Archive for the ‘Jvan Sica’ Category

di Jvan Sica
Le differenze fra l’Olimpiade invernale vissuta attraverso la pay-tv o secondo lo schema Rai: completezza contro romanzo, vince il romanzo…

A più di una settimana dal via delle Olimpiadi di Vancouver, è tempo di capire come le televisioni italiane la stiano sfangando. La domanda che aleggiava da un anno, fino al 12 febbraio scorso è: “Sky ci farà cambiare i modelli di fruizione dello sport olimpico, come ha fatto per il calcio televisivo?”. La minaccia-speranza di vedere tutto, ascoltare ogni atleta, analizzare ogni dettaglio, comprendere i perché delle gare al di là del commento tecnico alla buona, si è però solo parzialmente avverata.  Con i 5 canali olimpici riusciamo a vedere tutte le gare, approfittando spesso delle repliche ben distribuite durante la giornata (è chiaro che il solo saperle già svolte diminuisce il trasporto del 50%), ad avere una copertura completa dell’evento senza i soliti collegamenti ondivaghi a cui siamo stati abituati negli anni (per dire, non si passa direttamente dall’arrivo dell’undicesimo slalomista alla 5a porta del tredicesimo), conosciamo tutto degli atleti italiani, seguiti prima, durante e dopo le gare con una passione non ripagata dai risultati (purtroppo i quarti, quinti e sesti posti non valgono medaglie e titoli, ma in una competizione olimpica non sono da buttare).
Grazie a Sky abbiamo un sacco di cose in più e migliori rispetto alle Olimpiadi Rai, eppure non convince il carrozzone che va avanti da un anno, senza soluzione di continuità. A mancare sono le sfumature di fondo che riguardano la concezione dello spettacolo sportivo. Per dare tutti i fotogrammi in diretta, i cinque canali olimpici di Sky non potevano non diventare dei contenitori di gare, tutte in fila e perfettamente suddivise in pillole da assumere in spot differenti. La parcellizzazione di discipline, stili di commento e modelli di regia ci fa rimbalzare da una gara all’altra, disperdendo quello che l’Olimpiade è sempre stata: un grande racconto sul mondo, un flusso narrativo unico in cui si innestano voci differenti che approfondiscono storie e momenti, un romanzetto popolare che muove la casalinga e commuove l’ingegnere.
Sky cerca di cucire il menu farcitissimo con Giovanni Bruno, ma l’esperienza Rai da questo punto di vista è imbattibile. Ivana Vaccari non solo ci introduce alla narrazione olimpica, mentre Sky ci scaraventa dentro l’evento ex abrupto, con pochi convenevoli. Noi di regola sacramentiamo prima delle partite di campionato, mentre per gare di cui conosciamo solo pochi protagonisti e a malapena le regole principali questi ‘convenevoli’ servirebbero a farci montare l’attenzione. Questo tipo di narrazione ci accompagna, ci muove l’attenzione a seconda delle esigenze di palinsesto, crea aspettative e tira le somme con pochi ospiti e qualche immagine di corredo. Ecco, a Sky manca la concezione romanzesca che è dietro un evento così imponente, pensando che impostare tutto su completezza e rigore basti a coinvolgere tutti gli spettatori che vogliono vedere lo sport. Le Olimpiadi non possono essere viste, perché non è pensabile vedere tutto, ed è per questo che bisogna farle vivere, in un percorso magari frammentato e meno denso, come una grande avventura che non finisce mai per 15 giorni.
Jvan Sica
Letteratura Sportiva

Semplicità e voti

di Jvan Sica 
Vancouver 2010 ha ri-sottolineato che le discipline sportive, non solo quelle olimpiche, sono da dividere in due categorie sempre più diverse. Da una parte ci sono gli sport storici e dall’altra gli sport globali, lontani e non comunicanti per regole, ritmo, tipologia di campioni. 
Gli sport storici si rifanno a tradizioni secolari, disciplinate in competizioni sportive tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, quando il leisure time borghese acquista un valore qualificante per la classe sociale ed è da mettere in mostra per evidenziare una differenza. In questa fase la giovane borghesia industriale dell’Europa settentrionale e nordamericana istituzionalizza i due elementi fondamentali dello sport classico: il tempo libero è da investire per una qualificante affermazione sociale e l’utilizzo del tempo libero stesso può diventare strumento di guadagno. Dalla seconda metà dell’800 agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, a questi due pilastri dello sport se ne è aggiunto soltanto uno: l’utilizzo delle attività nel tempo libero come mezzo di propaganda e disciplina delle masse. 
Con la nuova filosofia del consumo degli anni ’80 e la fine del regimi comunisti, lo sport ha acquisito una nuova dimensione, che è quella mediatica, primo passo per le prospettive globali dello sport contemporaneo. In questi anni, gli sport della tradizione si sono evoluti e trasformati, diventando quello che sono oggi: competizioni organizzate secondo un regolamento che esalta la prestazione fisica degli atleti. Prendiamo Vancouver 2010 e il biathlon come esempio: sport dalle ascendenze millenarie (Virgilio parla di caccia sugli sci nel 40 a.C.), dalla fine dell’’800 iniziano a svolgersi le prime gare che contemplano lo sci di fondo e il tiro al bersaglio con fucile. Da allora, il biathlon è diventato lo sport dell’Europa del Nord (scandinavo e russo in primis) e dagli anni ’90 ha invaso la Germania, con le gare trasmesse in diretta e seguite da un grande numero di appassionati. Oggi il biathlon ha ancora le sue caratteristiche ormai secolari. Poco o nulla è cambiato e in Italia, in USA e in tante altre nazioni, il biathlon è uno sport secondario, che non va in tv e da una sensazione di vecchiotto nonostante l’affascinante Magdalena Neuner
Sempre più lontani da questi sport storici, si stanno creando una loro identità gli sport globali, basati su una nuova concezione dello sport, intesa come serie di performance individuali regolate da pochi principi di base, che danno grande attenzione alla sfida, al challenge, dove a vincere non è per forza di cose il miglior atleta per tecnica e forza, ma chi riesce a superare l’altro in quella contesa particolare. Detta così sono evidenti i plus di maggiore spettacolarità di questi sport: maggiori emozioni, nessuna gerarchia consolidata, poca o nulla tradizione che ha fatto sistema, creazione del personaggio-atleta, competizioni semplici da comprendere e molto ‘easy’ dal punto di vista della fruizione televisiva. 
Per sviluppare meglio il concetto, mettiamo in comparazione biathlon e snowboard cross in quest’edizione olimpica. Nella 10 km sprint maschile di biathlon, a vincere è stato Vincent Jay, francese, davanti al norvegese Emil Hegle Svendsen e al croato Jakov Fak (sorpresa non pronosticata). Tra i primi 20 ci sono 5 russi ed ex-russi, 9 mitteleuropei, 3 scandinavi. Nella prova di snowboard cross maschile, ai quarti sono arrivati 6 nordamericani, 3 mitteleuropei, 3 dell’Europa latina, 1 russo e 1 australiano. Solo da questi numeri, senza tirare in ballo la storia olimpica di questi sport, è chiara l’estensione “globale” di sport come lo snowboard cross, perfettamente televisivo (i migliori sono nordamericani, dove lo sport è in buona parte show, e per restare a noi, Rai Sport ha trasmesso tutte le run della gara maschile e femminile, mentre il biathlon abbiamo dovuto acchiapparlo su Sky Olimpia 3, perché Sky Olimpia 1 era occupata dallo… snowboard cross), di alto ritmo, godibile anche senza conoscenze pregresse delle regole, con pochi sviluppi intricati, anzi molto lineare nella comprensione. 
Questi i principi basilari per offrire uno sport televisivo che possa interessare il non competente. La strada intrapresa dal CIO è sostenere questo tipo di discipline, inserendole con grande anticipo sui tempi di attesa nell’agone olimpico, e tenere per le “nicchie” ancora forti ed esigenti gli sport storici nazionali. È figlia di questo compromesso l’inflazione delle discipline alle Olimpiadi soprattutto estive. Da una parte occhio alla commercializzazione di nuovi spettacoli sempre più appassionanti, dall’altra logiche geo-politiche per tenere buoni i grandi elettori. Ma non possiamo arrivare ad Olimpiadi con 200 discipline, per cui una linea dovrebbe essere scelta. A meno di non far durare i Giochi due mesi, con venti canali televisivi a disposizione. 
Jvan Sica

L’intoccabile

di Jvan Sica
Se “Zidane. Una vita segreta” di Besma Lahouri non avesse avuto premesse che tirano in ballo addirittura i poteri occulti sarebbe un buon libro, parzialmente documentato sulla vita da calciatore di Zinedine Zidane.
Alcuni strafalcioni sono tremendi, tipo quello di pagina 212 che assegna a Zidane il goal dell’1-0 contro il River Plate per la vittoria dell’Intercontinentale juventina nel 1996, ma ci sono anche buoni momenti giornalistici in cui si racconta il dopo calcio di uno che non potrà mai più passare indifferente. Le bozze del libro rubate e cancellate dal computer dell’editore, le minacce alla Lahouri, i muri di omertà trovati in giro per il mondo creano aspettative di contenuto, di stile e intreccio troppo alti per poi cavarsela con un raccontino: magari ben fatto, ma con poca verve.

Zidane è un ex campione che chiede molto e dà poco. Non c’è niente di strano, se gli viene concesso tutto quello che chiede. Zidane amministra i suoi affari ed è diventato ormai un’industria. Anche qui niente di strano se gli sponsor hanno bisogno della notiziabilità continua come del pane. Zidane è francese in Francia e algerino in Algeria. L’obiettivo primo del multiculturalismo è proprio questo: ricevere e dare cultura, comprendendone i significati e vivendoli fino in fondo. Ha una moglie che fa affari, una corte che chiede miracoli, strani ceffi che parlano per lui. Se perfino con i calciatori di Lega Pro bisogna stare alle lune dei “manager”, perché il più grande calciatore del mondo per 5 anni buoni non dovrebbe avere i vassalli?
Insomma Zidane è un normale campione dell’era post-maradoniana: fulcro di interessi nuovi e globali, con al centro l’immagine per i diversi mercati internazionali. Questo vuol dire presenza, comportamento, performance: tutte componenti da mantenere ad alto livello per 15 anni. Per fare tutto c’è bisogno di un’organizzazione aziendale della propria persona, che va oltre il semplice allenarsi e vivere bene. Serve saper vendersi ai pochi e migliori offerenti. Gli scoop dell’eventuale relazione celata al mondo e della protervia di chi rappresenta Zidane sono sciocchezzuole rispetto ai denti aguzzi di chi Zidane lo vuole per le sue campagne umanitarie. A questo punto nasce il fatidico dubbio: vuoi vedere che la cara Besma conosce così bene i flussi commerciali e comunicativi dell’oggi, che ha deciso di cavalcarli mirando al mistero dell’intoccabile? Vuoi vedere che ha capito come vendere un pezzo di Zidane senza il suo consenso? Besma Lahouri non ha per niente considerato dove viviamo oggi. O forse lo ha fatto troppo bene.
Jvan Sica
Letteratura Sportiva

di Jvan Sica

Con Kakà al Real Madrid ci resta il solo Ibrahimovic (se resta) come calciatore di fama internazionale e di alto lignaggio “promozionale”. Siamo ormai un campionato di secondo livello?
ROBERTO BECCANTINI: Premesso che l’ultima Champions vinta (dal Milan) risale al 2007 e non a un secolo fa, la perdita di fuoriclasse come Kakà (e forse Ibrahimovic) non può che confermare l’impoverimento tecnico del nostro campionato. Si va a cicli e adesso tocca a inglesi e spagnoli. I soldi non c’entrano: non quanto, almeno, risulti alla Lega. Ci siamo impigriti. E tranne la Juventus nessuna società ha cominciato a costruire un suo stadio.
La Juve sembra in una crisi organizzativa prima che tecnica. Chi e come può tirarla fuori?
RB: Urge un referente tecnico di spessore fra dirigenza e squadra. Sbaglia, Blanc, a sommare le cariche di amministratore delegato e direttore generale. Servono uomini di calcio, non di sport. La pista Marotta è interessante: a patto che abbia i poteri, veri, del direttore generale.
Campionato 2008-2009, chi è stato il miglior giocatore, il miglior giovane, la squadra rivelazione, il miglior allenatore?
RB: Miglior giocatore: Ibrahimovic. Miglior giovane: Balotelli. Squadra rivelazione: Genoa. Miglior allenatore: Gasperini.
Lei è uno dei due giornalisti italiani che votano per assegnare il Pallone d’oro. Al di là dei grandi campioni “mediaticamente” star internazionali, a quale calciatore darebbe il premio?
RB: Ne assegnerei uno alla memoria: a Gaetano Scirea. Più passa il tempo, più la nostalgia invece di diminuire cresce.
Tra istant book, storie leggendarie piene di retorica e libri di grande valore letterario, cosa pensa della letteratura sportiva italiana?
RB: Da un eccesso all’altro. In passato, i libri latitavano. Oggi, te li sbattono in faccia. E così la quantità fa aggio sulla qualità.
Quali sono stati i suoi riferimenti letterari?
RB: Troppo gentile. Ho sempre adorato leggere. I miei riferimenti? Nello sport, Gianni Brera, Gianni Clerici, Gianni Mura, Gianfranco Civolani, il mio primo maestro a Bologna, Giuseppe Pistilli, Emanuela Audisio. Fuori sport, gli americani (Raymond Carver e John Fante su tutti) e i classici russi (da Dostoevskij a Tolstoj). Fra i sudamericani, il Marquez di “Cent’anni di solitudine” e il primo Vargas Llosa. Fra i nostri, Sandro Veronesi e Giampaolo Pansa. L’importante è leggere di tutto e rubacchiare qui e là qualche briciola.
(per gentile concessione dell’autore, l’intervista completa è pubblicata su Letteratura Sportiva)

Un solo Rocco

di Jvan Sica

Rocco è ricordato con affetto in tutte le città in cui ha lavorato. Al di là della natìa Trieste, città-perno della sua intera vita, in quale altra città ha lasciato le tracce più forti?
GIGI GARANZINI: Sicuramente Padova. Basta ricordare che il 20 maggio, per festeggiare la ricorrenza della nascita del Paròn (20 maggio 1912), il calcio Padova ha organizzato il “Rocco Day”. Per l’occasione due squadre di Pulcini del Calcio Padova si sono affrontate sul campo del mitico stadio “Appiani” sotto gli occhi di 22 ex giocatori di Rocco, tra cui Gastone Zanon, classe 1924, mediano e punto di riferimento dei “panzer” di Nereo, e Kurt Hamrin, “uccellino” d’ala che a Padova si esaltava nel gioco di rimessa. Per capire l’affetto che Padova ha nutrito per Nereo Rocco basta chiedere proprio a Zanon chi era Rocco per i padovani. La risposta sarà secca: “Un gradino sotto Sant’Antonio veniva San Nereo”.
Qual è il più grande debito che il calcio deve a Rocco: l’importanza del gruppo, la tattica italiana rivista con sistemi innovativi, il saper creare leadership carismatiche?
Tutte e tre. Il gruppo oggi è un luogo comune che si trascina stancamente nelle analisi dei giornalisti e degli addetti ai lavori, mentre per Rocco era la pietra angolare su cui fondare tutto. Nel libro quasi tutti gli intervistati sottolineano la capacità di Rocco di costruire un gruppo solido e unito. Fra gli altri, Scagnellato mi ha sempre evidenziato questo aspetto: “Eravamo tutti uniti”, mi diceva sempre il grande Aurelio, 354 partite nel Padova dal 1951 al 1964, “dietro la sua guida onesta e competente”. E per cementare il gruppo Rocco usava tecniche geniali che nessuno psicologo di gruppo sa insegnare. Dividere i premi partita ad esempio, prendendo gli stessi soldi dei giocatori e consegnati a mano dal capitano della squadra, era un segno di amicizia e rispetto che tutti riconoscevano.
Lei riesce a non buttare in parodia e giornalismo d’accatto il “Ciò, speremo de no” e tutto quello che Rocco è stato per l’opinione pubblica meno sagace. Considera questo uno dei pregi del libro?
Mi fa piacere che abbia sottolineato questo aspetto. Rocco in vita ma anche dopo è stato associato in modo troppo limitativo alla sua “triestinità“. Negli anni ‘70 fu ingaggiato dalla Domenica Sportiva come commentatore. Dopo poche puntate, gli autori del programma gli fecero capire che parlando in italiano perdeva tutto il suo “appeal”, consigliandogli di dedicarsi ancora al campo. Questa idea di Rocco è sciocca oltre che errata. Rocco ha frequentato le scuole quando a scuola lo studio era studio e conosceva perfettamente l’italiano, che parlava correttamente. Il triestino era un vezzo e un modo per distinguersi. Parlando triestino Rocco non recitava, semplicemente esprimeva la sua natura e le sue emozioni senza ipocriti filtri che ne avrebbero limitato i rapporti con le persone.
Come ha vissuto Rocco i cambiamenti epocali a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70?
Rocco era attento a tutto quello che lo circondava. Leggeva molto e non si alzava dalla sedia fin quando non aveva letto l’intero quotidiano. Era informato su tutto e cercava sempre di apprendere quello che non riusciva a capire. La politica attiva non gli interessava, anche se nel 1948 partecipò alla “resa dei conti” elettorale tra DC e PCI e fu eletto consigliere comunale di Trieste per lo scudocrociato. Ma fu convinto a partecipare un po’ perché quelle elezioni erano per tutti la sfida decisiva tra Occidente e Unione Sovietica e tutti dovevano prendere parte, un po’ perché convinto dagli amici che cercavano di attirare il massimo dei consensi verso la sua persona in quel momento all’apice della fama in città.
Tra istant book, storie leggendarie piene di retorica e libri di grande valore letterario, cosa pensa della letteratura sportiva italiana?
La situazione non è entusiasmante. Vengono pubblicati troppi libri che dovrebbero servire a vendere copie e non riescono nemmeno in questo intento. Altri invece partono da progetti interessanti ma finiscono per essere troppo pesanti, pieni di statistiche e numeri. In molti testi che ho letto manca l’atmosfera del tempo, il clima che si respirava all’epoca dei fatti raccontati, mentre credo che questo sia il punto forte del mio libro. Ho cercato di guardare a Rocco al di là degli albi d’oro, aiutato da Rocco stesso che è riuscito ad essere più di un semplice allenatore di calcio.
(per gentile concessione dell’autore, l’intervista completa è sul blog Letteratura Sportiva)

di Jvan Sica

Oggi si può scrivere un articolo che si faccia leggere soltanto in un modo: pensando alle interconnessioni plurime che possono nascere intorno ad un fatto qualsiasi. Non basta segnalare che al 13’ c’è stato un calcio d’angolo, la televisione e i centinaia di pre, in e post partita esauriscono la voglia di cronaca approfondendo ogni sensazione. E al giornalista del giorno dopo cosa resta? Resta la possibilità di andare al fondo di un’idea che le tv per fortuna (o sfortuna, fate voi) non possono proporre nel loro menu, forse perché indigeribili così vicino all’evento sportivo (anche l’analisi post-partita di uno Sconcerti non attira attenzione se non ci si butta nella gazzarra dialettica con il Mourinho di turno). Posto ciò, la questione diventa saper costruire un pezzo da leggere intorno ad una propria idea che crei connessioni istantanee e potenti per un interesse allargato. Tutta questa premessa arzigogolata è spiegata molto meglio nel libro “Storie di pallone e bicicletta” (Curcu & Genovese, 2003, p.135) di Carlo Martinelli. Il libro è una raccolta di articoli che Martinelli ha scritto per diverse testate e per svariati motivi: ricordare un personaggio dello sport, commentare un evento sportivo, farci conoscere una vicenda del caso. La grande capacità di Martinelli è miscelare in diecimila battute ricordi personali, cronaca vissuta, storie dal basso e contesto di riferimento, il tutto condito da citazioni letterarie mai forzate o messe in bella mostra per tirarsi l’applauso di chi anelita la bella penna. Al centro di ogni articolo c’è sempre un personaggio, di cui Martinelli parla non analizzandone il volto alla ricerca delle glorie e delle grandi passioni, ma girandovi intorno per capire cosa è stato per gli altri e per se stesso, esercizio orrendo se scade nel c’ero anch’io, stupendo se attiva ancora emozioni non vissute da chi legge ma comunque stranamente sentite (questo è il vero fine e la pura bellezza della letteratura). Per finire vorrei ancora lasciare una nota sul perfetto incastonarsi negli articoli dei rimandi culturali e letterari. Citare Camus, James Waddington o Franklin Goldgrub in un articolo non è un grande sforzo, mentre armonizzare il già detto con una faccenda di sport è molto più difficile e pericoloso. Martinelli grazie al suo volare alto nel ricordo e nella cronaca minuta ci riesce.
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Letteratura sportiva)

di Jvan Sica

Nel febbraio 2007 la casa editrice Limina pubblica il romanzo-saggio di Luigi Bolognini “La squadra spezzata”, che racconta la storia di Gabor, un ragazzo ungherese degli anni ‘50 che cresce nel mito della squadra d’oro e finisce per capire, nel momento in cui arriva la sconfitta ai Mondiali del 1954 in finale contro la Germania Ovest, che quell’oro era solo una patina usata dal regime comunista per nascondere la sua barbarie. E con Gabor un intero popolo. A distanza di due anni abbiamo contattato Bolognini.
L’Ungheria, come esponente della tradizionale scuola danubiana, aveva avuto sempre grandi interpreti e squadre temibili. Ma quale è stato il plus fondamentale che ha dato il là a quel gruppo di campioni e a quella squadra perfetta?
Anzitutto il fatto che la generazione nata tra le due guerre mondiali sia stata una nidiata clamorosa di fenomeni. Ogni tanto succede, e non c’è un perché, succede e basta. E poi il fatto che il regime filosovietico avesse cercato di imitare l’Urss dei piani quinquennali anche nello sport, mettendo a disposizione dei suoi calciatori e dei suoi tecnici (Sebes era un grande allenatore, l’ultimo di una grande scuola che aveva prodotto anche Arpad Weisz) la possibilità di realizzare un progetto di lungo termine in modo quasi scientifico. Tutto fu organizzato a misura delle richieste di Sebes, compreso il campionato di calcio, dove gli allenatori ebbero il consiglio (sarebbe meglio dire l’ordine) di giocare secondo lo schema della Nazionale. C’erano anche motivi di propaganda, ovviamente: i successi di quella squadra diedero lustro all’intero regime, sia a livello interno che estero. E altrettanto ovviamente l’insuccesso lo travolse, innescando la rivolta che poi sarebbe scoppiata nel 1956.
Il calcio e lo sport in generale sono da sempre usati per scopi politici. Come può emanciparsi lo sport da questa catena?
Temo che la prima domanda sia senza risposta, nel senso che è appunto sempre stato così e sempre lo sarà, anche se non ci piace. Però non estremizzerei la cosa, nel senso che accanto a un Berlusconi, un Videla, un Rakosi o un Mussolini (mischio esempi diversissimi tra di loro, ovviamente), ci sarà sempre chi usa lo sport per altri motivi, magari poco nobili comunque, tipo fare soldi, oppure perché spinto da sincera e disinteressata passione. L’importante è saperlo, e a quel punto regolarsi con la propria coscienza: qualcuno farà prevalere la passione politico-civile su quella sportiva, qualcuno farà il contrario, qualcuno si sentirà un utile idiota e qualcuno no. L’importante è sapere cosa c’è dietro la propria squadra, la propria passione, e trovare un compromesso con se stesso. Senza portare il cervello all’ammasso. Oppure portandolo, ma facendolo comunque con consapevolezza. Il calcio come propaganda politica non mi piace, ma in fondo che differenza c’è dal calcio che fa propaganda a un marchio di una bevanda, a un telefonino o a uno stile di vita? Nel migliore dei mondi il calcio sarebbe il calcio e lo sport sarebbe lo sport, ma questo non è il migliore dei mondi, o forse è il migliore dei mondi possibili, che è diverso. Ripeto, le armi con cui ci si può difendere sono la consapevolezza e la coscienza: con consapevolezza e coscienza si può anche scegliere di suicidarsi, se lo si vuole.
Perché, secondo lei, il calcio ha questo virale conservatorismo impresso a fuoco che può servire a tenere a bada il pensiero differente?
Per il semplicissimo motivo che il tifo è anzitutto e soprattutto conformismo. Lo dico in senso neutro, oggettivo. In uno stadio si trova tutta gente che la pensa alla stessa maniera, tifa la stessa squadra, reagisce in modo uniforme alle azioni di gioco. Il diverso pensiero è poco ammesso, e forse è giusto così, nel senso che le regole sono quelle. Dopodiché aggiungo che ho parlato di Mussolini e di Videla, ma in realtà sarei potuto risalire agli antichi imperatori romani, “panem et circenses” o ai Borboni che regnavano a Napoli, “feste, farina e forca”. Insomma, la regola dei regimi è sempre stata quella di riempire la pancia – o almeno levare la fame nera – ai propri sudditi e di dargli qualcosa per distrarsi, per non fargli notare l’assenza di libertà e di diritti. Cioè i circenses, i giochi, le feste, la forca, e nei tempi moderni lo sport. E i regimi potevano essere anche di sinistra, vedi per l’appunto quelli ungheresi e di tutto il mondo sovietico.
Lei scrive che la sconfitta di Berna nella finale del Campionato del mondo contro la Germania Ovest servì a togliere al regime l’ultima maschera: secondo lei può ancora una delusione sportiva far riflettere un intero popolo sulla sua condizione?
Sì, ma è difficile. Anzi, in realtà a mia memoria quello ungherese è stato l’unico caso in cui è successo qualcosa di simile, ma se è accaduto è perché il regime ungherese aveva puntato tutto sul calcio, senza cercare altre forme di controllo sociale e politico che non fossero la violenza e la delazione. Lungi da me il difendere Mussolini e il suo regime, ma se anche l’Italia non avesse vinto i Mondiali del 1934, il fascismo non sarebbe certo caduto né ci sarebbero state proteste. Perché in quel momento era indubbio, e in questo mi confortano gli storici, che il consenso fosse vero ed effettivo. Non sono certo le delusioni sportive a far riflettere un popolo sulla propria condizione. Al limite può valere il contrario, cioè le vittorie esaltano la considerazione che un popolo ha di sé. Benché pure questo non valga sempre, basti pensare al Mondiale 2006 che non ha certo migliorato le cose in Italia, a differenza del Mundial ’82 che fu un po’ il segno che la festa poteva incominciare dopo gli anni bui del terrorismo e dell’incertezza economica. Ripeto, l’unico caso a mia memoria di una delusione sportiva che danneggia in modo serio un regime è proprio quello dell’Ungheria nel 1954.
Grosics, Buzanszky, Lorant, Lantos, Bozsik, Zakarias, Budai, Kocsis, Hidegkuti, Puskas, Czibor. Tra questi chi erano le vere colonne della squadra e perché?
Facile dire Puskas, e infatti lui era sicuramente la stella, non solo per talento, ma anche per carisma. Ma ci sono almeno altri quattro giocatori che vanno citati. A centrocampo Bozsik, regista di stampo classico, uno di quelli capaci di lanci di 40-50 metri sui piedi degli attaccanti, ma anche pronto ad arretrare in difesa quando serviva e perfetto ragioniere in campo, spettava a lui applicare al momento gli schemi migliori. Come molti registi aveva cervello e infatti diventò presidente del Comitato Olimpico ungherese una volta smesso di giocare. Poi Hidegkuti, che a livello tattico era la chiave della squadra con i suoi arretramenti a centrocampo che risucchiavano il difensore che lo marcava, aprendo spazi per gli inserimenti di Puskas e Kocsis. E poi le due ali, Budai e Czibor, che al talento individuale (soprattutto Czibor, maniaco del dribbling anche irrisorio) univano la capacità di trasformarsi da centrocampisti in punte effettive, allargando il gioco e facendo impazzire i terzini. Grazie a questi giocatori quello che potremmo definire con gli schemi attuali una sorta di 3-5-2 poteva trasformarsi in un 4-2-4 micidiale per talento, forza e imprevedibilità.
In cosa la strategia e i metodi di gioco ungherese anticiparono il calcio contemporaneo?
Il giocatore più moderno era appunto Hidegkuti, che in un calcio come quello attuale in cui le punte devono spesso tornare ad aiutare il centrocampo avrebbe spopolato. L’altra grande innovazione fu quella del calcio totale, nel senso che i giocatori sapevano fare di tutto: Hidegkuti appunto il centrocampista, Boszik lo stopper, Budai e Cizbor i centrocampisti, e così via. C’era sempre un uomo in ogni posto del campo che sapeva disimpegnarsi, in qualche maniera. Anche perché la tecnica individuale era di gran livello: sapevano tutti dribblare e sapevano tutti giocare d’esterno (e non a caso il tocco d’esterno era detto “all’ungherese”, ai tempi). E Sebes anticipò il calcio contemporaneo anche nell’esasperata preparazione di ogni match, ad esempio misurando l’erba di Wembley e tagliando quella dei prati ungheresi alla stessa identica altezza per meglio abituarsi ai rimbalzi del pallone. Senza contare l’aspetto tattico, ma lì forse più che bravura ungherese fu stoltaggine altrui. In un epoca pre o paleo-televisiva, non c’erano molte informazioni che girassero sugli assetti tattici delle squadre, c’era una sorta di cavalleria per cui il 9 era il centravanti, il 5 lo stopper, l’8 e il 10 gli interni e così via. Sebes se ne fregò bellamente proponendo una squadra in cui il 9 era un centrocampista, il 5 il regista, l’8 e il 10 le due punte, per cui molti allenatori dovevano improvvisare le contromisure direttamente sul campo. E non c’era neanche una critica sportiva degna di questo nome, i giornalisti preferivano raccontare le partite usando roboanti aggettivi che analizzandole tatticamente. Il primo vero esperto di tattica fu proprio Gianni Brera, che infatti amò l’Ungheria di Puskas.
(per gentile concessione dell’autore, la versione integrale dell’intervista è su Letteratura sportiva)

di Jvan Sica

La nostra partita di oggi è stata giocata qualche giorno fa al Guru Gobind Sing di Ludhiana nel Punjab ed era valevole per la I League indiana. A scontrarsi erano i padroni di casa del JCT Football Club, da tempo ormai l’unica grande squadra del Punjab e dell’intera India settentrionale e il Churchill Brothers, squadra con sede nel distretto di Salcette nello stato del Goa, il più piccolo stato dell’India in termini di superficie e il quart’ultimo in termini di popolazione dopo Sikkim, Mizoram e Arunachal Pradesh. Il JCT Football Club, denominato anche JCT Mills perché sponsorizzato dal Jagatjit Cotton Textile Mills del presidente Samir Thapar (discendente della grande dinastia di industriali indiani iniziata con Karam Chand Thapar) è nato nel 1971. Il primo grande giocatore a vestire la maglia rossa del team è stato nel 1974 Inder Singh, capitano dell’India al tempo e vincitore del Premio Arunja nel 1969 (Arjuna è un mitico eroe che compare nel Mahābhārata, nonché uno dei protagonisti principali di questo importante poema epico indiano). Nel primo torneo giocato dalla squadra, il Santosh Trophy, il JCT MIlls mise a segno 46 reti e 23 portarono la firma di Inder Singh. Inder Singh fu anche selezionato nella squadra All-Stars dell’Asia per l’anno 1967/68 e votato migliore ala destra durante l’Asian Cup tenutasi in Israele nel 1964. Ha giocato nel JCT dal 1974 al 1985 e dopo l’addio ne è stato allenatore fino al 2001. Nel 1967 Inder Singh giocò nel Merkeda Football Tournament in Malesia. L’allora Primo ministro Tinku Abdul Rehman lo vide giocare e fece di tutto per comprarlo, ma egli rifiutò una faraonica offerta per continuare a giocare in India. Con Inder Singh allenatore il JCT Mills (che dal 2007 è solo JCT FC) vinse la prima National Football League disputatasi in India nel 1996/97, anno in cui conquistò, prima squadra non di Calcuttta, anche l’IFA Shield. Il Churchill Brothers gioca le sue partite casalinghe nel Jawaharlal Nehru Stadium Fatorda, a Margao, capitale economica del distretto di Salcette. Ha meno storia rispetto il JCT FC ma attualmente è una delle squadre migliori dello stato del Goa (ha vinto 6 volte la Goa League) nonché una delle squadre di riferimento dell’intero campionato indiano. Un giocatore del passato da ricordare è sicuramente Emeka Ezeugo, soprannominato Emmy, difensore nigeriano nazionale per 11 volte e convocato per U.S.A ’94, che ha giocato per il Churchill nell’annata 1997/98 prima di passare agli Hershey Wildcats, squadra della Pennsylvania. Prima della partita la situazione in classifica parlava molto chiaro: dopo 16 giornate di I League, il Churchill Brothers era secondo con 33 punti e il JCT FC terzultimo con 17 punti. La vittoria è andata, come da pronostico, agli ospiti, vittoriosi per 2-1 con reti di Jagpreet Singh al 15’ per il JCT e di Odafe Onyeka Okolie (uomo simbolo della squadra e grande attrazione del campionato indiano. Nato il 1 gennaio 1985 è arrivato in India nel Maometto Sporting Club nel 2003, per poi passare ai campioni del Bangladesh del Muktijoddha Sangsad KS e arrivare nel 2005 al Churchill. È ad oggi il giocatore più pagato del campionato indiano e restano famosi i suoi goal in un match contro il Vasco SC terminato 9-1) al 50′ e di Ogba Kalu Nnanna (partner d’attacco di Okolie, anche lui nigeriano e di un anno più giovane) all’85’ per il Churchill Brothers.
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Letteratura sportiva)

di Jvan Sica

Scrivere da tifosi può essere l’esercizio più banale e illeggibile possibile, con tutti quegli ardimenti da appassionato della prima ora e con tutte quelle storie da focolare domestico che spesso annoiano al primo rintocco. Ma può essere anche il miglior modo per parlare di uno sport che, spesso se non sempre, diventa qualcos’altro. In Italia le storie di scrittori tifosi che meritano sono in effetti poche: Morozzi e il suo Bologna visto con gli occhi di un’infanzia che torna di domenica (o di sabato causa anticipi) oppure Culicchia e il suo vivere il Torino con i continui rimbalzi su un vissuto cittadino e generazionale. In Inghilterra il capostipite del racconto tifoso non solo per tifosi è ovviamente Febbre a 90° di Nick Hornby e sulla scia di questo spartiacque il portabandiera Hornby ha messo insieme una serie di racconti, creando un frullato di stili e ricordi. Guanda che ha diritti italiani di Hornby ha catturato al volo questa opera e l’ha edita in Italia con il titolo “Il mio anno preferito”. Come per tutti i libri di autori vari, l’elettrocardiogramma dell’interesse oscilla spesso e i differenti focus di contenuto oltre che la diversa competenza riguardo al calcio hanno dato vita a storie molto diverse tra loro. L’idea di base è eccellente e, diciamoci la verità, l’unica veramente possibile per pensare di amalgamare con interesse tante storie di tifo: parlare delle annate che si ricordano per qualche motivo particolare di squadre non di primo livello. Pensare di appassionare un lettore mediamente competente parlando delle vittorie del Liverpool di Keegan, del Manchester di Ferguson o del Chelsea di Abramovich sarebbe un compito troppo complicato. Chi comprerebbe in Italia un libro in cui si parla col filtro del tifo per l’ennesima volta del Milan di Sacchi, della Juve di Lippi o dell’Inter di Herrera? La forza del progetto è proprio nell’aver scelto di scrivere le emozioni provate grazie a squadre come il Cambridge United, lo Swansea City o il Watford, realtà non da top ten della retorica pallonara né da storiella di noi quattro gatti in mezzo alla burrasca; la giusta via di mezzo con squadre per tifosi veraci. Anche il primo racconto di Roddy Doyle sull’avventura dell’Eire ad Italia ’90 rientra in questa categoria: l’Eire non è e non sarà mai (avesse anche il Pallone d’oro in carica tra le sue fila) una squadra glamour, per cui si tifa perché invaghiti. Si tifa Eire perché non se ne può fare a meno, una sorta di desiderio di sofferenza ed estasi che le vittorie e le sconfitte non cambiano. I capitoli migliori sono quelli di Ed Horton sull’Oxford United 1991/92, in cui l’autore ci dà una nota sulla letteratura sportiva proprio in apertura che è bene ricordare: “nella letteratura sportiva più ci si avvicina a parlare del gioco in sé, meno interessanti diventano i racconti”, il che sottolinea un po’ quello che vale anche per il cinema a sfondo sportivo: quando si fa vedere o si descrive un’azione di gioco tutto si perde in un meccanico ritornello visto già mille volte (ma la sfida continua, chi saprà mai scrivere e far vedere lo sport giocato senza appannamenti?), di Don Watson sul Leeds United “scottish” 1974/75 (annata di una squadra al vertice rispetto agli altri racconti, ma vista con gli occhi del tifoso per sempre e non del vicino per coincidenze), di Chris Pierson sull’Alban City 1971/72 (un racconto da vero giornalista embedded) e di D.J. Taylor sul Norwich City 1992/93. Prove di scrittura notevole quella di Hornby sul Cambridge United 1993/94 e di perfetta analisi del tifoso medio quella di Harry Pearson sul Middelsbrough 1990/91. Anche la recensione, come il libro, non si può non chiudere con le parole della poesia di Eddie McCreadie che suggella in quattro versi la bellezza terribile del vero tifo:
Non sono mai stato tanto felice e triste insieme
oggi ti voglio bene, domani forse farà freddo.
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Letteratura sportiva)

Mura dona

di Jvan Sica

Nell’agosto del 2008 la casa editrice Minimum Fax, con un’operazione editoriale oltre che culturale di grande livello, da alle stampe “La Fiamma Rossa”, raccolta dei migliori (accordiamoci su questo punto: Mura scrive tutti articoli “migliori”, vuoi per profondità di vedute, per prospettive nuove, per linguaggio armonico o per conoscenze della materia. Tutti gli articoli sono diversi e “migliori” e come ha spesso detto il curatore dell’opera Simone Barillari, farne una cernita è stata un’operazione molto difficile) articoli che Gianni Mura ha pubblicato come inviato al Tour de France per la Gazzetta dello sport prima e per La Repubblica poi. Come tanti altri, anche al sottoscritto sono bastate due pagine per sprofondare in quelle parole senza più nessuna speranza di distanza critica; quando il piacere ti cattura, addio analisi e piccole misurazioni. Arrivato poi all’ultima pagina, il mio automatico desiderio è stato cercare di parlare con chi quelle parole le aveva scritte e grazie all’addetto stampa della Minimum Fax Alessandro Grazioli e al collega di Mura alla Repubblica Luigi Bolognini sono arrivato a Gianni Mura. Quando dal telefono è uscita la sua voce di nebbia, un groppetto si è annodato in gola e sono andato con l’intervista.
Parliamo del grande amore che lei ha per il ciclismo e dei suoi tanti e diversi protagonisti. In un suo intervento ha precisato: “L’inviato deve trasmettere emozioni e non la rilettura un po’ barocca di un ordine di arrivo”. Ma, soprattutto dopo Pantani, come dare voce appassionata ad uno sport a cui è difficile credere?
Oggi è molto più difficile rendere credibile uno sport che spesso ti spiazza e ti prende in giro. Ogni volta che scrivo un pezzo lo faccio con il freno a mano tirato, soprattutto dopo la vicenda Pantani, però dall’altra parte sono ancora convinto che il ciclismo possa essere uno sport credibile e appassionante anche grazie all’operazione di bonifica che si sta portando avanti da qualche anno e che ha colpito quasi tutti i migliori di questo sport, segnale di serietà e determinazione.
Quindi la passione che la avvicina allo sport più importante della nostra tradizione è ancora viva?Diciamo che in questo momento ho nei confronti del ciclismo un rapporto di compassionevole vicinanza. Lo sento come un parente che sta molto male e che non riesci, per affetto e ricordi, a lasciare morire senza aver lottato e aver creduto nel suo risanamento.
Lei spesso dichiara: “Ho scritto quello che ho scritto capendo più di uomini che di ruote lenticolari”. Ma nel giornalismo e nella letteratura sportiva contemporanea chi avrà ragione, chi saprà stringere rapporti con gli uomini o chi riconoscerà un rapporto guardando la catena della bicicletta?
Il saper parlare di uomini resta fondamentale. In tutti gli sport la tecnologia ha invaso metodologie di allenamento e attrezzature ma ancora oggi quando scrivo non ci do troppo peso. Preferisco capire cosa stanno vivendo in quei momenti gli uomini, quali emozioni quello sport sta dando a chi lo pratica e chi vi assiste. All’inizio fui preso in Gazzetta perché sapevo scrivere delle storie e ancora adesso va al racconto la mia preferenza assoluta.
Lei infatti fu assunto dalla Gazzetta perché insieme a Gianni Menichelli era il più bravo a scrivere i temi al liceo.
Sì, e questo mi fa riflettere molto riguardo al come era considerato il lavoro in generale e quel lavoro in particolare. Quello che vorrei evidenziare infatti non è il rischio e la stranezza di assumere un ragazzo di 19 anni che sa scrivere bene i temi e fargli fare anche tre articoli al giorno e nemmeno l’investimento folle di inviarlo al Giro d’Italia, ventenne, nel 1965, ma il fatto che oggi una cosa del genere non può assolutamente accadere. Nei giornali vige ormai un conservatorismo condito da una pelosa carità nei confronti dei giovani giornalisti. Un po’ quello che accade anche nelle grandi società di calcio come Inter e Milan: il giovane arriva presto alla prima squadra, ma prima di scalzare il veterano deve farsi un estenuante tour nelle squadre minori senza avere spesso la possibilità di ritornare al mittente e giocare. Come dice Seedorf: “per imparare ad essere da Milan bisogna giocare nel Milan”. Questo è proprio quello che mi è accaduto nei primi due anni di Gazzetta, quando ho imparato tutto quello che dovevo sapere da giornalisti eccezionali. Ma questo è accaduto proprio perché sono stato scaraventato in una redazione appena dopo il liceo. Stare lì e assorbire dai grandi mi ha fatto diventare quello che sono.
I suoi idoli ciclistici sono Ocana, che dipingeva nature morte e si è sparato in bocca, Pantani, che ha vinto 34 corse in tutta la sua carriera, Zilioli, che leggeva Kafka. Perché non Merckx, Hinault, Anquetil e gli altri mostri sacri di questo sport?
A dire la verità sia di Merckx che di Hinault sono molto amico, però è vero che ho sempre avuto una preferenza particolare con chi dimostrava una certa diversità complicata. Zilioli mi piaceva perché era una persona di estrema e dolcissima sensibilità, in mezzo a tanti che parlavano agli uomini come se si rivolgessero a cavalli, Ocana invece per me resta il prototipo dell’uomo coraggioso e dimezzato. Il padre era scappato via dalla Spagna quando lui era piccolo per allontanarsi dal franchismo rifugiandosi in Francia e Luis ha vissuto il resto della sua vita lontano dalla sua terra che lo odiava perché oppositore. Per questo si sentiva un uomo a metà e straniero ovunque, spagnolo in Francia e francese in Spagna. E proprio per sottolineare questa condizione di emarginato, al momento della morte ha lasciato scritto di farsi cremare e far disperdere le ceneri sul confine franco-spagnolo così che sarebbe stato il vento a decidere da che parte farle andare.
E dei corridori di oggi chi l’affascina di più e soprattutto chi potrebbe portare con sé questo mistero di diversità e fragilità?
Con Armstrong ho avuto un colpo di fulmine. Anche ne “La Fiamma Rossa” si nota come nei primi due anni di vittorie dello statunitense ero davvero rapito dalla storia di quest’uomo che è riuscito a sconfiggere il male e la morte e a vincere una delle gare sportive più massacranti. Quello che aveva fatto valeva più di mille discorsi di medici ed esperti e infondeva un coraggio incredibile. Dall’episodio di Simeoni e da quelle sue successive vittorie furenti e con troppe ombre mi sono sentito tradito, perché aveva perso quel senso di umanità che l’aveva contraddistinto.
Leggendo “La Fiamma Rossa” questo cambio di prospettive nei confronti di Armstrong si percepisce. Ma quanto “dolore intellettuale” costa mettere in discussione un atleta osannato per quello che è stato e quello che ha vinto fino all’anno precedente?
Non eccessivamente, perché una cosa che non riesco proprio a fare è scrivere con sentimentalismo, cosa che accade sempre più spesso oggi. Vedi il caso Englaro di questi giorni: tutti dicono la propria con gli occhi velati da un sentimentalismo falso, mentre nessuno riesce a dire parole vere considerando il sentimento degli uomini coinvolti. Io cerco e spero di scrivere ancora con sentimento ed è questo che voglio trasmettere al lettore.
Da questo punto di vista chi abbonda in sentimentalismo ed è povera di sentimento sembra essere la tv?
Infatti la mia crociata non è contro altri giornalisti della carta stampata che cercano di scrivere comunque quello che sentono e vedono, ma contro la tv che ci mostra una tappa dal primo all’ultimo minuto ma spesso non ci lascia un’emozione che ce la faccia ricordare. Inoltre la tv è stata anche la causa dell’allontanamento del giornalista sportivo dal cuore della corsa. Come è evidente anche solo leggendo le pagine della Fiamma Rossa prima il giornalista aveva una funzione fondamentale durante e dopo la corsa, invischiato nelle faccende di sport e di vita dei corridori. Da suiveur (coloro che seguono il Tour) oggi siamo diventati dei precedeur, ovvero dei personaggi di semplice contorno, a distanza dalla gara e dai corridori. Oggi se non hai il telefonino del ciclista non lo potrai mai intervistare per farti dire e capire cosa sta vivendo in un determinato momento.
Cosa salverà il ciclismo dalla fine, forse il raccontarlo ancora credendo nell’avventura che porta con sé?
Il senso di avventura per fortuna è ancora una delle molle principali che spinge la gente a seguire il ciclismo. Il Tour ad esempio resta ancora un grande circo che chiude a sera per riaprire il giorno dopo in un’altra città con il suo carico di nani, ballerine, sogni e mangiatori di fuoco. E poi a far vivere e soprattutto a far raccontare il ciclismo è quel sapore di sfida ad ostacoli, se vogliamo tenerci sul prosaico, o meglio quell’odore di Chansons de geste che colora questi nuovi cavalieri di fantasia e avventura. Chi segue oggi il ciclismo o è completamente amorale e non gli importa nulla se sono tutti drogati che rischiano la pelle, oppure è una persona che crede a quello a cui sta assistendo pensando in buonafede che a sfidarsi sono semplicemente degli uomini con le loro armi.
Anche perché questo sport è fin troppo cambiato per non avere un pubblico nuovo che lo segue?Il ciclismo come molti altri sport vive sui ricordi che i grandi uomini del passato hanno stampato nella nostra memoria. Basti pensare alla grazia di Thoeni contro i carrarmati che scendono adesso, oppure alla strategica forza di un pugile degli anni ’50 contro i disperati che si picchiano oggi. L’abbattimento della tecnica e della fantasia è avvenuto nel ciclismo come in tutti gli altri sport, al ciclismo però restano ancora attaccati due elementi che lo rendono più favorevolmente intellegibile dallo spettatore-lettore e lo avvicinano al popolo: la fatica e la sfida non soltanto contro gli avversari ma contro gli imprevisti, le condizioni atmosferiche e tutto quello che la strada ti può mettere davanti.
Se escludiamo il periodo olimpico, il giornalismo sportivo è totalmente calciocentrico. Non crede sia frutto di una limitatezza di vedute che ha danneggiato giornalisti e lettori?
Il ciclismo e la boxe erano gli sport del secondo dopoguerra. Il calcio dopo Superga ebbe un contraccolpo pesantissimo ed era indietro come interesse da parte dei tifosi. Con l’arrivo delle coppe europee e quindi della sfida contro lo straniero il calcio ha ripreso grande valore e ha entusiasmato soprattutto le generazioni giovani di allora. Il ciclismo si è impoverito in personaggi e storie e il calcio ha assunto il ruolo di guida. Tutto questo è avvenuto anche nella considerazione dei lettori, passati dalle gesta di ciclisti e boxeur al racconto del calcio nonché, in anni a noi più vicini, ad interessarsi delle faccende di altri sport come pallavolo e basket. Oggi però a cosa siamo arrivati? Sui giornali sportivi si legge quasi esclusivamente di calcio, senza un briciolo di approfondimento delle notizie e delle situazioni per colpa da un lato di capi servizio che vogliono storie superficiali e notiziole a getto continuo sui tre argomenti che il tifoso vuole conoscere: guadagno, ”femmina” con cui il campione si sta sollazzando e accantonamento in panchina dell’imbolsito giocatore, e dall’altro perché per raggiungere un Beckham qualsiasi si devono chiedere permessi che nemmeno se vai in Corea del Nord. Attraversati decine di addetti stampa e curatori di immagine, tutto quello che un giocatore ci dirà saranno le solite quattro parole ripetute e stanche.
Perché grandi intellettuali come Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Mario Soldati, Anna Maria Ortese, Dino Buzzati nel tempo si sono dedicati anche allo sport, mentre oggi i grandi giornalisti di terza pagina non parlano più delle imprese sportive?
A mancare è proprio la terza pagina e questo è un altro omicidio dei tempi nuovi. Morendo la terza pagina, sono morte anche le penne che nello stile di terza pagina potevano parlare di sport. Se ricordo il Mundial ’82, mi viene in mente Soldati per il Corriere della Sera, Brera per la Repubblica e Arpino per il Giornale, tre scrittori-inviati che hanno scritto in quell’occasione pagine memorabili della nostra letteratura sportiva. Oggi invece allo scrittore gli si chiede di fare il tifoso. Si intervista Veronesi per parlare di Juve o Cucchi per parlare di Inter, ma non si fa nessun accenno ai romanzi o alle poesie di questi intellettuali. L’obiettivo non è far scrivere un pezzo di sport con gli occhi dell’intellettuale, ma un pezzo da tifoso con la firma di un “diversamente noto”.
E questo cosa ha comportato?
Ha comportato che mentre prima chi leggeva le vicende riguardanti il proprio sport preferito emancipava la sua mentalità prettamente tifosa cercando di elevarsi verso concezioni della vita e della socialità più alte, oggi invece di far elevare il lettore verso il livello dello scrittore per capirne il ragionamento di base, deve essere lo scrittore a scendere verso il tifoso peggiorando lo stile e le storie.
Finite le domande, ci salutiamo senza straparlare.
Jvan Sica
(per gentile concessione dell’autore, fonte:
Letteratura sportiva)



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