Archive for the ‘Basket quotidiano’ Category

di Stefano Olivari
Uno degli aspetti più grotteschi del mercato NBA, almeno per noi che lo seguiamo da lontano mentre purtroppo al Quark Hotel siamo vicini, è quello dei buyout. Che di fatto tengono il cinema ancora aperto, con tre i casi clamorosi che si stanno definendo proprio mentre stiamo scrivendo: Larry Hughes con i Kings, Drew Gooden con i Clippers e soprattutto Zydrunas Ilgauskas con gli Wizards.
La definizione di buyout, per quanto riguarda questa lega è semplice: un giocatore sotto contratto con una squadra viene liquidato, con il consenso di tutti, ricevendo meno della cifra residua del contratto ma ottenendo in cambio la possibilità di riciclarsi sul mercato. Visto che nella NBA si scambiano contratti contro contratti, con i soldi che fungono solo da integrazione minima, quasi tutti i buy-out nascondono l’inganno e addirittura alcuni il doppio inganno. Inganno quando la squadra acquirente del contratto sa già che quel giocatore non le interessa ed il giocatore sa già in anticipo di non volerci andare per alcun motivo. Doppio inganno quando tutto è stato organizzato per far ritornare il giocatore nella sua squadra di partenza rispettando solo il termine di minimo 30 giorni dalla ‘trade’ originaria.
Il caso Ilgauskas è emblematico: finito agli Wizards nel quadro dell’operazione Jamison, l’ennesimo supergregario per far vincere l’anello a LeBron James, ma al tempo stesso non rientrante nei progetti degli Wizards, si sta apparecchiando il tutto per il ritorno a Cleveland con la modica spesa per Washington di 1,5 milioni di dollari (fonte: Washington Post). Circa un decimo del contratto originario del lituano, che fra un mese potrà tornare alla corte del re (di cui è uno dei compagni preferiti) per inseguire la grande vittoria, a meno che non accetti le tiepide offerte di Nuggets o Hawks. Tutto fatto seguendo la lettera del regolamento, ma non certo lo spirito: Washington ha liberato spazio salariale per la ricostruzione della squadra, questa finora l’unica cosa sicura, mentre se Cleveland lo prendesse (magari ‘spalmando’ sugli anni futuri il piccolo danno finanziario subito da ‘Z’) avrebbe un reparto lunghi pazzesco.
E lo spirito della norma violato? Sarebbe bastata scriverla meglio, non è che i Cavs sarebbero (meglio usare il condizionale, magari fra due minuti Ilgauskas firma per tornare nel suo Atletas: la squadra di Kaunas, meno popolare dello Zalgiris, dove sono esplosi lui e Stombergas) più disonesti di tanti altri che l’hanno aggirata in passato. Phil Jackson e Doc Rivers, due che da una super Cleveland avrebbero solo danni, considerano già fatto il tarocco, mentre su vari giornali si è scritto che questa volta Stern si metterebbe di traverso con il suo potere ‘dissuasivo’. Prima però dovrebbe dimostrare che quella fra Danny Ferry, general manager dei Cavs, ed Ernie Grunfeld degli Wizards, sia stata una recita fin dall’inizio. Infatti così non sarà, visto che la notizia dell’Associated Press è stata riportata anche dal sito della NBA. Come dire: abbiamo capito, ma non possiamo farci niente. Senza onestà non c’è regola che tenga.

stefano@indiscreto.it

Del pirotecnico, ma non troppo, finale di mercato NBA si è letto tantissimo ed è inutile copiare dai siti specializzati (noi siamo devoti di Hoopshype.com, che linka ai media locali più improbabili). Siccome scriviamo per tutti e nel presente non ci sono stati sconvolgimenti in squadre da titolo (sospendiamo il giudizio su Antawn Jamison ai Cavs, televisto malissimo e molle contro i Bobcats mentre un po’ meglio contro i Magic), può essere utile sintetizzare che cosa si sia davvero mosso in prospettiva 2010-11 visto che nemmeno la maturazione di Bargnani e la scalata degli altri due azzurri fa guadagnare righe al basket sui giornali e nei notiziari sportivi (cioè calcio più Ferrari).
Tutti hanno provato a liberarsi dei contratti onerosi con l’unico metodo possibile: accollarsi contratti ancora più onerosi ma con scadenza più breve rispetto a quelli ceduti. Il McGrady ai Knicks, al di là del riempire qualche poltrona in più e del fatto che già all’esordio abbia mostrato una buona forma, ha proprio questo scopo. Tutti ci hanno provato, dicevamo, ma solo poche squadre ci sono davvero riuscite ed adesso hanno la possibilità di arrivare a LeBron James nel caso decida di lasciare Cleveland. In questo senso la numero uno è proprio quella guidata da D’Antoni, che pur sbagliando quasi tutte le scelte tecniche post Isiah Thomas (dall’ingaggio di Duhon alla chiamata di Jordan Hill invece che di una point guard alla Ty Lawson o alla Jennings) adesso si trova in una situazione invidiabile: nel 2010-11 infatti ha impegni solo per 18 milioni di dollari e spiccioli, quasi 35 sotto il salary cap. In altre parole New York è l’unica delle 30 franchigie a poter puntare sia su LeBron che su un’altra stella vera fra quelle disponibili (Bosh?). In ottica estiva sono messi bene anche i Nets, con impegni di 27 milioni inferiori al cap, e i Bulls che viaggiano su cifre non lontane. Nel primo caso al di là dell’effetto Prokhorov non sappiamo quanto James possa accettare il passaggio da una squadra da anello ad una di transizione (il trasferimento a Brooklyn avverrà nel 2011, lock-out permettendo), nel secondo ci sarebbero invece già sotto contratto giocatori di una ipotetica squadra da titolo, da Derrick Rose a super-comprimari tipo Luol Deng, Kirk Hinrich, Taj Gibson, eccetera. La vera incognita, cioè la squadra che deciderà il destino delle altre, è però Miami: Wade potrebbe ‘uscire’ dall’ultimo anno di un contratto da 17 milioni ma potrebbe anche decidere di rimanere in una realtà leggera (solo Beasley e Daequan Cook hanno garanzie per la prossima stagione) e quindi pronta ad entrare a piedi uniti nel mercato per chiunque: al limite anche per James. E’ comunque significativo che praticamente tutti possano in questa lega pensare nel giro di due stagioni di essere da titolo. Da sottolineare che gli arbitri sospetti li hanno anche loro: evidentemente la credibilità nasce non dalla purezza d’animo ma dal fatto che agli occhi della lega tutti abbiano pari dignità. Uno Stern italiano non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad apparecchiarsi l’anno scorso la finale marketing Kobe vs LeBron, ma così non è stato. 
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari

L’appassionato ha bisogno di identificarsi nelle sue squadre ma anche di sognare, pur essendo consapevole dei limiti finanziari del basket italiano. Il passato insegna che grandi operazioni di mercato si sono spesso trasformate in intuizioni tecniche e in amore sconfinato del pubblico.

Prendendo in considerazione solo Milano, i grandissimi acquisti del Borletti-Simmenthal sono così numerosi che si fa fatica a definirli ‘colpi’. Rubini (arrivato già nell’epoca della Triestina Milano), Stefanini, Romanutti, Pieri, Riminucci, Giomo, Vianello, Vittori. Ma il colpo dei colpi di Bogoncelli rimarrà per sempre Bill Bradley nel 1965: capitano della nazionale Usa oro olimpico l’anno prima a Tokyo, Rubini lo aggancia dopo un epico viaggio in auto Milano-Budapest dove Bradley è impegnato nelle Universiadi. Saputo che la sua priorità è il master ad Oxford, il Principe gli offre di fare l’americano di coppa. Due presenze al mese e nessun obbligo di allenarsi con la squadra. Un aiuto decisivo per la conquista della prima Coppa Campioni della pallacanestro italiana e per far parlare del Simmenthal nel mondo. In un’Italia paleo-televisiva, dove tutto arriva per sentito dire, l’arrivo della futura stella dei Knicks e futuro senatore ha l’eco mediatica del mito: superiore, in proporzione al contesto, a quella di un LeBron James che domani mattina cedesse alla corte di Proli. Ma negli anni Sessanta fanno epoca anche i colpi dei Milanaccio, sulla sponda All’Onestà. Memorabile l’ingaggio di Tony Gennari, da record l’acquisto di Enrico Bovone dalla Ignis: cinquanta milioni a Varese e al giocatore un quadriennale da 12 milioni a stagione. Pioggia di editoriali indignati, ma presto qualcuno farà meglio. Da prima pagina anche i 250 milioni di lire del 1977, che la Xerox paga alla Sinudyne Bologna per Gigi Serafini. I colpi a sensazione anni Ottanta sono ovviamente tutti targati Olimpia: senza discutere del valore tecnico dei giocatori, a livello di impatto mediatico vincono senza dubbio il Dino Meneghin 1981 da Varese, l’Antoine Carr del 1983 (fresco di ottava scelta assoluta al draft NBA) e soprattutto il Joe Barry Carroll 1984 (prima scelta assoluta nel 1980, arriva in mezzo ad una eccellente carriera NBA), mentre l’arrivo di Antonello Riva nel 1989 da Cantù può essere considerato l’ultima vera operazione stellare sul fronte italiano. Fa sensazione il trapianto Stefanel (Gentile, Fucka, Bodiroga, De Pol e Cantarello insieme a Tanjevic), ma al di là dello scudetto non emoziona più di tanto. Ancora più grandi sono stati i sogni (il più concreto quello di Kevin McHale nel 1980), che insieme alla realtà costituiscono la vita.
stefano@indiscreto.it
(Pubblicato su Superbasket)

di Stefano Olivari
Il Festival di Sanremo non è più quello di una volta, quando la mattina dopo la finale fischiettavi il ritornello del vincitore: questa almeno è l’architrave ideologica dei cultori del passato, dilaganti questa settimana su tutti i canali a colpi di Tony Dallara e di Homo Sapiens (li sfidiamo però su Mino Vergnaghi). Ma nemmeno la NBA è più quella di una volta, visto che sta perdendo centinaia di milioni come se fosse una serie A o una Premier League qualsiasi.
Quale è quindi la differenza fra la NBA e le altre grandi leghe professionistiche che bruciano soldi nel nome della gloria personale, per non dire di peggio, dei proprietari di squadre? Che la NBA vuole smettere di perderli, a partire dal 2011 e cioè da quando avrà la possibilità di uscire unilateralmente dal contratto collettivo ridiscutendo il tutto al ribasso; dal salary cap alle ormai infinite ‘eccezioni’, dalla Larry Bird (che consente ad un club di rinnovare il contratto ad un suo giocatore sfondando il cap) alla Mid-Level (che consente di ingaggiare un giocatore, sempre sfondando il cap, all’ingaggio medio di un giocatore NBA: attualmente circa cinque milioni e mezzo di dollari l’anno).
Senza addentrarsi in tecnicismi, la lega a livello aggregato chiuderà questa stagione in rosso di 400 milioni di dollari: sembra una cifra immensa, ma è il valore di mercato di una delle trenta franchigie, e non stiamo nemmeno parlando dei Lakers. Comunque una cifra preoccupante, che si somma al fatto che dal 2005 ad oggi le annate a livello generale si sono sempre chiuse in perdita (sia pure a quote inferiori). I nomi di chi è messo peggio? Atlanta, Memphis, Detroit, Miami, Orlando, New Orleans, Oklahoma City, Indiana, New Jersey, Minnesota, Charlotte, Milwaukee and Philadelphia. Non solo mercati modesti, ma anche metropoli. Non solo situazioni sportive e di immagine depresse, ma squadre da titolo nel recente passato (Detroit, Miami) o nel presente (Orlando, Atlanta).
Insomma, una brutta storia a cui si sta cercando di mettere una pezza riducendo la percentuale del costo del lavoro (dei giocatori) sui ricavi: attualmente è al 57%, percentuale che dagli Angelopoulos della situazione (i proprietari dell’Olympiacos, nipoti della Gianna olimpica) sarebbe considerata virtuosa, ma che nei progetti di Stern e proprietari dovrà scendere di molto. Il gigantismo-record dell’All Star Game di Dallas, con decine di migliaia di persone che hanno guardato un megaschermo, ha quindi segnato la fine di un’epoca. Visto che tutto sarà ovviamente strutturato per non perdere le stelle, è sicuro che ad essere picconata sarà la classe medio-bassa. Nella lega nessuno può guadagnare su base annuale meno di 475mila dollari (parliamo quindi di un rookie scelto tardi nel draft o proprio non scelto), questo significa che l’Europa dei magnati a fondo fintamente perso potrà pescare ancor di più di quanto non faccia dal nono della rotazione in avanti (a referto si va in 12, ma i contratti possono essere 15). Il famoso ‘ricco che mette i soldi’, base dello sport professionistico extra-americano, potrebbe conoscere una nuova stagione di effimera gloria.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Aaahhh, non c’è più la NCAA di una volta…Quella degli allenatori che costruivano, rimanendo trenta anni sulla stessa panchina e trasformando diciottenni di talento in ventiduenni pronti per il professionismo sportivo o nella peggiore delle ipotesi per la vita (con una laurea in tasca, ottenuta senza spese per le famiglie). In realtà questa NCAA non esiste più almeno da metà degli anni Novanta, per quanto riguarda i giocatori con la certezza di essere scelti ai primi posti del draft e quindi con il contratto garantito.
Per tutti gli altri non è cambiata di molto: l’uscita anticipata rispetto ai quattro anni canonici è ad ogni livello un salto nel buio: significa mettersi in gioco nelle summer league o nella Nbdl (ultimo esempio l’ex trevigiano Cartier Martin, che alle sicurezze Benetton ha preferito gli Iowa Energy e i decadali degli Warriors) sperando nella gallina Nba domani o scegliere l’uovo oggi dell’Europa dagli stipendi incerti e dai patron cialtroni.
Quando nel 1974 Moses Malone passò direttamente dalla high school al professionismo (gli Utah Stars della moribonda ABA) fece scalpore, pur non essendo il primo caso del genere. L’anno dopo fu il turno di Bill Willoughby (memorabile una sua stoppata a Jabbar nei playoff 1981) e del più famoso Darryl Dawkins, poi la carica dei diciottenni e dintorni riprese con Kevin Garnett nel 1995 e da lì (Kobe 1996, eccetera) non si è più fermata: è stata limitata, per legge Nba, solo dal 2006 (l’estate di Bargnani prima scelta assoluta) visto che la posizione di Stern è che sia meglio far entrare nella lega personaggi più formati sotto il profilo umano e soprattutto trainati mediaticamente dalla loro carriera universitaria.

Dove vogliamo andare a parare? Sul fatto che l’anno obbligatorio di università, o comunque di ‘non NBA’ (vedi Brandon Jennings a Roma, con la degenerazione di Jeremy Tyler in Israele), ha creato un mostro chiamato ‘one and done’: un anno di college e poi tanti saluti. Non è una novità di oggi, ma guardando le ultime partite di Kentucky è senz’altro una novità che almeno tre freshman (cioè al primo anno) di quelli a disposizione di Calipari abbiano una concreta possibilità di essere scelti al primo giro del draft e quindi di lasciare subito il college che li ha scelti. Si tratta ovviamente di John Wall, sicurissima prima scelta assoluta, del suo (per così dire) compagno di reparto Eric Bledsoe, dell’alona (che in concreto sta giocando da centro) DeMarcus Cousins. Possibilità di primo giro anche per il super-atleta Patrick Patterson (che però è junior, cioè al terzo anno) e modeste speranze per Darnell Dodson che è al primo anno di Kentucky ma formalmente è un sophomore (cioè un secondo anno, avendo fatto una stagione di junior college). E in panchina ci sono altri freshman pazzeschi, oscurati dalla popolarità di Wall, come il Mister Basketball del Kentucky Jon Hood e Daniel Orton. Se gli ultimi due citati non si dichiareranno eleggibili per il draft del 2011 sarà solo per il possibile lock-out NBA. Ammettiamo di seguire le partite su Espn e su Sky con lo spirito di chi assiste al Wall Show, quindi forse non siamo lucidi: ma è evidente che Kentucky al di là dei sempre discutibili ranking (RPI o non RPI, adesso è fra la posizione numero due e la tre assolute) sembra la Primavera di una squadra Nba non solo per la qualità dei giocatori ma proprio per lo stile di gioco che con un eufemismo si potrebbe definire ‘individualistico’. Così tutto è incentrato sulle performance dei singoli: nella scorsa notte non abbiamo visto la partita intera (ma il servizio sì) della prima doppia doppia (22 punti e 10 rimbalzi) di Wall nella vittoria su Alabama, ma tutto quello che si è letto era incentrato sulla prestazione sua e di Cousins (lui doppiodoppista quasi abbonato).
Non è un caso che coach Calipari, anche lui al primo anno a Kentucky oltre che re dei reclutatori, li faccia giocare così: inutile insegnare basket a chi fra poco se ne andrà, meglio cavalcare il talento e cercare di vincere il torneo finale. Conclusione: quella dei 19 anni è un’ipocrisia, che non migliora la NBA ma di sicuro peggiora la NCAA togliendole identità e fascino. Mettendo oltretutto grande pressione addosso ai ragazzi, considerati sfigati da molti scout se osano completare i quattro anni.
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
Inutili riflessioni sulla progressiva scomparsa della difesa di squadra nel basket italiano di ogni categoria, un bel vantaggio per i pochi allenatori che la insegnano… 


La nostra devozione per le minors della pallacanestro viene spesso derisa da amici e conoscenti, anche se guardiamo almeno sette partite NBA a settimana (facile calcolo: una ogni sera-notte in scioltezza, fra tivù o League Pass, più qualcosa d’altro se non crolliamo) per espiare il peccato di considerare Rho-Cislago più interessante di Lottomatica-Armani. Esempio non casuale, visto che sabato scorso eravamo al Molinello proprio per CMB Rho-Cistellum Cislago. Espressione di due paesi per numero di abitanti paragonabili a quelli di Siena e Montegranaro. Con un numero di spettatori paragonabile a quello della quasi contemporanea Armani-Benetton, al netto degli ingressi omaggio. Partita stravinta dai ragazzi di coach Gurioli, falcidiati dagli infortuni ma ora in testa alla classifica del girone C della C2 lombarda. Insomma, i Lakers sono lontani e nessuno dei presenti è stato invitato all’All Star Game texano. Però ad ogni livello il basket è guardabile, anche se nelle categorie minori ed ancora di più nei campionati giovanili si sta assistendo ad una deriva verso un pensiero unico tattico, che potremmo sintetizzare in un’espressione: la scomparsa della difesa a zona.
Che non è una fissazione di chi ama vedere la mitica ‘mano dell’allenatore’, ma la difesa di squadra per eccellenza. Un cattivo difensore rimarrà infatti sempre un cattivo difensore, ma sarà più concentrato se il suo coach opterà per marcature individuali. Il buon difensore può invece trovarsi a suo agio in entrambe le situazioni, senza talebanismi ma con dosaggi dettati dal momento della partita e caratteristiche degli avversari. Per non dire, più direttamente, dalla loro circolazione di palla e dalla loro percentuale di tiro. Un errore fatto difendendo a zona viene punito più facilmente che nelle difese individuali, anche se i meccanismi di rotazione e la presenza di zone match-up (traduzione: zona che si trasforma in difesa a uomo a seconda del tipo di attacco) rendono difficile tracciare linee di demarcazione. Tutto questo discorso per dire che sono bastati nel secondo quarto due minuti di 2-3 (adesso va di moda dire ‘tipo Syracuse’, ma sempre di 2-3 si tratta) in situazione normale e di 1-3-1 per rallentare le rimesse (la Siena di Pianigiani ne è maestra, specie ques’anno con Hawkins, costringendo gli avversari a superare metà campo quasi agli otto secondi e a costruire poi in affanno), a creare un divario enorme fra le due squadre.
Al di là delle note di colore (origliati discorsi di addetti ai lavori sull’esonero di coach Maligno a Corsico) e di un basket-mercato di C2 ai confini della realtà (nella stessa categoria un’altra squadra si è sentita chiedere 110mila euro per cinque mesi da un possibile ‘rinforzo’), il dispiacere di dover considerare come pepite d’oro questi momenti di difesa di squadra. Chi è l’assassino? In serie A la precarietà di tutti e l’impossibilità di lavorare con lo stesso gruppo per più di qualche settimana, visto che la zona ha bisogno di più comunicazione fra giocatori e quindi di più tempo per essere insegnata. Nelle categorie inferiori il desiderio di emulare chi sta più in alto, anche se in C i quintetti con cinque potenziali tiratori da tre non è che abbondino. La linea del tiro da tre a 6,75 potrebbe cambiare qualcosa, ma i tempi di adattamento saranno ovviamente lunghi. Così Lino Lardo, persona di cultura ed esperto di situazioni disperate (che da sole spesso impongono la zona) troverà sempre qualcuno che si stupirà. 
stefano@indiscreto.it

di Stefano Olivari
La NBA è riuscita alla fine a dimezzare il ridicolo, con il ‘sorpasso’ di Steve Nash su Tracy McGrady nelle votazioni per un posto da guardia nel quintetto dell’Ovest all’All Star Game (14 febbraio al Cowboys Stadium di Arlington, Texas). Rimane la macchia di Allen Iverson a Est, qualcosa di simile a quello che a Cialtronia viene definito ‘pallone d’oro alla carriera’ (sempre per il giocatore del paesello, ovvio).
I quintetti base sono infatti definiti da votazioni popolari, mentre gli altri sette delle formazioni sono scelti dagli allenatori. A Ovest lo spettro McGrady, solo sei partite giocate in questa stagione ed in attesa di trade, è stato sconfitto per pochi voti. Nel comunicato NBA di due settimane fa T-Mac risultava in vantaggio di 2.475 preferenze, e già non stava giocando per un tacito accordo con i Rockets. Non che la stagione di Iverson, tornato ai Sixers al minimo di stipendio dopo Denver, Detroit e l’equivoco Grizzlies, sia stata luminosa: 19 partite, quasi tutte dimenticabili, e grande sofferenza per una forma di artrite alle ginocchia. Sarebbe il suo undicesimo All Star Game (due volte ne è stato Mvp), anche se Charles Barkley (un commentatore che commenta e che non ambisce a rientrare nel giro, come anche nella NBA è purtroppo uso) lo ha invitato a rinunciare. L’editorialista libero da problemi di mercato potrebbe scrivere che la gente non capisce niente, quello italiano che l’amore della gente ha trionfato, quello mediamente cattivo che l’All Star Game risulta inguardabile a chiunque ami veramente il basket ed abbia più di dodici anni. Secondo noi la parte più divertente è lo Skills Challenge, un giochino (l’anno scorso vinse Derrick Rose) dove si vede più tecnica che nelle due partite ‘vere’ messe insieme, ma con i tornei di conference entrati nel vivo ed Espn America che sta facendo bene sarebbe un peccato non dedicare quel fine settimana al college basketball o alle minors di casa nostra.

di Stefano Olivari

La Milano del basket ha avuto vari derby: alcuni antichi, molti nelle categorie minori, qualcuno creato da artificiosi cambi di nome. Ma ‘il’ derby rimarrà quello che per sedici anni (ci mettiamo anche quello dell’Olimpia in A2), dal 1964 al 1980, ha opposto nella massima serie il Simmenthal-Innocenti-Cinzano-Billy alla All’Onestà-Mobilquattro-Xerox-Isolabella.
La prima sfida vera, fra squadre di pari rango, è quella del Trofeo Lombardia del 1964. In una Forza e Coraggio stracolma vince l’Olimpia, creando una sudditanza psicologica che durerà anni. Dal 1964 al 1975 la Pallacanestro Milano in campionato vince una sola volta, poi a metà anni Settanta la tendenza si inverte. Il 6 novembre 1977 a San Siro tutto esaurito per Inter-Milan, poi corsa a perdifiato verso il Palalido: 5.200 persone gomito a gomito, bagarini che propongono prezzi calcistici. Ferracini porta sopra di uno il Cinzano, poi a due secondi dalla fine Bob Lauriski da nove metri regala il derby al professor Guerrieri. Il ritorno si gioca il 6 gennaio 1978 al Palazzo dello Sport di San Siro, l’adesso defunto Palazzone: Cinzano-Xerox porta sulle tribune 11.500 spettatori dando gioia alle casse dell’Olimpia ma anche a Pippo Faina che vede la sua squadra vincere di dieci. Emozioni forti, terminate nel febbraio del 1980, con un triste Billy-Isolabella vinto di cinque da Peterson contro una squadra già retrocessa e non ancora consapevole del fallimento finanziario. Formidabili quei derby: la statistica dice che l’Olimpia in campionato ne ha vinti 27 contro 9, la storia dice che c’è stata una Milano in cui per strada si parlava di basket. Vincevano tutti, ma all’epoca non lo sapevano.
Stefano Olivari
(la foto di Massimo Masini e Chuck Jura è tratta dal libro L’Altra Milano, www.laltramilano.com)

di Stefano Olivari
Ci sono cattolici che non hanno mai visto il Papa o musulmani mai stati alla Mecca. Ecco, noi fino a 15 giorni fa non avevamo mai visto una partita NBA dal vivo sul suolo americano. Solo perline colorate per selvaggi: amichevoli italiane, da quella memorabile di Julius Erving e soci nel 1981 a Milano fino al recente Live Tour romano, esibizioni individuali (la più divertente quella di un giovane Shaq, la più triste quella dell’ultimo Iverson, la più fredda quella di qualche anno fa di MJ) e poco altro. Fino a quando al Garden abbiamo visto i Knicks soccombere di fronte agli Spurs. Al di là di quello che accade in campo, reso bene anche da Sky, Sportitalia e dall’amato (anche se anticamera del divorzio) League Pass di nba.com, ci hanno colpito diverse cose che proviamo ad elencare per confrontarci con la ‘prima volta’ di tutti.

a) Il pubblico non è passivo come sembra dallo schermo, anche se New York è di sicuro una delle città NBA con più ambiente: a detta dei frequentatori live, agli antipodi (a parità di squadra) sta Miami.
b) Il reddito generato dall’evento, a parte quello da biglietti venduti, è concentrato in poche ore. La partita era alle 18, ma i cancelli sono stati aperti solo lle 17. Non solo: due minuti dopo il fischio finale (verso le 20 e 15) non c’era un solo negozio o bar aperto all’interno dell’impianto. Questo significa che il milione di dollari medio (e New York è di sicuro sopra la media) fra biglietti e indotto generato da una partita di stagione regolare è tutto concentrato in quelle tre ore. 

c) Il merchandising non è un falso mito. Nei dintorni del Garden non ci sono bancarelle abusive o, peggio ancora, ‘ufficiose’ e tollerate. Non che negli Stati Uniti manchino criminali e contraffattori di marchi, però magari si sono messi d’accordo per emigrare di fronte agli stadi italiani. I negozi ufficiali sono pienissimi di gente che compra sia prima che durante la partita, cosa che fa storcere il naso a noi ma non al ragioniere dei Knicks (forse è lo stesso dell’impianto, essendo la famiglia Dolan proprietaria di tutto). Cose acquistabili ormai in tutto il mondo con un semplice click, peraltro.
d) Il Madison Square Garden non è il tipico impianto NBA, per la sua collocazione cittadina (già l’IZOD Center di East Rutheford, a cui magari dedicheremo un altro articolo, sembra su un pianeta diverso) e per il suo catalizzare gente non sempre focalizzata sull’evento. All’esterno si presenta come una sorta di palazzo-centro commerciale, all’interno è grande ma non dispersivo. Da monomaniaci abbiamo visitato solo la libreria della catena Borders, per comprare cinque volumi che avremmo potuto ordinare anche dall’Italia. Un contributo all’esistenza di luoghi di socializzazione.

e) Inutili le elucubrazioni sulla stagione dei Knicks (rischiano seriamente di andare ai playoff, nonostante tre quarti della squadra giochi solo per le statistiche personali ed il prossimo contratto) e degli Spurs (Jefferson non sta spaccando come sognavamo, dei tre grandi solo Parker ha ancora fuoco dentro), secondo le peggiori tradizioni la partita ha bordeggiato lo spread previsto dai bookmaker ed è stata risolta da alcune fiammate di Ginobili.
f) Bravi gli animatori del pubblico, geniali riciclatori di giochi da scuola elementare (il migliore è quello musicale, con una poltrona di meno del numero dei concorrenti e la corsa a sedersi quando la canzione si stoppa) e più coinvolgenti delle classiche ballerine che anche qualche squadra europea ha provato a trapiantare nelle nostre ghiacciaie. Di varia estrazione il pubblico, anche quello con il vassoio in mano non sembrava poi così disinteressato alla partita. La pioggia natalizia di ditoni a Los Angeles è stata la classica eccezione, nessun problema nonostante una inaspettata moltitudine di tifosi di San Antonio. Sparsi ovunque, non radunati sotto tristi striscioni (non ne abbiamo visto nemmeno di allegri e ‘simpatici’: che meraviglia!). Abbiamo mancato di un niente una delle magliette lanciate con la catapulta.
g) Da pagatori di biglietto non abbiamo rinunciato alla vicinanza della tribuna stampa, in modo da farci venire qualche idea. Nessuno aveva sciarpe, cosa che purtroppo non si può dire della realtà cestistica italiana (l’anno scorso al PalaSclavo di Siena abbiamo contato una fila di ‘giornalisti’ tutta con segni distintivi del Montepaschi, e non erano di Mens Sana Channel), tutti stavano lavorando o almeno davano l’impressione di farlo.

h) Danilo Gallinari piace anche ai non italiani, per mille motivi. Oltre ad essere forte dà l’impressione di avere grandi margini (cosa che non si può dire di David Lee, nonostante le buone statistiche) e di poter far parte di una squadra vincente di cui il famoso ‘progetto Walsh’ (uguale a quello di almeno altre quindici franchigie: avranno tutti qualche regista o rapper amico di campioni?) prevede la costruzione nell’estate 2010. E’ bianco, e dove non arriva il razzismo arrivano il marketing e l’identificazione. E’ penalizzato dal gioco attuale di D’Antoni, che lo obbliga a stazionare vicino all’arco da tre senza poter mostrare tutto il suo bagaglio tecnico. E’ comunque italiano, alla fine i soliti stereotipi vanno cavalcati con ironia. Non è un caso che lo speaker del Garden (e non solo del Garden, quando dalla tivù si riescono ad ascoltare i rumori di fondo) il più delle volte pronunci il suo nome con un accento siciliano da ‘Padrino’ di Coppola o da Tony Sperandeo: ‘Danilo Gallllinaaaaaari…’. Non è un caso, a meno che la musica americana abbia come riferimento l’Equipe 84 e Maurizio Vandelli, che un canestro di Gallinari sia stato sottolineato da alcune battute di ‘Tutta mia la città’. Bella canzone, ma non esattamente famosa nel mondo come Yesterday: probabile il ‘consiglio’ del ragazzo lodigiano. Mentre non crediamo che Ron Howard, decine di film come regista ma nell’immaginario collettivo Ricky Cunningham per sempre, abbia gradito la sigla di Happy Days come colonna sonora della sua inquadratura a bordocampo.
i) Conclusione? La troppa attesa, condita dai mille racconti di colleghi e conoscenti, ci ha tolto un po’ di entusiasmo puro. Ma non la certezza che la NBA sia il più grande spettacolo del mondo, liberamente ispirato allo sport più bello.
Stefano Olivari
(in esclusiva per Indiscreto)

di Stefano Olivari
Fra le mille leggende metropolitane del basket milanese ce n’è anche qualcuna vera. Il ventenne Lew Alcindor, non ancora Jabbar, che si allena con i giocatori dell’All’Onestà in pieno agosto 1967.
 

L’invito arriva da Dick Percudani, allenatore della squadra milanese ed assistant coach a Power Memorial Academy quando ci ha giocato Alcindor. Il 6 agosto la stella di UCLA sbarca alla Malpensa, accompagnata da Joe Isaac (altro ex Power Memorial). Percudani e i Milanaccio lo presentano in pompa magna presso l’hotel Principe di Savoia. Lui legge un messaggio di ringraziamento in italiano e risponde alle domande della stampa. Gli Harlem Globetrotters hanno offerto un milione di dollari per lasciare John Wooden con due anni di anticipo, lui su questo punto è netto: ‘’Non gioco per denaro, ma solo per la libertà della mia razza’’. Per la libertà i Milanaccio possono fare poco, ma con il denaro non scherzano: Alcindor viene trattato a livello di un re. Ma non si dimentica il basket e ogni giorno va ad allenarsi alla palestra della Social Osa di via Copernico, insieme a Gatti, Zanatta, De Rossi e a qualche ragazzo da ‘provinare’. Città deserta, caldo allucinante, poche decine di curiosi e poche foto a testimonianza di quella vacanza-clinic. Con voci incontrollate, come quella che Alcindor potrebbe essere per la Pallacanestro Milano lo straniero di coppa sul modello di quello che è stato Bill Bradley per il Simmenthal. Sogni di una settimana di mezza estate. Dopo qualche giorno in Svizzera Alcindor torna a Milano e il 19 agosto saluta tutti per andare a vincere tutto.  
Stefano Olivari
(pubblicato su Superbasket e approfondito nel libro L’Altra Milano)



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