanti altri, ha fatto capire che potrebbe riorganizzarla lui la festa del borgo, lui che ha aveva urlato di essere costretto a rinunciare perché sempre in perdita. Gli credono ancora in tanti, o almeno così sembra, ma certo Avellino, che aveva già la banda schierata, guiderà la rivolta degli scontenti.
Aspettare è la punizione per chi crede nel basket gioioso, per chi era convinto che Simone Pianigiani non avrebbe trovato ostacoli per costruire una sua squadra tecnica, prima di scegliere i giocatori, le sedi dei ritiri, il programma. Niente da fare. Ostacoli e musi lunghi. La Nazionale può passare dal caldo al freddo, può lavorare bene a Bormio, ma poi deve spostarsi dove, magari, non hanno neppure l’aria condizionata. Elettori da accontentare, ma visto che Meneghin sa già di non poter essere rieletto, dobbiamo credere che le grisaglie federali di oggi, unite ai gessati di ieri, utili per fingere di avere una schiena dritta, stiano lavorando per il prossimo disastro europeo.
Cime tempestose alla chiusura di un girone di andata che impone a Varese il salto mortale con tre avvitamenti perché Pesaro, in questo momento, è un’avversaria proprio difficile se dalle tribune di Masnago non soffierà il vento della passione a prescindere. Per fortuna Cantù non vive la stessa angoscia. E’ in gita dai bambini Papalia fra le macerie di Napoli. Un viaggio costoso, inutile, ma è la tassa che si paga per restare alla corte dei miracoli dove il basket gioca in tutù, elefantino rosa preso in giro da tutti. Per loro ci vorrebbe un pugno di quelli che Giuseppe Venino, medico della grande Ignis, ex pugile, uno che ci ha detto addio, usava come minaccia per fermare la bolgia sul pullman dell’invincibile armata quando la commedia dell’arte sfociava nello scherzo difficile da sopportare. La sua minaccia veniva creduta sulla parola. Un passo indietro per tutti, anche per Meneghin, Zanatta, Ossola, Rusconi, Iellini. Meglio passare ad altre vittime, come diceva Morse che in quei casi diventava il più piccolo dei giocatori.
Addio caro doc e salutandola ci viene in mente il professor Klinger, altro insostituibile compagno di viaggio per grandi squadre, prima l’Inter, poi Cantù. Ridateci questi giganti. Venino era quello che con la sola imposizione delle mani ti faceva tornare in campo perché credevi al suo “ furore agonistico” alla canfora. Klinger era l’artista che ai giocatori chiedeva stile, chiedeva passione, che nel paziente curava prima la testa, sicuro di arrivare poi all’origine vera del male. Ci mancano. Li aspettiamo con rimpianto quando la fine di tutti sarà nota.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
Le ortiche romane e milanesi, la famiglia Melli, il compleanno di Meneghin, la denuncia di Messina, il funerale di McMillen e lo sciopero all’Olimpia. Voti a McIntyre, Cavaliero, Sacripanti, Manero, Rubio, Koponen, Righetti, Boniciolli, Hall, Fortitudo e Vitali.

Oscar Eleni da un posto che non esiste, quello dove si taglia la lingua agli allenatori che trovano fiori dove hanno coltivato soltanto ortiche. Roma e Milano sono le nuove serre della pruriginosa su grandi labbra, quello dove chi legge sembra capire, dove i consiglieri di chi ha sbagliato tanto sono appesi per le palline sul ponte Milvio, sul ponte della Ghisolfa, su ogni ponte dove ci sia la possibilità di leggere oggi, domani, quello che ieri ci faceva godere, ad esempio, nei giorni in cui la Lega era qualcosa di speciale e non questa nebulosa che si fa stangare in pubblico dai suoi associati, che sbaglia quasi tutto, che non comunica, non si commuove, non fa  più tenerezza, a parte i samaritani che ci lavorano dando tutto quello che hanno per avere in cambio ringhi scomposti.
Scoprendo che il male non ti lascia anche se provi a tagliarlo abbiamo provato a farci chiudere nella stanza dei giochi, al sole, scegliendo il giallo ravvivante con accenti al color gelato, vaniglia o lampone, aggiungendo blu navy e blu ceramica, anche se, dicono, sarebbe bello svegliarsi al mattino in una stanza dove non vedi i fantasmi di Proli, Bottai, Papalia, degli arbitri infelici, dei giocatori italiani sostenuti da Petrucci, ma non più dai poveri allenatori che puntano su di loro, speriamo che Pianigiani cambi il mondo intorno a noi, dove non senti cazzate sui prossimi ragazzi da mandare nella NBA se nell’elenco del Poz ci mettono Mancinelli e Poeta, su Aradori  muovetevi più piano, dove non tutti quelli che dovrebbero cambiare il nostro destino di nazionale con la quarta fascia scritta in faccia hanno il colore del Crocus e delle Primule che abbiamo visto sul volto di Nicolò Melli. Che la fortuna lo salvi dalla piaggeria, che sia protetto bene dalla famiglia, gente tosta, madre americana, argento olimpico di pallavolo, padre a gomiti larghi come quando giocava, che la testa, una bella testa, gli serva per schivare la slavina dei leccaculi che ai talenti prospettano soltanto veline, auto veloci, serate in discoteca, agenti sbrodoloni, un confuso misto di colori fasulli quando invece a questa generazione nuova servirebbe l’avorio, il color menta vivace o il verde felce da accarezzare con pennellate color pesca.
Anatemi del giorno, nel sessantesimo compleanno  di un presidente federale che si chiama Dino Meneghin. Sulla solita torta federale, crema acida, scaduta, ha trovato di tutto e non soltanto il Barnaba che dal ponte dei sospiri ascolta il messaggio dal minareto degli ottici: fatti sentire, urlano al navigatore pugliese, contano i dirigenti, non gli allenatori, quelli, se gli va bene, si prendono un ricco stipendio e trottano nella direzione che diciamo noi. ( Recalcati è vero?, o lo dicono soltanto perché se sceglieranno lui come futuro presidente sono convinti di riavere gli stessi locali  dei giorni oscuri?) Loro pensano così dai tempi di Tanjevic, noi pensiamo così da quando abbiamo capito che con la Nazionale vai a sbattere anche se sei bravissimo. 
Chiedere a Messina, che pure era protetto da grandi dirigenti, vi bastino Petrucci e Porelli come garanzia, giganti veri in confronto a questi pigmei, Meneghin e Bonamico esclusi, si capisce, nei giorni dell’europeo in Germania, quello dove il nostro Tancredi si rovinò le notti pensando che con Azzurra manca il potere di coercizione che esiste in una società ben organizzata. Lo disse in faccia tutti e oggi lo dimentica spesso il Pittis che confonde ancora McAdoo con il resto degli americani d’Italia, pur sapendo che si rivolgeva anche a lui. Non pensate subito a Roma per  mettervi a ridere. Caro Simone sarà così anche per la tua Nazionale, ma se bisogna affondare, lo diciamo al presidente sessantenne, all’allenatore quarantenne, allora fatelo da grandi quali siete: una botta al muro, avanti diritti, pazienza se intorno ci sarà il deserto dei sorrisi, se i professionisti di un gioco che Rubini chiamava ruba pennino si raduneranno in sala mensa per contare i voti del  dopo Londra. Quelli non cadono mai, ti fanno terra bruciata intorno e ti silurano. Succede in ogni organizzazione mal nata. Bocciarono persino Rubini, persino Porelli, non hanno voluto Bulgheroni, fanno finta di non sapere che esiste nel giardino delle pensioni attive un certo Dorigo. Schivano tutto, dopo aver mandato fuori dal loro bosco morto quelli che potevano ridargli la vita. Invidiosi al potere, nullafacenti sull’aia dove gli altri fanno balli celtici e loro si tolgono il pidocchio dell’incapacità, convinti che non abbia lasciato le uova. Chiudeteli nel bagno e buttate via la chiave. Non succederà. 
Così come non avremo il ritiro della Napoli poveraccia dal gioco dove il Papalia ci fa sapere di essere comunque un laureato, anche se alla Bocconi di Milano spiegano che giurisprudenza non è certo una delle loro specialità, meglio, negano che esista. Studiare bene Dan Peterson che non vuole guardare chi porta a spalla la bara di John McMillen dentro la chiesa bolognese dove lo hanno salutato quelli che gli volevano davvero bene, erano tanti, pazienza se altri hanno preso scuse banali per non esserci, accadde anche quando portarono via Riccardo Sales. Lo interroghi con gli occhi e lui si perde verso via Ugo Bassi. Risponderà soltanto sull’auto di Tony Cappellari tornando verso Milano: ”Se non guardi quando portano la bara puoi sempre illuderti che non sia accaduto niente. Io la vivo così e John resterà sempre con me. Era più di un figlio. Perché non sono entrato in chiesa? Perché mi è bastata la rabbia accumulata sentendo quel prete che parlava del Barone Sales senza saperne niente. No, quando me ne andrò io la camera ardente la farete al Palalido, mi va bene anche la secondaria. Fate parlare chi volete, nel bene e nel male, ma dite chi ero e non fermatevi al numero dei caffè mai offerti”. 
Grande Dan, ma sul sogno Palalido, che passerà in gestione al gruppo gnocco fritto e tigella appassita, siamo pessimisti perché nella Armani nova, quella che  si fida di tutti, basta che vengano da fuori, meno di quelli che hanno fatto davvero grande la più titolata delle società, il nome del grande capo indiano con origini irlandesi non viene preso in considerazione. Lo abbiamo capito quando avrebbe dovuto presentare Jura al suo vecchio popolo. Stranezze della vita. Lo capiranno in futuro Repesa, Boniciolli, lo stesso Lino Lardo, magari Bechi e Capobianco, forse  anche Pianigiani appena troverà sulla strada una mina blaugrana come quella delle settimana appena trascorsa al cimitero del basket italiano cacciato dall’Europa. Non esiste la memoria, quelli guardano in cagnesco persino Gamba che sulla Repubblica dice spesso la verità e, molto più spesso, si commuove ancora vedendo quei colori, perdonando tutto, fingendo di non capire che certe cose non cambiano se fai la faccia di quelli duri, puri, di quelli bravi sul serio e dentro sei un rispetta come direbbero alla Bovisa. Manca la comunicazione interna a Roma, come a Milano.  Quella esterna la garantiscono benissimo la ragazza Mei e Mantica, ma dentro, fra i giocatori, c’è un gelo che non si può nascondere mangiando insieme al cinese, all’Emporio, dalla sora Lella, dal buiacaro. Ve lo immaginate Hall in sciopero nelle mani della squadra di Peterson? Riuscite a pensare come sarebbe uscito dallo spogliatoio Crosariol dopo aver urlato contro il suo compagno Gigli che gli “rubava” due punti, convinto, come tanti, che quel tiro asfittico non avrebbe trovato il canestro? Ecco dove esiste la malattia. Cambi il vestito, provi a truccare tutto, ma la pelle resta quella e certi giocatori non andrebbero mai incoraggiati ad essere più brutti di quello che sono. Eppure lo fanno in tanti e ora aspettiamo di capire come Meneghin e Pianigiani risolveranno il “ni” alla Nazionale dei tre americani che hanno  consigliori NBA, ma anche in Italia, gente che ricatta: loro vengono se ci saranno nella quadriglia quelli che diciamo noi. Speriamo non sia così.
Pagelle e andate a friggervi sul lago dove l’aurora boreale vi fa credere che vivrete per sempre nel cuore degli amici e anche degli sciattoni che neppure allungano la mano unta per paura di essere smascherati.
10 A Terrell MCINTYRE che tuffandosi sul campo di Cantù, avanti di oltre venti punti, sconvolge l’orianone in rosa, il più fanatico dei sostenitori di Boston e quindi dello stile Bird, così distante dallo stile dei giullari fanfaroni che invece sono nei suoi sogni giornalieri. Siena non è quella che è soltanto per un fortunate combinazioni astrali. Devi leggere nella testa della gente prima dio prenderla, poi farai la tua squadra vi direbbe Stonerook che, non per caso, si teneva lontano da Azzurra.
9 Al CAVALIERO testa fina  che ha piantato una banderillas sulla schiena della mucca carolina Armani, ricordando che lui doveva rimanere in città, che lui ha mani piccole, ma cervello grande come dicevano i suoi allenatori quando è nato.
Al Pino SACRIPANTI che tiene Caserta nel cielo alto se riuscirà a non soffrire troppo scoprendo che a Pianigiani piacciono di più altri tipi di allenatore. Può accadere. Chieda in giro e non soltanto a Boniciolli che in questa settimana di purghe avrà già pensato a mandare dolci a chi proprio non lo può vedere.
7 Al Tony MANERO di Montegranaro che commosso è andato verso Lechthaler per abbracciarlo, per fargli sapere che se resisti in campo, anche con 4 falli, hai già fatto un passo avanti per diventare quasi giocatore. Ci voleva fede per resistere, ci vuole fede per stare ancora in sella dopo aver letto che a Porto San Giorgio la Sigma, che pure ha battuto Milano, ha avuto un incasso di 8000 euro. Roba da pallavolo minore.
6 A Ricky RUBIO, meraviglia del Barcellona e della Nazionale spagnola, perché ha rifiutato la NBA del basso impero, perché ha voluto godersi le ramblas e non i fast food, perché impara ogni giorno qualcosa per diventare uno a cui la NBA chiederà davvero di accettare una buona offerta e in una buona squadra. Magari giocasse con i Knicks del futuro, non certo in questi che sono da angoscia. Guardare tipi come lui è il consiglio che diamo a Nicolò Melli, felici che abbia deciso di andare in palestra alle 6 del mattino per combinare bene scuola e basket. Un tempo a Trieste si inventò la cosa il Boniciolli e lo stanno ancora perseguitando.
5 A Petteri KOPONEN che migliora dopo ogni partita, che ha trovato un ruolo, che ha trovato una dimensione giusta, che, purtroppo, andrà avanti così fino ad agosto quando ce lo troveremo contro nelle qualificazioni all’europeo e qualcuno urlerà che non possiamo allevare noi i giocatori che poi, con gli altri, ci faranno del male. Basta cercare la gente giusta per i giocatori giusti.
4 Ai RIGHETTI della situazione che non trovano più un posto dove giocare. Sono italiani, sono stati azzurri, hanno fatto anche bene, ma adesso sono fuori da tutto, persino nell’emergenza stanno a guardare eppure sognano di tornare indietro. Questo è il sistema, ma per fortuna ci sono ancora in giro tipi come Fucka che, come i gatti, sanno dove trovare conforto: un amico allenatore bravo come Moretti, un posto dove c’è entusiasmo come Pistoia. Sì, in A2, ma cara gente quello è il campionato dove si sta meglio e dove non devono sorbirsi un giorno sì e l’altro pure l’anatema del Sabatini che vuole davvero vestirsi da Sansone nel tempio dei filistei che lui stesso ha puntellato ogni volta che voleva mandare via un presidente scomodo.
3 A Matteo BONICIOLLI  per la gioia di chi non vedeva l’ora di trovarlo impiccato, ancora una volta, nel posto giusto al momento sbagliato. Dire che Roma è bene organizzata, anche da aziendalista, fa ridere, dire che bisogna salvare il soldato Totti ha un senso se, prima, allo stesso soldato si dice la verità e soltanto quella.
2 A Mike HALL che secondo il suo presidente Proli è stato davvero fastidioso sul campo di Montegranaro. Sarà stato l’unico davvero fastidioso in quel gruppo dove in molti vanno per la tangente, una enormità pensando al cambio quasi totale della squadra rispetto all’ultimo anno?
1 Alla FORTITUDO Bologna prima in classifica nella A dilettanti perché ogni volta che pensiamo a questo bene popolare svenduto e perduto ci viene la nausea, soprattutto dopo aver sentito, da gente che non imbroglia sugli affetti e su certe cose, un bollettino dei disastri fin troppo accurato che porta verso il fallimento. Gente di piazza Azzarita è l’ora dello sciopero da incatenati, è ora di cercare uno che sia disponibile a soffrire con voi. Non accettate il verdetto dei ragionieri e degli insolventi.
0 Agli ITALIANI della LOTTOMATICA, la speranza del Petrucci che considerava coraggiosa la scelta di Roma confondendola con quella di Treviso, perché sul campo della Virtus li avete potuti pesare e valutare, perché fra di loro scorre il veleno che non si nasconde su una vettura capace di frenare da sola davanti all’ostacolo. Quelli non hanno dentro niente, cominciando dal Vitali che, come a Milano, vorrebbe sempre cavarsela pensando di essere incompreso, lui che ancora si illude di passare inosservato se fa lo spettatore in difesa. Non è questo il problema. Conti quanti amici veri si è fatto da Montegranaro in poi e tiri le somme, senza illudersi che la gente sia minchiona e non sappia dove metterlo nel presepio delle squadre sbagliate.
Oscar Eleni



  • agosto: 2017
    L M M G V S D
    « Mag    
     123456
    78910111213
    14151617181920
    21222324252627
    28293031  
  • Io

  • Io

    Vorrei mettere qui le rubriche