Archive for the ‘Calcio’ Category

di Stefano Olivari
Stamattina abbiamo letto vari giornali, tutti italiani perché siamo provinciali, ma non abbiamo trovato il titolo ‘Fiorentina derubata’: per una volta non ci sono retroscena, solo la voglia di quieto vivere che ti permette di parlare male solo dello straniero. Stessi risultati per ‘Chelsea derubato’, introvabile anche su Tuttosport.
Eppure lo sviluppo tattico delle due partite, oltre che gli episodi (un rigore negato alla Fiorentina, uno e mezzo al Chelsea), avrebbe suggerito altre considerazioni ed altri titoli almeno a chi non ha nel suo mercato lettori milanisti o interisti. La partita del Franchi ha mostrato due squadre di pari cilindrata, quella di San Siro una fisicamente superiore rispetto all’altra: un po’ perchè tre quarti del centrocampo interista era reduce da un’ora in nove contro undici contro una delle squadre più in forma della serie A (ed il quarto, Thiago Motta, aveva intensità pari a zero) per quanto ‘intimidita’ (questa la nuova teoria: chi gioca in due in più sarebbe intimidito, speriamo che lascino riposare in pace Liedholm). La mossa vincente, anche se il paziente è morto, di Ancelotti è stata ovviamente Malouda sulla sinistra della difesa: sabato scorso al Molineaux contro i Wolves aveva giocato nella solita posizione e nemmeno benissimo (quarto di sinistra dietro era Zhirkov), mentre contro l’Inter ha dialogato bene con Kalou e condizionato Maicon creando tantissimo. Per questioni di status Ancelotti ha dovuto scommettere su Lampard (noi siamo fan di Joe Cole, anche del Joe Cole recente), che peraltro ha sfiorato il gol, ma in generale il Chelsea ha fatto la partita che voleva arrabbiandosi più per l’infortunio di Cech che per l’arbitraggio di Mejuto Gonzalez. Alla fine Mourinho ha guadagnato un mese di vita mediatica supplementare, un po’ come in un videogioco, strappando il massimo prima sputando sangue e poi allargando il campo con Balotelli e Pandev. E’ più contento dei difensori, tutti diffidati, che hanno evitato il giallo che rassicurato dal risultato.
Comunque, visto che del calcio giocato non importa a nessuno (è anche un’autodenuncia), il meglio l’allenatore portoghese lo ha dato in conferenza stampa prendendo in giro proprio il mitico ‘abbassare i toni’ chiesto da quei media asserviti che per decenni hanno spiegato alle masse che ‘torti e favori nell’arco di una stagione si compensano’ salvo poi raccontare imbarazzati che era tutto finto ed annegare la vicenda nel po-po-po italiota. Ai cultori dell’abbassamento di toni non sarà sfuggito il Mourinho che storicizza la disonestà del calcio italiano, parlando già come un ex (altro che il Mancini distrutto dopo il Liverpool, che cinque minuti dopo avere parlato si sarebbe tagliato la lingua). L’ufficio dietrologia, ritenendo improbabile la conquista della Champions League, informa che uno scambio alla pari potrebbe essere scudetto nerazzurro contro distacco morbido da questo pericoloso eversore, con assunzione di uno che abbassa i toni e che possa perdere continuando a godere di buona stampa: nel ramo persone serie essendo indisponibile Ranieri, potrebbero essere adatti Prandelli o Blanc.

di Marco Lombardo
Il tifo di Ancelotti,  le badilate a Mourinho e le notizie che si devono copiare.
1. Tutti pronti con la copertina calda e il telecomando in mano, ieri sera per Inter-Chelsea. Soprattutto noi ex, grandi e meno grandi. La facile previsione non era il risultato, ma che sui giornali del giorno dopo (cioè oggi) si sarebbe letto di ‘Mourinho che anche questa volta ha esagerato’. Così, a prescindere. Illluminante in questo senso la conferenza stampa pre partita, nella quale il tecnico dell’Inter ha esplicitamente detto al traduttore che lui non aveva detto “Ancelotti fa parte di un clan” ma che aveva sostenuto che “se Ancelotti ha detto davvero che l’Italia tifa contro l’Inter, forse qualcuno gliel’aveva suggerito o forse anche lui fa parte di quel clan”. Sottointeso: “Che tifa contro l’Inter”. Risultato: sui giornali inglesi si è letto che Ancelotti fa parte della mafia (sic), mentre su un quotidiano italiano in prima pagina si è letto appunto “Ancelotti fa parte di un clan”. Ora, è vero che Mourinho esagera. Ma è davvero l’unico?
2. Dopo Inter-Sampdoria (sacrosanta l’espulsione di Samuel, non ‘italiana’ ma giusta quella di Cordoba, ridicoli il giallo a Eto’o e il mancato giallo a Pozzi) è stata la fiera del godimento, almeno per noi ex : al grido di “abbassiamo i toni” c’è chi ha perfino definito il gesto di Josè “da voltastomaco”. Si tratta di un opinionista che tempo fa aveva detto che il tecnico nerazzurro si meritava ‘badilate in faccia’. Sappiamo che difendere Mourinho ormai è diventato scivoloso e lui tra l’altro non ha bisogno di difensori perché sa sbagliare da solo, eppure delle volte il gesto delle mantette verrebbe da farlo davvero. Anzi: sarebbe da mandare subito i cellulari.
3. A proposito di informazione seria, nella redazione sportiva di un grande network televisivo è stato affisso un cartello con una frase pronunciata da uno dei suoi capi: “Le notizie migliori sono quelle copiate”. Ci permettiamo di aggiungere una postilla: “Se le notizie copiate sono anche inventate avete fatto uno scoop”.
Marco Lombardo

di Italo Muti
Le Generali che cambieranno, il circolo del petrolio e i taxi sudafricani. Continua a leggere »

di Stefano Olivari
 Il desiderio di Galliani, il ricordo di Cannavaro, la scarsezza di Leonardo e Del Neri.

1. Prima di distribuire patenti di onestà o di disonestà, bisogna pensare per almeno qualche secondo a che cosa rappresenti il calcio non solo in Italia. Scontato oppio dei popoli ma anche mezzo di identificazione e strumento di potere, in cui la vittoria dipende da un misto di bravura sportiva, fortuna, potere, ricchezza, furbizia, potenziale di ricatto politico o sociale. Facciamola breve: nemmeno la Juventus di Moggi, che aveva tutti questi ingredienti (e alla fine, paradossalmente, la bravura sportiva più di tutto il resto), ha vinto più di due scudetti consecutivi. Nei tempi moderni sono al massimo riuscite a raddoppiare la Juve dei tutti nazionali nell’autarchico calcio dei Settanta e l’Inter di Moratti padre. Facendo gli Sconcerti dei poveri, si può dire che nell’era televisiva solo il Milan di Capello e l’Inter di Mancini-Mourinho siano riuscite ad avere un ciclo più lungo, sfruttando anche nei primi anni del ciclo un abisso tecnico con una concorrenza che in disarmo o che stava costruendo per il futuro. Cosa vogliamo dire? Senza che ci sia bisogno di complotti, tutto il mondo del calcio (eccetto ovviamente quello interista, e nemmeno per intero) che conta vuole che questo ciclo nerazzurro finisca e questo desiderio di ‘campionato riaperto per il bene dei media’ è stato ben rappresentato da Galliani. Dove sta il male?
2. Luciano Moggi maledice ancora oggi il fallo di confusione che portò all’annullamento del gol di Cannavaro (ai tempi al Parma, arbitrava l’artista De Santis) in Parma-Juventus 1999-2000, che creò un clima propedeutico allo scandaloso pomeriggio di Perugia che sfilò alla Juventus quello scudetto. Per questo il delitto perfetto non è inventarsi rigori o situazioni strampalate, con buona pace dei moviolisti, ma applicare alla lettera il regolamento o al massimo concedere qualche punizione in più sulla tre quarti. Si può dire che contro la Sampdoria Samuel e Cordoba non andassero espulsi, a termini di regolamento? No. Poi c’è la realtà, che mai ha portato sotto gli occhi i due centrali difensivi della squadra di casa, dalla A all’Eccellenza, cacciati a metà a metà primo tempo. Non è un caso che i due difensori abbiano ricevuto la squalifica minima, da regolamento: una giornata a testa. Non è un caso che Cambiasso e Muntari ne abbiano ricevute due, per situazioni difficilmente verificabili: un parapiglia nel sottopassaggio e qualche parola a venti metri dall’arbitro non si sa in quale lingua. Non è un caso che Mourinho ne abbia ricevute tre per il gesto delle manette, quando su ogni panchina si vede di peggio (anche la bestemmia, tornata di gran moda). Poi le sanzioni pecuniarie, per insulti del pubblico a Tagliavento e l’ingresso in campo con 5 minuti di ritardo nella ripresa (con questo metro la Roma sarebbe senza soldi in cassa). Un po’ di giustizia e molto livore anche per il colpaccio non riuscito totalmente. Ripetiamo: non è strano che Rosetti venga designato per Fiorentina-Milan o che i rivali dell’Inter vogliano la sua caduta, è strano che se ne sia accorto (e non da oggi pomeriggio) solo Mourinho.
3. Parlando di calcio, il derby milanese e Inter-Sampdoria hanno dimostrato che fra allenatori di cilindrata simile (Lippi contro Capello, per dire) la differenza la fanno solo gli episodi e scelte che a posteriori diventano ‘intuizioni’, mentre fra tecnici di cilindrate diverse a volte il confronto è imbarazzante. I quattro uomini del Milan in linea a curare Milito per tre quarti d’ora e la Sampdoria rintanata per un’ora con due giocatori in più a fare cross dalla tre quarti possono essere un buon complimento al Mourinho da campo, nelle due occasioni sembrato gigante contro i pigmei. Non certo per il carattere trasmesso ai suoi, il carattere ce l’hanno anche Cosmi e Mazzone, ma per l’ordine da esercitazione difensiva (si fanno quasi sempre in inferiorità numerica) con cui ha gestito due situazioni che per altri sarebbero state drammatiche. Favorito dalla pochezza dei due colleghi avversari, ma comunque bravo. La teoria che stia forzando i toni per farsi cacciare a fine stagione, in funzione ‘politica’ e di quieto vivere, non è strampalata, ma Moratti si ricordi che con qualunque altro allenatore quelle due partite le avrebbe straperse. Ipotizzare complotti è quindi superfluo: in uno sport che non è uno sport, dove conta solo il risultato e senza alcun aspetto etico (anzi, chi perde viene anche sbeffeggiato), non si può pensare di vincere in scioltezza in mezzo alle ovazioni degli avversari. Vittime o carnefici: non è sport, ma è calcio.
stefano@indiscreto.it

di Libeccio
La tecnica della Parietti, la strategia di Mourinho, il rispetto per Zaccheroni, le frasi del nuovo Ranieri, gli impresentabili di Sanremo e il modello Abramovich.

1. Una tecnica auto-promozionale abbastanza sperimentata consiste nel parlare di sé stessi in riferimento ad una persona con una capacità di risonanza mass-mediatica molto alta. E’ quanto è accaduto ad Alba Parietti a proposito della presunta love story di S. Valentino con Special One. Grazie agli effetti mediatici (amore ma anche odio, dal punto di vista dei numeri è la stessa cosa) che il fascinoso allenatore portoghese suscita sempre, l’Alba nazionale è tornata in auge neanche si fosse veramente fidanzata con Mourinho. Non notizie, che non ci interessano ma che in ogni caso sono state quasi silenziate: solo a John Terry e Tiger Woods la stampa sportiva italiana riserva grande spazio, agli eroi formato famiglia del nostro calcio un po’ meno. Eppure a parità di gossip dovrebbero interessare di più.
2. Di Mourinho si dice che è bravissimo a calamitare l’attenzione su di sé e a proteggere la squadra. Come nel caso delle ultime dichiarazioni precedenti alla gara con la Sampdoria (alcune fantastiche). Se però il risultato e quello che si è visto in campo da parte di alcuni giocatori interisti, che son sembrati colti da sindrome del tarantolato, allora occorre rivedere un po’ il concetto. La verità è che l’Inter è stanca e sta arrivando ai momenti topici della stagione, dove ogni errore costa il doppio. Su di essa c’è attenzione spasmodica, sugli altri invece quasi nulla. In fondo lo si è detto in tutte le lingue: nessuno può perdere lo scudetto se non l’Inter.
3. Per la Juve del futuro ora si parla di Cesare Prandelli come di cosa fatta. La candidatura Lippi quindi è del tutto tramontata, insieme a quella Benitez, Blanc, Hiddink e di chissà chi altro. Zaccheroni in tutto questo caos non sappiamo come possa sentirsi, ma in ogni casomeriterebbe maggiori considerazione e rispetto. Sulla Juve ogni giorno si sentono i giudizi taglienti di un ex non da poco come Luciano Moggi, che sparge veleno più o meno contro tutti: bersaglio del momento il ‘traditore’ Roberto Bettega. Eppure la Juventus ha buttato via vari anni della sua storia soprattutto per colpa sua. A volte l’aver fatto favori ai giornalisti paga i suoi dividendi.
4. Nel calcio, forse anche nella vita, conta solo il presente. Ed il presente è di Claudio Ranieri, portato in trionfo a Roma come un nuovo Giulio Cesare. L’ex causa di tutti mali della Juventus (lo dicevano i giornalisti moggiani) alla Roma sta facendo non bene ma benissimo. Però l’imperiosità di certe sue dichiarazioni ci sorprende. Fortuna e bravura a parte, ci sarebbe da chiarire come mai tanti giocatori della Roma che con Spalletti o erano spenti oppure costantemente infortunati ora invece sono tornati degli autentici leoni. Lui si è talmente calato nella parte da regalare proclami storici, da “Facciamo vedere ai greci quanto sono forti i Romani” a “Voglio in campo 11 gladiatori”. Aspiranti Mourinho crescono.
5. A Sanremo hanno portato Emanuele Filiberto, una piacente signorina pare esperta di burlesque che ama bagnarsi con lo champagne immersa in una coppa gigante, Maurizio Costanzo (l’incarico gli mancava, e i 3897 incarichi di vario genere già accumulati si sono arricchiti di altra fantasiosa consulenza), Rania di Giordania (perché oltre al principe ci vuole anche la principessa che fa salire il picco di ascolti, dicendo cose ovvie su fame nel mondo e pace) oltre all’immancabile Christian De Sica a promuovere l’ultimo suo capolavoro. Scusate: ma siamo proprio sicuri che proprio Morgan fosse il problema?
6. Il proprietario del Chelsea Roman Abramovich è uno degli uomini più ricchi del pianeta, il suo patrimonio
diretto essendo stimato in circa 15 miliardi di dollari. Orfano sin da piccolissimo di entrambi i genitori ha trascorso gran parte della sua adolescenza in un orfanotrofio e intorno all’età di 25 anni è diventato
improvvisamente ricchissimo sfruttando gli spazi che il crollo della vecchia Unione Sovietica apriva a chi aveva coraggio, amicizie giuste e sfrontatezza. Di lui raccontano le cronache che possiede 4 barche fantastiche. La più grande misura 167,67 m. e contiene al suo interno un sottomarino per svignarsela senza essere visti (non si sa mai), 4 motoscafi, un elicottero e una barca a vela, oltre alla piscina, al campo da tennis e parecchie altre cose. Quella più piccola misura 55 m. e pare sia usata per gli spostamenti brevi. Di Abramovich raccontano di una cena per 8 persone a Milano, alcuni mesi fa. Una cena in un ristorante di lusso della Milano da bere. Costo finale: 57 mila euro. Altro aneddoto appreso di recente a Roma: arriva nella capitale con la fidanzata Daria Zukhova e si ferma a cena in un neanche notissimo ristorante del centro. Però molto di tendenza. come si usa dire. Né il direttore del locale, né i camerieri lo riconoscono. Daria si lamenta del fatto che il direttore non si sia comportato con la dovuta gentilezza. Nei giorni successivi alla cena, Abramovich compra ad un prezzo assurdo il locale e licenzia il poco solerte direttore. Così impara a vivere. Questo è quindi il famoso ‘Modello Premier League’: con i miei soldi faccio quello che voglio. Nei bar italiani lo avrebbero detto meglio, esaltando i colpi di mercato del presidente della squadra del paesello. L’unica vera differenza è che Abramovich i soldi li ha davvero e non fa firmare liberatorie false ai propri giocatori.
Libeccio
(in esclusiva per Indiscreto)

di Christian Giordano
Elogio dell’eclettismo. Uno dei più popolari giocatori del Chelsea pre-Abramovich, David Webb (londinese di Stratford, 9 aprile 1946) arriva allo Stamford Bridge dal Southampton, nel febbraio 1968, nell’affare che al “The Dell” porta Joe Kirkup.

Ai Saints invece era arrivato nel marzo 1966, in cambio di George O’Brien, dopo 62 presenze e 3 gol con gli O’s. A segno già al debutto nell’1-1 contro il Wolverhampton, rivale per la promozione, lascerà il club della South Coast con 75 presenze e 2 reti. Centrale di ruolo adattato a terzino destro, viene riportato al centro della difesa da Dave Sexton, già suo manager ai Leyton Orient, dove Webb nel 1965-66 aveva esordito da pro’ dopo gli inizi da dilettante nel West Ham United. Con la prepotente tripletta all’Ipswich Town nel Boxing Day (il giorno di Santo Stefano) del 1968 dimostra di non aver perso l’istinto per la porta. Ma quando, di lì a breve, viene acquistato il centrale irlandese John Dempsey, è lui, Webb, a infilarsi la maglia numero 2 lasciata libera da Kirkup.
Sulla fascia, però, i suoi limiti di velocità e agilità emergono brutalmente contro Eddie Gray, ala sinistra del Leeds United che lo ridicolizza nella (prima) finale di FA Cup del 1970, a Wembley, l’11 aprile. Dave chiude il calvario compiendo, davanti ai propri tifosi, un decisivo salvataggio nei supplementari; poi, nel replay del 29 aprile, davanti ai 100 mila dell’Old Trafford di Manchester, si prende la più gustosa delle rivincite. Spostato nel mezzo, accanto a Dempsey, corona una super prestazione infilando Gary Sprake sul palo lontano su lungo lancio di Ian Hutchinson. È il gol che vale la Coppa. Decisiva, però, anche l’intuizione di Sexton che in marcatura su Gray aveva dirottato il più adatto Ron Harris. Webb e Dempsey continuano a far coppia anche la stagione dopo, culminata con un’altra finale ripetuta, quella di Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid: 1-1 il 19 maggio (Osgood al 55’, Zoco al 90’), 2-1 per i Blues due giorni dopo (33’ Dempsey e 39’ ancora Osgood per i londinesi, 75’ Fleitas per gli spagnoli). Quanto Webb sia votato alla causa del Chelsea, per cui occasionalmente gioca anche centravanti, si apprezza appieno il 27 dicembre 1971: infortunati i tre portieri, gioca 90’ tra i pali e chiude con il “clean sheet” (zero gol a referto) contro l’Ipswich.
Per lui, però, dopo 33 gol in 298 partite, l’aria dello Stamford Bridge si fa pesante in seguito alla partenza di Hudson e Osgood. Nel luglio 1974, per 120.000 sterline, approda così al Queens Park Rangers. In coppia con Frank McLintock nel cuore della difesa, raggiunge lo storico secondo posto del 1975-76 (miglior piazzamento nella storia del club), prima di svernare al Leicester City e al Derby County, entrambe retrocessi. Al Leicester City arriva nel settembre 1977 per 50.000 sterline dopo 116 gare coi ’Gers. Al Filbert Street, resta per poco più di un anno perché dopo 33 partite coi Foxes, debutta nel Derby County: 0-0 casalingo con l’Aston Villa il 23 dicembre 1978. A maggio 1980, lascia il Baseball Ground con 26 gare e un gol per i Rams.
Nello stesso anno, il tempo di scendere in campo 11 volte e a dicembre il Bournemouth, club di Fourth Division, lo nomina player-manager. Con lui al timone i Cherries terminano al quarto posto, l’ultimo utile per la promozione in Third Division. Ma la stagione successiva, dopo il 9-0 esterno col Lincoln City del 18 dicembre, viene esonerato. Nel febbraio 1984, quando s’era già messo in proprio come rappresentante, subentra a Bruce Rioch con il doppio incarico di giocatore-allenatore del Torquay United. La stagione si chiude con un lusinghiero nono posto, ma l’anno dopo, con la squadra ultima, Webb se ne va, non prima però di aver segnato un gol nelle sue ultime due apparizioni in campionato. Il 21 agosto 1985, firma come managing director del club, e chiama in panchina prima John Sims poi Stuart Morgan. Il Torquay chiude ancora ultimo. E come non bastasse, in quelle due disastrose stagioni accade di tutto: subito dopo il suo insediamento, vengono ceduti cinque dei migliori giocatori e altri, come Keith Curle, vengono svenduti o rimpiazzati con elementi di gran lunga inferiori; last but not least, dei tre colori sociali storici – giallo, blu e bianco – resta solo il secondo, e una tribuna del Plainmoor va a fuoco. Webb lascia il Torquay per il Southend United il 17 giugno 1986, ma abbandona a marzo ’87, due mesi prima che gli Shrimps conquistino la promozione alla Third Division. Richiamato nel novembre 1988, non riesce a evitare la retrocessione ma con due promozione consecutive (1990 e 1991) li riporta subito in Second Division. Che addirittura guidano per un po’ fino al gennaio 1992, prima di scivolare a metà classifica nelle ultime giornate. Webb si dimette a marzo e a fine stagione se ne va. Nel febbraio 1993 torna al Chelsea come manager con un contratto breve per rimpiazzare un altro ex Blue, Ian Porterfield. Ma il club è in caduta libera, e la squadra, senza vittorie in campionato da oltre due mesi, rischia di retrocedere. Sotto Webb, migliora un po’ e chiude 11esima. Ma anziché rinnovargli il contratto, la dirigenza lo rimpiazza con Glenn Hoddle.
Il buon lavoro svolto però non lo lascia a spasso. Pochi giorni dopo, in maggio, firma col Brentford, appena sceso in Division Two. Nel 1997, dopo quattro anni e due playoff chiusi con la mancata promozione in Division One, saluta il club del Griffin Park. Nel marzo 2000 scende in non-League, allo Yeovil Town, ma a settembre si dimette per tornare, per la terza volta, al Southend United. Lasciato poi nell’ottobre 2001 e ritrovato, nel novembre 2003, da traghettatore fra l’addio di Steve Wignall e l’arrivo di Steve Tilson. Nel dicembre 2005 rileva la società da Jon Goddard-Watts e ne assume la carica di presidente operativo. Ruolo da cui si dimette nel febbraio 2006, quando vende le proprie quote azionarie al presidente John Fry.
È, per ora, la sua ultima avventura nel calcio. Mondo nel quale ha cercato di sfondare anche il figlio Daniel, attaccante classe ’83 che il celebre padre cerca, senza troppa fortuna, di strappare alle serie minori. Nel settembre 2000 scuce 10 mila sterline per portarselo al Southend United, ma dopo le dimissioni paterne (ottobre 2001) i 4 gol in 39 presenze spalmate fra il 2002 e il 2002 non bastano per la conferma. Dopo un lungo girovagare, adesso gioca in difesa nel Salisbury, in attacco con Tubbs se le altre punte sono infortunate. E, come contro il “suo” ex Wimbledon, per l’espulsione di James Bittner nella ripresa, persino in porta. Come suo padre. O quasi.
Christian Giordano
Football Poets Society

di Stefano Olivari
Il comizio trash di Lippi, le pagelle di Cannavaro, il pagamento del Gallipoli, la stizza interista, Galliani juventino e i titoli coraggiosi.

1. Il numero dei tifosi della Nuova Zelanda è aumentato in maniera esponenziale dopo la comparsata di Marcello Lippi a Sanremo, a supporto del trio Pupo-Principe-Tenore. L’apoteosi del trash: trash la canzone, un inno a imprecisabili valori e alla famiglia (Pupo, teorizzatore e praticante della normalità dell’averne più di una), trash la poco sottile operazione politica (è comunque significativo che il televoto abbia salvato Emanuele Filiberto), trash le urla del pubblico ‘Cassano, Cassano’, trash il comizio del c.t con incommentabile uso retorico della morte di Ballerini. Unica cosa credibile le immagini della Nazionale a corredo di una canzone sull’Italia: è vero, l’Italia è per noi  quella della maglia azzurra, il resto è lotta contro chi crede di essere più furbo.   
2. Una pagella di una partita di serie A ha valenza vicinissima allo zero, come gli amici di Cialtrocalcio ci segnalano quotidianamente. Tanto che campioni del mondo quali Cannavaro e Grosso possono anche non giocare ma prendere un voto dal QN. Così come Felipe Melo, da squalificato. La cosa drammatica è che spesso delle pagine calcistiche dei giornali è l’unica cosa leggibile.
3. Perchè un imprenditore friulano dovrebbe comprare il Gallipoli? La vera domanda in fondo è questa, il resto è cronaca. Come quella della Gazzetta del Mezzogiorno: la Procura della Repubblica di Lecce ha aperto un’inchiesta, con l’ipotesi di truffa aggravata in concorso, proprio sul passaggio del Gallipoli nell’estate 2009 da Vincenzo Barba a D’Odorico e al suo socio Concina. Dei tre milioni di euro concordati nemmeno un centesimo sarebbe stato ancora pagato al vecchio proprietario. Non solo: circa due mesi fa D’Odorico avrebbe versato le quote sociali ad una fiduciaria, di cui lui stesso è amministratore. Sull’utilità del meccanismo della fiduciaria in funzione cialtrona sollecitiamo un parere dei lettori-avvocati. Stiamo parlando del secondo campionato di calcio italiano, è bene ricordare. Sorvoliamo sulle segnalazioni di conoscenti non pagati (è materia per Campana) e concludiamo così: chi non paga non rischia in pratica niente. E’ l’Italia dei Caso, gli incredibili editori di Dieci e di varie altre fallimentari imprese, tuttora attivissimi nel mondo dei giornali e dei contributi pubblici ad essi collegati.
4. I comici hanno un solo grave difetto: di solito non fanno ridere. Niente è invece più ridicolo della seriosità, come quella del dibattito su Balotelli in tribuna a San Siro per Milan-Manchester United. In parte ispirato dall’Inter stessa, con la vicenda semi-chiusa dal solito Moratti-Saras. Come se un calciatore avesse il diritto di guardare solo le partite della sua squadra o di parlare solo del suo orticello, secondo il teorema Bettega (che sta sentendo brutti spifferi, altro che ‘John e Andrea insieme a Vinovo’). Il miglior augurio che si può fare a Balotelli è quello di giocare nell’Arsenal.
5. Adriano Galliani alla Juventus è, in parole povere, una bufala. Non per questioni di tifo (lui è juventino confesso, fin dall’infanzia, poi la vita decide per te), ma perchè non è nemmeno lontanamente immaginabile un suo ruolo nel calcio slegato dal Milan. Per motivi che Berlusconi ben conosce, visto che per operazioni strampalate già nei presupposti (l’ultima Mancini, giocatore in declino già dai tempi di Roma) si limita sempre ad un buffetto del genere ‘guarda che ho capito’. Questo non toglie che in un futuro prossimo gli si possa affiancare in rossonero un altro dirigente. Ben diversa la situazione di Leonardo, che per non essere tabarezzizzato nel pomeriggio ha in pratica rimesso il mandato spiegando che il Milan non dovrà mai pagare due allenatori. Una persona che parla e che si presenta bene troverà sempre un posto in un calcio di impresentabili, magari non in panchina. Per il futuro ognuno puà sparare la sua, con le stesse possibilità di prenderci degli esperti di calciomercato, la nostra è che a Berlusconi sia rimasto nell’anima Fabio Capello.
6. Unanimità di giudizi per l’arbitraggio di Ovrebo a Monaco, seguita da unanimità di titoli. Se al posto del Bayern ci fosse però stata una squadra italiana avremmo però letto lo stesso, a parità di episodi, ‘Fiorentina derubata’? Coraggiosi con chi non ti legge, come al solito. Intanto le copie vendute calano e nessuno sa dire il perché.
stefano@indiscreto.it 

di Andrea e Marco Lippi
I rigori di Germania-Ovest-Inghilterra del Mondiale 1990 visti con gli occhi del Gary Lineker bambino, vent’anni prima solo telespettatore…

Il calcio è uno sport che si gioca undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi (Gary Lineker)  

Gary Lineker è in piedi, nel cerchio di centrocampo dello stadio Delle Alpi di Torino. La sua Inghilterra si sta giocando contro la Germania Ovest l’accesso alla finale dei Campionati del Mondo di Italia ’90. I tempi supplementari, terminati da pochi minuti, non sono riusciti a smuovere il match dal risultato di uno a uno con cui si erano chiusi i tempi regolamentari: inevitabile, dunque, il ricorso ai calci di rigore per decidere l’esito della sfida. A Lineker non rimane altro che guardare. Lui, il suo rigore, lo ha già messo a segno. Era il primo rigorista degli inglesi e non ha sbagliato. Sua la firma anche sulla rete del pareggio, all’ottantunesimo minuto, quando, sfruttando una clamorosa indecisione della retroguardia tedesca, era riuscito ad infilare il portiere avversario Bodo Illgner con un precisissimo diagonale di sinistro. Proprio quando tutto sembrava perduto…
Era una partita attesissima, Inghilterra – Germania Ovest. Una sfida dal fascino tutto particolare. Anche per Lineker. Aveva soltanto sei anni, il piccolo Gary, quando il suo Paese vinse il Mondiale del 1966, proprio in finale contro la Germania… Quella finale contestata dai tedeschi per il famigerato gol-fantasma di Geoffrey Hurst… Lineker se la ricordava molto vagamente… Nella sua cameretta di bambino campeggiava sopra il letto la celebre foto che ritraeva Bobby Moore, il biondo capitano della nazionale inglese, nel momento in cui riceveva dalle mani della Regina Elisabetta la Coppa Rimet. Quattro anni dopo, al Mondiale del 1970, invece, le cose erano andate diversamente…
Aveva dieci anni allora, Gary Lineker, e quella partita se la ricordava davvero bene… Quarti di finale, Germania Ovest – Inghilterra. Di nuovo. Dopo quattro anni, la tanto agognata occasione di rivincita per i tedeschi. Lineker ricordava ancora l’emozione di assistere in televisione a quell’incontro così atteso… Non avrebbe certo potuto sapere che venti anni dopo, in campo contro la Germania Ovest, in una semifinale dei Campionati del Mondo, ci sarebbe stato proprio lui… Nel frattempo, Andreas Brehme realizza il primo rigore per la Germania… Uno a uno…

Mancava Gordon Banks, però, in quel quarto di finale… Il leggendario Gordon Banks, l’autore della più bella parata della storia del calcio, con quel volo prodigioso su un colpo di testa di “O’Rey” Pelé… Chissà come sarebbe andata a finire, con Gordon Banks in porta… I giornali scrissero che a metterlo k.o. fu una birra messicana bevuta la sera precedente l’incontro… A sostituirlo fu il portiere del Chelsea, Peter Bonetti, che lo stesso Pelé considerava tra i tre migliori portieri che avesse mai visto giocare, insieme a Lev Yashin e proprio Gordon Banks…Bonetti; Newton – Cooper – Labone – Moore; Mullery – Lee – Ball – B. Charlton; Hurst – Peters fu l’undici messo in campo da Alf Ramsey, il commissario tecnico che aveva guidato al trionfo la nazionale inglese quattro anni prima. Helmut Schoen, allenatore della Germania Ovest, rispose con: Maier; Vogts – Hottges – Beckenbauer – Schnellinger – Fichtel; Libuda – Seeler – Muller – Overath – Lohr.  Lineker ricordava benissimo le due squadre schierate a centrocampo prima del fischio d’inizio… I colori delle divise erano gli stessi della finale di quattro anni prima: maglia e calzettoni rossi con pantaloncini bianchi per gli inglesi, maglia e calzettoni bianchi con pantaloncini neri per i tedeschi. Beardsley realizza il secondo rigore per gli inglesi… Siamo sul due a uno…
L’Inghilterra giocò un primo tempo sensazionale, surclassando in ogni reparto gli avversari. I campioni del mondo potevano contare su una difesa solidissima, guidata come quattro anni prima dal capitano Bobby Moore, e su un centrocampo davvero straordinario, in cui la classe di Bobby Charlton si univa alla grinta ed ai polmoni di Alan Ball ed Alan Mullery, ed alla propensione ad attaccare di Francis Lee. Geoffrey Hurst e Martin Peters formavano la coppia d’attacco che completava la formazione. L’azione del primo gol degli inglesi fu da manuale del calcio: Mullery scambiò il pallone a centrocampo con Lee con un magnifico uno-due, allargò sulla destra per Newton, il quale fece partire uno splendido traversone, proprio per l’accorrente Mullery che aveva seguito l’azione e che dal limite dell’area poté insaccare nella porta difesa da Sepp Maier… Uno a zero… Neanche Lothar Matthaus sbaglia… Il punteggio torna in parità: siamo sul due a due…
Il dominio inglese era assolutamente incontrastato: perfino la granitica difesa tedesca sembrava inerme di fronte alla classe dei centrocampisti britannici, mentre in attacco Overath e Muller erano magnificamente controllati da Moore e compagni. Il primo tempo si concluse sull’uno a zero, risultato strettissimo per gli inglesi, che sprecarono moltissime occasioni da rete, grazie anche alla bravura del portiere della Germania Maier. Dopo pochi minuti nel corso della ripresa, Hurst manovrò un bel pallone a centrocampo e lo servì sulla destra ancora per l’accorrente Newton: il terzino andò sul fondo e crossò al centro, proprio come sul gol di Mullery: stavolta fu Martin Peters ad infilare la porta tedesca. Due a zero. Era fatta. David Platt porta nuovamente in vantaggio l’Inghilterra… Tre a due…
A questo punto il tecnico tedesco Schoen inserì un’altra punta, Grabowski, in luogo di Libuda: l’Inghilterra tuttavia rimaneva padrona del campo, mantenendo il possesso di palla e non lasciando sbocchi offensivi agli avversari… Al minuto sessantotto, fu una sortita di Karl-Heinz Beckenbauer, con la collaborazione del non incolpevole Bonetti, a riaprire i giochi: il fuoriclasse tedesco operò una percussione centrale, superando due avversari e concludendo a rete di destro dal limite dell’area… Peter Bonetti non era certo Gordon Banks… Lineker si ricordava ancora la “papera” dell’estremo difensore inglese che si fece sfuggire il tiro non certo irresistibile di Beckenbauer… Due a uno e partita riaperta… Istintivamente, Lineker si volta verso la panchina tedesca: eccolo lì, Karl-Heinz Beckenbauer, il “Kaiser”, l’uomo che aveva ammirato in televisione contro la sua Inghilterra, venti anni prima… Adesso era l’allenatore della Germania Ovest…Riedle prende la rincorsa e batte Shilton… Siamo tre a tre, nessun errore finora…
Eh sì, il gol di Beckenbauer fu la svolta della partita: fino a quel momento c’era stata una sola squadra in campo, ma la rete del Kaiser dette grande coraggio ai tedeschi, che ritrovarono d’un tratto tutta la voglia e l’orgoglio di riscattare la bruciante sconfitta del ’66… Non si sa invece se fu la paura di perdere o la certezza di vincere, a indurre il coach inglese Alf Ramsey a togliere dal campo, con venti minuti ancora da giocare, il faro del centrocampo inglese, Bobby Charlton, per far posto al mediano Colin Bell… Forse Ramsey voleva preservare il proprio regista fresco per la semifinale… Fatto sta che la mossa si rivelò tutt’altro che azzeccata: la Germania continuò a guadagnare campo, e dopo soli otto minuti dalla rete di Beckenbauer, Uwe Seeler trovò la rete del pareggio deviando un cross proveniente dalla sinistra con uno strano colpo di testa all’indietro che si trasformò in un beffardo pallonetto che trovò Bonetti ancora una volta fuori posizione… E’ il turno di Pearce per gli inglesi…Gary Lineker osserva, in mezzo al cerchio di centrocampo dello stadio… Mentre osserva Stuart Pearce che prende la rincorsa, rivede ancora una volta davanti ai suoi occhi il fortunoso colpo di testa di Uwe Seeler che si infila nella porta inglese… Bonetti è lì a metà strada, nella “terra di nessuno”, vede il pallone che lo scavalca e non può far altro che accompagnarlo in rete con lo sguardo…Batte con il sinistro Pearce… Il tiro è forte ma troppo centrale, e il portiere tedesco Illgner, pur tuffandosi sulla sua destra, riesce a respingere con i piedi… Gary Lineker chiude gli occhi… Si rimane sul tre a tre…Mentre sulla panchina tedesca si festeggia, per gli inglesi è un colpo terribile: Pearce torna avvilito a centrocampo, Lineker lo avvicina per consolarlo e lo incoraggia: non è ancora finita. Nel calcio può succedere di tutto…
Dopo il pareggio di Seeler, la partita volse decisamente a favore dei tedeschi, che ai tempi supplementari cercarono la rete che avrebbe completato la storica rimonta… La rimonta che avrebbe finalmente scacciato l’incubo della finale persa in Inghilterra…Tocca ad Olaf Thon per la Germania… Colpisce di piatto destro… Shilton si tuffa dalla parte giusta ma non ci arriva… Siamo quattro a tre…
In realtà gli inglesi ebbero un’altra grossa occasione ai supplementari, ma un gol segnato da Geoffrey Hurst venne annullato per un fuorigioco che rimane dubbio… Così come rimane il dubbio su quel famoso tiro, sempre di Geoffrey Hurst, nella finale del 1966, che colpì la traversa e rimbalzò – dentro o fuori ? – proprio accanto alla fatidica linea di porta… Gary Lineker accompagna con lo sguardo Chris Waddle che si avvia verso il dischetto del rigore… E’ lui l’ultimo rigorista degli inglesi. Non se l’è sentita Paul Gascoigne…Prende la rincorsa, Chris Waddle… A passi molto lunghi si avvicina al pallone… Fu poco dopo, davvero poco dopo, che arrivò la doccia fredda… Il cross di Lohr arrivò dalla sinistra, alto… Labone e Moore erano a centro area, Bonetti, sulla linea, non sapeva se uscire o no… Il pallone scendeva dall’alto… Ed eccolo che arriva… Se lo ricorda benissimo Gary Lineker, come fosse adesso, come fosse in questo preciso momento, come se fosse in questo preciso momento in cui invece c’è Chris Waddle che si avvicina a grandi passi al pallone posizionato sul dischetto… Sbucò tutto d’un tratto, quel fenomeno che era Gerd Muller, si infilò in mezzo ai due mostri sacri Moore e Labone, e colpì al volo, da dentro l’area piccola, lasciando di stucco Bonetti e tutta l’Inghilterra… Era un gol dei suoi, un gol alla Muller… La vendetta era completata… Germania Ovest 3 – Inghilterra 2… Chris Waddle colpisce di sinistro… Bodo Illgner si tuffa dalla parte giusta ma il pallone lo supera… E’ alta, troppo alta la traiettoria del pallone colpito da Waddle, che supera la traversa e finisce la sua corsa chissà dove, nella pista d’atletica che circonda il prato. Karl-Heinz Beckenbauer balza in piedi e corre come impazzito per festeggiare insieme ai suoi ragazzi la conquista della finale… Come venti anni fa, Gary Lineker vede la stessa scena, stavolta non in televisione, ma davanti ai suoi occhi, sul prato verde dello stadio Delle Alpi: Karl-Heinz Beckenbauer che corre con le braccia al cielo per festeggiare la vittoria della Germania Ovest sull’Inghilterra. Venti anni dopo, ma niente è cambiato… Alla fine vincono i tedeschi.
Andrea Lippi e Marco Lippi
(per gentile concessione degli autori, brano tratto dal loro libro ‘Linea di porta – Emozioni e ingiustizie in 14+1 episodi della storia del calcio’)
 

di Alec Cordolcini
L’Ajax sulle palle alte, il boato per Van Nistelrooy, l’ispirazione del Twente e la serata del Belgio.

1. Bilancio molto interlocutorio per le olandesi in Europa League. Dall’urna non erano uscite avversarie facili (ma ne esistono ancora a questo punto della competizione?), pertanto non è il caso di deprimersi troppo. Anche se l’Ajax sconfitto 1-2 all’Amsterdam Arena dalla Juventus non invita all’ottimismo, soprattutto alla luce di quanto visto in campo. L’Ajax gioca meglio, sfrutta bene le fasce, è pronto è reattivo in mediana; la Juventus invece vive di episodi. Il suo grande merito è quello di individuare e colpire con precisione chirurgica il principale punto debole della compagine olandese, ovvero la sofferenza sulle palle alte. Grandi i meriti di uno scintillante Alessandro Del Piero, giocatore che nello stretto e nella capacità di calcio possiede ancora pochi eguali. Luis Suarez è sulla strada giusta per diventare un giocatore del suo calibro, e lo ha mostrato anche ieri con una serie di spunti di notevole fattura. Gli è mancato solo il guizzo decisivo. A Siem de Jong è invece mancata la fortuna; il legno colpito ad una manciata di minuti dallo scadere avrebbe regalato un altro sapore al match di ritorno della prossima settimana. Per il giocatore originario della Svizzera, però, una delle migliori prestazioni stagionali. Pari la bella sfida tra i talenti di fascia Van der Wiel-De Ceglie; il primo è titolare della nazionale olandese, il secondo non ha il posto fisso nemmeno nel suo club. Che strana creatura il calcio. Uno sport dove talvolta non basta giocare meglio dell’avversario per vincere.
2. L’altra sconfitta della serata arriva da Amburgo, dove il Psv Eindhoven cede ad un rigore dei padroni di casa realizzato da Marcell Jansen. A tradire è il bulgaro Stanislav Manolev, solitamente tra i più brillanti del reparto arretrato olandese, ma ieri ingenuo nell’affossare Mladen Petric in area. Il resto è stato all’insegna del totale equilibrio. Due squadre organizzate, disciplinate ma che non rinunciano a pungere. L’ungherese Balasz Dzsudzsak, ormai una certezza nel Psv, regala il solito paio di assist, che questa volta però Ola Toivonen e Otman Bakkal non sfruttano a dovere. A 25 minuti dalla fine un boato dell’intero stadio accoglie l’ingresso in campo di Ruud van Nistelrooy, il grande ex. Andreas Isaksson però gli nega la gioia del primo centro con la maglia dell’Amburgo.
3. Un solo gol anche nell’altro incrocio olandese-tedesco, quello tra Twente e Werder Brema. Lo realizza Theo Janssen grazie alla specialità della casa, ovvero il suo sinistro affilato e potente. La sua botta da fuori area non lascia scampo a Tim Wiese, regalando ossigeno ad un Twente concentrato, attento ma indubbiamente non ispirato come un paio di mesi fa. Ed infatti c’è stato lavoro straordinario per Sander Bosckher, bravo a neutralizzare le conclusioni di Claudio Pizarro e Marko Marin. Un calcio piazzato di Kenneth Perez terminato fuori di un soffio ha legittimato il successo dei Tukkers, bravi nell’aver metabolizzato la filosofia sulla quale il tecnico inglese Steve McClaren sta puntando fin dal primo giorno del suo sbarco ad Enschede: quella del de nul houden, ovvero delle reti bianche. Una grande squadra costruisce i propri successi attraverso il gioco, ma le fondamenta vanno gettate dalla difesa. Altrimenti, nelle giornate in cui le cose non girano per il verso giusto, le partite finiscono come Ajax-Juventus.
4. Piccola parentesi per una grande serata; quella delle squadre belghe, due vittorie e un pareggio. Quest’ultimo arriva da Bilbao grazie all’Anderlecht, che contro l’Athletic conduce il gioco, apre le danze con un tocco sotto misura di Luca Biglia (dopo una travolgente cavalcata del 16enne prodigio Romelu Lukaku), subisce il ritorno dei baschi con Mikel San Josè (il portiere dei bianco-malva Silvio Proto poco reattivo), sfiora infine il successo con Lukaku. Soddisfazione finale comprensibile, ma vietato abbassare la guardia: i baschi in Europa League rendono meglio in trasferta (vedi contro Tromsø e Young Boys). Fortunato invece il successo del Fc Brugge sul Valencia, che paga a caro prezzo una papera del portiere Moya sul tiro senza pretese di Dorge Kouemaha, attaccante camerunese (ex Debrecen e MSV Duisburg) che sta attraversando un autentico momento di grazia. Il ct Koster ringrazia la propria buona stella, ma a volte contro squadre nettamente superiori ci vuole anche quella. Rocambolesco infine il successo dello Standard Liegi sul Red Bull Salisburgo; un 3-2 in rimonta che conferma tutta l’imprevedibilità dei Rouges, alla prese con una stagione zeppa di vertiginosi alti e bassi (con quest’ultimi decisamente preponderanti). Nei ventiquattro minuti finali lo Standard, sotto di due reti e subissato dai fischi dello Sclessin, ribalta il risultato con un rigore di Axel Witsel, un gioiello da trenta metri di Igor De Camargo e un’incornata di Witsel. Dopo Ronald Koeman, è toccato ad un altro tecnico olandese, Huub Stevens, essere clamorosamente beffato a Liegi. Ai valloni questi fiamminghi stanno proprio sul gozzo.
Alec Cordolcini
Radio Olanda

di Stefano Olivari
Il manuale del bookmaker prudente consiglia di indurre la massa degli scommettitori ad una ripartizione proporzionale delle giocate, in modo che il banco non tema alcun risultato.
Esempio: la settimana scorsa l’Inter a Parma era data a 1,75, con il pari a 3,40 e la vittoria della squadra di Guidolin a 4,75. Significa che si sono modulate le quote in modo che (teoricamente) sugli uomini di Mourinho confluisse il 57,1% (100 diviso 1,75) del gioco, sul pari il 29,4% (100 diviso 3,40) e sul Parma il 21% (100 diviso 4,75). La somma delle tre percentuali dà 107,5: l’aggio del banco era quindi del 7,5 ed è quindi all’interno di questo margine che potevano avvenire gli scostamenti fra i volumi senza rischio che il banco saltasse. Infatti non è saltato, nemmeno con il ‘sorprendente’ pareggio.
La pratica dice invece che i comportamenti del pubblico sono imprevedibili e che inevitabilmente le quote devono essere in grado di fronteggiare il peggio (il peggio dal punto di vista del bookmaker). Nel suo ‘Freakonomics’ Steven Levitt ha analizzato le statistiche personali di oltre ventimila giocatori su scommesse del tipo vittoria-sconfitta (anche calcistiche, ma espresse con l’handicap), notando che quando la squadra di casa viene data per favorita convergono su di lei il 56,1% delle giocate, mentre la squadra in trasferta con i favori del pronostico attira il 68,2% del denaro in campo. La conclusione è che quindi il bookmaker si tenga un maggior margine di sicurezza per l’Inter in trasferta che per l’Inter in casa: in altre parole, considerazioni solo sportive avrebbero portato i nerazzurri intorno all’1,90. Attenzione quindi a non far dipendere le nostre valutazioni tecniche da quelle del bookmaker, che vuole solo annullare il rischio.
stefano@indiscreto.it
(pubblicato sul Giornale)




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