Archive for the ‘Media’ Category

di Jvan Sica
Le differenze fra l’Olimpiade invernale vissuta attraverso la pay-tv o secondo lo schema Rai: completezza contro romanzo, vince il romanzo…

A più di una settimana dal via delle Olimpiadi di Vancouver, è tempo di capire come le televisioni italiane la stiano sfangando. La domanda che aleggiava da un anno, fino al 12 febbraio scorso è: “Sky ci farà cambiare i modelli di fruizione dello sport olimpico, come ha fatto per il calcio televisivo?”. La minaccia-speranza di vedere tutto, ascoltare ogni atleta, analizzare ogni dettaglio, comprendere i perché delle gare al di là del commento tecnico alla buona, si è però solo parzialmente avverata.  Con i 5 canali olimpici riusciamo a vedere tutte le gare, approfittando spesso delle repliche ben distribuite durante la giornata (è chiaro che il solo saperle già svolte diminuisce il trasporto del 50%), ad avere una copertura completa dell’evento senza i soliti collegamenti ondivaghi a cui siamo stati abituati negli anni (per dire, non si passa direttamente dall’arrivo dell’undicesimo slalomista alla 5a porta del tredicesimo), conosciamo tutto degli atleti italiani, seguiti prima, durante e dopo le gare con una passione non ripagata dai risultati (purtroppo i quarti, quinti e sesti posti non valgono medaglie e titoli, ma in una competizione olimpica non sono da buttare).
Grazie a Sky abbiamo un sacco di cose in più e migliori rispetto alle Olimpiadi Rai, eppure non convince il carrozzone che va avanti da un anno, senza soluzione di continuità. A mancare sono le sfumature di fondo che riguardano la concezione dello spettacolo sportivo. Per dare tutti i fotogrammi in diretta, i cinque canali olimpici di Sky non potevano non diventare dei contenitori di gare, tutte in fila e perfettamente suddivise in pillole da assumere in spot differenti. La parcellizzazione di discipline, stili di commento e modelli di regia ci fa rimbalzare da una gara all’altra, disperdendo quello che l’Olimpiade è sempre stata: un grande racconto sul mondo, un flusso narrativo unico in cui si innestano voci differenti che approfondiscono storie e momenti, un romanzetto popolare che muove la casalinga e commuove l’ingegnere.
Sky cerca di cucire il menu farcitissimo con Giovanni Bruno, ma l’esperienza Rai da questo punto di vista è imbattibile. Ivana Vaccari non solo ci introduce alla narrazione olimpica, mentre Sky ci scaraventa dentro l’evento ex abrupto, con pochi convenevoli. Noi di regola sacramentiamo prima delle partite di campionato, mentre per gare di cui conosciamo solo pochi protagonisti e a malapena le regole principali questi ‘convenevoli’ servirebbero a farci montare l’attenzione. Questo tipo di narrazione ci accompagna, ci muove l’attenzione a seconda delle esigenze di palinsesto, crea aspettative e tira le somme con pochi ospiti e qualche immagine di corredo. Ecco, a Sky manca la concezione romanzesca che è dietro un evento così imponente, pensando che impostare tutto su completezza e rigore basti a coinvolgere tutti gli spettatori che vogliono vedere lo sport. Le Olimpiadi non possono essere viste, perché non è pensabile vedere tutto, ed è per questo che bisogna farle vivere, in un percorso magari frammentato e meno denso, come una grande avventura che non finisce mai per 15 giorni.
Jvan Sica
Letteratura Sportiva

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di Stefano Olivari
57 channels (and nothing on). Parlando di Sky ed in generale di televisione la citazione springsteeniana è un po’ telefonata, ma non possiamo permetterci schiavi. Un James Ellroy un po’ bollito ed autocompiaciuto ha di recente raccontato di non leggere i giornali, nemmeno quelli d’epoca che gli servirebbero per i romanzi (paga chi lo faccia al posto suo), noi operai siamo invece costretti ad andare di memoria pop.
In realtà volevamo solo dire che da telespettatori dell’Olimpiade di Vancouver senza uno sport da seguire a prescindere (per i Giochi estivi lo faremmo con basket e atletica, ma qui è una gara a cosa ci piace di meno: salviamo l’hockey ghiaccio, purtroppo in orari difficili), i cinque canali dedicati ai Giochi sono sembrati inutili ed alcuni inviati inferiori agli omologhi Rai. Al punto che abbiamo sentito la necessità di un filo conduttore, per districarci fra tante dirette con poco ritmo e poco ‘ambiente’: colpa questa anche delle discipline e non certo delle emittenti che hanno acquistato i diritti. Confessiamo quindi che quando ce n’è stata la possibilità siamo andati sulla Rai, terrestre o digitale. Con i nostri sport preferiti non sarebbe successo, altra storia per quelli guardati di pura curiosità e perchè pur nella nostra ignoranza comprendiamo che il bronzo di Pittin sia dal punto di vista storico più importante dell’ultimo rigore. Cosa vorrà dire? Forse che la tivù generalista gratuita ha ancora un senso e che non può essere considerata una riserva per vecchi e poveri. La memoria collettiva, ma sarebbe meglio dire filo conduttore, di un paese si forma su eventi vissuti in modo collettivo a prescindere dalla loro importanza nella storia dell’umanità. Poi possiamo esaltarci per le nostre nicchie, che ci permettono di non dare la linea al Tg1 sul tie-break decisivo ed in definitiva di avere sempre ragione. Ma alla fine il tennis ci piaceva anche senza poter vedere quel tie-break, forse di più.
stefano@indiscreto.it

di Alec Cordolcini
La recensione di ‘Volevo solo fare il giornalista’ di Cristiano Tassinari, descrizione del cialtronismo che chiunque si sia accostato al mondo dell’informazione sportiva ben conosce. Fra miserie umane e delusioni professionali, anche la beffa di incontrare chi ti invidia…

Splendori (inesistenti) e miserie (a grappoli) del mondo del giornalismo italiano. Storie di ordinario precariato tra invidie, rancori, soprusi e umane miserie, con la dignità sacrificata sull’altare di una “passionaccia” (così la definisce l’autore) simile ad un fuoco che divampa dall’interno. Sconfitte e delusioni possono arrivare quasi a spegnerla, questa fiamma; basta però una telefonata, una richiesta (un pezzo, un servizio televisivo), un sussurro, per farla rinascere da sotto la brace. E’ una dipendenza che non si può curare in nessun centro di recupero.

“Volevo solo fare il giornalista” (Limina Editore) è il titolo scelto da Cristiano Tassinari per la sua opera autobiografica. Quel “solo” racchiude l’essenza del libro, e della filosofia chi non può/non vuole/non sa arrendersi. Alla superficialità, alla mediocrità, alla cialtroneria di un mondo dove non importa cosa fai (e come lo fai), ma chi conosci. Tutto il resto viene dopo, sempre ammesso che arrivi. Tassinari racconta con stile ironico e brillante la sua ventennale odissea tra televisioni, radio e carta stampata, da Ragno-Tv a Tele+, da A Ruota Libera a Il Resto del Carlino, da Mantova Tv a Studio1, dalla Panini a Euronews. E poi i migliaia di curriculum spediti, le anticamere, le promesse dei colleghi che ce l’hanno fatta, le scelte sbagliate, i contratti a progetto e i progetti di contratto, i “le faremo sapere”, i pomeriggi spesi a fissare il cellulare nella speranza di uno squillo, la cena galante con la giovane avvocatessa prodiga di consigli (“i giornalisti delle emittenti locali sono degli sfigati, perché non fai domanda a Rai o Mediaset?”…effettivamente non ci aveva mai pensato nessuno), il tizio elegantissimo con Mercedes coupè e bionda scosciata d’ordinanza che ti vede sul lungomare con in mano un microfono e commenta “ragazzi, che bella vita la vostra!”.
Tanti gli aneddoti, e non sempre gustosi, ma non certo per colpa dell’autore. Il quale strappa un sorriso quando, da giovane, non riuscendo a trovare un giocatore della Centese si inventa un’intervista, viene raggiunto telefonicamente il giorno seguente dal diretto interessato, ovviamente inviperito, quindi pubblica un nuovo pezzo in cui parla di “dichiarazioni smentite” ricevendo il plauso dal direttore della testata: “Bravo! Notizia e smentita della notizia: doppia notizia. Continua così, hai già capito come funziona questo mestiere”. E’ invece molto meno divertente leggere della condanna di Tassinari e TeleModena al pagamento solidale di 11.500 euro per aver diffamato un naziskin; il tg aveva parlato dell’arresto del giovane avvenuto durante una manifestazione di estrema destra svoltasi a Roma, mentre in realtà questa si era svolta a Treviso. Qui però si esce dalle miserie del giornalismo per entrare in quelle di ambienti ancora più intoccabili. Il lieto fine temporaneo (l’autore trova un impiego soddisfacente presso Quartarete, emittente torinese) invita a non abbassare la guardia, né a cullarsi in effimeri sogni. Voleva solo fare il giornalista, Cristiano Tassinari, e ci è riuscito. Il prezzo che ha pagato lo ha scritto in questo libro.
Alec Cordolcini
(in esclusiva per Indiscreto)

Moderata delusione per la nuova creatura Apple, che magari però salverà quello che rimane dell’editoria sportiva…

Come nei peggiori matrimoni, il compromesso. Ieri sera guardando la diretta della presentazione dell’iPad siamo rimasti colpiti non solo dalla genialità di marketing di Steve Jobs (che evitava i tecnicismi ed in ogni frase riusciva ad infilare, martellante, la parola ‘simple’: convincendo gli scettici e dando ragione a chi ritiene che i prodotti Apple siano per ricchi analfabeti informatici, cioè il target che commercialmente conta) e da una identificazione con l’azienda che si può riscontrare solo con gli stilisti, ma anche dalla sostanziale inutilità di questo nuovo gadget. Che rivoluzionerà le nostre vite, come si sono affrettati a spiegare con largo anticipo (copiare da una cartella stampa è facile, tanto vale farlo per tempo) massmediologi juke box e giornali che anelano alla pubblicità Apple, senza però cambiare o addirittura creare un mercato come è stato ad esempio con l’iPod e la musica. L’iPad è di tutto un po’, ma pur essendo considerabile un ‘tablet’ ha una tendenza computeristica (è un Mac più leggero, in sostanza, nemmeno noi che siamo cresciuti con Ping-o-Tronic e Commodore 64 ci emozioniamo per il discorso ‘touch’) che dal punto di vista della lettura pura non lo fa preferire al Kindle di Amazon: design bulgaro, il Kindle, ma una focalizzazione sul giornale-libro che lo fa percepire come diverso (oltre che più facile sotto l’aspetto connessione). L’iPad sarà quindi un successo commerciale, dal momento che non trascura il mondo dei videogiochi, ma chi non leggeva su carta non è che si metterà improvvisamente a leggere su uno schermino portatile rigido. Magari, per mere ragioni distributive, i lettori passeranno dalla carta ai nuovi supporti, e gli editori con un marchio forte riusciranno a trovare uno sbocco. Però il cuore non ci si è scaldato, Jobs se ne farà una ragione. Venendo all’editoria sportiva, iPad, Kindle e imitatori sembrano adattissimi non a ricreare il piacere della lettura o proporre informazione flash (basta il telefono), ma a salvare giornali di nicchia ed ultranicchia. Le riviste specializzate in un singolo sport, moribonde o morte in edicola, potrebbero trovare una nuova vita. Nel calcio potrebbero nascere tanti Tuttosport, fatti con ancora meno giornalisti e dedicati a singole squadre o singoli temi (calciomercato, economia, storia, retroscena): il futuro sembra pieno di opportunità, per chi abbia voglia di leggere o scrivere qualcosa di interessante. Poi il lamento è più vicino alla cultura del giornalista italiano medio, ma la gente delle sue interviste a capitan ‘ci aspettano dieci finali’ e dei temini sullo sport che non è più quello di una volta (autodenuncia) non sa cosa farsene.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Noi possiamo anche uscire dal calcio, ma il calcio non uscirà mai da noi. Per questo ammettiamo di essere andati alla presentazione del libro di Fabio Ghioni con l’idea che si parlasse anche di Telecom, Calciopoli, eccetera: la presenza sul palco di Giuliano Tavaroli in questo senso faceva sperare bene.

Così non è stato, ma non siamo rimasti delusi visto che abbiamo imparato moltissimo sui pericoli che corriamo nelle transazioni commerciali e soprattutto nelle nostre comunicazioni. ‘Hacker Republic’ è in questo senso un manuale di consapevolezza, più che un insieme di retroscena. Le conclusioni stanno al lettore, che le potrà applicare in chiave difensiva alle situazioni a lui più vicine. Un esempio? Un semplice scanner può individuare con precisione assoluta quanto contante abbiamo in tasca, considerando il microchip presente negli euro in banconota: Ghioni ha concretamente fatto l’esempio della dogana di Chiasso, quando ti chiedono quanti soldi hai in tasca sapendo già la risposta esatta. Una buona notizia per gli spalloni che percorrono sentieri alla Messner: il loro posto di lavoro è salvo. Non abbiamo ancora letto il libro, ma un altro esempio preoccupante, raccontatoci da un funzionario di banca (noi siamo di quelli che tengono le password scritte su carta, nel portafogli, quindi rimaniamo sempre a bocca aperta), potrebbe essere il chip RFID presente nelle carte di credito e nei passaporti. Rappresentando una frequenza radio, questo chip è utile per l’identificazione ma il problema è…chi è che ti identifica. Esistono infatti rilevatori RFID, che chiunque puntandoci addosso può usare in maniera più pericolosa di una pistola: se da una carta di credito prendi il nome del titolare, il codice e soprattutto il codice di controllo, sia sul web che presso gli operatori fisici è possibile fare (e farci) di tutto. La difesa potrebbe essere un portafogli schermato, non sapremmo dire con quale materiale, ma è evidente che siamo già in zona paranoia. Venendo a Calciopoli, o più direttamente al calcio, una persona mediamente acculturata (non diciamo hacker alla Millenium) può rubare ogni conversazione telefonica, mail o sms di una vittima poco accorta o semplicemente over cinquanta. Noi che veniamo giù dalle piante continuiamo a stupirci di cosa si possa sapere di un vicino di tavolo (mettiamo di un noto ristorante frequentato da dirigenti e calciatori) il cui telefono abbia la funzione bluetooth attivata. Tutto, anche se non si può ovviamente scrivere. Chi tende verso il bene si diverte a vedere quanti numeri di attrici, giornaliste o presentatrici quel dirigente ha in rubrica, chi tende verso il male potrebbe fare davvero…male. Per questo pensiamo che non solo nel calcio oltre un certo livello tutti siano siano sia ricattabili che ricattatori, almeno in potenza. Il sistema e i sistemi trovano equilibrio solo in questo armamento diffuso, tipo Guerra Fredda: per questo nessun grande personaggio, neppure i più sporchi, esce mai davvero di scena. Tanti investigatori privati e purtroppo poche Lisbeth.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Il saluto ai lettori del direttore in partenza è in tutto il mondo un genere giornalistico a parte, pieno di finti ringraziamenti all’editore (quello che ti ha appena cacciato) e di lisciamenti ai lettori (quelli che hanno decretato la tua morte) o ai colleghi (quelli che non vedono l’ora di prendere il tuo posto): un temino pieno di ipocrisia e di porte che vengono lasciate aperte, perché a questo mondo non si sa mai. Stamattina invece aprendo l’ultimo numero di American Superbasket abbiamo avuto un colpo al cuore: Roberto Gotta ha salutato tutti spiegando una volta tanto perchè la stampa in Italia sta colando a picco, con una sincerità che fa male.
Proviamo a sintetizzare. Punto uno: le persone che fanno i complimenti al giornale, ma che non lo comprano. Punto due: la mancanza di promozione, perché si può mettere insieme il Dream Team dei giornalisti ma se nessuno sa che esisti sei già spacciato. Punto tre: la mancanza di pubblicità vera, quella che prescinde dal favore fatto dal direttore marketing amico. Punto quattro, secondo Gotta (e modestamente anche secondo noi) il più importante: l’assenza di interesse, parlando di grandi numeri e non di nicchia della nicchia, per l’approfondimento in un mondo in cui si ha già la sensazione di sapere tutto. Vale per il giornalismo sportivo, che riteniamo un sottogenere dell’intrattenimento, ma anche in settori che influiscono più direttamente sulla nostra vita. Non è nemmeno un problema del basket, considerando il numero minimo di riviste di calcio in edicola: Eurocalcio ha chiuso, il Guerino è diventato mensile, il resto ha numeri risibili. Conclusione di Indiscreto, in attesa che Steve Jobs ci salvi? Peccato non avere aperto un bar venticinque anni fa: con tutte le persone che conosciamo l’avremmo sicuramente riempito. E’ più facile chiedere cinque euro per una focaccia rancida che uno per un giornale. Quello si legge sul bancone dei gelati, facendogli colare sopra una salsa rosa scaduta.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Bertani si può scambiare per Gonzalez, ma non si può anche pretendere di avere ragione. Almeno quando si è pagati come telecronisti…


Al tossico la droga non deve piacere per forza, la prende e basta. A volte è buona, come nel caso delle partite mondiali di EspnClassic: l’altra sera un commovente Olanda-Scozia 1978, quello del gol della vita di Archie Gemmill, ieri l’inevitabile Italia-Brasile 1982 che alla centesima visione fa sempre scoprire cose nuove (non ricordavamo che il calcio d’angolo da cui nacque il terzo gol di Rossi fosse stato causato da un appoggio al portiere sbagliato di Toninho Cerezo: fra l’altro Valdir Peres sembrava aver bloccato il pallone prima della completa uscita dal campo). A volte è cattiva, come con Milan-Novara di Coppa Italia: nobilitato dall’esodo di tifosi ospiti e reso memorabile da un episodio che dice tutto. Su calcio, giornalismo sportivo, Rai. Quando all’inizio del secondo tempo la squadra di Tesser ha pareggiato, il telecronista Rai (Carlo Nesti) ha assegnato il gol a Cristian Bertani. Un gol in realtà dell’argentino Pablo Andres Gonzalez, ma non è questo il punto visto che si fanno mille errori al giorno e che i due non sono esattamente Beckham. A causare l’equivoco un errore nella distinta consegnata ai giornalisti, pochi dei quali (in ogni caso non quelli Rai) conoscevano le facce dei giocatori del Novara. Noi fra questi, lo ammettiamo, ma non eravamo allo stadio ed in ogni caso non dovevamo fare una telecronaca per l’emittente di Stato: conosciamo a memoria le rose della triste Prima Divisione solo per via del lavoro a Calciatori.com, diversamente senza informarci non potremmo indicare il nome di un solo giocatore.  L’aspetto illuminante della vicenda non è stato quindi l’errore, corretto dopo pochi minuti, ma la sua giustificazione. Prima con qualche parola biascicata e stizzita contro chi aveva dato una comunicazione errata e poi, per bocca di Collovati, in maniera più diretta: ”Non siamo tenuti a conoscere tutti i calciatori”.

di Simone Basso
Pensieri su ciclismo e televisione dopo l’addio al microfono di Bulbarelli. Fra divagazioni e infatuazioni, passando per la difficoltà di raccontare uno sport che non permette lo schiacciamento sul presente.

“Il mezzo è il messaggio”.
(Marshall McLuhan)
Nel villaggio globale dello sport, il ventunesimo secolo è quello dell’esposizione bulimica, esagerata. Infatti, come qualsiasi attività umana, ormai accade solo ciò che viene televissuto; l’idea onirica delle imprese sportive raccontate dagli inviati o dai film fotografici è un reperto (o referto) del Novecento. Diventa quindi fondamentale, per vendere meglio il catalogo, il quinto potere coinvolto nell’operazione: la fruizione dello spettacolo agonistico viene rinnovata non per migliorare lo sguardo diretto di chi presenzia all’evento, bensì per consentire più telegenicità allo stesso. Poichè l’occhio che conta è quello della telecamera, ciò che accade su un campo o su un circuito è assolutamente relativo: lo sport si è trasformato in un programma d’intrattenimento televisivo molto redditizio, affiancabile a un telefilm o a un reality. E’ un meccanismo di fruizione che coinvolge tutti; la sindrome del megaschermo distoglie anche l’attenzione del fruitore sul posto: in un caso huxleiano di percezione alterata, il testimone preferisce osservare le immagini filtrate piuttosto che gli atleti a qualche metro.
E’ così ovunque, dalla partita Nba all’arrivo di una classica dello sci alpino, con il pubblico che al momento opportuno gira la testa verso il monolite a colori; quasi a chiedere conforto dell’esistenza del momento vissuto. Nel 2006 Dio Foot, l’ultima religione praticata realmente sul pianeta terra, ha consacrato questa tendenza irrinunciabile: le blatteriadi furono decise dalla sala regia della televisione tedesca, estrapolando un frammento (la testata di Zidane) sfuggito agli occhi, umanissimi, dell’arbitro. L’immagine quindi è (oggi, domani, dopodomani) il mondo reale anche dello sport: la contraddizione più evidente è regolata dall’esigenza di fornire un commento a questa forma totalizzante di “spettacolo integrato”. 
Lo spunto diretto arriva dal cambio della guardia, in funzione ciclistica, davanti al microfono Rai. Come direbbero in America, Exit: Bulbarelli; Enter: Pancani. La gestione dell’Auro del dopo De Zan, paragonabile alla successione impossibile a Luigi XIV, potremmo definirla controversa: un’eredita pesante e quasi sgradevole, giunta tra l’altro nel periodo più arduo (mediaticamente) per il ciclismo. Difficile proseguire con i voli pindarici e gli slanci omerici, se si è travolti da una quotidianità degna di un noir di Simenon. Il problema di Yoghi, affiancato dall’ex professionista Bubu, sono stati i tempi, i suoi: in uno sport con fasi lunghissime, ieratiche, non ha quasi mai saputo riempire il vuoto dell’attesa. Perchè il privilegio del ciclismo è proprio questo: non consente lo schiacciamento sul presente, necessario in altre esibizioni muscolari. C’è spazio per respirare e apprezzare; in una dimensione umanistica concreta, e se la pedivella è un libro da leggere e sfogliare con calma, gli altri sport sono sms…E’ una scusa meravigliosa per visitare il mondo e la sua bellezza contraddittoria; lo spunto è ovunque, da una cattedrale gotica all’approccio di una montagna; dall’entrata in una foresta alla visione di un golfo marittimo.
All’Auro, che comunque si applicava, mancavano anche i tempi tecnici della competizione: l’ultimo esempio, freschissimo, al Giro di Lombardia 2009. Quando, nel momento della rasoiata decisiva di Gilbert, si era distratto in un discorso fuori tema: il senso della corsa (a otto chilometri del traguardo…) non dovrebbe essere un privilegio esclusivo di Philippe Fondriest e Ducati Sanchez. L’imperdonabile infatuazione texana o lo sgradevole rendiconto della contabilità antid****g fanno parte dei gusti, dissennati il giusto vista la taglia di camicia, del soggetto; anche se rimarranno negli annali il suo silenzio omertoso di fronte al dottor Ferrari, intervista telefonica del 2002, e l’arrabbiatura verso la De Stefano che dichiarò la verità inconfessabile nel dì della vergogna di Lons le Saunier. La Sandrocchia, uterina e coraggiosa, pronunciò l’epitaffio del Miracolato: “Lance Armstrong non è un campione”. 
Le bulbarellate però non nascondono dei meriti, come l’aver interrotto le imbarazzanti sequenze di assessori e capitani di industria intervistati del suo predecessore; sketch fantozziani che si concludevano con l’immancabile invito al De Zan per una cena: l’Adriano talvolta completava la magata, condividendo l’angolino del tavolo con una Valerie Still venticinquenne…Lo stile vocale dell’Auro, vagamente radiofonico, si era distanziato abbastanza dallo stereotipo imperante; pur non essendo un Albertini o un Rosi, il suo pareva quasi sempre un soliloquio gentile con l’ascoltatore.
Antitetico rispetto all’entusiasmo simulato dei suoi colleghi, alla Meda, con quelle urla belluine che sembrano la recita di una signorina stufa del sodding con il fidanzato. Questi Galeazzi dimagriti sono insopportabili, rendono ancora meno potabili le visioni disinteressate (quindi poco fesse) di una partita o di una gara; realizzano il disastro di un assalto cafone alla tranquillità di una casa esposta, ignara, ad un televisore acceso. Si spera che il Bulbarelli, nella nuova veste di responsabile dello sport Rai, non si dimentichi degli spazi dovuti a nonno ciclismo e ai cosiddetti sport minori; magari evitando il Muppet Show di certe differite, con la colonna sonora involontaria delle transenne rimosse durante la telecronaca…
La risposta, come disse Robert Zimmermann, soffierà nel vento: nel frattempo ci accontenteremmo di un pò più di silenzio, partecipe e sdrammatizzante, per apprezzare meglio quei gesti. Anni fa, ad una Parigi-Roubaix, assistemmo ad una diretta priva di officianti causa sciopero sindacale: quindi zeppa di suoni, voci, rumori della strada. L’esperienza, dal punto di vista acustico, fu bellissima ed il boato del Velodromo che accolse Museeuw infangato fu un’emozione pazzesca: quel pomeriggio (muto) trascorso con i ballerini delle pietre ci ricordò che, a volte, lo sport non ha bisogno delle parole.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

di Stefano Olivari
I cultori della stampamercato sono in tensione perché sta per partire (fine marzo?) un nuovo quotidiano sportivo, per non dire calcistico, in versione free press e con la direzione di Giancarlo Padovan.
Proprio l’ex direttore di Tuttosport, attuale responsabile Figc per il calcio femminile dopo l’esperienza con il quotidiano di Lucarelli (onore al bomber livornese, almeno non si è fatto fregare i soldi con il solito ristorante rucola e panna). Non è il progetto che qualche anno fa vagheggiava Urbano Cairo, ma un’idea portata avanti con altri editori. Anzi, il presidente del Torino per dimenticare i dispiaceri granata e fare cassa sta virando verso il primo amore (nasce come assistente di Berlusconi): la televisione. Ieri sera era infatti a cena con alcuni venditori di pubblicità per il canale Sportitalia, che ha preso in carico. Siamo cultori, visto che reggiamo a fatica le partite intere, dei vari punti sulla B dell’emittente. Cairo spera di non dover introdurre quelli sulla C, lo spettro agitato dal ‘motivatore’ Petrachi. Tornando al nuovo quotidiano, stando a quel pochissimo che si sa e che qualche settimana fa lo stesso Padovan aveva spiegato ad Affari Italiani, potrebbe partire anche in forma di settimanale (uscita il lunedì) per poi allargarsi dopo i primi tempi. Impostato sulle opinioni di qualità (Ormezzano) e su quelle dei giornalisti-tifosi, il giornale potrebbe inserirsi in una situazione che si è venuta a creare nel gruppo Amodei. In estrema sintesi: l’editore appassionato di atolli vorrebbe fare di Tuttosport un giornale monotematico, più di quanto non lo sia adesso (leggendo non troppo fra le righe: farlo con meno giornalisti), e dare al Corsport il ruolo di quotidiano nazionale ‘serio’. Avendo però il Corsport una connotazione centro-sudista e non essendo la Gazzetta ricca di critiche per il trio Juve-Inter-Milan, ecco aprirsi al Nord uno spazio di mercato notevole per chi volesse andare oltre ‘Alex c’è’ e ‘La carica di capitan Zanetti’. Che poi in questo spazio ci siano persone interessate a leggere è tutto da dimostrare, ma allungare una mano per prendere un giornale gratis costa meno che tirare fuori 1,20 euro. Comunque pochissimo, la demagogia sul prezzo dei giornali fa schifo. La sfida, ci pare di capire, è quella di proporre un giornale free ma non per questo meritevole dell’inserimento immediato nella spazzatura.
Stefano Olivari 

di Libeccio
L’Olimpico visto dall’albero,  l’Inter che non tutela Balotelli, lo scoop sulla Pittmann, la Dakar da disprezzare e l’auto amica dell’ambiente.

1. Quando eravamo ragazzi il calcio entrava nella nostra vita soltanto attraverso la radio (Tutto il calcio minuto per minuto) e il lunedì pomeriggio alle ore 17 quando la seconda rete Rai (non esisteva altro) mandava un tempo di una partita di serie A giocata la domenica. Se avevi fortuna (cioé un televisore) e molta fortuna (passavano la tua squadra del cuore) stampavi nella tua mente ogni singolo fotogramma. E la curiosità e le speranze che esplodevano a quegli squilli di tromba che precedevano un gol su un campo qualsiasi della A e della B che andavano in simultanea. Una volta partimmo di nascosto e con mezzi di fortuna dal paesino di montagna dove vivevamo, per andare a Roma presso lo stadio Olimpico: si giocava una partita normale, ma per noi valeva la finale dei Mondiali. Da un albero della montagnola che sovrasta lo stadio si vedeva una piccola porzione di campo. Indescrivibile come il primo amore. Vedere poco o niente come a quei tempi era una crudele tortura, vedere tutto come adesso uno sbaglio bulimico che non fa apprezzare nulla. E’ una cosa così rivoluzionaria desiderare l’equilibrio?
2.  Del Mario Balotelli calciatore ci importa il giusto (per dire, non discutiamo il modo in cui lo fa giocare Mourinho o la non convocazione di Lippi: sono o sarebbero grandi allenatori, ne capiranno più di noi o no?), dell’italiano discriminato molto.  In questo senso siamo sempre dalla sua parte. La multa che gli è stata comminata dal Giudice Sportivo per le dichiarazioni post gara col Chievo ha veramente dell’incredibile. Balotelli ha forse sbagliato i toni, ha confuso una città con la sua piccola pattuglia di razzisti e violenti, però forse aveva qualche pur legittima e comprensibile ragione. Ragioni che le istituzioni del calcio da mesi fanno finta di non capire e non vedere. Anche l’Inter ha delle responsabilità. Nel senso che sarebbe ora, qualora Balotelli venga di nuovo fatto oggetto di cori di scherno a sfondo razzista, comunicare all’arbitro l’intenzione di ritirare la squadra dalla gara in svolgimento. Sarebbe un segnale che la civiltà non è un optional sempre e a qualunque costo. Almeno tre punti in classifica li vale.
3. Larga parte dei meccanismi che sono alla base dei processi informativi hanno una forte connotazione propagandistica. E’ il caso della campionessa australiana Jana Pittmann (due volte campione del mondo sui 400 ostacoli) e delle sue oramai stranote mammelle. “Si riduce il seno per vincere i mondiali” è stata la notizia rilanciata urbi et orbi dal sistema dell’informazione globale. Tranne scoprire che la Pittmann il seno se lo era prima anche volontariamente ingrandito (“ho tradito il mio paese per vanità”, ha precisato la campionessa) per poi ripensarci in vista delle prossime importanti competizioni che la vedranno protagonista. Il circo mondiale dell’atletica si avvale di grandi agenzie di immagine e comunicazione che pianificano ogni cosa, soprattutto i budget pubblicitari. Lo stesso fanno i grandi cartelli mondiali dell’abbigliamento sportivo. Aumentare la vendibilità degli eventi in cartellone diventa per uno sport non ricchissimo una sorta di imperativo categorico. Per mesi abbiamo letto della campionessa sudafricana di cui non si sapeva se fosse uomo o donna (ancora adesso ci sono dubbi….). Però le sue immagini hanno “venduto” moltissimo e calamitato l’attenzione anche della stereotipata casalinga di Voghera. Già adesso a corredo della notizia sulla Pittmann molti giornali ritraevano la bella atleta con in bella vista il marchio riconoscente degli sponsor. Secondo un vecchio adagio quello che non fa male ingrassa. Elementare Watson.
4. Abbiamo sempre disprezzato competizioni come la Parigi-Dakar. Intollerabile, almeno per noi, che un esercito di multiple ruote e cavalli meccanici “occupi” per settimane luoghi dove il dolore e la sofferenza sono di casa stabilmente, con il loro carico di straripante e indecente opulenza. Problema etico, potrebbe obiettare qualcuno, e quindi problema individuale. Poi gli sherpa che arrivano in anticipo in quei posti per piazzare i campi base, hanno fatto sapere ai padroni del vapore che quel posto (a causa di bande di predoni che si muovono lungo le frontiere di Senegal, Mali, Guinea e Mauritania) era diventato molto molto pericoloso e che era sensato lasciar perdere considerati gli altissimi rischi. Allora la folle corsa è diventata solo Dakar (non si capisce a che titolo) ed è stata trasferita in Sudamerica dove sta in queste ore esprimendo il meglio di sé stessa. Un incolpevole spettatore ucciso il giorno di apertura e un italiano (il sassarese Luca Manca) che pochi giorni fa ha avuto un gravissimo incidente e versa in condizioni disperate in Cile (durante la tappa che attraversava il Deserto di Pietra, una delle zone più aspre e aride del pianeta). Money Money Money, diceva una famosa canzone di parecchi anni fa. Ci sarebbe da meditare, o almeno da abolire certi eventi per manifesta stupidità.
5. Se non fosse per il fatto che rischiamo di andare fuori tema, parleremmo più spesso di quanto possa essere idiota certa pubblicità. Anche geniale, aggiungiamo, ma più frequentemente idiota. Anche per il tema dei motori del punto precedente, annotiamo la pubblicità di una nota casa automobilistica che ha per testimonial un delfino o un elefantino al momento della nascita. Sono ovviamente bellissimi. Del tutto stonato e fantasioso è il messaggio che pone in relazione l’ambiente e l’ecologia estrema col fantastico motore a emissioni limitate del marchio di auto pubblicizzato. Abbiamo distrutto il mondo con questa roba e con consumi insensati, devastando ogni cosa. Ed ora ci poniamo il problema di salvare il pianeta (esclusivamente a colpi di slogan). Soltanto perché abbiamo personale paura di quello che potrebbe succedere, se la natura decidesse che è finita.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)




  • settembre: 2017
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