Archive for the ‘Libeccio’ Category

di Libeccio
La tecnica della Parietti, la strategia di Mourinho, il rispetto per Zaccheroni, le frasi del nuovo Ranieri, gli impresentabili di Sanremo e il modello Abramovich.

1. Una tecnica auto-promozionale abbastanza sperimentata consiste nel parlare di sé stessi in riferimento ad una persona con una capacità di risonanza mass-mediatica molto alta. E’ quanto è accaduto ad Alba Parietti a proposito della presunta love story di S. Valentino con Special One. Grazie agli effetti mediatici (amore ma anche odio, dal punto di vista dei numeri è la stessa cosa) che il fascinoso allenatore portoghese suscita sempre, l’Alba nazionale è tornata in auge neanche si fosse veramente fidanzata con Mourinho. Non notizie, che non ci interessano ma che in ogni caso sono state quasi silenziate: solo a John Terry e Tiger Woods la stampa sportiva italiana riserva grande spazio, agli eroi formato famiglia del nostro calcio un po’ meno. Eppure a parità di gossip dovrebbero interessare di più.
2. Di Mourinho si dice che è bravissimo a calamitare l’attenzione su di sé e a proteggere la squadra. Come nel caso delle ultime dichiarazioni precedenti alla gara con la Sampdoria (alcune fantastiche). Se però il risultato e quello che si è visto in campo da parte di alcuni giocatori interisti, che son sembrati colti da sindrome del tarantolato, allora occorre rivedere un po’ il concetto. La verità è che l’Inter è stanca e sta arrivando ai momenti topici della stagione, dove ogni errore costa il doppio. Su di essa c’è attenzione spasmodica, sugli altri invece quasi nulla. In fondo lo si è detto in tutte le lingue: nessuno può perdere lo scudetto se non l’Inter.
3. Per la Juve del futuro ora si parla di Cesare Prandelli come di cosa fatta. La candidatura Lippi quindi è del tutto tramontata, insieme a quella Benitez, Blanc, Hiddink e di chissà chi altro. Zaccheroni in tutto questo caos non sappiamo come possa sentirsi, ma in ogni casomeriterebbe maggiori considerazione e rispetto. Sulla Juve ogni giorno si sentono i giudizi taglienti di un ex non da poco come Luciano Moggi, che sparge veleno più o meno contro tutti: bersaglio del momento il ‘traditore’ Roberto Bettega. Eppure la Juventus ha buttato via vari anni della sua storia soprattutto per colpa sua. A volte l’aver fatto favori ai giornalisti paga i suoi dividendi.
4. Nel calcio, forse anche nella vita, conta solo il presente. Ed il presente è di Claudio Ranieri, portato in trionfo a Roma come un nuovo Giulio Cesare. L’ex causa di tutti mali della Juventus (lo dicevano i giornalisti moggiani) alla Roma sta facendo non bene ma benissimo. Però l’imperiosità di certe sue dichiarazioni ci sorprende. Fortuna e bravura a parte, ci sarebbe da chiarire come mai tanti giocatori della Roma che con Spalletti o erano spenti oppure costantemente infortunati ora invece sono tornati degli autentici leoni. Lui si è talmente calato nella parte da regalare proclami storici, da “Facciamo vedere ai greci quanto sono forti i Romani” a “Voglio in campo 11 gladiatori”. Aspiranti Mourinho crescono.
5. A Sanremo hanno portato Emanuele Filiberto, una piacente signorina pare esperta di burlesque che ama bagnarsi con lo champagne immersa in una coppa gigante, Maurizio Costanzo (l’incarico gli mancava, e i 3897 incarichi di vario genere già accumulati si sono arricchiti di altra fantasiosa consulenza), Rania di Giordania (perché oltre al principe ci vuole anche la principessa che fa salire il picco di ascolti, dicendo cose ovvie su fame nel mondo e pace) oltre all’immancabile Christian De Sica a promuovere l’ultimo suo capolavoro. Scusate: ma siamo proprio sicuri che proprio Morgan fosse il problema?
6. Il proprietario del Chelsea Roman Abramovich è uno degli uomini più ricchi del pianeta, il suo patrimonio
diretto essendo stimato in circa 15 miliardi di dollari. Orfano sin da piccolissimo di entrambi i genitori ha trascorso gran parte della sua adolescenza in un orfanotrofio e intorno all’età di 25 anni è diventato
improvvisamente ricchissimo sfruttando gli spazi che il crollo della vecchia Unione Sovietica apriva a chi aveva coraggio, amicizie giuste e sfrontatezza. Di lui raccontano le cronache che possiede 4 barche fantastiche. La più grande misura 167,67 m. e contiene al suo interno un sottomarino per svignarsela senza essere visti (non si sa mai), 4 motoscafi, un elicottero e una barca a vela, oltre alla piscina, al campo da tennis e parecchie altre cose. Quella più piccola misura 55 m. e pare sia usata per gli spostamenti brevi. Di Abramovich raccontano di una cena per 8 persone a Milano, alcuni mesi fa. Una cena in un ristorante di lusso della Milano da bere. Costo finale: 57 mila euro. Altro aneddoto appreso di recente a Roma: arriva nella capitale con la fidanzata Daria Zukhova e si ferma a cena in un neanche notissimo ristorante del centro. Però molto di tendenza. come si usa dire. Né il direttore del locale, né i camerieri lo riconoscono. Daria si lamenta del fatto che il direttore non si sia comportato con la dovuta gentilezza. Nei giorni successivi alla cena, Abramovich compra ad un prezzo assurdo il locale e licenzia il poco solerte direttore. Così impara a vivere. Questo è quindi il famoso ‘Modello Premier League’: con i miei soldi faccio quello che voglio. Nei bar italiani lo avrebbero detto meglio, esaltando i colpi di mercato del presidente della squadra del paesello. L’unica vera differenza è che Abramovich i soldi li ha davvero e non fa firmare liberatorie false ai propri giocatori.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

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La lattina di Coca

di Libeccio
L’arte della guerra in economia, i salvatori cinesi, i positivi di Vancouver e il calcio che aiuta a vivere.

1. L’arte della guerra è un libro scritto dal Maestro Sun Tzu (un Generale cinese vissuto tra il VI e il V secolo a.c.). Uno dei suoi capisaldi consiste, per venire a capo di una durissima disputa, nell’abbracciare insistentemente il proprio nemico in modo che lo stesso non abbia mai a capire le nostre cattive intenzioni e si scopra. Rendendo più facile ed efficace il nostro attacco finale e i nostri propositi egemoni. Ci è tornato in mente questo trattato di arte militare letto moltissimi anni fa (molto in voga anche nel pensiero manageriale contemporaneo) leggendo un report su un giornale finanziario riguardante la penetrazione dell’economia americana da parte della Repubblica Popolare Cinese. Dalla esplosione della crisi mondiale del 2009, la Cina ha investito negli Usa circa 15 miliardi di dollari sottoforma di partecipazioni azionarie attive che hanno riflessi anche nella governance di importantissime aziende (Morgan Stanley, Bank of America, Motorola, Coca Cola, Johnson & Johnson, Visa). Inoltre, il più grande produttore di alluminio del colosso asiatico (Aluminium Corporation Of China) ha accettato di investire 19,5 miliardi di dollari in una delle più importanti società minerarie del mondo, l’australiana Rio Tinto, aumentando, tra l’altro, la sua quota nel
capitale della società sino al 18% del totale e di fatto assumendone il controllo. Operazioni analoghe
sono state compiute dalla CIC (China Investement Corporation, Fondo sovrano cinese che ha guidato queste operazioni) in Canada dove circa 5 miliardi di dollari sono stati investiti nella Teck Resources (colosso del settore minerario).
2. Fino al 2006 gli Stati Uniti avevano respinto i tentativi di penetrazione della loro economia da parte dei cinesi, innalzando in modo netto le proprie barriere doganali e i dazi. Causa la crisi economica e finanziaria che ha sconvolto ogni cosa nel 2009, oggi l’Amministrazione Usa è stata costretta ad
aprire agli investimenti cinesi, grazie ai quali alcune di queste aziende sono state letteralmente salvate da un disastro altrimenti inevitabile. Penetrazione commerciale della Cina a parte, il risultato (banalizzato) è che uno beve una lattina di Coca Cola, pensando che sia il prodotto più “made in Usa” al mondo, invece si accorge che quella lattina (almeno al giorno d’oggi) è molto meno americana ed espressione del capitalismo imperiale di quanto ci si possa aspettare.
3. Un cane che morde un uomo normalmente non fa notizia. Come del resto i 30 atleti in procinto di partecipare alle Olimpiadi invernali di Vancouver trovati positivi ai test preventivi antidoping. Non 1, 3 o 7, ma 30… 30 atleti risultati positivi all’antidoping per una manifestazione simile sono una enormità comunque la si guardi. E le Olimpiadi non erano neanche iniziate. Come è noto a coloro che affettuosamente ci seguono da molto tempo, siamo per lo sport sano, onesto, leale, privo di qualsiasi forzatura che ne comprometta la assoluta trasparenza e correttezza e ci piace ribadirlo ogni volta che la cronaca (spesso purtroppo) ci fornisce l’occasione per farlo. Poi sono parole al vento, a meno che fra i quasi 15.008 lettori quotidiani di Indiscreto non ci sia il genitore di qualche futuro campione.
4. E’ stato pubblicato un libro che raccoglie i pensieri dei bambini stranieri che frequentano le scuole elementari in Italia. Estrapoliamone alcuni. ”Io non ho la pelle bianca ma neanche nera, perché la mia pelle è marroncina. I negri hanno la pelle nera e io non sono negro, sono arabo. Il colore della mia pelle è diverso da loro e un po’ diverso anche dagli italiani. Secondo me se il colore era proprio nero per me era peggio” (Omar, 9 anni, Marocco)’. ”I bambini non sono migrati in Italia, sono portati, perché li portano i loro genitori. Se era per me io qui non ci venivo” (Sheela, 9 anni, Sri Lanka). ”I lavori più leggeri sono degli italiani perché sono arrivati prima in Italia” (Isham, 8 anni, Marocco). Da studiosi di psicologia comportamentale ci sembra di scorgere un mondo straordinario, oltre che poco conosciuto. Prescindendo da ciò che ci porterebbe troppo fuori tema (lo sport rimane comunque l’ambito di riferimento del nostro spazio), ci limitiamo a rimarcare sul tema le iniziative di Inter e Juve. L’Inter con Intercampus realizza dal 1997 un programma di intervento sociale e cooperazione a lungo termine in 21 nazioni nel mondo con il supporto di 200 operatori locali e utilizza l’attività di calcio come strumento educativo per restituire a 10.000 bambini bisognosi tra gli 8 e i 14 anni il diritto al gioco. La Juve sta invece conducendo un progetto formativo che coinvolge 374 giocatori delle giovanili. Il progetto (che si avvale anche del supporto di psicologi ed educatori) mira anche a far percepire ai bimbi e alle loro famiglie la differenza come normalità in un mondo globalizzato e a rimuovere i comportamenti discriminanti soprattutto diffusi tra i genitori. Questo per dire che le conferenze stampa di Mourinho e i rigori di Del Piero andrebbero messi in prospettiva: non tanto da noi, che siamo tutti tifosi e vogliamo il sangue, quanto dalle stesse società che quasi si vergognano (qualcosa sul sito web, ma pochi volti noti coinvolti) nel pubblicizzare iniziative che danno un senso alla loro storia più della prossima partita che ‘per noi è come una finale’.
Libeccio

(in esclusiva per Indiscreto)

Modello Toyota

di Libeccio
La crisi dei luoghi comuni,  l’invidia per la Spagna, la banalità del giornalistese e Pizzaballa che ci manca.
 1. La crisi economica sta cancellando posti di lavoro ma anche consolidati luoghi comuni. Nel giro di pochi giorni sono caduti due miti dell’economia globalizzata: la Toyota e la Spagna. Il primo mito più di lungo corso, il secondo di fortune più recenti. Ricordiamo ancora un seminario al quale partecipammo circa 20 anni fa, focalizzato proprio sul “modello” Toyota (incentrato sulla flessibilità, cura maniacale del Cliente, prodotto di eccellenza ad un prezzo competitivo, soglia minima di scorte secondo il concetto “just in time”, contenimento costi tramite rigidissime e sofisticate economie di scala). Poi nel 2009 è esplosa la bolla finanziaria (finanziamenti non onorati) e immobiliare (mutui non pagati) negli Stati Uniti (primo mercato per la Toyota) e la casa del Sol Levante entra in crisi grave: partono i licenziamenti di massa, molti siti industriali vengono smantellati. Adesso anche l’immagine è sporcata, considerato che migliaia di auto Toyota sono state richiamate per difetti strutturali anche gravi. Forse è veramente la fine di un epoca.
2. Anche la Spagna andava alla grande e continui erano i paragoni (negativi per noi) con l’Italia. Il loro Pil cresceva di più insieme ai loro redditi e alla loro capacità di spesa. Migliori e più avanzate delle nostre le loro riforme sociali. Anche la nazionale delle “furie rosse” ci dava del filo da torcere. Per noi gli spagnoli erano diventati i migliori Clienti in termini turistici. Ma erano ottimi Clienti per ogni località mondiale. Ci trovavamo (una decina di anni fa) alle soglie dell’Himalaya, in un villaggio sperduto abitato solo da poveri contadini, quando sentimmo una lingua la cui matrice ci sembrò familiare: era un gruppo di rumorosi spagnoli a rompere quell’incanto. Perché gli spagnoli sanno essere anche più rumorosi di noi italiani. Ora sembra tutto finito. Spagna in crisi paralizzante, Pil in caduta libera insieme ai redditi, molte famiglie in difficoltà, le riforme sociali in pericolo e in serbo forse un rischio di default. Quello che luccicava, era tutto oro vero?
3. Il giornalismo sportivo ci incanta per la varietà e banalità dei termini utilizzati anche da grandi (?) giornalisti: il pressing (contrastare il portatore di palla avversario), le ripartenze (improvviso rovesciamento di fronte), la fase difensiva (primo non prenderle), il possesso palla (meglio averla che perderla), le palle inattive (punizioni e simili), le diagonali (seguire lo sviluppo dell’azione accentrandosi ed intervenendo in chiusura), il movimento senza palla (giocare di anticipo sui movimenti dell’avversario), lesciabolate (i mai dimenticati traversoni), il 4-4-2 (squadra classicamente
schierata: con difesa, centrocampo e attacco), attaccare lo spazio (proporsi continuamente per il passaggio), far salire la squadra (evitare di essere schiacciati nella propria metà campo), andare in superiorità numerica (correre più degli avversari), il calcio champagne/spettacolo (un calcio divertente), per ultimo il quasi dimenticato catenaccio (tutti a difendere un risultato altrimenti impossibile). Nella vita le cose fondamentali restano (all’incirca) sempre le stesse e nel calcio accade più o meno la stessa cosa. Sempre sul tema del lessico sportivo e pallonaro, personalmente abbiamo nostalgia per quanti parlavano di interventi di difesa “alla viva il parroco”. Uno di questi era Beppe Viola: mitizzazioni postume a parte, per essere ricordati basta non essere banali. A maggior ragione nel giornalismo sportivo.
4. Pier Luigi Pizzaballa (Atalanta, Verona, Roma, Milan e ancora Atalanta) pur essendo stato un bravo portiere, non è mai stato uno Zoff o un Buffon, eppure secondo la leggenda era introvabile alle figurine Panini dell’anno calcistico 1963-64. Leggenda ma anche realtà, vissuta in prima persona. Per averlo, eravamo disposti a tirar fuori tutti i doppioni che avevamo di Mazzola (Sandro) e dell’Abatino Gianni (omaggio riconoscente a Gioan Brera che si divertirebbe pure con il calcio attuale), ma non c’era nulla da fare: quella figurina era incomprensibilmente introvabile. Solo dopo ben 46 anni scopriamo l’arcano. Quella figurina era introvabile perché la Panini si era dimenticata di stamparla, rimediando in un secondo tempo. E dire che era rimasto un cruccio stabile nella nostra memoria di allora. Storia di altri tempi che merita due righe e ci commuove ancora, a pensare a quanti ragazzini impazzirono (inutilmente) alla ricerca di quel rettangolino di carta da incollare su un album di sogni di pallone.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

di Libeccio
Il giornalismo dell’incompetenza, i miliardi siciliani, la valutazione di Lippi, l’argento di Mourinho e l’intervista esclusiva a Zico.

1. Finalmente anche il calciomercato di gennaio è finito, lo diciamo da appassionati di calcio che provano a leggere tutto. Esiste solo un’altra dimensione giornalistica in cui si possano raccontare tante sciocchezze senza colpo ferire: quella dell’informazione finanziaria, dove solo 10 giorni fa si poteva leggere su certi report di indiscutibile e riconosciuto livello giudizi su certe realtà industriali italiane del tutto campati in aria. Poi la Borsa improvvisamente crolla e quelle convinzioni spariscono di colpo, presto sostituite da scenari apocalittici. Non siamo giornalisti e nemmeno aspiranti tali, forse per questo continuiamo a pensare che la differenza dovrebbero farla il controllo delle fonti, la preparazione approfondita circa l’argomento trattato e il senso di responsabilità: sì, siamo un po’ ingenui. Avvicinare in questi mesi al Milan o all’Inter almeno 30 giocatori e poi scoprire alla prova dei fatti che il primo prende Mancini e la seconda prende Mariga (guarda caso mai accostati fino al giorno prima alle due squadre dalla folta schiera degli esperti di calcio mercato) non produce gran danni: solo qualche illusione o delusione da parte dei tifosi mercato-dipendenti. Dire invece che la Fiat sta viaggiando forte verso i 15 euro e poi ritrovarla in due giorni a 8 è, purtroppo per i detentori del titolo, tutta un’altra cosa.
2. A proposito di Fiat: sembrava lanciata alla conquista dell’America grazie al suo super Condottiero/Manager Marchionne e invece decide di applicare la cassa integrazione in ogni stabilimento del Gruppo e di chiudere Termini Imerese. Lo stabilimento siciliano vive dal 1970 e in
tutti questi anni la Regione Sicilia ha destinato a quell’importante insediamento industriale (in un’area altrimenti depressa) enormi investimenti a fondo perduto. Parliamo quasi di 3 miliardi di euro in investimenti diretti e in infrastrutture, ai quali si aggiungono quasi due miliardi di euro investiti dallo Stato italiano. 5 miliardi di euro sono circa 10 mila miliardi di vecchie lire. Una cifra che consentirebbe allo stato attuale di comprare ogni marchio significativo del settore auto esistente al mondo. Ci viene da sorridere quando leggiamo delle capacità imprenditoriali di certi capitani coraggiosi. Coraggiosi con i soldi di noi tutti e tranne che con i loro. Qualche mese fa in alcune banche off-shore venne trovato un tesoro da ricondurre alla famiglia Agnelli ammontante a circa 3 miliardi di euro. A volte nella vita basta porre in relazione due fatti per giungere a delle conclusioni interessanti. Che tutto questo accada nel disinteresse quasi globale di politica e opinione pubblica la dice lunga sull’interesse smodato che gli italiani dimostrano per i fuochi d’artificio (fasulli) del calcio mercato.
3. In pochi hanno commentato le ultime dichiarazioni di Lippi, che denotano un cambio di posizione radicale circa il suo futuro. Prima Lippi riteneva che la sua esperienza con la nazionale di calcio fosse da concludere con la fine dei Mondiali in Sudafrica. Ora invece ha detto che potrebbe restare anche dopo. Evidentemente la situazione sempre più complicata della Juve, il suo nome avvicinato a quella società a far data dal giugno prossimo e le problematiche aperta dal fallimento della gestione Ferrara e del blocco di giocatori che è anche la base fondante della nazionale, lo hanno indotto a un chiarimento ed a una presa di distanza che non chiarisce nulla. Anzi, rende ancor più complicato il percorso di Zaccheroni nella Juve e apre forti dubbi sulla bontà del blocco bianconero per la Nazionale.
4. Gli allenatori italiani hanno votato Allegri quale miglior tecnico della serie A nella passata stagione (Seminatore d’oro). Il Seminatore d’argento è invece toccato a Josè Mourinho. Allegri è sicuramente tecnico molto bravo, però Mourinho l’anno scorso, al primo anno nella massima serie italiana, ha vinto in carrozza un campionato senza penalizzazioni, squalifiche, retrocessioni, eccetera. Hanno per caso rosicato, gli allenatori italici?
5. Molti anni fa un famosissimo giornalista sportivo, prima firma a quell’epoca della Gazzetta, pubblicò a tutta pagina un’intervista a Zico. All’epoca all’Udinese, dopo una delle più clamorose iperazioni di calciomercato (reale) della storia. Pochi giorni dopo, durante una trasmissione tv alla quale partecipavano insieme, lo stesso Zico lo apostrofò in questo modo: “Ho letto la mia intervista sulla Gazzetta e le faccio i complimenti. Peccato che io non l’ho mai rilasciata e la vedo di persona in questa trasmissione per la prima volta nella mia vita”. Quel giornalista è rimasto sulla cresta dell’onda a prescindere, diventando una star del mestiere ancora oggi. Per stare ai giorni nostri segnalo una dichiarazione di Mario Balotelli in coda alla premiazione di miglior atleta emergente dell’anno. Intervistato sul suo rapporto con i media il ragazzo ha testualmente detto: “Quando dico ‘a’, voi riferite ‘z’, e anche se sono davanti a una telecamera, siete comunque in grado di cambiare ciò che dico”. Ha già capito tutto, in anticipo sull’allora trentenne Zico.
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(in esclusiva per Indiscreto)

di Libeccio
Settimana Milan: i duri giudizi su Beckham e Ronaldinho, l’analisi in stile Mediaset, il nuovo salvatore Nesta, la normalità dei giocatori normali e il modello Cosmos.

1. Il Milan dimostra di non avere ancora elaborato la sconfitta del derby e perde con il Livorno l’ennesima occasione di mettere pressione all’Inter, subendo anche l’aggancio al secondo posto da parte della Roma. Da spettatori delle partite non solo rossonere rimaniamo sempre colpiti di quanto il risultato (comunque ottenuto) cambi i giudizi anche su singoli il cui rendimento nel bene o nel male è costante. Nei resoconti giornalistici su Milan-Livorno leggiamo pareri disarmanti su David Beckham e Ronaldinho: “L’inglese trotterella per il campo”, “Il brasiliano a parte il palo non incide mai”. Con un due a uno scaturito magari da una papera dell’ottimo Benussi non ci sarebbe stata traccia di niente del genere, con qualche lodevole eccezione. A cosa serve il giornalismo se si limita a giustificare il risultato?
2. Il derby è stato analizzato solo in base agli episodi, comunque importanti, mentre era già evidente che tante cose nella squadra guidata da Leonardo che non andavano. Alcune specifiche e contingenti, come la gara medesima e il modo di condurla (un assetto tattico troppo rinunciatario e prudente ad esempio, che denotava una sorta di inspiegabile timore reverenziale nei confronti dell’Inter: incredibili i quattro difensori in linea lasciati per quasi un’ora contro il solo Milito). Altre invece legate a decisioni societarie precedenti, delle quali durante la partita sono emersi chiaramente i limiti maggiori. Di tutti questi motivi emersi, i commentatori (Piccinini e Serena: ebbene sì, il direttore di Indiscreto conosce anche qualcuno abbonato a Mediaset Premium) non facevano parola, mentre rimarcavano continuamente l’atteggiamento di Mario Balotelli, a loro dire stralunato e polemico contro i compagni e l’allenatore. Anche i commenti successivi alla partita restavano sulle generali e non azzardavano analisi: solo un elenco di episodi, noti a ogni telespettatore. Primo vivere, diceva quel tale (Aristotele): ecco, come tutti noi anche Piccinini e Serena devono vivere. Ma la prossima volta mettiamo l’audio sulla telecronaca tifosa, almeno si ride.
3. Sarebbe ora che la stampa che conta in Italia (quasi nessuno, quindi) si soffermasse sulla bontà di certe campagne acquisti e sul fumo che scientificamente viene buttato in faccia ai tifosi. Per anni ci si è attaccati a Maldini come salvatore della patria, ora questo ruolo anche mediatico è di Nesta: e pazienza se si mette una pressione insopportabile addosso a un campione infortunato, l’importante è la retorica del ‘miracoloso recupero’. Per anni si è fatto finta che l’età media della squadra non fosse un limite ma anzi una risorsa.  Per anni si è pensato che Gattuso potesse essere inesauribile, ora sembra chiaro che Gattuso bene che vada possa correre per uno e non per due.
4 -Per anni si è pensato (auspicato) che giocatori normali (Bonera, Abate, Flamini, Huntelaar, lo stesso Oddo) arrivando al Milan diventassero fenomeni (la forza di Milan Lab, il carisma di Galliani e Berlusconi, la visita alla sala delle coppe, eccetera) ed in realtà non è andata proprio così e giocatori normali hanno garantito prestazioni del tutto normali: gli scudetti e le Champions del Milan sono stati non a caso vinti da campioni. Per anni è stato detto che il Milan poteva permettersi di snobbare Campionato e Coppa Italia perché poi era in grado di vincere la Coppa dei Campioni. Questo è stato vero nelle stagioni con la coppa alzata, nelle altre non si è spiegato bene il motivo per cui recarsi a San Siro in un contesto diverso dalla Champions. Per anni si è glissato su un ruolo delicatissimo che è quello del portiere, frutto nel Milan di marce e retromarce come raramente si è veduto nella serie A italiana, almeno per le squadre che contano davvero. Dida prima magnifico, poi scarsissimo, poi Abbiati, poi Storari salvatore della patria, poi Storari ceduto e di nuovo Dida.
5. E il sistematico ricorso all’acquisto di giocatori usurati? Favalli, Ronaldo, Flamini, Ronaldinho, Bonera, Oddo (prima strappato a suon di milioni a Lotito e poi spedito a giocare all’estero), Zambrotta.
Merita un discorso a parte David Beckham per il quale il Milan ha inaugurato la serie mai praticata nel campionato italiano di giocatore a mezzo servizio. Metà anno a giocare negli Stati Uniti (un tempo negli States non svernavano i giocatori che avevano chiuso la carriera?) e metà stagione nel Milan, il tutto condito da toni trionfalistici e mediatici quasi si fosse preso Lionel Messi o Cristiano Ronaldo. Le fanfare mediatiche di famiglia sono indiscutibilmente una risorsa (asset) anche per il Milan e anche noi siamo troppo avanti con gli anni per non capirlo pienamente. Ma siamo proprio sicuri che alla fine sia proprio così? Siamo proprio sicuri l’assenza di critiche sia per il Milan un vantaggio? 
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

di Libeccio
L’esperienza di Leonardo, gli interessi del Manchester United, il vento della Roma e la sciarpa di Mancini.


1. L’Inter impone la sua legge durissima sul campionato con una gara esemplare per assetto tattico, concentrazione, intensità di gioco, compattezza. E dire che le condizioni per una vittoria del
Milan c’erano tutte (Inter condizionata dagli infortuni e in fase calante nelle ultime gare, Milan invece con il vento non solo mediatico in poppo). La sconfitta riaprirà le polemiche sulla scarsa esperienza di Leonardo (che quando vinceva era quindi esperto), l’immobilità della squadra, le scelte di mercato non sempre lineari. Diceva Flipper Damiani, ieri sera in tv, che anche a 60 anni (quelli che ha) di sicuro avrebbe corso molto di più di quanto abbiano fatto durante la gara Pirlo, Beckham e Ronaldinho. Come al solito in Italia si esagera in un senso e poi nell’altro (e nessuno dei tre citati ha Damiani come procuratore, giova ricordare). Leonardo prima tonto e poi geniale, attaccato da tutti e poi da tutti applaudito. Ronaldinho prima descritto come un ex giocatore, poi celebrato come affetto da seconda strabiliante giovinezza. La verità? Meglio pensare alla Champions.
2. Tutto il mondo è paese? Per anni ci hanno detto (e noi lo credevamo anche) che le squadre inglesi fossero maestre nella buona (corretta) gestione del calcio, al contrario di quelle nostrane, piene di debiti e ancora archeologiche in termini di modelli di gestione che approcciano al calcio in chiave di marketing e quindi segmentano ogni ambito sfruttabile commercialmente e lo incrociano a prodotti appetibili da collocare nel frastagliato mondo del tifo e non. La società inglese al top di questo tipo di impostazione è stata da sempre il Manchester United, che ora si scopre essere stato gestito come una squadra italiana qualsiasi, tanto da accumulare una massa debitoria di quasi un miliardo di euro (quasi l’intero debito del campionato di calcio italiano). Ma se il Manchester la fa da padrone in tema di debiti, gli altri attori del calcio inglese non sono da meno. Si parte dai 130 milioni del Chelsea, per passare ai 380 milioni dell’Arsenal, ai 440 milioni del Liverpool, per arrivare infine ai 964 milioni
del Manchester United. Quasi 2 mila miliardi di vecchie lire. Detto ciò, occorre precisare che non tutti i debiti del calcio inglese sono uguali (e non solo per dimensioni). I debiti del Chelsea sono quasi tutti nei confronti del magnate russo Abramovich, il quale potrebbe, volendo, estinguerli in un batter d’occhio (tipo Moratti con l’Inter, per intenderci). Quelli dell’Arsenal sono quasi interamente legati alla costruzione del mega-stadio di Ashburton Grove, in altre parole sono una specie di mutuo e potrebbero
addirittura essere iscritti alla voce investimenti indiretti. Anche secondo la Uefa (che ha aperto un focus sul fenomeno) questo tipo di esposizione è – tutto sommato – accettabile. Diverso invece, e assai più rischioso, il rosso di Liverpool e Manchester United. In entrambi casi si tratta quasi esclusivamente di debiti verso le banche contratti per l’acquisto del club stesso. Un escamotage – quello tecnicamente detto del «leveraged buy-out» – che ha fatto molto discutere e funziona più o meno nel seguente modo: per comprare il Manchester United l’attuale proprietà ha chiesto un prestito di poniamo 500 milioni di euro ad una nota banca inglese. Ottenuto il prestito e comprata la più gloriosa società britannica la medesima proprietà ha chiesto attraverso il Manchester United un nuovo prestito di 600 milioni di euro alla stessa banca che lo ha nuovamente autorizzato. Dopo averlo ottenuto la proprietà restituisce i soldi alla banca che in origine le aveva accordato il prestito per l’acquisto del club. Risultato? La proprietà ha comprato il Manchester senza tirare fuori una sterlina (e senza avere più debiti) e lo United si trova invece con un debito di 600 milioni di euro (solo di interessi il Man U paga circa 38 milioni di euro l’anno). Bravi, no? Basta solo trovare una banca che si presti al giochetto: la vera abilità, chiamiamola così, è questa. 
3. La Juve esce malconcia dalla sconfitta della gara con la Roma e Ciro Ferrara è oramai vicinissimo al commiato. Come è noto è sempre l’anello più debole a saltare e nella Juve, nonostante siano tanti i responsabili del quasi disastro stagionale che si sta consumando, sarà solo Ferrara a pagare il dovuto. La Juve avrebbe la possibilità di comportarsi da Juve confermando Ferrara senza se e senza ma almeno fino alla fine del campionato, ma non lo farà per eccesso di debolezza, necessità di risultati subito e ad ogni costo, lo spauracchio (sistematico confronto) del vecchio blasone che incombe su ogni cosa. Sull’altro lato invece la Roma e Ranieri si prendono una soddisfazione enorme, dimostrando che nel calcio si può passare dall’abisso al paradiso in pochi, impalpabili istanti. Solo pochi mesi fa la Roma era sul punto di implodere, ora è a ridosso della vetta e viaggia con vento favorevole. Visto che Spalletti e Ranieri sono della stessa categoria e che Toni per quanto utile è quasi al capolinea, si può dire che non sia cambiato niente: il calcio è spesso senza senso.
4. Moratti e tutta l’area commerciale dell’Inter si stanno mangiando le mani per non aver sfruttato come la situazione avrebbe consentito le sciarpe di Mancini quando allenava l’Inter (già allora le portava esattamente così). A Manchester è diventato il primo gadget venduto, in quantità mai raggiunte nella storia della società. Anche tifosi di altre squadre lo comprano, anche se immaginiamo che fra gli acquirenti non ci sia il c.t. Capello, rivale quando entrambi si sono incrociati da allenatori ma soprattutto nemico del Mancini giocatore (ai tempi di Bologna e Sampdoria), con il quale quasi venne alle mani. Amici residenti a Manchester ci dicono che non si può capire l’innamoramento collettivo della città celeste per il Mancini Style, al momento accompagnato anche dalle vittorie (l’ultima ieri sullo Scunthorpe). Siccome quando si esce dall’Italia si muore mediaticamente (a Barzagli essere il miglior difensore della Bundesliga non è servito per essere preferito a Gamberini e Legrottaglie), la cosa ci fa piacere. Difficile che torni in Italia in una squadra del suo rango, gli ‘uomini di calcio’ gliel’hanno giurata.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

di Libeccio
La rivalutazione di un allenatore, gli italiani di Haiti, i numeri benefici sulle magliette, il vecchio granata Gaucci e l’interesse per il calcio spalmato.

1. La situazione Juve sembra più intricata, dopo la sconfitta subita col Chievo e la solita manifestazione di ‘fiducia’ a Ferrara. Premesso che se ci affidassero una squadra di A la porteremmo dritta in serie B (comiche alcune lettere alla Gazzetta o a Tuttosport, del genere ‘Io che ho giocato a calcio in Promozione vi dico che…’), crediamo che la crisi Juve sia legata a una pianificazione sbagliata e a scelte perlomeno confuse. Anche quelle in teoria principale. Tutti sanno che Lippi ha impostato la campagna acquisti e scelto l’allenatore che doveva “condurre” la squadra fino alla fine dei mondiali, quando Lippi rientrerà in società con tutti gli onori del caso. Anche le dichiarazioni di Lippi di inizio campionato, “La Juve vincerà lo scudetto”, erano un modo di preparare il terreno e indicare nel blocco Juve lo schema di riferimento per la nazionale. Ora tutto il disegno sembra in crisi e anche ciò impedisce di fare scelte chiare e coerenti. Situazione spiacevole e per nulla facile, soprattutto a guardare cosa sta facendo Ranieri a Roma. Se Ranieri fosse stato lasciato tranquillo a lavorare a Torino, oggi la Juve che posizione di classifica occuperebbe? Per gli juventini Lippi è il massimo, non ci sono dubbi, ma fra gli altri allenatori una graduatoria di bravura è comunque possibile.
2. A Roma ad un’asta pubblica è stata acquistata una tomba al cimitero del Verano per la modica cifra di 900 mila euro. Ad Haiti i cadaveri sono abbandonati a migliaia per le strade e mostrati con insistenza in mondovisione senza ritegno alcuno. Sono le infamie del nostro tempo. Le immagini che stiamo vedendo sono terribili e drammatiche e ci colpiscono come mai era accaduto in passato: addirittura anche il calcio italiano ha fatto la sua parte, fra aiuti finanziari (per ora solo sbandierati) e minuti di silenzio che per l’occasione sono stati davvero di silenzio su quasi tutti i campi. Nonostante ciò, molti giornali nostrani riportano in prima pagina il dramma delle poche decine di italiani ivi dispersi. Titolo visto stamane in rassegna stampa: “Si cammina su un tappeto di cadaveri. Paura per gli italiani dispersi”. C’è chi dice che il campanilismo sia la vera forza del nostro paese, ma a noi fa ribrezzo così come molti suoi sottoprodotti (non ultimo la mafia, nelle sue varie forme).
3. Fra poco spunteranno sui vari campi le magliette con i numeri di telefono, quindi è bene ricordare che stanno spuntando anche organizzazioni cosiddette umanitarie che non esistevano fino a 48 ore fa. Dal nostro punto di vista gli sciacalli umani sono ben peggiori di quelli animali. Diamo anche  noi una mano ad Haiti, ma facendo attenzione a come e tramite chi. In occasione dello tsunami che pochi anni fa colpì drammaticamente il sud est asiatico circa il 70% degli aiuti che allora vennero raccolti in mastodontica quantità, finì nelle tasche di soggetti, organizzazioni, istituzioni, che in quell’area geografica non avevano neanche fatto un viaggio last minute (dati Onu). Un dolore ancora più grande per quello che sta accadendo in quella sfortunata parte di mondo.
4. Grande fermento nel calcio nazionale e internazionale. Stando a quanto si legge sui giornali Cairo sarebbe sul punto di mettere in vendita il Toro non essendo riuscito non diciamo a rilanciarlo, ma perlomeno a garantirgli un posto dignitoso nella massima serie italiana. Così l’ennesimo tentativo di ridare lustro ai granata si è risolto in quasi farsa, con l’appendice delle scommesse ancora da chiarire. Per rilevare la società si è già fatto avanti Gaucci che ha manifestato la volontà di subentrare, aggiungendo che è il suo sogno da sempre (e ti pareva). La memoria è sempre corta, se davvero Gaucci dovesse farcela qualcuno che gli metterà una sciarpa del Torino al collo lo troverà di sicuro.
5. L’Italia in realtà è una repubblica fondata sempre di più sul calcio, unico elemento unificante. Il campionato di calcio (serie A) si giocherà sempre più spesso spalmato: il venerdi sera (per dare modo alle squadre impegnate nelle gare di Champions di avere più tempi di recupero), il sabato (già accade), la domenica alle 12.30 (avventura già iniziata), la domenica pomeriggio e la sera (ordinaria amministrazione) e, udite udite, anche il lunedì sera a far data dal 2011. “Il range utilizzabile del calcio deve essere allargato”, hanno detto i maggiorenti del pallone nostrano, aggiungendo: “per l’interesse di tutti”. Tra questi interessi il nostro non figura, ma non siamo talmente malati di protagonismo da pensare che in quel “tutti” ci potessimo stare anche noi. Purtroppo il calcio è una delle poche cose della vita che non viene mai a noia. Incredibilmente sfugge addirittura alla legge economica dei bisogni saziabili che vale per qualsiasi altra cosa. Anche il Padreterno quando ha creato l’uomo gli ha concesso un giorno della settimana da dedicare al riposo. Lo stesso dovrebbe accadere con il calcio: un giorno a settimana da dedicare (insieme al riposo) al calcio andava più che bene. Poi uno si potrebbe (dovrebbe) interessare anche d’altro per essere Persona a più dimensioni e non diventare un animale da telecomando. Non ci pare che sia più possibile: il lunedì si gioca il campionato, il martedì ci sono le coppe, il mercoledì le coppe o il campionato, il giovedi le coppe o la coppa italia, il venerdì il campionato, il sabato idem e pure la domenica. Ma occorre fare uno sforzo tutti; per l’interesse di tutti…..
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

di Libeccio
L’Olimpico visto dall’albero,  l’Inter che non tutela Balotelli, lo scoop sulla Pittmann, la Dakar da disprezzare e l’auto amica dell’ambiente.

1. Quando eravamo ragazzi il calcio entrava nella nostra vita soltanto attraverso la radio (Tutto il calcio minuto per minuto) e il lunedì pomeriggio alle ore 17 quando la seconda rete Rai (non esisteva altro) mandava un tempo di una partita di serie A giocata la domenica. Se avevi fortuna (cioé un televisore) e molta fortuna (passavano la tua squadra del cuore) stampavi nella tua mente ogni singolo fotogramma. E la curiosità e le speranze che esplodevano a quegli squilli di tromba che precedevano un gol su un campo qualsiasi della A e della B che andavano in simultanea. Una volta partimmo di nascosto e con mezzi di fortuna dal paesino di montagna dove vivevamo, per andare a Roma presso lo stadio Olimpico: si giocava una partita normale, ma per noi valeva la finale dei Mondiali. Da un albero della montagnola che sovrasta lo stadio si vedeva una piccola porzione di campo. Indescrivibile come il primo amore. Vedere poco o niente come a quei tempi era una crudele tortura, vedere tutto come adesso uno sbaglio bulimico che non fa apprezzare nulla. E’ una cosa così rivoluzionaria desiderare l’equilibrio?
2.  Del Mario Balotelli calciatore ci importa il giusto (per dire, non discutiamo il modo in cui lo fa giocare Mourinho o la non convocazione di Lippi: sono o sarebbero grandi allenatori, ne capiranno più di noi o no?), dell’italiano discriminato molto.  In questo senso siamo sempre dalla sua parte. La multa che gli è stata comminata dal Giudice Sportivo per le dichiarazioni post gara col Chievo ha veramente dell’incredibile. Balotelli ha forse sbagliato i toni, ha confuso una città con la sua piccola pattuglia di razzisti e violenti, però forse aveva qualche pur legittima e comprensibile ragione. Ragioni che le istituzioni del calcio da mesi fanno finta di non capire e non vedere. Anche l’Inter ha delle responsabilità. Nel senso che sarebbe ora, qualora Balotelli venga di nuovo fatto oggetto di cori di scherno a sfondo razzista, comunicare all’arbitro l’intenzione di ritirare la squadra dalla gara in svolgimento. Sarebbe un segnale che la civiltà non è un optional sempre e a qualunque costo. Almeno tre punti in classifica li vale.
3. Larga parte dei meccanismi che sono alla base dei processi informativi hanno una forte connotazione propagandistica. E’ il caso della campionessa australiana Jana Pittmann (due volte campione del mondo sui 400 ostacoli) e delle sue oramai stranote mammelle. “Si riduce il seno per vincere i mondiali” è stata la notizia rilanciata urbi et orbi dal sistema dell’informazione globale. Tranne scoprire che la Pittmann il seno se lo era prima anche volontariamente ingrandito (“ho tradito il mio paese per vanità”, ha precisato la campionessa) per poi ripensarci in vista delle prossime importanti competizioni che la vedranno protagonista. Il circo mondiale dell’atletica si avvale di grandi agenzie di immagine e comunicazione che pianificano ogni cosa, soprattutto i budget pubblicitari. Lo stesso fanno i grandi cartelli mondiali dell’abbigliamento sportivo. Aumentare la vendibilità degli eventi in cartellone diventa per uno sport non ricchissimo una sorta di imperativo categorico. Per mesi abbiamo letto della campionessa sudafricana di cui non si sapeva se fosse uomo o donna (ancora adesso ci sono dubbi….). Però le sue immagini hanno “venduto” moltissimo e calamitato l’attenzione anche della stereotipata casalinga di Voghera. Già adesso a corredo della notizia sulla Pittmann molti giornali ritraevano la bella atleta con in bella vista il marchio riconoscente degli sponsor. Secondo un vecchio adagio quello che non fa male ingrassa. Elementare Watson.
4. Abbiamo sempre disprezzato competizioni come la Parigi-Dakar. Intollerabile, almeno per noi, che un esercito di multiple ruote e cavalli meccanici “occupi” per settimane luoghi dove il dolore e la sofferenza sono di casa stabilmente, con il loro carico di straripante e indecente opulenza. Problema etico, potrebbe obiettare qualcuno, e quindi problema individuale. Poi gli sherpa che arrivano in anticipo in quei posti per piazzare i campi base, hanno fatto sapere ai padroni del vapore che quel posto (a causa di bande di predoni che si muovono lungo le frontiere di Senegal, Mali, Guinea e Mauritania) era diventato molto molto pericoloso e che era sensato lasciar perdere considerati gli altissimi rischi. Allora la folle corsa è diventata solo Dakar (non si capisce a che titolo) ed è stata trasferita in Sudamerica dove sta in queste ore esprimendo il meglio di sé stessa. Un incolpevole spettatore ucciso il giorno di apertura e un italiano (il sassarese Luca Manca) che pochi giorni fa ha avuto un gravissimo incidente e versa in condizioni disperate in Cile (durante la tappa che attraversava il Deserto di Pietra, una delle zone più aspre e aride del pianeta). Money Money Money, diceva una famosa canzone di parecchi anni fa. Ci sarebbe da meditare, o almeno da abolire certi eventi per manifesta stupidità.
5. Se non fosse per il fatto che rischiamo di andare fuori tema, parleremmo più spesso di quanto possa essere idiota certa pubblicità. Anche geniale, aggiungiamo, ma più frequentemente idiota. Anche per il tema dei motori del punto precedente, annotiamo la pubblicità di una nota casa automobilistica che ha per testimonial un delfino o un elefantino al momento della nascita. Sono ovviamente bellissimi. Del tutto stonato e fantasioso è il messaggio che pone in relazione l’ambiente e l’ecologia estrema col fantastico motore a emissioni limitate del marchio di auto pubblicizzato. Abbiamo distrutto il mondo con questa roba e con consumi insensati, devastando ogni cosa. Ed ora ci poniamo il problema di salvare il pianeta (esclusivamente a colpi di slogan). Soltanto perché abbiamo personale paura di quello che potrebbe succedere, se la natura decidesse che è finita.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

di Libeccio
I testimonial umanitari, Chievo-Inter per l’Asia, la differenza fra Ferrara e Leonardo, la bulimia di Moratti e il centravanti di Spalletti.

1. Fra le immagini disturbanti delle trascorse ci sembra opportuno citare quelle relative a persone di sport che si sono prestate a pubblicizzare il poker on line e campagne cosiddette umanitarie in ‘favore’ dei bambini poveri del tal lontanissimo posto, in un momento in cui la gente è più sensibile a questi argomenti. Secondo voi a scommettere via internet contro qualcuno che tiene il banco mediamente  si vince o si perde? E organizzazioni pseudo-umanitarie che nascono a ridosso delle festività e poi svaniscono, sono roba seria o spazzatura animata da gente senza scrupoli? L’importante è, come in tutte le cose, che ci sia un pubblico disponibile a recepire i messaggi. Purtroppo in entrambi i casi c’è.
2. E’ scomparso Beppe Chiappella, espressione di un calcio nel quale forse ci riconoscevamo di più rispetto a quello attuale. Da anni se ne stava in silenzio, pur avendo molto da raccontare. Oggi moltissimo è cambiato nel mondo del calcio e molto altro cambierà ancora, temiamo non in meglio. Alla ripresa nel 2010 il campionato giocherà la prima gara (quella di mercoledì 6 gennaio dell’Inter con il Chievo) alle ore 12.30, un orario da aperitivo. Il motivo è presto spiegato con i diritti tv. Sull’onda del modello britannico, una delle partite del campionato verrà disputata alle ore 12.30 per venire incontro alle esigenze di diffusione delle televisioni del continente asiatico che hanno ricomprato i diritti a trasmettere per quell’area del mondo. La nostra personale ed inutile protesta sarà quella di non vedere la partita.
3. Leonardo dopo un inizio stentato ha recuperato terreno ed è tornato nel cuore della dirigenza del Milan, dei cronisti (quasi tutti) che criticano solo l’allenatore e dei suoi tifosi. Staziona a 8 punti dall’Inter in seconda posizione di classifica, ma ha da recuperare una gara. Pienamente in lizza dunque per la vittoria finale. Ferrara invece dopo un buon inizio di campionato, ha perduto terreno ed è diventato un reietto sul quale lanciare ogni genere di critica e neanche sempre pacifica. Vorremmo porre alla vostra attenzione un solo dettaglio: i punti di differenza tra Juve e Milan in campionato sono 1 (uno)….
4. Goran Pandev è quindi tornato all’Inter. E’ un buon giocatore, come ha dimostrato alla Lazio, anche se con limiti caratteriali che alcuni anni fa indussero la società ex via Durini a disfarsene. Eppure Moratti aveva detto ‘niente acquisti’. Si parla anche di Kolarov che andrebbe a coprire la fascia sinistra dove l’Inter non avrebbe un giocatore di ruolo. Un ruolo per cui l’Inter ha consumato in una stagione il bravo Maxwell, la promessa Santon (secondo noi giocatore normale, anche in prospettiva, ma di sicuro non scarso) e la vcertezza Chivu che gioca in quel ruolo come ripiego anche se è lì che a inizio carriera si è affermato. Oltre la sua metà campo l’Inter ha giocatori che hanno reso al minimo (Mancini, Quaresma, Suazo ceduto al Genoa) per limiti loro ma anche perché impiegati al minimo. Lo stesso Balotelli gioca a singhiozzo. Forse occorrerebbe ottimizzare di più certi importanti investimenti prima di spendere ancora e ancora e ancora in modo quasi bulimico.
5. Dopo Capello (sulla panca della nazionale inglese), Trapattoni (su quella della nazionale irlandese), Zola (West Ham), Ancelotti (Chelsea), Spalletti (Zenith di S. Pietroburgo) ecco che un altro allenatore di prima fascia lascia l’Italia. Grande inizio per Mancini al Manchester City, tre vittorie su tre partite, con l’amarezza di non avere avuto una proposta italiana adeguata al suo valore. Tranne Zola, che è di prima fascia come personaggio ma non ancora come tecnico, tutti nomi pesanti. Forse sarebbe opportuno approfondire le ragioni intime di questa scelta di varcare i confini nazionali e andare alla ventura, al di là di soldi che questi allenatori non mancavano nemmeno a casa loro. In molti casi sembra che ci sia anche la necessità di cambiare aria dopo stagioni molto tirate e cariche di polemica tensione (Capello, Spalletti, Ancelotti, Mancini) per misurarsi con ambienti diversi e poco intossicati rispetto ai nostri. Auguri a Mancini per la sua nuova avventura, pensando che farà bene come in ogni altra panchina sulla quale si è seduto. Auguri anche a Spalletti, ricordando che alla Roma hanno subito comprato a Ranieri il centravanti che Spalletti chiedeva inutilmente da tre stagioni, ritenendolo fondamentale per il suo gioco. Chi fa la campagna acquisti nella Roma?
Libeccio

(in esclusiva per Indiscreto)

 di Libeccio
I consigli per gli acquisti di Lippi, l’inevitabile effetto Bettega, la strategia di Zamparini e la storia di Moratti con la Roma. 1. In una intervista comparsa sulla Gazzetta Marcello Lippi ci tiene a precisare che con la Juve non c’entra nulla e che mai e poi mai tornerà ad allenare la prima squadra di Torino, tantomeno come super-manager. Poi però aggiunge cose che dimostrano esattamente il contrario, ovvero che lui con la Juve c’entra eccome. In particolare con il momento no che sta attraversando la Juventus. Perché precisa che Cannavaro e Grosso li ha “consigliati” lui insieme a Ferrara. E che altro doveva fare, stilare anche la formazione da mandare in campo la domenica? Parlando di Nazionale, le controindicazioni del pacchetto Juve (vedi Cannavaro, vedi Grosso, vedi Amauri) potrebbero essere superiori alle indicazioni. Se ne é accorto lo stesso c.t., il quale fa sapere che il gruppo azzurro non è immutabile e che può essere aperto a nuovi innesti. Fino a poco tempo fa diceva diversamente, per non dire il contrario.
2. Alla guida della Juve (nel management, in un ruolo di alta consulenza significativo) è tornato Roberto Bettega, a noi sembra per fare ombra al sempre più discusso Blanc. Bettega faceva parte di quella che veniva definita “la Triade” anche se poi con Calciopoli ha avuto poco o nulla a che fare. Essere stati costretti a tornare al passato non è una gran scelta per la attuale dirigenza e sembra quasi il tentativo di creare per se stessi un salvagente che argini la rabbia scatenata della tifoseria. Ed è come una ammissione che i successi antichi siano in larga misura da attribuire a Moggi e Giraudo, con Bettega volto buono (si fa per dire). Bettega che magari è rimasto fuori dai giochi che contavano davvero, ma non può non aver visto nulla o almeno sentito di certe pratiche losche che un formale collegio giudicante ha definito “associazione a delinquere”. Comunque la si guardi la vicenda è piena di falle e non crediamo porterà a qualcosa di buono. Poi, attenzione, basta che Ferrara vinca due gare consecutive e l’Inter ne perda o ne pareggi una che subito tutto cambierà di direzione. Sarà così un tripudio di ‘effetto Bettega’ al primo pallone che invece di andare sul palo finirà in gol. L’Italia pallonara resta sempre qualcosa di inimitabile.
3. Abbiamo sentito dire a Zamparini che ha esonerato Zenga perché si era reso libero Delio Rossi. Con Rossi sul mercato non potevo non agire e cambiare, ha detto quasi letteralmente. Poi ha aggiunto che si vede già la mano di un grande allenatore. E nessun giornalista dei tanti presenti che gli chiedesse chi aveva scelto Zenga alla guida del Palermo.
4. L’Inter ha giocato quest’ultimo mese con un affanno più o meno celato dalla qualità di alcuni suoi giocatori, poi la scarsa qualità dei suoi avversari ha fatto il resto. Può darsi che la pausa natalizia concorra a farle recuperare brillantezza, ma sono cose che si dicono. Più concretamente si parla di mercato, anche se Moratti in pubblico ed in privato nega la possibilità di nuovi arrivi in ottica anti-Chelsea. Fra i giocatori graditi a Mourinho c’è di sicuro Julio Baptista, quindi a questo punto ci sarebbero le richieste di un allenatore in partenza contro la memoria di un presidente che rimarrà. L’Inter dalla Roma ha preso Batistuta oramai finito, Mancini (in condizioni fisiche approssimative e con poca voglia) e Chivu (rendimento incerto e molti infortuni). Visto che la cessione di De Rossi non sembra imminente, scommetteremmo sul nulla di fatto.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)




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