Archive for the ‘Basket’ Category

di Stefano Olivari
Uno degli aspetti più grotteschi del mercato NBA, almeno per noi che lo seguiamo da lontano mentre purtroppo al Quark Hotel siamo vicini, è quello dei buyout. Che di fatto tengono il cinema ancora aperto, con tre i casi clamorosi che si stanno definendo proprio mentre stiamo scrivendo: Larry Hughes con i Kings, Drew Gooden con i Clippers e soprattutto Zydrunas Ilgauskas con gli Wizards.
La definizione di buyout, per quanto riguarda questa lega è semplice: un giocatore sotto contratto con una squadra viene liquidato, con il consenso di tutti, ricevendo meno della cifra residua del contratto ma ottenendo in cambio la possibilità di riciclarsi sul mercato. Visto che nella NBA si scambiano contratti contro contratti, con i soldi che fungono solo da integrazione minima, quasi tutti i buy-out nascondono l’inganno e addirittura alcuni il doppio inganno. Inganno quando la squadra acquirente del contratto sa già che quel giocatore non le interessa ed il giocatore sa già in anticipo di non volerci andare per alcun motivo. Doppio inganno quando tutto è stato organizzato per far ritornare il giocatore nella sua squadra di partenza rispettando solo il termine di minimo 30 giorni dalla ‘trade’ originaria.
Il caso Ilgauskas è emblematico: finito agli Wizards nel quadro dell’operazione Jamison, l’ennesimo supergregario per far vincere l’anello a LeBron James, ma al tempo stesso non rientrante nei progetti degli Wizards, si sta apparecchiando il tutto per il ritorno a Cleveland con la modica spesa per Washington di 1,5 milioni di dollari (fonte: Washington Post). Circa un decimo del contratto originario del lituano, che fra un mese potrà tornare alla corte del re (di cui è uno dei compagni preferiti) per inseguire la grande vittoria, a meno che non accetti le tiepide offerte di Nuggets o Hawks. Tutto fatto seguendo la lettera del regolamento, ma non certo lo spirito: Washington ha liberato spazio salariale per la ricostruzione della squadra, questa finora l’unica cosa sicura, mentre se Cleveland lo prendesse (magari ‘spalmando’ sugli anni futuri il piccolo danno finanziario subito da ‘Z’) avrebbe un reparto lunghi pazzesco.
E lo spirito della norma violato? Sarebbe bastata scriverla meglio, non è che i Cavs sarebbero (meglio usare il condizionale, magari fra due minuti Ilgauskas firma per tornare nel suo Atletas: la squadra di Kaunas, meno popolare dello Zalgiris, dove sono esplosi lui e Stombergas) più disonesti di tanti altri che l’hanno aggirata in passato. Phil Jackson e Doc Rivers, due che da una super Cleveland avrebbero solo danni, considerano già fatto il tarocco, mentre su vari giornali si è scritto che questa volta Stern si metterebbe di traverso con il suo potere ‘dissuasivo’. Prima però dovrebbe dimostrare che quella fra Danny Ferry, general manager dei Cavs, ed Ernie Grunfeld degli Wizards, sia stata una recita fin dall’inizio. Infatti così non sarà, visto che la notizia dell’Associated Press è stata riportata anche dal sito della NBA. Come dire: abbiamo capito, ma non possiamo farci niente. Senza onestà non c’è regola che tenga.

stefano@indiscreto.it

Del pirotecnico, ma non troppo, finale di mercato NBA si è letto tantissimo ed è inutile copiare dai siti specializzati (noi siamo devoti di Hoopshype.com, che linka ai media locali più improbabili). Siccome scriviamo per tutti e nel presente non ci sono stati sconvolgimenti in squadre da titolo (sospendiamo il giudizio su Antawn Jamison ai Cavs, televisto malissimo e molle contro i Bobcats mentre un po’ meglio contro i Magic), può essere utile sintetizzare che cosa si sia davvero mosso in prospettiva 2010-11 visto che nemmeno la maturazione di Bargnani e la scalata degli altri due azzurri fa guadagnare righe al basket sui giornali e nei notiziari sportivi (cioè calcio più Ferrari).
Tutti hanno provato a liberarsi dei contratti onerosi con l’unico metodo possibile: accollarsi contratti ancora più onerosi ma con scadenza più breve rispetto a quelli ceduti. Il McGrady ai Knicks, al di là del riempire qualche poltrona in più e del fatto che già all’esordio abbia mostrato una buona forma, ha proprio questo scopo. Tutti ci hanno provato, dicevamo, ma solo poche squadre ci sono davvero riuscite ed adesso hanno la possibilità di arrivare a LeBron James nel caso decida di lasciare Cleveland. In questo senso la numero uno è proprio quella guidata da D’Antoni, che pur sbagliando quasi tutte le scelte tecniche post Isiah Thomas (dall’ingaggio di Duhon alla chiamata di Jordan Hill invece che di una point guard alla Ty Lawson o alla Jennings) adesso si trova in una situazione invidiabile: nel 2010-11 infatti ha impegni solo per 18 milioni di dollari e spiccioli, quasi 35 sotto il salary cap. In altre parole New York è l’unica delle 30 franchigie a poter puntare sia su LeBron che su un’altra stella vera fra quelle disponibili (Bosh?). In ottica estiva sono messi bene anche i Nets, con impegni di 27 milioni inferiori al cap, e i Bulls che viaggiano su cifre non lontane. Nel primo caso al di là dell’effetto Prokhorov non sappiamo quanto James possa accettare il passaggio da una squadra da anello ad una di transizione (il trasferimento a Brooklyn avverrà nel 2011, lock-out permettendo), nel secondo ci sarebbero invece già sotto contratto giocatori di una ipotetica squadra da titolo, da Derrick Rose a super-comprimari tipo Luol Deng, Kirk Hinrich, Taj Gibson, eccetera. La vera incognita, cioè la squadra che deciderà il destino delle altre, è però Miami: Wade potrebbe ‘uscire’ dall’ultimo anno di un contratto da 17 milioni ma potrebbe anche decidere di rimanere in una realtà leggera (solo Beasley e Daequan Cook hanno garanzie per la prossima stagione) e quindi pronta ad entrare a piedi uniti nel mercato per chiunque: al limite anche per James. E’ comunque significativo che praticamente tutti possano in questa lega pensare nel giro di due stagioni di essere da titolo. Da sottolineare che gli arbitri sospetti li hanno anche loro: evidentemente la credibilità nasce non dalla purezza d’animo ma dal fatto che agli occhi della lega tutti abbiano pari dignità. Uno Stern italiano non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad apparecchiarsi l’anno scorso la finale marketing Kobe vs LeBron, ma così non è stato. 
stefano@indiscreto.it

di Oscar Eleni
La soddisfazione dell’Armani, il pubblico di Avellino, gli italiani di Pianigiani, le carte di Bologna, la foto di Bilbao, la speranza di Ercolino, il dolore per Cannavò, la coppa di Tanjevic, il ritiro di Niccolai e la domanda di Caglieris. Voti a Stonerook, Lardo, Boniciolli, Costa e Bucchi.
 Oscar Eleni dall’India, dal pellegrinaggio fra le rossastre pietre parlanti di Hampi dove abbiamo cercato risposte per capire certe facce, certe parole, comportamenti e musi da mona. Confessiamo di non aver avuto risposte soddisfacenti perché davanti al Piero Bucchi, “soddisfatto” per aver visto Milano costringere Avellino a fare soltanto 59 punti, anche le pietre sacre restavano senza parole. Più facile chiedere perché Siena, in Italia, non ha davvero rivali: loro pensano già al domani, qui, cominciando da Roma, si stanno ancora chiedendo chi tenere a libro paga, chi mandare a casa, chi nascondere per non lavorare a favore del Monte. Incredibile, per le solite pietre, anche la conversione del sopra detto Bucchi Piero che a qualche giorno dalla figuraccia con Avellino ammette: “Basta figuracce”. Ah, volevamo ben dire. Comunque, tanto per essere chiari: se, per caso, Milano andasse a fare una bella partita domenica a Siena, sapendo che il Montepaschi sarà spremuto al cento per cento, se succederà l’impossibile non veniteci poi a parlare di Miracolo a Milano. Lo avevano già fatto l’anno scorso quando il CSKA aveva deciso di far andare fuori di testa il Messina che ora vive l’incubo Barca.
Care pietre di Hampi spiegateci perché la finale della coppa Italia ha avuto, più o meno, lo stesso pubblico del derby di serie B, o A Nazionale per chi soffre a dire la verità, fra Ozzano e Fortitudo. Diteci voi quali segreti hanno gli spagnoli che portano 16 mila persone sulle tribune a Bilbao, portano i grandi personaggi dello sport iberico, convincono persino il re Juan Carlos e sua moglie Sofia, pur sapendo che in terra basca sarebbero stati fischi, poco meno di quelli che si è preso il Real entrando in campo, ad andare sul palco e poi a premiare Grimau mentre i compagni accendevano sigaroni cubani e Fran Vasquez si prendeva il premio come miglior giocatore. Tutto più bello, tutto più elegante, dai trofei in giù, dalla cornice in su e, badate bene, non siamo di quelli che hanno voglia di rispondere ai gestori delle sale scommesse infuriati perché sul sito della Lega italiana la progressione del punteggio della finale aveva invertito le squadre, dando l’illusione che fosse la Virtus a vincere. Potenza delle macchine, perché, alla fine l’illusione era anche in molti degli osservatori dando la misura esatta del dominio senese: se con loro perdi di poco, non ti fai stritolare, allora hai quasi vinto.
Insomma una notte da Minnesota Fats, da Spaccone, da Eddie Fast Nelson, nel momento in cui Minnesota si purifica, si mette il borotalco sulle mani e annuncia beato: palla otto in buca d’angolo. Pianigiani fa così da moltissimo tempo, speriamo che possa continuare a farlo anche con la Nazionale, ma è meglio se prima si concentra sull’Eurolega perché avrà poi tutto il tempo per fasciarsi la testa quando verranno i giorni di Azzurra con o senza Eze. Lui non avrà i pretoriani delle stagioni da record. Non esiste pietra che possa regalargli uno come Stonerook a cui tutti danno spazio perché possa tirare, a cui tutti dicono sì, sei bravo, ma le steelle sono altre, il leeone che ti sbrana senza mai fare una piega anche se provi a morsicarlo tu che sei la gazzella. Non era la miglior Siena, stanca, con infortuni seri da guarire, la testa altrove, eppure erano sberle per tutti. Certo se i campioni fanno 2 punti in 5 minuti, come contro Biella e non riesci a staccarli allora fuori i fazzoletti bianchi da rubare a quelli che a San Siro hanno creduto davvero all’imboscata per il povero, povero?, Mourinho.
La Virtus è stata bravissima: un allenatore come Lardo vale la pena di essere seguito, ha dentro la cattiveria giusta per fingere di avere soltanto guanti di velluto, poi sa stare sul palcoscenico, sa truccare le carte anche se le briscole sono tutte dall’altra parte. Capolavoro contro Caserta, attacco mirato al cuore di Avellino dove era facile trovare le debolezze anche se intorno c’erano tifosi ululanti. Nella finale hanno retto bene quelli che nelle Vu nere sono cresciuti come Koponen, quelli che avevano qualcosa da far sapere a Siena come Moss, che l’anno prossimo dovrebbe sostituire Sato nella rifondazione di una squadra che punta al quarto scudetto consecutivo dopo il paso doble con la coppa. Koponen ringrazierà Zorzi e Boniciolli? Ringrazierà Lino Lardo che lo tiene lontano dalle psicodebolezze di Collins, insegnandogli una strada che il ragazzo finlandese pensa sia diretta alla NBA. Certo lui fa i passi misurati e non vorremmo trovarci a Toronto adesso che non hanno quasi più spazio per Belinelli.
Care pietre dell’India misteriosa dove, abbiamo scoperto, truccano col veleno anche il benedetto curry, spiegateci bene le foto di Bilbao dove, fra i campioni, spuntano i ragazzini della Juventut Badalona vincitori del trofeo giovanile. Noi abbiamo diviso tutto. Per i mille, che hanno invaso Bologna, delle brevi, dei ricordini, mentre la Virtus, fra gli under 17, misurava il progetto Armani sui giovani: 85-49!
Avellino e la sirena dei soliti noti, l’Irpinia e quel canto melenso per far diventare oro quelle che erano foglioline di menta. Compagnia di giro con il complesso di farsi voler bene da tutti: noi sì che amiamo il basket, lasciate perdere i vecchi bavosi, i babbioni che pensano al passato, veniteci dietro, ascoltate i nostri messaggi, leggete avidamente quelle cifre che sono il sale della vita sportiva, un sale dell’Himalaya che serve per tutte le pietanze perché non abbiamo niente più delle bistecche di tofu da proporvi. Il male è nel cinismo di chi non capisce che Ercolino si illude se pensa di avere la coppa Italia anche nel 2011. Adesso ci penserà la Lega. Già, ma quale Lega? Quella dove l’onda Sabatini ha già messo sotto l’acqua il povero Renzi? Alla Virtus hanno altri pensieri, vi diranno, forse è così se pensano che per una eventuale presenza nell’Eurocup, a cui avranno diritto visto che Siena sarà in Eurolega sicuramente, ci penseranno. Speriamo sia soltanto perché sperano di essere nella coppa maggiore il prossimo anno.La provincia esclude.
Torna il campionato, lo sappiamo tutti, ma non ne abbiamo trovato notizia, almeno il calendario, sulla Gazza dei coriandoli dove fingono di essere addolorati nell’anniversario della morte di Candido Cannavò, un dolore finto perché per mostrare quello vero bastava continuare seguendo l’idea che ci sono tante cose da dire e da scoprire nello sport senza andare a cercare tra lenzuola e venditori di condom. Ci sarà tempo.
Telefonata in Turchia per sapere da Tanjevic come fanno a tenerlo ancora. Telefonata di qualche settimana fa. Lui, ridendo come cavallo, spiegava di essersi mimetizzato bene nella torre di Galata, favorito del Topkapi. Abbiamo provato a dimenticarlo, anche se appare impossibile avendo intorno tutti questi caporali maggiori , abbiamo provato a considerarlo reponsabile di tutti i mali dei suoi allievi, anche in quelli che fingono di non riconoscersi in lui, ma era impossibile. Certo capisci meglio Boniciolli se trovi un bell’articolo del Marrese “rubato” al basket dalla gloria di Repubblica e dei suoi settimanali d’oro, quando ci spiega che Trieste, stranamente, è la città dove si vive meglio in Italia, ma è anche quella con il maggior numero di suicidi. Ecco svelato l’arcano, ecco perché l’allenatore di Roma vive così male certe esperienze e non soltanto perché adesso Gino Natali è tornato nelle grazie presidenziali e già si occupa di mercato ombroso, come dice il Romanista. Comunque sia mentre ascoltavamo la radio castigliana che spiegava quello che sapevano già tutti, cioè che fra il Barcellona e le altre d’Europa e quindi di Spagna, ci sono distanze enormi, mentre pensavamo a Siena e alla sua coppa, a Pianigiani e alle sue caramelle al miele, nello stesso attimo in cui ci domandavamo se il Real avvelenato sfogherà tutto sui nostri campioni incerottati e spremuti mentalmente da questa dedizione assoluta alla vittoria, stanchi, ma felici, ecco la notizia della notte trovata su internet mentre cercavamo di capire perché l’Italia degli sport invernali, ma non solo quella, sbatteva le alucce su piste con troppo sole o troppa ombra, su sci, larghi o sottili, mal sciolinati, su giudici infami, su tutto quello che è Italian style, tipo le sceneggiate nel calcio dove si spiega bene perché in questo Paese la caccia va sempre fatta sparandosi sui piedi, dando all’arbitro tutte le colpe, prendendo gli allenatori e buttandoli dalla rupe, salvando i giocatori perché, si sa, quelli sono patrimonio, insomma in questa fase rem ecco la notizia: Boscia si alimenta bene mandando al diavolo il suo nemico Ataman, che si trova intrappolato nella battaglia contro il ramo slavo della squadra, poi si prende anche la coppa di Turchia. Magra consolazione, ma almeno qualcosa in tasca, lui, è riuscito a metterselo.
Notizia della settimana: Saturnino Niccolai, l’uomo che viveva fra le stelle come diceva il principe Rubini, si ritira dalla scena a 41 anni. Lo abbiamo amato alla follia. Lo avremmo voluto in tutte le nostre squadre preferite pur sapendo che, molte volte, non lo avremmo trovato in spogliatoio perché si era perso da qualche parte. Speriamo resti nell’ambiente, speriamo continui con i suoi camp per i giovani. Speriamo che non si avvicini troppo presto al fuoco del nuovo mondo.
Altra bella notizia: Torino ha avuto la finale di Eurolega. Vogliamo portarla una squadra di serie A nella città che più di altre meriterebbe di rubare la scena al povero calcio? Inventatevi qualcosa, ma, per carità, non ditelo in giro dove ci sono avvocati e aiutanti stilisti, dove ci sono maghi dell’economia al nero di seppia. A proposito di Torino: doveva essere un grande del nostro basket, il Caglieris delle meraviglie virtussine, in maglia azzurra, il regista delle battaglie più belle nella storia a spicchi, a dire finalmente la verità ai finti riformatori dello sport nella scuola: “ Con due ore di lezione che tipo di sport puoi fare? Vaglielo a spiegare. Pagelle prima che salti di nuovo la luce fra le pietre rosse.
10 A Shaun STONEROOK per come ha vissuto i suoi 9 anni italiani, per il rimpianto che abbiamo sapendo che non è mai stato con la nazionale per colpa sua, ma anche dell’invidia, delle piccole battaglie sull’uscio di casa dimenticando il resto. Perché con la nazionale italiana? Perché ci ha dato molto, ma è questo basket che lo ha rivelato nella dimensione europea.  
9 A Lino LARDO per come è arrivato alle finali di coppa Italia, per come ha presentato la Virtus che gioca bene anche dovendo sopportare giocatori che non fanno quasi mai quello che ti aspetti, o troppo timidi o troppo scarsi. Capolavoro.  
8 Ai MILLE della festa basket organizzata a Bologna dalla banda Sabatini che intanto si sdoppiava ad Avellino ricevendo in regalo il coro di tribune che lo considerano un uomo non davvero d’oro. Sono soddisfazioni, quelle di Bologna, sono tasse da pagare alla stupidità delle curve che tifano sempre contro qualcuno, mai per i loro galletti, quelle del tormento vicino ai tunnel di uscita.  
7 A MOMENTO BASKET, una rubrica che trovi soltanto a Roma sul giornale della sera, perché da un po’ di tempo il Pasquino che ascolta i belati, i lamenti, i rutti federali, poi li racconta, smascherando chi pensava di navigare sotto il livello dell’acqua, pronto ad azzannare le gambone di Meneghin. Aggiungiamo competenza ed affetto per il gioco e domandiamoci perché si deve leggere soltanto a Roma, accidenti.  
6 AI MATURI BASKETTARI pronti al grande raduno di Aprile in Castrocaro, pronti ad affidarsi al Raffoni che quando organizava la coppa Italia a Forlì non aveva bisogno di finti sostenitori per essere onorato nerlla giusta maniera.  
5 A Matteo BONICIOLLI se prima di aver rimesso davvero a posto la Lottomatica, se prima di aver capito se sarà ancora lui l’uomo per Toti, adesso che i ser biss capitolini sono tornati a sibilare, nominerà ancora Siena per farci sapere che è attaccabile, sì se hai tutte le palle e le rotelle a posto come diceva Lardo, che non deve essere guardata con complesso d’inferiorità come ha detto bene Frates. Lasci perdere e non tiri fuori lo sfortunato Datome, ma quante volte si fa male?, quante partite vere ha giocato per Roma?, la storia che è assurdo lavorare per poi dare un giocatore a Siena. Se il Montepaschi ci avesse creduto non sarebbe mai andato via dalla conchiglia della piazza.  
4 Al FESTIVAL cinematografico di Berlino che ha premiato il film Miele, pellicola turca, senza rendersi conto che l’arnia padronale dove il miele scorre davvero è quella di un basket permaloso e mai autocritico che s’illumina d’incenso anche quando i giocatori si grattano los marones.
3 Alla PEPSI CASERTA per essersi sciolta nel momento in cui la sua gente voleva il massimo: succede se non ti accorgi che i troppi complimenti mandano in paranoia i ragazzi fragili. Fate conto delle copertine colorate, andate a vedere cosa è successo dopo. Soltanto dei grandi flop. E la colpa, badate bene, non è delle copertine, ma del turibolo che arriva sulla testa degli interessati.  
2 Al mitico e sempre mite Ario COSTA che si è appoggiato con troppa foga sulla porta dello spogliatoio degli arbitri dove si proteggeva il pettirosso che ha fischiato e deciso una partita drammatica come quella fra Cremona e Ferrara, brutta e forse decisiva, per una venialità. Loro, gli arbitri, sono fatti così: il basket lo inventano come più gli piace e ad Avellino abbiamo visto cosa vuol dire due pesi e due misure, ma forse Tola non se ne è accorto.
1 All’OLIMPIA LUBIANA che per anni abbiamo amato come scuola grandissima del basket europeo, che è sempre stata società di riferimento per chi voleva costruire non avendo grandi mezzi: adesso smobilita, ma speriamo si rimetta presto in gioco, anche se non tutti quelli che ha lasciato andar via erano da prendere in altri posti. Ma, si sa, quando serve compri tutto.
0 A Piero BUCCHI perché la sua ARMANI, proprio tutta sua, non convince e non arriva ai bersagli minimi in Europa e in Italia, perché ai tifosi delusi di quella che una volta era la squadra dominante, non puoi dire che assolvi i giocatori per aver fatto segnare pochi punti ad Avellino. Prendersi le responsabilità, non chiuderle fuori dalla porta come se fossero sempre tutti bambini del minibasket. A Rimini lo faceva benissimo, a Napoli pure. Cosa sarà accaduto?
Oscar Eleni

di Stefano Olivari

L’appassionato ha bisogno di identificarsi nelle sue squadre ma anche di sognare, pur essendo consapevole dei limiti finanziari del basket italiano. Il passato insegna che grandi operazioni di mercato si sono spesso trasformate in intuizioni tecniche e in amore sconfinato del pubblico.

Prendendo in considerazione solo Milano, i grandissimi acquisti del Borletti-Simmenthal sono così numerosi che si fa fatica a definirli ‘colpi’. Rubini (arrivato già nell’epoca della Triestina Milano), Stefanini, Romanutti, Pieri, Riminucci, Giomo, Vianello, Vittori. Ma il colpo dei colpi di Bogoncelli rimarrà per sempre Bill Bradley nel 1965: capitano della nazionale Usa oro olimpico l’anno prima a Tokyo, Rubini lo aggancia dopo un epico viaggio in auto Milano-Budapest dove Bradley è impegnato nelle Universiadi. Saputo che la sua priorità è il master ad Oxford, il Principe gli offre di fare l’americano di coppa. Due presenze al mese e nessun obbligo di allenarsi con la squadra. Un aiuto decisivo per la conquista della prima Coppa Campioni della pallacanestro italiana e per far parlare del Simmenthal nel mondo. In un’Italia paleo-televisiva, dove tutto arriva per sentito dire, l’arrivo della futura stella dei Knicks e futuro senatore ha l’eco mediatica del mito: superiore, in proporzione al contesto, a quella di un LeBron James che domani mattina cedesse alla corte di Proli. Ma negli anni Sessanta fanno epoca anche i colpi dei Milanaccio, sulla sponda All’Onestà. Memorabile l’ingaggio di Tony Gennari, da record l’acquisto di Enrico Bovone dalla Ignis: cinquanta milioni a Varese e al giocatore un quadriennale da 12 milioni a stagione. Pioggia di editoriali indignati, ma presto qualcuno farà meglio. Da prima pagina anche i 250 milioni di lire del 1977, che la Xerox paga alla Sinudyne Bologna per Gigi Serafini. I colpi a sensazione anni Ottanta sono ovviamente tutti targati Olimpia: senza discutere del valore tecnico dei giocatori, a livello di impatto mediatico vincono senza dubbio il Dino Meneghin 1981 da Varese, l’Antoine Carr del 1983 (fresco di ottava scelta assoluta al draft NBA) e soprattutto il Joe Barry Carroll 1984 (prima scelta assoluta nel 1980, arriva in mezzo ad una eccellente carriera NBA), mentre l’arrivo di Antonello Riva nel 1989 da Cantù può essere considerato l’ultima vera operazione stellare sul fronte italiano. Fa sensazione il trapianto Stefanel (Gentile, Fucka, Bodiroga, De Pol e Cantarello insieme a Tanjevic), ma al di là dello scudetto non emoziona più di tanto. Ancora più grandi sono stati i sogni (il più concreto quello di Kevin McHale nel 1980), che insieme alla realtà costituiscono la vita.
stefano@indiscreto.it
(Pubblicato su Superbasket)

di Stefano Olivari
Il Festival di Sanremo non è più quello di una volta, quando la mattina dopo la finale fischiettavi il ritornello del vincitore: questa almeno è l’architrave ideologica dei cultori del passato, dilaganti questa settimana su tutti i canali a colpi di Tony Dallara e di Homo Sapiens (li sfidiamo però su Mino Vergnaghi). Ma nemmeno la NBA è più quella di una volta, visto che sta perdendo centinaia di milioni come se fosse una serie A o una Premier League qualsiasi.
Quale è quindi la differenza fra la NBA e le altre grandi leghe professionistiche che bruciano soldi nel nome della gloria personale, per non dire di peggio, dei proprietari di squadre? Che la NBA vuole smettere di perderli, a partire dal 2011 e cioè da quando avrà la possibilità di uscire unilateralmente dal contratto collettivo ridiscutendo il tutto al ribasso; dal salary cap alle ormai infinite ‘eccezioni’, dalla Larry Bird (che consente ad un club di rinnovare il contratto ad un suo giocatore sfondando il cap) alla Mid-Level (che consente di ingaggiare un giocatore, sempre sfondando il cap, all’ingaggio medio di un giocatore NBA: attualmente circa cinque milioni e mezzo di dollari l’anno).
Senza addentrarsi in tecnicismi, la lega a livello aggregato chiuderà questa stagione in rosso di 400 milioni di dollari: sembra una cifra immensa, ma è il valore di mercato di una delle trenta franchigie, e non stiamo nemmeno parlando dei Lakers. Comunque una cifra preoccupante, che si somma al fatto che dal 2005 ad oggi le annate a livello generale si sono sempre chiuse in perdita (sia pure a quote inferiori). I nomi di chi è messo peggio? Atlanta, Memphis, Detroit, Miami, Orlando, New Orleans, Oklahoma City, Indiana, New Jersey, Minnesota, Charlotte, Milwaukee and Philadelphia. Non solo mercati modesti, ma anche metropoli. Non solo situazioni sportive e di immagine depresse, ma squadre da titolo nel recente passato (Detroit, Miami) o nel presente (Orlando, Atlanta).
Insomma, una brutta storia a cui si sta cercando di mettere una pezza riducendo la percentuale del costo del lavoro (dei giocatori) sui ricavi: attualmente è al 57%, percentuale che dagli Angelopoulos della situazione (i proprietari dell’Olympiacos, nipoti della Gianna olimpica) sarebbe considerata virtuosa, ma che nei progetti di Stern e proprietari dovrà scendere di molto. Il gigantismo-record dell’All Star Game di Dallas, con decine di migliaia di persone che hanno guardato un megaschermo, ha quindi segnato la fine di un’epoca. Visto che tutto sarà ovviamente strutturato per non perdere le stelle, è sicuro che ad essere picconata sarà la classe medio-bassa. Nella lega nessuno può guadagnare su base annuale meno di 475mila dollari (parliamo quindi di un rookie scelto tardi nel draft o proprio non scelto), questo significa che l’Europa dei magnati a fondo fintamente perso potrà pescare ancor di più di quanto non faccia dal nono della rotazione in avanti (a referto si va in 12, ma i contratti possono essere 15). Il famoso ‘ricco che mette i soldi’, base dello sport professionistico extra-americano, potrebbe conoscere una nuova stagione di effimera gloria.
stefano@indiscreto.it

di Oscar Eleni
La finestra di Paola Porelli, gli orgasmi NBA, il rimpianto per i cacciati, gli italiani di Roma, i tre che diranno no, la coppa dei veleni e la spiegazione di Esposito. Voti a: Michelori, Brunner, Galanda, Childress, Magnoni, Dal Pozzo, Sidoli, D’Antoni, Bargnani e Crosariol…

Oscar Eleni ai piedi della scalinata Potemkin nel cuore di Odessa, vedendo la carrozzina di Ejzenstein scendere inesorabilmente verso il mare del silenzio, quello dove vorresti immergerti cercando l’abisso che serve per isolarti dal dolore. Paola Porelli che ha cercato in tanti modi di farci dimenticare la storiella sui chirurghi con mano dolce, ma pensiero debole sulla filosofia dello stare bene senza i pezzi del tuo corpo che si sono presi, ha deciso che senza l’avvocatone non aveva quasi più senso guardare persino i nuovi ragazzi della sua famiglia Virtus. Con l’ironia di sempre ha deciso prima di chiudere la finestra sul mondo, poi, dopo aver salutato i fedelissimi Matteo, Mario, Lorenzo, ha deciso che aveva voglia di andare a scoprire se anche in un’ altra dimensione, deve esserci un pianeta Porelli dice la scienziata Margherita Hack, il suo Gigi Torquemada aveva trovato il modo di macchiarsi la cravatta, la camicia, la giacca, il maglione, urlando al capo degli angeli, o, magari, anache al capo dei diavoli, che la macchia è libertà. Ma dai, Gigi, non vedi che state esagerando con la vodka di Odessa, guarda la camica, guarda che macchia. Nando (lui la chiamava così dopo aver confessato che quando si erano incontrati gli piaceva quella grinta in sorriso con velluto) non mi rompere, le camicie si lavano, le giacche si puliscono, ma vuoi mettere come si sta bene quando si è liberi. Va bene, cara Paola, si prenda pure le nostre lacrime da coccodrilli di palude e vada avanti a sentire se l’Avvocato ha già deciso che la prima suite sul mare della tranquillità la daranno sempre a voi. Noi siamo ancora nell’isola di chi vola sospeso, preoccupati che Dan Peterson, questa volta, si rialzerà con fatica perché adesso abbiamo scoperto che all’Avvocato doveva tutto, lo rispettava, lo seguiva, lo considerava il suo guru in eurolandia, ma era nel collegio famiglia della Virtus, quello che era scuola di vita ed aveva una regina come madre di tanti ragazzi in viaggio senza sapere dove sarebbero andati a finire dopo la gloria sportiva, dove lui, viaggiatore avido di capire altri mondi, partendo da Evanston, si sentiva protetto, dove ascoltava la musica di parole che ora non ci saranno più.

Con questo stato d’animo, sapendo che la Virtus sarebbe andata ad un partita farsa in quel di Napoli, senza che molti si potessero accorgere del lutto che aveva sulle maglie, ci è venuta la rabbia del contradaiolo senese della Civetta, quel Cecco Angiolieri che se fosse stato fuoco avrebbe bruciato lo mondo. Lo prendiamo in parola e lo preghiamo di aiutarci a fare la stessa cosa adesso che abbiamo scoperto sulla Gazza dei coriandoli che tira più una farsa NBA di tutto questo campionato al traino di Siena che ora si sente accusare anche di essere la rovina per gli altri, da quando, sono 4 anni, vince e lascia soltanto qualche briciola, ma anche di se stessa perché, dicono i soloni, non avendo competizione seria nel suo campionato poi è impreparata al basket fisico dell’eurolega dove adesso svernano arbitracci da colonna infame. La Gazza degli orgasmi ci fa tenerezza, ma ricorda tanto il povero basket che fa di tutto pur di non affidarsi a gente competente della materia: dopo Cannavò un bel filotto con direttori che non vengono dallo sport. Tanto, dicono, quelli dello sport si accontentano di tutto se hanno sopportato certa gentaglia, se ridono con Severgnini, e se hanno beatificato persino Biscardi e le tragiche maschere proposte nel tempo.
Anche questa pallacanestro italiana, che finge di rimpiangere dopo averli scacciati, combattuti, ignorati, umiliati, i Porelli, gli Allievi, i Bogoncelli, i Bulgheroni, i Dorigo, i Parisini, i Cappellari, i Giancarlo Sarti, i Crovetti, i Peterson, i Rubini, i Tracuzzi, i Corsolini, insomma questo nuovo generone di furbetti del quartiere, ha una grande abilità nel promuovere chi non ha quasi niente da proporre nel torneo delle idee. Se fossimo foco dovremmo bruciare chi pensa di animare uno spettacolo sportivo, una partita importante, mandando musica al massimo volume, inventandosi per la centesima volta, la formula al di là e al di sopra del gioco. Tutta gente che va in uno spogliatoio, prima di partite determinanti, di spareggi, urlando ai giocatori “ mi raccomando, concentrati”. Roba da ridere, da impalamento, ma così vanno le cose.
Se fossimo foco bruceremmo il contratto dell’Armani con Mike Hall, ma anche con chi lo ha preso e lo protegge, manderemmo sul rogo chi si è inventato l’insulto per l’ex di turno, Cotani preso a pernacchie nella Biella dove era convinto di aver lasciato qualcosa, Boniciolli insultato dalla stessa Avellino che gli aveva promesso monumento equestre dopo la vittoria, l’unica nella loro storia, in coppa Italia. Bruciare chi ha convinto Pianigiani ad accettare questa Nazionale perché ogni volta che vedi i candidati all’azzurro ti viene un freddo nelle ossa da gita in Groenlandia in maniche di camicia. Meno male che il presidente del Coni Petrucci è a Vancouver per ballare quando il segretario Pagnozzi canta nella casa Italia così accogliente, perché non sapremmo spiegargli cosa succede a Roma quando ha tutti gli italiani disponibili: nel bosco di Avellino, davanti ai lupi di Pancotto, i ragazzi d’oro hanno fatto strage di 4 in pagella, ma, si sa, loro sono superiori, poi vanno a parlare con i sostenitori della scuola italiana dell’obbligo e si rasserenano.
Noi ci teniamo ancora stretti a Basile, Marconato, Galanda, Mordente, Michelori, Di Bella, ma sappiamo che non andremo lontano neppure con il loro modo di vivere questo sport, pronti a scommettere che in agosto non vedremo in Italia i tre della NBA. Da cosa lo abbiamo capito? Istinto. Animalesco istinto, ma, come dice Ettorre Messina che è già in quaresima sulla pradera di san Isidro, inutile mettersi fuori dall’aeroporto con il cappello in mano e la limousine pronta per giovanotti che già si divertono nell’atmosfera della notti stellate NBA.
Se fossimo fuoco andremmo ad Avellino per scaldare una coppa Italia che sembra nata focomelica, fra sorteggi sospetti, con un programma demenziale, con alleanze che diventeranno odio appena le luci saranno spente. Se fossimo foco diremmo ai senesi di respirare profondo e di regaralarla questa coppa Italia, così avremo l’illusione che chi comanda nella città dei canestri ha deciso di scegliersi sfidanti con la goccia d’oro. Non è così anche se Caserta rappresenta qualcosa di speciale e non soltanto perché dopo 19 anni è tornata vincere sul campo di Milano dove con la maglia taroccata Olimpia giravano i fringuelli dell’ornitologo Bucchi, del tenero Livio Proli che sembra soffocare quando intorno c’è soltanto il sottofondo del bisbiglio di chi sfrutta le fasi morte di una partita per poter parlare con il vicino chiedendo quasi sempre la stessa cosa: ma sono davvero i secondi o i terzi del campionato quei tipi lì con la casacca Armani?
Certo che lo sono, anche se le rivelazioni dell’anno sono a Caserta e a Montegranaro,in attesa di capire tutto il resto mentre Boniciolli finge di essere diventato capo minatore con anima dolce dopo lo schianto di Avellino, il magone irpino, dove Repesa chiede scusa ad Esposito, il Vincenzo che ha scoperto di odiare i giocatori simili a lui e ai suoi amici più cari di un tempo che fu, perché ha scoperto dal Diablo, allenatore in Trento, che il male vero del basket italiano sono gli allenatori stranieri. Lui è l’unico rimasto, è rientrato in corsa, ma non sapeva di aver avvelenato la fonte. Confusione di Vicienzo? Conufusione del cronista coriandolo che non ha neppure fatto notare il peccato di voce? Forse si riferiva agli stranieri che, come uccelli di rovo, passano, lucrano e migrano. Volete anche le pagelle? Peggio per voi.
10 Al MICHELORI che ha sdrumato il povero Mike Hall, che ci ha messo tutto quello che aveva per ricordare bene chi era e cosa avrebbe potuto dare prima di scontrarsi con mastro volpe nella Milano con memoria, non quella astiosa di oggi dove un piccolo borosauro affronta ex giocatori, negandogli omaggi, con la domanda: ma tu cosa hai fatto per l’Olimpia? Quelli, sbalorditi, umiliati, indicano le due stelle dei 25 scudetti sulle maglie, quello non capisce. Avevate dei dubbi? Chiedere all’ufficio turistico modenese.
9 Al BRUNNER di Montegranaro che avrebbe fatto davvero comodo a questa Biella in caduta libera. Sono tipi come lui, come il Rocca sano, come Kenney, come Sojourner che resteranno per sempre nel cuore, come Raga festeggiato nel suo ritorno a Varese per il Ponte del sorriso.
8 A GALANDA e CHILDRESS che hanno pilotato Varese in una vittoria fuori casa che potrebbe valere oro, che è diventata sollievo per il dolore del Gianfranco Castiglioni che al basket andava sempre con il suo fedele Diego che adesso lo ha lasciato solo.
7 Ai MATURI BASKETTARI di Magnoni e Dal Pozzo che hanno deciso di radunarsi nella terra magica di Castrocaro, il feudo dell’indimenticato Battistini che ai tenori cani consigliava il pareggio quando stonavano nelle albe vincenti, adesso ne troverebbe tanti fra i dirigenti dell’italbasket. Appuntamento ad Aprile. Speriamo di farcela proprio tutti, potrebbe essere l’occasione giusta per i riconoscimenti dei nuovi entrati nella Hall of Fame dopo le rinunce ad Avellino. Affidatevi a Raffoni ed avrete qualità e affetto.
6 All’indomito ex arbitro SIDOLI che ha portato a Quattro Castella gente nobile da premiare, gente giusta, ma il suo capolavoro è stato quello di essersi ricordato del Pedro FERRANDIZ hidalgo gentile, raffinato, intelligente, ex rivale del suo amico Rubini quando era al Real, l’uomo che nel museo di Alcobendas ha la storia di questo sport.
5 Ai TRUCIDI che vorrebbero impedirci di celebrare il campionato italiano dei filippini, quello vinto dal gruppo di San Felice, Milano zona Forlanini, città giardino dicevano una volta, forse lo dicono ancora, sul mitico campo bolognese dello Sferisterio, quello del basket femminile ai tempi di Baratti, quello dell’epopea legata al Civola.
4 A Mike D’ANTONI un po’ perché i suoi KNICKS ci fanno passare delle brutte notti, ma anche per non aver dato nessuna assicurazione sul Gallo azzurro. Che fosse imbarazzato lo si è capito nella scarna storia americana del duo DAN e DINO. Mondi diversi, come quando erano re di Milano, magari si stimavano, ma non era proprio uguale la condivisione della vita intorno al gioco. L’unica cosa che li univa, sempre, era la voglia di successo.
3 Ai CRITICI che hanno trattato male l’ultimo lavoro di Federico MOCCIA, l’artista che ha legato il suo marchio AMORI alla Fortitudo sempre in pericolo di estinzione se tutti i suoi innamorati veri non faranno un assemblea permanente con il responsabile dei tifosi Pellacani per arrivare alla soluzione antifallimento. Soltanto per questo gesto tutto quello che scrive, canta, produce, merita dieci.
2 Ad Andrea BARGNANI che per spiegarci la nuova dimensione raggiunta con i Raptors racconta in questo modo la scoperta della serenità: “ Io tiro appena vedo luce, se segno bene, altrimenti pazienza”. Già.
1 Al CROSARIOL che sul campo di Avellino cercava di far capire a tutti, meno che all’allenatore, cosa gli stava passando per la testa mentre gli avversari passavano sul suo fantasma. Certo era impegnato nel famoso ciapa no esoterico con Vitali poco vitale, con Gigli poco candido, con Datome vicinissimo a dacome?, con Giachetti rimasto senza alamari sulla spalla che faceva male ogni volta che giocava male.
0 Alla LEGA come premio speciale per la coppa Italia che sta per partire. Mettere le due squadre campane alla prima giornata, lasciare il vuoto per la seconda, è un capolavoro che qualifica tutto il resto, calendari, soste, orari, accidia nel caso Napoli, ignavia in tutto quello che avrebbe dovuto essere il bene comune.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
L’importanza del circo NBA,  il calore di Avellino e la favola di Aradori.

Dicono che le labbra delle alici salate siano molto fredde. Non domandatevi cosa si beve e cosa si fuma quando uno apre così, diciamo che lo fa per seguire la moda arbitraria del nulla con palla al centro. Perché? Beh, se dobbiamo scoprire cosa facevano i calciatori quando tiravano coriandoli, se dobbiamo ancora entusiasmarci se annunciano una nuova tournèe dei Globetrotters, se consideriamo più importante di ogni cosa del nostro basket il circo intorno alla NBA, contenti che il Gallo giochi e perda con i secondo anno contro le matricole, facendo anche una figura modesta, eccitati per la sua gara nel tiro da tre punti, allora è meglio studiare le labbra delle alici salate.
La terza giornata di ritorno chiude la prima fase: da domani, chi c’è, Cantù ci sarà, potrà pensare alle finali di coppa Italia nel “fresco” palazzo di Avellino dove oggi Roma, ma soprattutto l’ex Boniciolli, conosceranno il sapore dell’ospitalità per chi è contro, per chi è andato via. Ci sarebbe da fare tanti ragiornamenti su questa stagione dove l’avvocato Papalia ci aiuta ad entrare nel Carnevale annunciando che andrà fino alla Cassazione per sapere se è davvero colpevole di aver reso ridicolo un campionato professionistico. Soldi in legali, non per i giocatori e per questo Napoli è un fantasma nell’opera.
Speriamo non lo diventino quelli di Varese che vanno a misurare la febbre di Biella, quattro sconfitte nelle ultime cinque partite, consolandosi con la favola dell’Aradori Arad’oro promosso campione perché tira bene. Speriamo che non perdano contatto con la bella realtà del Cantuki i giocatori della NGC che vanno a trovare l’architetto Frates, un ex ricordato per i suoi colpi di martello, per certi urlacci, incubo, purtroppo, per i ragazzini delle giovanili, e questo era un grave errore, uno stimolo giusto per i professionisti, e questo era il bene del gruppo e della società. Due trasferte difficili, due prove per non farsi venire l’idea che il domani non ha ancora certezze. Varese è vicino alle boe come il catamarano Alinghi, Cantù è vicino alla festa di coppa, ma sogna di prendere per la coda la Caserta del Pino Sacripanti che sarà al Palalido contro Milano che quando gioca nella sua vecchia chiesa non apre quasi mai i botteghini.
Oscar Eleni

di Stefano Olivari
Aaahhh, non c’è più la NCAA di una volta…Quella degli allenatori che costruivano, rimanendo trenta anni sulla stessa panchina e trasformando diciottenni di talento in ventiduenni pronti per il professionismo sportivo o nella peggiore delle ipotesi per la vita (con una laurea in tasca, ottenuta senza spese per le famiglie). In realtà questa NCAA non esiste più almeno da metà degli anni Novanta, per quanto riguarda i giocatori con la certezza di essere scelti ai primi posti del draft e quindi con il contratto garantito.
Per tutti gli altri non è cambiata di molto: l’uscita anticipata rispetto ai quattro anni canonici è ad ogni livello un salto nel buio: significa mettersi in gioco nelle summer league o nella Nbdl (ultimo esempio l’ex trevigiano Cartier Martin, che alle sicurezze Benetton ha preferito gli Iowa Energy e i decadali degli Warriors) sperando nella gallina Nba domani o scegliere l’uovo oggi dell’Europa dagli stipendi incerti e dai patron cialtroni.
Quando nel 1974 Moses Malone passò direttamente dalla high school al professionismo (gli Utah Stars della moribonda ABA) fece scalpore, pur non essendo il primo caso del genere. L’anno dopo fu il turno di Bill Willoughby (memorabile una sua stoppata a Jabbar nei playoff 1981) e del più famoso Darryl Dawkins, poi la carica dei diciottenni e dintorni riprese con Kevin Garnett nel 1995 e da lì (Kobe 1996, eccetera) non si è più fermata: è stata limitata, per legge Nba, solo dal 2006 (l’estate di Bargnani prima scelta assoluta) visto che la posizione di Stern è che sia meglio far entrare nella lega personaggi più formati sotto il profilo umano e soprattutto trainati mediaticamente dalla loro carriera universitaria.

Dove vogliamo andare a parare? Sul fatto che l’anno obbligatorio di università, o comunque di ‘non NBA’ (vedi Brandon Jennings a Roma, con la degenerazione di Jeremy Tyler in Israele), ha creato un mostro chiamato ‘one and done’: un anno di college e poi tanti saluti. Non è una novità di oggi, ma guardando le ultime partite di Kentucky è senz’altro una novità che almeno tre freshman (cioè al primo anno) di quelli a disposizione di Calipari abbiano una concreta possibilità di essere scelti al primo giro del draft e quindi di lasciare subito il college che li ha scelti. Si tratta ovviamente di John Wall, sicurissima prima scelta assoluta, del suo (per così dire) compagno di reparto Eric Bledsoe, dell’alona (che in concreto sta giocando da centro) DeMarcus Cousins. Possibilità di primo giro anche per il super-atleta Patrick Patterson (che però è junior, cioè al terzo anno) e modeste speranze per Darnell Dodson che è al primo anno di Kentucky ma formalmente è un sophomore (cioè un secondo anno, avendo fatto una stagione di junior college). E in panchina ci sono altri freshman pazzeschi, oscurati dalla popolarità di Wall, come il Mister Basketball del Kentucky Jon Hood e Daniel Orton. Se gli ultimi due citati non si dichiareranno eleggibili per il draft del 2011 sarà solo per il possibile lock-out NBA. Ammettiamo di seguire le partite su Espn e su Sky con lo spirito di chi assiste al Wall Show, quindi forse non siamo lucidi: ma è evidente che Kentucky al di là dei sempre discutibili ranking (RPI o non RPI, adesso è fra la posizione numero due e la tre assolute) sembra la Primavera di una squadra Nba non solo per la qualità dei giocatori ma proprio per lo stile di gioco che con un eufemismo si potrebbe definire ‘individualistico’. Così tutto è incentrato sulle performance dei singoli: nella scorsa notte non abbiamo visto la partita intera (ma il servizio sì) della prima doppia doppia (22 punti e 10 rimbalzi) di Wall nella vittoria su Alabama, ma tutto quello che si è letto era incentrato sulla prestazione sua e di Cousins (lui doppiodoppista quasi abbonato).
Non è un caso che coach Calipari, anche lui al primo anno a Kentucky oltre che re dei reclutatori, li faccia giocare così: inutile insegnare basket a chi fra poco se ne andrà, meglio cavalcare il talento e cercare di vincere il torneo finale. Conclusione: quella dei 19 anni è un’ipocrisia, che non migliora la NBA ma di sicuro peggiora la NCAA togliendole identità e fascino. Mettendo oltretutto grande pressione addosso ai ragazzi, considerati sfigati da molti scout se osano completare i quattro anni.
stefano@indiscreto.it

di Oscar Eleni
L’anima di Messina, l’addio di Binelli, il ritorno di Repesa, il godimento di Bucchi, Lavrinovic a pezzi, la disperata ricerca dei Seragnoli. Voti a: Frates, Giachetti, LeBron James, Hall, Gazzetta, Giba, Cremona e Ferrara.  
Oscar Eleni da Vicchio, nel Mugello, dove è nato Guido Di Pietro, meglio conosciuto come il pittore Beato Angelico. Camminata sui marroni rimasti dopo aver visto i Santi di New Orleans prendersi la super coppa del football, dopo aver girovagato nei chiostri del convento di San Domenico, zona di Fiesole, per capire se il blu di lapislazzuli del nostro artista, se il suo oro in foglia, possano aiutarci a comprendere meglio la sua Annunciazione che si presenta sempre come primo incanto se entri al museo madrileno del Prado dove Ettore Messina va a disintossicare l’anima quando il Real le prende e si fa male come a Tel Aviv, quando si ferma meditando nella sala degli impressionisti chiedendo al povero Molin se sogna o se è sveglio adesso che deve andare a Siena per capire cosa resta del sogno europeo dei campioni d’Italia.

Viaggio nella beatitudine e scusate se è poco, cominciando dalla partita d’addio di Gus Binelli a cui vorrebbe partecipare persino il presidente federale Dino Meneghin che avrebbe tanta voglia di spintoni onesti, stanco di questi sgambetti alla carbonara, sfinito come succedeva al Beato mentre lo obbligavano alla povertà e all’ascetismo nell’ordine dei domenicani osservanti. Beato Fabrizio Frates che ha scoperto di avere una squadra vera, di avere intorno uomini giusti, gente che gli ha curato con una grande partita la cirrosi per quei fischi di chi l’anno scorso a Caserta lo tormentava, destino da Alatriste che, però, si toglie anche sassoloni dagli scarponi. Beato Manero Vacirca per aver portato nel borgo delle tomaie nobili il bulgaro Ivanov, uno che giura di saltare bene a rimbalzo d’attacco perché lo vuole il dio di Varna.
Beato Boniciolli che scopre come si possa avere il massimo dalla fascite di Giachetti, come l’aroma Repesa dia vitalità a tutti, salvo le facce dei tipi come Winston che ancora non hanno scoperto che in città è arrivato un nuovo sceriffo. Deve essersene accorto anche il presidente Toti confrontando il poeta Tourè con questo Dragicevic che va comunque preso con le molle perché dobbiamo ancora capire come ha organizzato la fuga dalla Stella Rossa. Beato Repesa che, contrariamente a Frates, quando torna nei posti dove ha lavorato, lo applaudono, lo baciano, gli regalano fiori, ma poi sono legnate: alla Fortitudo non giocarono mai così bene come contro Gelsomino per la gioia delle vedove bugiarde, alla Lottomatica non vedevano da tempo una Roma così armonica, certo non avevano da portarsi dietro le promesse del marinaio Nicevic, quello che all’arrivo di Rep assicurò il mondo verde per una nuova era. Non aveva aggiunto che lui avrebbe fatto soltanto lo spettatore. Certo alla Benetton non farà in fretta a capire tutti quei ragazzi che guardano per terra, che senza palla non si muovono, cominciando dal giovane Gentile che sarà anche convalescente, ma deve almeno provare a graffiare. Beato Wallace, nome da eroe scozzese, che ha scoperto come si viva nel mondo dei due pesi e delle due misure prendendosi due intenzionali che non erano niente di più di quello che facevano i difensori del Lotto pontificio. Stessa scoperta dell’Amoroso chiaccherone di Varese, del Minucci che ad Istanbul si è reso conto che girano le palle se gli arbitri hanno la bilancia truccata e Brazauskas, più del solito finlandese, è un tipo da sorrisino carogna e da fischiata punitiva.
Beato Capobianco che perdona la sua Teramo ingolfata sapendo che se ci sarà salute, ma soprattutto difesa seria, se tutti salteranno nel tempo giusto, i play off non saranno chimera, ma, per favore non date per certa la presenza in nazionale dei suoi allievi prediletti. Devono sudarsela e migliorare tanto. Beato Bucchi, l’unico che riesce a godere se la sua corazzata milionaria fa segnare meno di 60 punti alla penultima in classifica, felice del secondo posto in solitudine ora che aspetta Caserta al Palalido visto che al Forum canta Vasco Rossi. Una sfida importanate nella piccola arena dei sospiri, ma questa è Milano, questa è la vera realtà della città meno europea che ci sia, come del resto sapete dopo aver visto gli allenamenti in eurolega. Beato Sacripanti che ieri ha radunato la under 20 a Caserta, ma ancora non aveva bruciato il ramo dove la sua Pepsi si era appesa per bere in santa pace la gioiosa festa dei complimenti anticipati lasciando soltanto il povero Michelori in mezzo alla tonnara di santo Brunner, di santo Maestranzi, di santo Cavaliero. Meglio se si torna alla politica dove i santi bevitori, avidi di tutto, dimenticano le mozzarelle sontuose e si adattano al pane dei pastori.
Beati italiani in giro per l’Italia senza che nessuno riesca a spiegarci perché, ad esempio, uno come Antonutti non fa mai passi decisivi per essere vero zogador, perché Macigno Lechthaler si intestardisce a voler fare Nureyev quando andrebbe bene anche se soltanto decidesse di essere il doganiere nella difesa Montegranaro. Beato Pianigiani che si trova nel momento più delicato con Lavrinovic in pezzi. Dire che si dovevano centellinare le forze quando era più facile perdere qualche partita sembra brutto, ma quella smania di voler sempre essere spietato adesso gli sta arrivando contro perché da via Vitorchiano il boomerang sta tornando e vedrete che presto avremo la solita corale guelfa per farci sapere che il basket italiano è in quarta fascia come nazionale, ma anche come club rischia di essere persino fuori dalle prime otto europee, anche se per adesso, fa più impressione la crisi del Panathinaikos dove i tifosi pregano Obradovic di restare comunque. Che ci sia connessione sulla chiantigiana.
Beato Vujosevic, beata Belgrado, beato Partizan. Diciamo che quando vai dove i maestri si chiamavano Novosel, Nikolic, Zeravica, da Belgrado a Zagabria, passando per Lubiana e la Bosnia, allora scopri che non ti serve soltanto la potenza economica. Si lavora, gente, certo hanno più fame di questi bamboccioni, ma se poi andate a vederli in palestra, in certe palestre piene di lustrini, di progetti a voce, allora capirete la differenza e scoprirete perché far giocare i ragazzi della corale oratoriana è così difficile. Beata gente che ancora dà ascolto ai Papalia. Quello che finge persino di rifiutare la A dilettanti per uscirsene senza troppi danni per la società, insomma un lodo Fortitudo allargato. A proposito di Fortitudo Bologna. Beato Forino che lavora sempre come se le Aquile fossero pronte a tornare nel grande nido. Chi conosce regole e bilanci trema e vorrebbe sfregare una lampada per trovare in Seragnoli qualcosa che pure deve essergli rimasto dopo gli anni splendidamente sofferti con quella società. Tutti dicono che non avremo miracoli, ma soltanto processioni e proteste. Dolore. Beato Bonamico, presidente della Lega di A2, che a dispetto degli altri consiglieri federali, diavoli dentro e fuori, diavoli ma non cervelloni da machiavellico certame, se ne sbatte se gli organizzano un consiglio quando lui è costretto altrove dalla sua carica nella seconda lega. Lui tira dritto e se avrà qualcosa da dire vedrete che troverà la cassa di risonanza per far saltare tutte la case matte dove si annidano i fedeli della confraternita gomme e pennini.
Pagelle per la gola.
10 Ai NUOVI ELETTI nella casa della gloria che sono riusciti a vincere la battaglia del decentramento. Non andranno ad Avellino, ma aspettano fiori e spumante nella prima occasione dove all’anziano campione, alla gente che fatica a viaggiare sarà offerto un trasferimento comodo, un atterraggio semplice.
9 A Fabrizio FRATES e alla sua bella squadra perché quello che ha fatto a Caserta è un capolavoro del gruppo. Non dite che vi ha sorpreso, non dite che avete dimenticato quello che ha fatto quando non doveva litigare col mondo. Persino in Nazionale ha dovuto travestirsi.
8 Al GIACHETTI rivisitato dall’ispirazione quando doveva confermare sul campo quello che aveva detto del suo ex allenatore a cui riconosce il merito di avergli almeno cambiato la testa, cosa che si rifiutano di capire soltanto quelli che vanno dietro alla corale del cielo, quella dove la superbia non lascia spazio, quella dove le malie di Amelia vorrebbero far diventare principi anche i rospi che, magari, segnano tanto, ma usano il piumino in difesa.
7 A LE BRON JAMES che per una partita ha accettato anche di giocare come regista, distributore di gioco e caramelle in quel circo dove si può tutto. Bel segnale per Pianigiani e Bucchi: se proprio non sanno come risolvere il problema architetto in Nazionale all’Armani provino a fare sondaggi nella testa di Mancinelli, potrebbe essere una soluzione interessante, nuova, basta convincerlo che il tiro non è nel suo dna.
6 A Mike HALL perché non esiste giocatore capace di far venire i sudori freddi nello stesso momento in cui si preparano feste per celebrare il suo ritorno nella casa del sidro, quella dove tutti si sentono principi perché pensano di aver ereditato qualcosa da chi fu veramente grande, veramente re del sistema costruito in città e non prendendo braccianti da fuori.
5 Alla GADGZETTA degli orgasmi che ulula contro i record fasulli delle partita dove i bambini di Papalia si fanno sculacciare e poi gli spara un bel titolo di taglio a tutta pagina sui 172 gnocchi del crudele Pancotto, sui 102 di scarto dei lupi affamati di gloria effimera.
4 A Jasmin REPESA perché scoprire adesso che la Benetton ha problemi fisici e psicologici è un po’ come andare in un ospedale e scoprire che c’è gente in sofferenza. Certo Vitucci avrà avuto la colpa di non rendere subito difficile la vita ai ragazzi d’oro, ma quello che non torna è il conto sulla voglia di lasciare un po’ di pelle sul campo e i primi a far ridere sono quelli del gruppo slavo che certo fa fatica a capire i tormenti di Daniel Hackett perduto nel suo mare di presunzione, ora che dovrebbe ricominciare tutto dal principio.
3 Alla GIBA, associazione giocatori (spalla armata degli agenti famelici) se non riconosce che lo studio del diacono Chiabotti sull’utilizzazione degli italiani con le nuove regole si è rivelata una bella denuncia davanti a certe battaglie demagogiche: giocano di meno, si sentono poco. Chiediamo in giro perché restino sempre allo stesso punto ragazzi che pure hanno minuti e responsabilità, chiediamo come fingano di allenarsi sempre: certo che vanno in palestra, ma ascoltando altra musica.
2 Al FALLO INTENZIONALE che è diventato stricnina nelle mani di arbitri che amano il due pesi e due misure, che sanno benissimo di decidere il destino di una partita e fingono di essere stati costretti alla mannaia perché lo impone il regolamento.
1 All’IPOCRISIA di chi insiste, microfono all’altezza dell’ombelico, forse più sotto e più indietro, a spiegare la dura vita degli arbitri, il tremendo impatto con il fischio senza avere la moviola a disposizione. Nessuno lo ha mai negato, ma non esiste neppure un ordine dei grandi dottori nella comunicazione, da Caressa in giù, che obbligano chi commenta ad andare oltre la pura sensazione, lasciando che anche chi guarda a casa faccia lo stesso. Fare come con i vigili nel giorno della Befana, dopo averli maledetti tutta le vita, è patetico. O dite che quello ha sbagliato in malafede o state zitti.
0 A CREMONA e FERRARA che continuano a cercare salvatori della patria, prima Anderson, adesso Schultze, per evitare la retrocessione, per sfuggire al destino di chi è comunque partito con qualcosa in meno. La formula ha quella crudeltà che la NBA si è tolta da tempo, ma da noi dicono che non è possibile e forse è vero: se notate la gente sulle tribune fischia, insulta, urla contro, vuole il rogo, non si diverte quasi mai e se vince male è più contenta di quando domina. Andare in fondo con quello che si ha, pensando a costruirsi qualcosa di diverso in casa, considerando il Partizan Belgrado non come chimera, ma come vero modello. Cari presidenti la strada è quella, ma da noi la gente come Vujosevic la mandate via.
Oscar Eleni

di Oscar Eleni
I giocatori sono come i topi e le lucciole e nelle case dei buoni allenatori devono vivere spesso insieme. Per farli andare bene devi avere orecchio e, magari, il formaggio o la pianta giusta. Chiedete a Trinchieri se non stava bene fra i profumi cremonesi dove torrone torrazzo e tettazze hanno un significato metafisico.
Per il giovane Custer contro Cremona è giornata difficile. Diciamo che questo è il turno dei sentimenti violati. Repesa va a Roma dove ha fatto la fine del cardinale Colombo nel Papa Re. Ci porta la Treviso un po’ sorda al nuovo guidatore, ma incontra una squadra che sembra sentire poco anche le poesie di Boniciolli l’anarchico testabalorda, buono come il Grignolino. A Caserta hanno raccolto pomodori acerbi per riceve il Fabrizio Frates che guida i pirati di Montegranaro. Dipendesse da Sacripanti e dall’architetto sarebbe sfida fraterna. Sarà una battaglia durissima. Tanto per restare in zona Cantuki perché non tifare Dalmonte che osa sfidare Siena, appena uscita dal bagno turco, che va a trovare il suo ex assistente che ora lo vuole come aiuto per la Nazionale insieme a Capobianco.
Ci vuole cuore per stare su questo mare vi direbbe capitan Ventura, l’allenatore del Bari sette bellezze che a 61 anni ha molto da insegnare ai giovani fringuelli del pallone, che sia da calcio o da basket poco interessa. Lo sa Trinchieri, lo sa Stefano Cioppi dopo aver scoperto che alla Vanoli vedono il cielo blu anche quando tende al nero. Questo la NGC dovrà ricordarlo senza girare intorno al problema raccontandovi fasvole su zona oro e sona retrocessione: dopo le ultime 4 giornate, velenose e ingiuste, perdere sarebbe doloroso.

Ve lo potrebbe dire il Kim Hughes che ora guiderà i Clippers di Los Angeles, uno che che in Italia ha visto di tutto e regalato molto anche se a Roma il Bianchini, filosofo dell’uovo oggi da preferire alla gallina di domani come ricordano a Cantù, lo inserì nella lista infortunati per fare posto al due ante Clarence Kea che era adatto, più di quel mancino lungo e filiforme, ad entrare in collisione con il presidente Dino Meneghin che ora crede di essere nel mare di quiete e non sa che sotto il materasso federale ci sono vipere in servizio permanente effettivo.
Oscar Eleni




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