Archive for the ‘Christian Giordano’ Category

di Christian Giordano
Elogio dell’eclettismo. Uno dei più popolari giocatori del Chelsea pre-Abramovich, David Webb (londinese di Stratford, 9 aprile 1946) arriva allo Stamford Bridge dal Southampton, nel febbraio 1968, nell’affare che al “The Dell” porta Joe Kirkup.

Ai Saints invece era arrivato nel marzo 1966, in cambio di George O’Brien, dopo 62 presenze e 3 gol con gli O’s. A segno già al debutto nell’1-1 contro il Wolverhampton, rivale per la promozione, lascerà il club della South Coast con 75 presenze e 2 reti. Centrale di ruolo adattato a terzino destro, viene riportato al centro della difesa da Dave Sexton, già suo manager ai Leyton Orient, dove Webb nel 1965-66 aveva esordito da pro’ dopo gli inizi da dilettante nel West Ham United. Con la prepotente tripletta all’Ipswich Town nel Boxing Day (il giorno di Santo Stefano) del 1968 dimostra di non aver perso l’istinto per la porta. Ma quando, di lì a breve, viene acquistato il centrale irlandese John Dempsey, è lui, Webb, a infilarsi la maglia numero 2 lasciata libera da Kirkup.
Sulla fascia, però, i suoi limiti di velocità e agilità emergono brutalmente contro Eddie Gray, ala sinistra del Leeds United che lo ridicolizza nella (prima) finale di FA Cup del 1970, a Wembley, l’11 aprile. Dave chiude il calvario compiendo, davanti ai propri tifosi, un decisivo salvataggio nei supplementari; poi, nel replay del 29 aprile, davanti ai 100 mila dell’Old Trafford di Manchester, si prende la più gustosa delle rivincite. Spostato nel mezzo, accanto a Dempsey, corona una super prestazione infilando Gary Sprake sul palo lontano su lungo lancio di Ian Hutchinson. È il gol che vale la Coppa. Decisiva, però, anche l’intuizione di Sexton che in marcatura su Gray aveva dirottato il più adatto Ron Harris. Webb e Dempsey continuano a far coppia anche la stagione dopo, culminata con un’altra finale ripetuta, quella di Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid: 1-1 il 19 maggio (Osgood al 55’, Zoco al 90’), 2-1 per i Blues due giorni dopo (33’ Dempsey e 39’ ancora Osgood per i londinesi, 75’ Fleitas per gli spagnoli). Quanto Webb sia votato alla causa del Chelsea, per cui occasionalmente gioca anche centravanti, si apprezza appieno il 27 dicembre 1971: infortunati i tre portieri, gioca 90’ tra i pali e chiude con il “clean sheet” (zero gol a referto) contro l’Ipswich.
Per lui, però, dopo 33 gol in 298 partite, l’aria dello Stamford Bridge si fa pesante in seguito alla partenza di Hudson e Osgood. Nel luglio 1974, per 120.000 sterline, approda così al Queens Park Rangers. In coppia con Frank McLintock nel cuore della difesa, raggiunge lo storico secondo posto del 1975-76 (miglior piazzamento nella storia del club), prima di svernare al Leicester City e al Derby County, entrambe retrocessi. Al Leicester City arriva nel settembre 1977 per 50.000 sterline dopo 116 gare coi ’Gers. Al Filbert Street, resta per poco più di un anno perché dopo 33 partite coi Foxes, debutta nel Derby County: 0-0 casalingo con l’Aston Villa il 23 dicembre 1978. A maggio 1980, lascia il Baseball Ground con 26 gare e un gol per i Rams.
Nello stesso anno, il tempo di scendere in campo 11 volte e a dicembre il Bournemouth, club di Fourth Division, lo nomina player-manager. Con lui al timone i Cherries terminano al quarto posto, l’ultimo utile per la promozione in Third Division. Ma la stagione successiva, dopo il 9-0 esterno col Lincoln City del 18 dicembre, viene esonerato. Nel febbraio 1984, quando s’era già messo in proprio come rappresentante, subentra a Bruce Rioch con il doppio incarico di giocatore-allenatore del Torquay United. La stagione si chiude con un lusinghiero nono posto, ma l’anno dopo, con la squadra ultima, Webb se ne va, non prima però di aver segnato un gol nelle sue ultime due apparizioni in campionato. Il 21 agosto 1985, firma come managing director del club, e chiama in panchina prima John Sims poi Stuart Morgan. Il Torquay chiude ancora ultimo. E come non bastasse, in quelle due disastrose stagioni accade di tutto: subito dopo il suo insediamento, vengono ceduti cinque dei migliori giocatori e altri, come Keith Curle, vengono svenduti o rimpiazzati con elementi di gran lunga inferiori; last but not least, dei tre colori sociali storici – giallo, blu e bianco – resta solo il secondo, e una tribuna del Plainmoor va a fuoco. Webb lascia il Torquay per il Southend United il 17 giugno 1986, ma abbandona a marzo ’87, due mesi prima che gli Shrimps conquistino la promozione alla Third Division. Richiamato nel novembre 1988, non riesce a evitare la retrocessione ma con due promozione consecutive (1990 e 1991) li riporta subito in Second Division. Che addirittura guidano per un po’ fino al gennaio 1992, prima di scivolare a metà classifica nelle ultime giornate. Webb si dimette a marzo e a fine stagione se ne va. Nel febbraio 1993 torna al Chelsea come manager con un contratto breve per rimpiazzare un altro ex Blue, Ian Porterfield. Ma il club è in caduta libera, e la squadra, senza vittorie in campionato da oltre due mesi, rischia di retrocedere. Sotto Webb, migliora un po’ e chiude 11esima. Ma anziché rinnovargli il contratto, la dirigenza lo rimpiazza con Glenn Hoddle.
Il buon lavoro svolto però non lo lascia a spasso. Pochi giorni dopo, in maggio, firma col Brentford, appena sceso in Division Two. Nel 1997, dopo quattro anni e due playoff chiusi con la mancata promozione in Division One, saluta il club del Griffin Park. Nel marzo 2000 scende in non-League, allo Yeovil Town, ma a settembre si dimette per tornare, per la terza volta, al Southend United. Lasciato poi nell’ottobre 2001 e ritrovato, nel novembre 2003, da traghettatore fra l’addio di Steve Wignall e l’arrivo di Steve Tilson. Nel dicembre 2005 rileva la società da Jon Goddard-Watts e ne assume la carica di presidente operativo. Ruolo da cui si dimette nel febbraio 2006, quando vende le proprie quote azionarie al presidente John Fry.
È, per ora, la sua ultima avventura nel calcio. Mondo nel quale ha cercato di sfondare anche il figlio Daniel, attaccante classe ’83 che il celebre padre cerca, senza troppa fortuna, di strappare alle serie minori. Nel settembre 2000 scuce 10 mila sterline per portarselo al Southend United, ma dopo le dimissioni paterne (ottobre 2001) i 4 gol in 39 presenze spalmate fra il 2002 e il 2002 non bastano per la conferma. Dopo un lungo girovagare, adesso gioca in difesa nel Salisbury, in attacco con Tubbs se le altre punte sono infortunate. E, come contro il “suo” ex Wimbledon, per l’espulsione di James Bittner nella ripresa, persino in porta. Come suo padre. O quasi.
Christian Giordano
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di Christian Giordano
Centre-half inglese nel senso più tradizionale, Stuart Boam è il classico figlio del cuore minerario del Nottinghamshire. «Six foot two, eyes of blue, Stuey Boam is after you» l’ancor più classico coro anni 70 che i tifosi del Middlesbrough intonavano dalla Holgate End dell’Ayresome Park: più o meno alla lettera, “un metro e 87, occhi blu, Stuey Boam non ti molla più”. Nato il 28 gennaio 1948 a Kirkby-in-Ashfield, primi calci al Kirkby Colliery, da pro debutta all’ultima giornata 1966-67 nel locale Mansfield Town (sconfitta per 4-2 a Londra il 12 maggio col Leyton Orient), poi salterà due gare in tre stagioni (nessuna nelle ultime due), chiuse con a dir poco sofferte retrocessioni. E la memorabile notte del quinto turno FA Cup 1968-69 in cui il Mansfield, che al terzo round aveva eliminato lo Sheffield United, seppellisce 3-0 il West Ham United. Boam si guadagna i riflettori a livello nazionale annullando Geoff Hurst, stella della nazionale e all’epoca forse il miglior attaccante del calcio inglese. Il centralone si ripete nel combattutissimo quarto di finale, perso 1-0 contro il Leicester City dell’astro nascente Allan Clarke. Nel 1970-71 salta per infortunio il doppio confronto col Liverpool, bloccato sullo 0-0 al Field Mill ma poi vittorioso 3-2 ai supplementari all’Anfield Road. Con Boam in campo, forse, sarebbe andata diversamente.

A maggio, dopo 170 presenze negli Stags, per 50.000 sterline arriva al Boro. Capitano (dal ’73 al ’79) in uno dei decenni più luminosi nella storia del club, prima sotto Stan Anderson, poi Jack Charlton e infine John Neal, è lui l’altra metà del cielo difensivo col più celebrato Willie Maddren, centrale ancora oggi venerato nel Tyneside, davanti al portiere Jim Platt. “Quei due mi hanno reso la vita facile – ricorda Stu – Platty lo chiamavano «Dracula” perché sui cross non usciva mai. Ma lo sapevi e ti regolavi di conseguenza, per il resto era un gran portiere». Con la fascia al braccio, ereditata da Nobby Stiles, guida il Middlesbrough alla conquista della Second Division nel 1973-74 e della Anglo-Scottish Cup nel 1975-76, ma nonostante la gran difesa la squadra raggiunge solo dignitose salvezze. Partito Charlton, Boam – grande e grosso come il suo cuore, implacabile nel tackle, ma mai noto per velocità e cambio di passo – ha problemi con il nuovo manager, John Neal, che gli toglie i gradi salvo restituirglieli subito dopo essersi reso conto della leadership di Stuart nello spogliatoio.
Alla vigilia della stagione 1979-80, dopo otto anni e 393 partite fra campionato e coppa, Boam lascia il Boro ma non il nord-est: storico il trasferimento-choc che lo porta, per 100.000 sterline, al Newcastle United, come non bastasse rivale di Second Division. In due stagioni al St James’ Park, aggiunge esperienza e stabilità ai traballanti quattro dietro, ma i Magpies restano a metà classifica (nono e undicesimo posto). Nel luglio 1981, Boam torna al Field Mill per due non esaltanti stagioni come player-manager del Mansfield Town, prima degli ultimi colpi di coda da giocatore con Hartlepool United (una presenza) e, in non-League, Guisborough Town.
Chiusa la carriera in un calcio che non consentiva certo grandi guadagni, torna nella sua Kirkby-in-Ashfield come manager, inteso senza panchina, della Kodak Photographic Company. Poi lavora a lungo in una rivendita di giornali. Adesso che è in pensione, ha più tempo per andare al Riverside Stadium a guardarsi un Boro lontano parente del suo. «Se non prendi gol non perdi», la filosofia imperante negli anni del Boam, non fa per questi tempi.
Christian Giordano
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di Christian Giordano
Il decennio di Kevin Beattie, uno dei più forti difensori della storia del calcio inglese, poco presente in nazionale ma mito nell’Ipswich Town del suo grande estimatore Bobby Robson. Nella storia anche del cinema, come controfigura di Michael Caine…
 

«L’inglese più forte che ho visto giocare». Parole senza musica di Bobby Robson, il primo a intravedere un potenziale campione in quel ragazzino con due occhi grandi così arrivato in treno da Carlisle con in tasca sei pence e sottobraccio le scarpe da calcio avvolte in una carta marrone. A 15 anni, lo voleva il Liverpool di Bill Shankly. Ma il ragazzino, sceso senza soldi a Lime Street Station, scappò a casa. «Uno che non ha il cervello di trovare la via di Anfield non lo vogliamo», dirà il guru dei primi Reds europei, che si scuserà alla propria partita di addio: «Di errori non ne ho fatti tanti, ma tu sei uno dei più grossi. Non dire a nessuno che te l’ho detto». Promessa mantenuta fino alla morte di Shankly, autore di quel «complimento che per me vale più dei trofei».
Prodotto simbolo della politica giovanile che è stata il capolavoro di Robson all’Ipswich Town, Thomas Kevin Beattie (nato a Carlisle il 18 dicembre 1953) debutta alla prima giornata del campionato 1972-73, 2-1 all’Old Trafford contro il Manchester United dei tre Palloni d’oro: Law (1964), Charlton (1966) e Best (1968). Due settimane dopo, primo gol in campionato nell’entusiasmante 3-3 esterno col Leeds United. Il club del Portman Road finirà la stagione 1972-73 al quarto posto, miglior risultato dalla vittoria in campionato di undici anni prima. Titolare al centro della difesa, “Diamond” – diamante, come lo chiamava il suo scopritore Robson – diventa presto la prima opzione per avviare la manovra e un beniamino dei tifosi. Dopo neanche 10 partite da pro’, viene convocato da Sir Alf Ramsey nell’Inghilterra Under 23 e chiamato ad allenarsi con la selezione maggiore.
La stagione seguente, iniziata male nei risultati, trascina l’Ipswich ancora al quarto posto in campionato, mentre in Coppa Uefa, dopo aver eliminato Real Madrid, Lazio e Twente, la squadra esce ai quarti senza perdere col Lokomotiv Lipsia (nel doppio 1-1, decisivo il gol segnato in trasferta dai tedeschi dell’est). Beattie, sempre presente come il terzino destro e capitano Mick Mills, nel 1974 è il Giovane dell’anno della PFA, il sindacato calciatori professionisti inglese, che gli consegna il neonato trofeo tramite Don Revie, manager del Leeds United. Lo stesso che da Ct dell’Under 23, verso Natale, lo convoca a Manchester per uno stage al quale Beattie però non si presenta. Un paio di giorni dopo si saprà che era andato dalla famiglia, a Carlisle, perché stanco e stressato, e che sperava di non essersi bruciato il futuro in nazionale.
Pericolo inesistente. Nella stagione seguente, Revie succede a Joe Mercer come Ct dell’Inghilterra e per il suo quarto match convoca Beattie come centrale difensivo titolare per il match di qualificazione agli Europei contro Cipro a Wembley del 16 aprile 1975. L’Inghilterra vince 5-0, storica cinquina di Malcom Macdonald (record del dopoguerra in nazionale). In realtà aveva segnato anche Beattie, ma il gol era stato annullato per carica al portiere. Sarà buono, e bellissimo – votato fra i top 50 nella storia dell’Inghilterra – quello realizzato un mesetto dopo, sempre a Wembley, nel 5-1 sulla Scozia. L’unico in 9 presenze con la maglia dei tre leoni, eccetto una tutte sotto la gestione-Revie; l’ultima il 12 ottobre 1977, 2-0 sul Lussemburgo nelle eliminatorie mondiali. Pochi mesi prima, a Pasqua, un assurdo incidente mentre bruciava delle foglie in giardino lo aveva messo fuori causa nella corsa al titolo. Le fiamme, attizzate dalla genialata di buttare benzina nel tamburo di latta usato come contenitore, gli divampano in faccia e sui capelli. Nessun danno fisico permanente, ma ultime sei partite saltate, 4 sconfitte per i Blues e First Division al Liverpool per un punto. Ma si può?
Wembley, il 6 maggio 1978, è anche il campo con cui il suo Ipswich batte 1-0 (gol di Roger Osborne al 77’) l’Arsenal nella finale di FA Cup. Una frattura a un braccio subita nella sconfitta in semifinale di FA Cup contro il Manchester City gli impedirà invece di giocare la doppia finale di Coppa UEFA 1981, trofeo alzato vincendo 3-0 al Portman Road e perdendo 4-2 all’Olympisch Stadion di Amsterdam. Ingiustizia somma per chi i Blues li aveva trascinati sino alla finale, l’infortunato Beattie non riceverà la medaglia dei vincitori. Torto ripagato grazie alla petizione firmata online dal giornalista Rob Finch, curatore della sua biografia: The Greatest Footballer England Never Had: The Kevin Beattie Story. La consegna ufficiale da parte Michel Platini, presidente UEFA, è avvenuta in occasione della finale 2008, al City of Manchester Stadium, vinta 2-0 dallo Zenit sui Rangers il 14 maggio. Pochi giorni dopo Beattie l’ha esibita in tv al “The Suffolk Show”, posando per una foto attesa 27 anni.
L’ascesa del “nuovo Bobby Moore”, persino “più forte di Duncan Edwards” e destinato, secondo Robson, a battere il record di presenze nell’Inghilterra, sarà invece spezzata dalle cinque operazioni al ginocchio destro in quattro anni. Dopo 32 gol in 307 partite in prima squadra, la controfigura del miglior Beattie raccatta 4 presenze nel Colchester United di Allan Hunter, suo ex compagno di reparto all’Ipswich, e altrettante nel Middlesbrough in seconda divisione prima che l’artrite alle ginocchia lo costringa a chiudere la carriera a neanche 29 anni, nel 1982. Per il suo addio, nel testimonial match organizzato dall’Ipswich contro la Dynamo Mosca, si presentano in 14.525.
A proposito di controfigura, nel 1981 è lui l’alter ego calcistico di Michael Caine, protagonista dell’immortale Fuga per la vittoria. Aneddoti, qui, à gogo. A cominciare dalla doppia vittoria (di destro e sinistro) ottenuta a braccio di ferro contro Sylvester Stallone, «uno zuccone arrogante », evidentemente ancora lontano da “Over the Top”, e così presuntuoso da voler far di testa sua nel tuffarsi anziché ascoltare Paul Cooper, il portiere che doveva insegnargli i rudimenti del mestiere. Stallone prese così male le sconfitte con Beattie da non parlargli più fino alla fine delle riprese.
Beattie raccoglie gli ultimi spiccioli come semiprofessionista in Svezia (al Sandvikens IF) e da allenatore-giocatore in Norvegia (al Kongsberg). Poi cominciano i problemi della seconda vita iniziata troppo presto. E l’alcool non è la soluzione. «Devo essere onesto, ti manca essere al centro dell’attenzione e anche l’adulazione, se vuoi. Rientrati dalla Norvegia, Maggie e io gestivamo un pub e sai com’è: cominci con qualche birra e quando sei pieno passi allo scaffale più in alto. Quando il mio pancreas ha ceduto, stavo per morire. Non aveva senso, e ho smesso. Devo prendermi cura di Maggie (in carrozzina per la sla contratta dieci anni fa, ndr), e voglio vedere crescere i nostri sei nipotini». Altri gravi problemi di salute, tra cui l’ictus del 1998 dal quale si è ripreso completamente, gli hanno impedito di allenare a tempo pieno, ma non di farlo part-time per il Carlisle United, squadra della città nel Cumberland dove è nato il 18 dicembre 1953. Oggi vive nel Suffolk, come tanti ex Blues, frequenta il Portman Road e cura una rubrica settimanale per l’Evening Star, quotidiano locale di Ipswich. Certo non per soldi. «Sono nato nella generazione sbagliata». Quella del “più grande calciatore che l’Inghilterra NON ha avuto”. Un muro invalicabile che la palla te la metteva sui piedi da sessanta metri. Ma poggiava su fondamenta di cristallo.
Christian Giordano
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di Christian Giordano
La vita di Steve Kember,  lottatore del campo e della panchina, che a Selhurst Park ha lasciato più del cuore…

Centrocampista dall’agonismo addirittura feroce, Stephen “Steve” Dennis Kember nasce a Croydon, Londra sud, l’8 dicembre 1948. Comincia la carriera nel Crystal Palace come apprendista nel 1963 e due anni dopo, nel giorno del suo 17esimo compleanno, firma il suo primo contratto da professionista. Alla scuola di Dick Graham, Arthur Rowe e Bert Head, diventa una colonna del Palace a cavallo fra gli anni 60 e 70. Con il portiere John Jackson e il centrale difensivo scozzese John “Big Mac” McCormick è uno dei sempre presenti nella storica prima promozione in Division One del 1968-69 (il suo decisivo gol al Fulham ne farà un idolo dei tifosi) e in massima divisione già nell’ottobre 1970 si guadagna il primo cap nell’Inghilterra Under 23.
Ereditata da John Sewell (passato al Leyton Orient) la fascia di capitano del Palace, nel settembre 1971 approda al Chelsea per 170.000 sterline, cifra-record che permetterà al leggendario Head di ricostruire la squadra per restare in First Division. A Stamford Bridge, però, Kember non atterra sul velluto: Dave Sexton lo impiega largo sulla destra anziché al centro. Partito Sexton, ritrova con la posizione di centrale la fiducia perduta, ma la retrocessione del Chelsea a fine 1974-75 lo porta, per non scendere di categoria, al Leicester City.
Al Filbert Street arriva con quasi 350 presenze in campionato, ma sotto Jock Wallace esce presto di squadra e dopo un paio d’anni, nell’ottobre 1978, cede all’offerta di Terry Venables: 50.000 sterline per riaverlo al Selhurst Park. Tornato a casa, con la squadra nel frattempo rotolata in terza serie e poi risalita in seconda, fa da chioccia ai giovani talenti con cui vince subito la Division Two. Nel marzo 1980 attraversa l’Atlantico per un biennale coi Vancouver Whitecaps della NASL. Nell’estate 1981 torna ancora al Crystal Palace, stavolta come allenatore delle giovanili voluto dal neopresidente Ron Noades. Stufo del manager Dario Gradi, arrivato in estate, a novembre Noades gli affida la prima squadra, di nuovo ridiscesa in Second Division e a forte rischio di un altro salto triplo all’indietro in terza serie. Nonostante la salvezza con un turno d’anticipo e la ciliegina del quinto turno in FA Cup, nell’estate 1982 viene rimpiazzato dall’impopolare (eufemismo) Alan Mullery. Esonero ufficialmente mai comunicatogli, dato che «in quel momento ero in vacanza».
A fine anni 80 gestisce un wine bar a Croydon prima di tornare, nel novembre 1986, alla panchina. Quella del Whyteleafe, club dilettantistico della Vauxhall-Opel League portato due volte in fila al terzo turno di FA Cup (1988-89 e nel 1989-90) e alla promozione nella Isthmian League Division One. Nell’estate del 1993, si dimette (lo rimpiazzerà Paul Hinshelwood, suo ex compagno) per tornare ancora una volta al Palace, come membro dello staff tecnico. Ruolo mantenuto fino all’aprile 2001, quando, con la squadra in lotta per non scendere in terza divisione, il nuovo presidente Simon Jordan, licenziato Alan Smith, gli affida un Palace quasi spacciato: -6 punti dalla quota salvezza a due giornate dalla fine. Kember invece compie il miracolo, rivoluziona la squadra e vincendo all’ultimo respiro sul campo dello Stockport County si salva. Impresa che Jordan premia riservandogli nel club un «posto a vita». Non da capo allenatore, ma da assistente di Steve Bruce. L’ex stopperone del Man Utd dura due mesi, poi indovinate chi traghetta (stavolta con Terry Bullivant) la squadra fino all’arrivo di Trevor Francis? Mai amato dai tifosi nei 14 mesi con le Eagles, l’ex attaccante sampdoriano anni 80 viene esonerato nel febbraio 2003, con Kember – per la quarta volta, come Steve Coppell: un record – ma finalmente da solo, al comando fino al termine della stagione. Confermato a tempo pieno, vince le prime tre partite del 2003-04, ma a novembre, con la squadra 20esima, a due punti sopra la zona-retrocessione, Kember viene esonerato dopo il 5-0 esterno contro il neopromosso Wigan Athletic. Il «job for life» era un modo di dire. Osservatore part-time per il Fulham, oggi fa l’istruttore di cricket, calcio e fitness alla Whitgift School di Croydon, fa qualche capatina da spettatore al Selhurst Park e si gode la famiglia. Dei tre figli, tutti hanno giocato. Matthew nel Whyteleafe, Robbie e Paul nel vivaio del Palace e poi in non-League. Papà, però, era un’altra cosa.
Christian Giordano
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di Christian Giordano
La ventennale parabola del portiere che da giovanissimo conquistò con la maglia del West Ham la stima di Ron Greenwood e la FA Cup 1975…

Subito strombazzato come «futuro portiere dell’Inghilterra» dopo uno strepitoso avvio di carriera, Mervyn Day (nato a Chelmsford, Essex, il 26 giugno 1955) debutta al West Ham United nella piovosa serata del 23 agosto 1973 come rimpiazzo di Bobby Ferguson: 3-3 nel “suo” Upton Park contro l’Ipswich Town. Dopo due partite in prima squadra, l’allenatore Ron Greenwood dichiara che Day sarà il portiere degli Hammers per dieci anni. Il vecchio Ron si sbaglia, anche se non di tanto: Day lo sarà in 231 partite fra campionato (194) e coppa (37).
Allievo della Kings Road Primary School, la stessa di Geoff Hurst, altro mito del West Ham, e della King Edward VI Grammar School, Chelmsford, Day è nella rappresentativa delle Essex Schools a ogni livello. Nella selezione nazionale viene chiamato sei volte, ma non gioca mai. Le voci su quel 15enne che farà strada, però, corrono e così vanno a vederlo scout di Ipswich Town, Tottenham Hotspur e West Ham United, che a luglio 1971 se lo prende per il vivaio.
Nel 1975 conquista da portiere più giovane di sempre la FA Cup, 2-0 al Fulham nella finale di Wembley. Il miglior suggello alla stagione da “giovane dell’anno” secondo la PFA (Professional Footballers’ Association), l’Assocalciatori inglese, ancora oggi l’unico del ruolo a riuscirci. Nel 1976 perde 4-2 la finale di Coppa delle Coppe in casa dell’Anderlecht, l’Heysel tutto esaurito. Sempre presente nel 1976-77, nelle successive due stagioni si ritrova a giocarsi il posto con il richiamato Ferguson. Nel 1977-78 la squadra in zona retrocessione certo non aiuta la fiducia del titolare, che al minimo errore viene crocifisso dai media.                                                                                        
Subito dopo la firma di Phil Parkes nel febbraio 1979, per 100.000 sterline Day se ne va al Leyton Orient. Negli “O” londinesi rinasce, toglie il posto a John Jackson e in ottobre riceve la chiamata come secondo nell’Inghilterra “B” proprio al Brisbane Road di Leyton contro la Nuova Zelanda. Quattro anni dopo lo vuole l’Aston Villa come vice di Nigel Spink, ma già nel febbraio 1985, per 30.000 sterline, Eddie Gray se lo porta al Leeds United. È una figura chiave dello United di Billy Bremner semifinalista di FA Cup nel 1987, e nel 1989-90, stagione chiusa vincendo come prima scelta di Howard Wilkinson la Second Division, tocca le 600 presenze nella League. La prima stagione di John Lukic all’Elland Road è l’ultima di Day (5 presenze), già giocatore-allenatore.                  
Doppio ruolo mantenuto anche al Carlisle United, dove arriva nel luglio 1993, dopo i brevi prestiti al Luton Town (4 presenze) e allo Sheffield United (una). In Cumbria, estremo nord-ovest inglese, nel 1995 vince la Third Division, e perde 1-0 al golden gol, a Wembley contro il Birmingham City, la finale dell’Auto Windscreens Shield. Nel febbraio 1996, dà l’addio al calcio giocato per la panchina a tempo pieno del Carlisle, dove la stagione seguente – dopo appena sei partite – viene esonerato dal presidente Michael Knighton che in panchina promuove, massì, se stesso. Day allora va a fare l’assistente di Alan Curbishley al Charlton Athletic, avventura che finirà per entrambi a fine 2005-06. Pochi mesi a spasso e il 13 dicembre è di nuovo il vice-Curbishley, ma al West Ham United. Gli Hammers, dati per spacciati, vincono 7 delle ultime 9 (Blackburn, Everton, Bolton, Wigan, Arsenal, Middlesbrough e, all’ultimo turno, 1-0 all’Old Trafford contro il Manchester United) e restano in Premier League. Il 13 dicembre 2008, scontento delle cessioni di Anton Ferdinand e George McCartney, Curbishley si dimette. E con lui il fido secondo. Oh Happy Day, ormai, è solo una vecchia canzone.
Christian Giordano
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di Christian Giordano
Talento e versatilità, assieme all’entusiastico furore gattusiano, hanno fatto di Peter Noble – e della sua inconfondibile pelata – un idolo trasversale in tutta l’Inghilterra. Ancora oggi ricordato con affetto da chi ha avuto il privilegio di averlo visto giocare.

Nato il 19 agosto 1944 a Newcastle-upon-Tyne, si diverte nei dilettanti al Wearside quando il Blackpool lo invita per un provino. Con l’offerta, declinata, sembra perso l’ultimo treno per il professionismo: a vent’anni compiuti, lavora come imbianchino e decoratore e gioca part-time per il Consett nella Northern League. Alla fine, però, le sue doti non passano inosservate e nel novembre 1964 firma per i vicini giganti del Newcastle United. Un paio di stagioni segnate dal grave infortunio che oltre a un ginocchio rischia di spezzargli sul nascere la carriera. Troppo esile, e poi con quel ginocchio, si sussurra ai Magpies. E allora, nel gennaio 1968, dopo sole 25 presenze in bianconero, una nuova sfida nel Wiltshire.
Ceduto allo Swindon Town per 8.000 sterline, debutta entrando dalla panchina nel 3-0 sul Walsall a inizio febbraio e in meno di un anno si conferma, con l’elegante ala sinistra Don Rogers, un cardine della rinascita del club in Third Division e nella vittoriosa campagna di League Cup 1969. La stagione seguente, realizza 12 reti in campionato (top scorer dei suoi) e 4 in Coppa di Lega, compreso quello della vittoria nei supplementari nel replay di semifinale contro il Burnley. Impresa eroica perché, come scoprirà lui stesso cinque anni dopo, compiuta nonostante la clavicola fratturata durante la gara. Robetta, comunque, in confronto all’epico 3-1 ottenuto sempre ai supplementari sull’Arsenal in finale. Una delle più grandi imprese “giant killing”, ammazzagrandi, di tutti i tempi. Messo in bacheca il trofeo, centra la promozione in campionato, chiuso dai Robins al secondo posto dietro il Watford per differenza reti.
Nel 1970, va in gol con regolarità per tutto il neonato Torneo Anglo-italiano e in finale, il 28 maggio al San Paolo contro il Napoli, firma una doppietta (splendido il gol di testa) nel 3-0 prima di abbandonare la gara al 79’ per le intemperanze di alcuni delinquenti locali che dal 63’, sul 3-0 per lo Swindon Town, avevano cominciato a lanciare razzi in campo. Top scorer del club anche nel 1971-72 (14 gol), bolla ancora in finale dell’Anglo-italiano, persa 3-1 all’Olimpico contro la Roma del Fabio Capello giocatore. Il futuro Ct dell’Inghilterra dirà poi che proprio da quell’esperienza contro lo Swindon gli sarebbero derivati un enorme rispetto per il calcio inglese e il principio di ambizione di allenare, un giorno, quella nazionale.
Nell’estate del 1973, per 40.000 sterline e nonostante il parere dei medici su quel ginocchio scricchiolante «come un sacchetto di patatine», lascia il club del County Ground proprio per il Burnley, dove fa il terzino destro per rimpiazzare l’infortunato Mick Docherty. L’anno dopo, in seguito alla partenza di Martin Dobson per Liverpool, sponda Everton, Noble si dimostra il naturale rimpiazzo di “Sir Dobbo” a centrocampo, ma senza castrare il proprio istinto per la porta: miglior marcatore dei suoi in tre delle successive quattro stagioni. Nel novembre 1974, prima tripletta con i Clarets nel 4-1 al suo vecchio club, il Newcastle United. Nel settembre 1975, sue le reti del Burnley nel 4-4 col Norwich City. Nominato capitano (rigorista lo era già: 28 su 28 in carriera), trascina i Clarets al successo nella Anglo-Scottish Cup. A sorpresa ceduto nel gennaio 1980 al Blackpool, dove continua a far coppia con un altro ex Burnley, Paul Fletcher, di lì in poi fatica a trovare il gol; e dopo la retrocessione in Division Four, con tanto di richiesta di ripescaggio da parte del club penultimo nel 1980-81, decide di ritirarsi.
Ai tempi uno dei beniamini del popolo claret and blue, è tuttora una figura molto familiare in città, nelle sue occasionali presenze al Turf Moor o più spesso nell’elegante negozio di articoli sportivi – Peter Noble Sport Ltd. – che la sua famiglia gestisce da quasi vent’anni al Market Hall cittadino. E questo, più che per i 63 gol in 243 partite, per la dedizione e il gran cuore dimostrati in 7 stagioni al Burnley. È per quello, e non solo perla pelata e lo stacco, che nell’East Lancashire resterà per sempre “Uwe”, come Uwe Seeler, il piccolo grande centravanti dell’Amburgo e della nazionale tedesca. Un premio Noble alla carriera più del quiz sulla sua infallibilità dal dischetto apparso nella prima edizione (1985) del gioco da tavolo Trivial Pursuit. E del pranzo ufficiale del 2006 al Turf Moor con cui il Burnley lo ha eletto fra le leggende del club. I tifosi, si sa, ci arrivano prima.
Christian Giordano
Football Poets Society

di Christian Giordano 
La vita di Mick Channon, leggenda del Southampton che ha avuto successo anche fuori dal calcio…

Nato il 28 novembre 1948 a Orcheston, contea del Wiltshire (Inghilterra), Michael Roger “Mick” Channon è stato uno dei più grandi attaccanti nella storia del Southampton, e non soltanto il più prolifico. Segna al debutto in campionato contro il Bristol City a 17 anni, nell’aprile 1966, ma la stagione seguente – la prima dei Saints in massima divisione – racimola solo una presenza. Nel 1968-69, ceduto Martin Chivers, diventa titolare e l’anno dopo top scorer del club: è il 1969-70, annata magica che gli porta anche il primo dei suoi 9 caps con l’Inghilterra Under 23. Con la selezione maggiore, invece, chiuderà con 46 presenze e 21 reti fra il 1972 e il 1977.  

Capocannoniere del Southampton anche nelle successive sei stagioni, tocca il massimo in carriera con 21 gol nel 1973-74. La stagione seguente ne infila 20 in campionato, comprese le triplette contro Oxford United, Bristol Rovers e quella nel 5-0 sul Derby County in Coppa di Lega. Nel 1975-76 altro ventello in Second Division, compresa la hat-trick nel 4-0 nel quasi derby col Portsmouth. Il Southampton, sesto fra i cadetti, vince la FA Cup battendo 1-0 in finale il Manchester United. Suo lo zampino nel gol segnato nel finale da Bobby Stokes. Membro-chiave di quei Saints, Channon aveva segnato una tripletta anche nel 4-0 al replay del quinto turno sul West Bromwich Albion. L’ultimo tris in biancorosso arriverà invece la stagione seguente, contro il Blackpool.  
Consapevole di aver dato tutto con e per quella maglia, chiede il trasferimento e viene accontentato: nell’estate del 1977, per 300 mila sterline, passa al Manchester City. Club che aveva chiuso la First Division dietro al Liverpool campione e sembrava in crescita, invece aveva già toccato l’apice. Channon fatica a trovare spazio e così, nel settembre 1979, dopo due deludenti anche se per lui non fallimentari stagioni al Maine Road (la prima con 12 gol, la seconda con 11), accetta la chiamata di Lawrie McMenemy che lo riporta al “The Dell”.  
Nell’estate 1982, il secondo e stavolta definitivo al club di una vita, amore ricambiato con 580 partite, fra campionato e coppe, e 215 reti. Tutte o quasi festeggiate con la sua caratteristica esultanza col braccio destro fatto girare a mo’ di mulino di vento. Brevi parentesi con Newcastle United e Bristol Rovers e poi tre anni al Norwich City, con tanto di Milk Cup vinta con i Canaries nel 1985, prima di tornare sulla South Coast per svernare al Portsmouth e chiudere coi dilettanti del Finn Harps. 
Chiuso col pallone, ha sfondato anche come allevatore di cavalli da corsa, la sua grande passione, a West Ilsley, nel Berkshire. La sera del 27 agosto 2008 è rimasto ferito con il figlio nell’incidente stradale nel quale ha perso la vita l’agente e amico Tim Corby. Al momento dell’impatto i Channon e Corby erano in viaggio sull’autostrada M1, all’altezza dello svincolo 24, vicino a Kegworth, nel Leicestershire, tra Leicester e Nottingham. Rientravano dalle aste di Doncaster ed erano diretti alle scuderie dei Channon, a West Isley. Trasportati in elicottero al Queen’s Medical Centre di Nottingham, Mick, all’epoca 59enne, se la caverà con un polmone perforato e fratture a un braccio e alla mandibola, e Jack con lesioni alle costole. Come allenatore di galoppo, Channon senior ha vinto classiche in Gran Bretagna, in Francia, in Germania e in Irlanda. In Italia ha vinto il Gran Premio Roma, alle Capannelle, con Imperial Dancer nel 2003. Ma al The Dell e dintorni verrà per sempre ricordato per quel braccio a mulinello. 
Christian Giordano
Football Poets Society

di Christian Giordano
David “Spike” Armstrong al Middlesbrough detiene un record difficilmente superabile. In sette anni col club del Teeside, 356 presenze consecutive presenze fra campionato e coppe da esterno sinistro di centrocampo. Ovvio l’altro nickname a imperitura memoria: Mr Consistent, il signor Continuità.

Al Boro da quando aveva nove anni, professionista dal Capodanno 1971, debutta in campionato diciassettenne, nel marzo 1972, contro il Queens Park Rangers. Già titolare in prima squadra, nel marzo successivo, dopo aver saltato la trasferta di Huddersfield Town, comincia la fenomenale striscia che durerà fino al match col Nottingham Forest del settembre 1980, quando, per la prima volta in sette anni e mezzo, il suo nome non sarà a referto.
Nazionale inglese Under 23 e “B”, nel maggio 1980 è nella selezione maggiore che Bobby Robson schiera a Sydney contro l’Australia. Sarà il suo unico “cap” da giocatore del Middlesbrough, gli altri due (contro la Germania Ovest e il Galles) arriveranno con la maglia del Southampton.
Nell’ottobre 1980, appena 25enne, viene omaggiato con un’amichevole testimonial (la Jack Charlton’s Little Gem) contro il Boro 1973-74, quello della promozione. Neanche dodici mesi dopo, e 77 gol in 431 partite, viene ceduto ai Saints per 600.000 sterline. E alla faccia del loro calcio ultradifensivo, nell’81-82, la sua prima stagione al The Dell, segna addirittura 15 gol. 

Mancino naturale, visione di gioco da regista laterale, Armstrong sa coprire varie ruoli e l’innato carisma ne fa una ovvia scelta per la fascia di capitano. Ma dopo 262 gettoni, stavolta per una disputa contrattuale, se ne va al Bournemouth, dove chiuderà la carriera ad alto livello.

Oggi vive ancora al sud, e segue il Southampton come commentatore per radio locali. In precedenza aveva lavorato nel ramo commerciale al Waterlooville, incarico avuto grazie alle esperienze come dirigente sportivo nelle Hampshire Schools e al Reading come impiegato nelle pubbliche relazioni del club. In attesa che il Boro si ricordi di lui.
Christian Giordano
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di Christian Giordano
Nato a Largs, nel North Ayrshire, da genitori italiani emigrati a Edimburgo, Lou Macari arriva al Celtic nel 1970. Vanta già 57 reti in 100 presenze e due “double” (’71 e ’72) quando, nel gennaio 1973, diventa l’ennesimo scozzese reclutato per il Manchester United da Tommy Docherty.

Anzi, dal suo assistente Pat Crerand, che lo bracca in tribuna ad Anfield, dove Lou stava per firmare col Liverpool. Un furto che, negli anni, ripagherà fino all’ultimo penny le 200 mila sterline versate per quel ragazzino subito in gol al debutto coi Red Devils, contro il West Ham. Con Gordon Hill, Steve Coppell e i fratelli Greenhoff, Macari sarà uno dei simboli dello United di metà anni Settanta. Spettacolare sì, ma non uno squadrone, visto che nella prima stagione piena di “Little Lou” all’Old Trafford, il club retrocede per la prima volta dopo 37 anni. Proprio Macari però, l’anno dopo, firmerà l’1-0 sul Southampton per l’immediato ritorno in massima divisione. Protagonista mancato nella sconfitta nella finale FA Cup del 1976 (0-1 con il Southampton, gol di Stokes all’82), si rifarà negando il “treble” al Liverpool: suo il tiro deviato in porta da Jimmy Greenhoff per il definitivo 2-1 in quella del ’77. Due anni dopo, altra finale sfortunata a Wembley, con lo United sconfitto per 3-2 dall’Arsenal. Il “suo” Man U finisce lì, e anche se fino a metà degli anni Ottanta ne sarà una colonna prima di lasciare spazio ai più giovani. E di arretrare sempre più a centrocampo.
Nel giugno 1984, dopo 97 gol in 401 gare coi Red Devils, firma come allenatore-giocatore allo Swindon Town. Verso la fine della sua prima stagione al County Ground, viene esonerato dopo una lite con il proprio assistente, Harry Gregg. Richiamato sei giorni dopo, in due annate pilota il club dalla Fourth alla Second Division. Nel luglio 1989 lascia lo Swindon per il West Ham United ma agli Hammers resta sette mesi. Nel gennaio 1990, la FA accusa lui e il presidente allo Swindon Town, Brian Hillier, per un giro di scommesse illegali riguardanti una partita dei Robins. Macari torna in panchina un anno dopo, ma al Birmingham, portato sino alla finale di Wembley del “Leyland Daf”, come si chiama proprio fino al 1991, dal nome dello sponsor, il Football League Trophy, coppetta minore riservata ai club di League One e League Two, terza e quarta divisione inglesi. Appena alzato il trofeo ecco le dimissioni, perché, a suo dire, la dirigenza manca di ambizione. Crede di trovarne allo Stoke City, portato subito ai playoff della Third Division, vinti però dallo Stockport County. Una magra consolazione, per i Potters, la rivincita di tre giorni dopo, contro il club di Edgeley Park nella finale dell’Autoglass, il nuovo nome del Football League Trophy che per Macari è il secondo consecutivo. Il titolo della Second Division arriva nel 1992-93, ma in novembre Lou se ne va per tornare a casa, al Celtic. Dura quattro mesi, poi torna allo Stoke, dove resterà fino al 1997. Penultima panchina prima di quella all’Huddersfield Town, lasciata nell’estate 2002, fra le critiche per il suo calcio giudicato troppo difensivo, per lavorare a tempo pieno nei media.
Vive a Stoke-on Trent e nel tempo libero dal suo “Lou Macari Chip Shop”, takeaway a due passi dell’Old Trafford, fa l’opinionista per SKY Sports, Setanta Sports e MUTV, la tv ufficiale del Manchester United dove è ospite fisso in diversi programmi, tra cui “Sing When You’re Winning” (se vinci canta), dedicato – massì – alle scommesse. Un lieto fine perfetto se non fosse per Jonathan, l’ultimogenito. Tutti e tre i Macari hanno giocato a livello professionistico. Michael e Paul con lo Stoke City, con papà come manager. Il più piccolo come centravanti del Nottingham Forest fino al 1999. Lasciato libero con una stagione di anticipo sulla scadenza del contratto triennale da apprendista, si suicida impiccandosi a un albero a Trentham, alla periferia di Stoke-on-Trent. L’autopsia confermerà che il cadavere lì c’era stato portato, ma la polizia dello Staffordshire archivierà il caso.
Un colpo troppo duro anche per l’eterno ragazzo che al segretario del club, Les Olive, faceva sparire la ventiquattrore all’aeroporto, senza sapere che dentro c’era l’incasso della tournée. O che ai giornalisti nascondeva i vestiti in albergo. O tagliava la punta delle calze, mentre quelli erano in campo al centro tecnico di Cliff, prima di premiarli con una teiera gigante. La stampa lo adorava, ma non gli perdonò il flop ad Argentina 78 e le critiche alla federazione per il premio, “appena” 20 mila sterline in caso di titolo. Ipotesi sfumata al primo turno: ko col Perù, pari con l’Iran e inutile 3-2 sull’Olanda (storico il golaço di Gemmill). Macari farà più soldi rivelando alla stampa tensioni e caos del ritiro. La favola triste di Little Lou era cominciata.
Christian Giordano
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di Christian Giordano
Comincia a giocare dalle sue parti, nel Lancashire, al Chorley, club dilettantistico di non-League, prima di essere ceduto al Plymouth Argyle per quattro soldi nel luglio 1973. Poche settimane della nuova stagione e Paul Mariner ha già rubato il posto a Jimmy Hinch, mettendosi in luce come uno dei migliori attaccanti della Third Division.

Nel 1975-76, in coppia con Billy Rafferty trascina l’Argyle alla promozione in Second Division. Su di lui mettono gli occhi club di First Division quali Ipswich Town, West Bromwich Albion e West Ham United, ma è di Bobby Robson, nell’ottobre 1976, la padriniana offerta che il club del Devon non può rifiutare. Con sette gol in dieci giornate di campionato, Mariner stava già dimostrando di saper segnare in Division Two come faceva in Division Three, e così l’Argyle ne accetta la valutazione fatta dall’Ipswich: 220.000 sterline più i cartellini di Terry Austin e John Peddelty.
La grande considerazione in cui Robson teneva Mariner al club continua quando il futuro Sir Bobby lascia l’Ipswich per la nazionale inglese, sogno che grazie a lui Paul realizza sei mesi dopo l’arrivo al Portman Road e che si spezzerà dopo 35 presenze e 13 reti. Al primo anno coi Blues, in 31 partite segna 13 gol compresa la tripletta nel 4-1 casalingo sul West Ham United. Nel 1977-78, con 22 reti è il miglior marcatore dei suoi e si porta a casa il pallone firmando un hat-trick nel 6-1 esterno sul Millwall nel sesto turno di FA Cup. Campagna chiusa in gloria con l’1-0 in finale sull’Arsenal. Guida la classifica marcatori anche nel 1978-79 e nel 1979-80, annata conclusa con la tripletta nel 6-0 sul Manchester United. Nelle ultime tre stagioni al Portman Road bolla sempre meno, ma ha in carniere 131 gol in 339 partite quando, nel febbraio 1984, firma per l’Arsenal e 150.000 sterline. Già nella fase discendente della carriera, ad Highbury vive i suoi anni migliori; e nell’agosto 1986, dopo aver timbrato 17 volte in 70 uscite coi Gunners, va a svernare al Portsmouth. Alla prima stagione al Fratton Park riporta i Pompey in First Division, traguardo che il club inseguiva da quasi trent’anni.
Divorziato dal 1989 e unitosi in seconde nozze con Dedi (dalla prima moglie Alison, sposata nel 1976, ha avuto tre figli), dopo il ritiro prova per un po’ a fare il “commercial manager” del Colchester United prima di allenare i ragazzini in Giappone come membro di un programma tecnico internazionale organizzato da Charlie Cooke. Prima di metter su un’agenzia di rappresentanza di calciatori, lavora anche come opinionista alla BBC Radio Lancashire nel Friday-night Non-League Hour, talk-show del venerdì sera dedicato al calcio minore. Ma il richiamo del campo è troppo forte. Dopo un breve ritorno in Inghilterra come istruttore alla Bolton School, rientra negli States per allenare le giovanili dell’S.C. Del Sol a Phoenix, Arizona. Nell’autunno 2003, diventa assistente allenatore alla Harvard University. Nel 2004, lo chiamano come secondo di Steve Nicol, ex difensore del Liverpool e della nazionale scozzese, i New England Revolution della Major League Soccer. Un mese fa, le voci di un suo ritorno a casa, come vice se non capo allenatore, al Plymouth Argyle, in ambasce nel Championship, la cadetteria inglese. Voci corroborate dalle sue dimissioni del 17 ottobre e presto confermate: già l’indomani gli viene affidata la panchina di head coach del suo vecchio club, con Paul Sturrock che resta come manager. Il cerchio si chiude là dove tutto era cominciato.
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