Sono diventati meglio i calciatori

di Andrea Ferrari
Le premiazioni locali che ammorbano l’Italia hanno un solo pregio: quello di permettere un confronto fra il livello morale e culturale dei politici e degli sportivi sul palco…

Le pagine locali dei quotidiani e la seconda metà dei telegiornali testimoniano il folle moltiplicarsi di premi e award vari: molte volte un semplice spreco di soldi pubblici con motivazioni risibili, molte altre un modo per ricambiare favori o ingraziarsi qualcuno tra vagonate di retorica spesso sconfinanti nel trash. Uno dei premi più insulsi, lo “Stella d’oro di Milano”, uno di quelli assegnati di solito a calciatori o sportivi in modo che l’ufficio stampa possa mendicare un trafiletto, ci è tornato in mente in questi giorni vedendo alcune foto di Milko Pennisi, consigliere comunale di Milano del PDL, nonché presidente del centro congressi delle Stelline e già bollato come neo “mariuolo” in quello che si prefigura come un probabile sequel di Tangentopoli.
Difficile fare previsioni sul caso specifico, ma in generale tra le poche certezze vi è quella che oggi nessuno prenda soldi “per il partito” e che il fine sia solo l’arricchimento personale. Da ciò nasce la prima considerazione: una volta c’erano dei veri partiti che seppur nelle loro degenerazioni erano comunque emblema di un’identità, se non di una vera e propria ideologia. Un’ideologia che aveva perlomeno l’ambizione di portare avanti un’idea (magari stupida, quando non direttamente criminale) di società e di sviluppo, oltre a proporre una sorta di cursus honorum per selezionare chi volesse intraprendere la carriera politica.
Oggi a fronte di un Paese alla deriva più di vent’anni fa, ci troviamo nel complesso con meno democrazia e con due grandi partiti-contenitori in cui c’è tutto e il suo contrario. Nel Pd non si va molto più in là di frasi prese dal bigino obamiano, se non addirittura riciclate dal Craxi di metà anni ’80, e nel Pdl ci si esibisce in slogan da convention di Publitalia messi in bocca a gente pescata a casaccio tra adulatori di professione, soubrette e figure di terzo piano della prima repubblica. Una gara al ribasso anche nelle capacità dialettiche come ben dimostrano i vari talk show politici sempre più indistinguibili da quelli calcistici in quanto a faziosità curvaiola.
In noi è ancora vivo il ricordo di un lisergico Ballarò con il pidiellino Maurizio Lupi intento ad elogiare gli sgangheratissimi ammortizzatori sociali italici (se andate all’Inps vi diranno che neanche loro sanno come funzionano e a chi spettano) davanti ad un’Anna Finocchiaro (una delle migliori menti del PD, secondo alcuni) con serie difficoltà ad articolare frasi di senso compiuto, tra parole sbagliate e concetti degni della “partita ostica e agnostica” di trapattoniana memoria. Ecco, da frequentatori di premi e premiazioni varie possiamo dire che vent’anni fa si poteva facilmente distinguere il calciatore dal politico locale, mentre oggi la distinzione culturale è diventata impossibile. Il superamento delle ideologie e la personalizzazione della politica hanno creato un magma indistinto in cui vince chi si presenta meglio e chi viene toccato dalle grazie del capo. Caligola era un dilettante, perché la sua frase sul cavallo senatore era una battuta, mentre nell’anno 2010 praticamente chiunque può sognare di trasformarsi in un giorno nell’uomo nuovo del Pd o del Pdl. Meglio votare Pirlo o Materazzi, a questo punto, che almeno un percorso l’hanno avuto e che per arrivare in alto non hanno avuto scorciatoie. In questo quadro qualunquistico, che porta a riflessioni qualunquistiche come la precedente, non sorprende quindi che i partiti che facciano paura ai mestieranti della politica siano i pochi che propongano un’idea di società.
Andrea Ferrari
(in esclusiva per Indiscreto)

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