Una vita in surplace

di Daniele D’Aquila
Pellegrinaggio quasi involontario presso il laboratorio di Vanni Pettenella, ricordando una sua epica sfida con il rivale di sempre Sergio Bianchetto. Luglio 1968, velodromo Ganna di Varese, diretta televisiva nazionale. Va in onda la rivincita della finale olimpica di Tokyo…

Porca miseria…..almeno il sabato mattina che potrei dormire un po’ di più!… Niente, la tua donna ti chiede di accompagnarla dal commercialista e con la spalla slogata non può certo andarci in bici, tanto più in compagnia di Giove Pluvio (che se può darti una mano te la da in faccia…), quindi ti tocca…. Che poi, può un commercialista dare appuntamento ad un cliente di sabato mattina?!… Vabbè, andiamo, dov’è l’ufficio?!…. Tra Maciacchini ed Affori?! Quindi mi devo sciroppare mezza circonvalla in mezzo a rimbambite in fase di shopping e mariti che sbandano mentre litigano con la moglie sulla strada per il centro commerciale, ottimo!…già mi sento soffocare dentro la scatola di lamiera…
Vabbè, ci siamo quasi, la via esatta qual è?!…. Ecco, alla pronuncia dell’indirizzo ho un tuffo al cuore: ma quella è la via dove sta LUI! Solo all’idea di ripassare accanto al laboratorio dove si è trasferito tanti e tanti anni fa dal Veneto mi rende meno insopportabile la spedizione, e poi toh!…guarda caso l’unico parcheggio libero è proprio accanto al marciapiede là davanti. Scendo dalla trappola a 4 ruote e mi trovo davanti a quella porticina di metallo sgangherata, con la vernice verde che si sta sfogliando ormai cotta dal sole ed un anonima targhetta con su il cognome scritto a mano: Pettenella. La serranda è abbassata, l’officina è aperta solo in settimana nel pomeriggio.
La mano si appoggia alla saracinesca, quasi fosse l’illuminato dito guaritore di E.T., mentre la mia donna mi osserva perplessa col sopraciglio più inarcato di quello di Ancelotti. Il contatto tattile con la porta del tempio fa subito viaggiare il ricordo verso i tanti pomeriggi di pellegrinaggio. Quante messe ascoltate dal sacerdote svogliato che, a metà tra il perplesso e l’infastidito, spiegava ai tanti pistard metropolitani i segreti dello scatto fisso: come si salda una ruota libera per trasformarla in pignone fisso, come si affranca un pignone (con quel sistema che oggi a tutti i ciclisti urbani sembra normale chiamare “metodo Pettenella”…), come si ottiene la giusta linea catena, come si impara il surplace. Già, il surplace, quello che oggi molti americanizzati (quelli del Devid di Michelangelo…) chiamano trackstand ma che per noi resterà sempre surplace, perchè fa molto Girardengo e Bottecchia contro i fratelli Pellissier al Vélodrome d’Hiver di Parigi. E pensando al surplace la mente non può che andare a “IL” surplace per eccellenza.
Varese, luglio 1968. A quell’epoca nel calcio impazzano il Milan di Rivera e l’Inter di Mazzola, e la Juve si è rinforzata acquistando dalla squadra cittadina il giovane Anastasi che ha appena vinto i Campionati Europei con la Nazionale. Gli spalti sono gremiti in ogni ordine di posto (come il luogo comune impone, ad ogni telecronista dell’epoca, di dire al microfono…) ma non si tratta dello Stadio Franco Ossola per vedere quel Varese Football Club: siamo infatti al velodromo Luigi Ganna, ciclistica cattedrale in ferro e cemento, teatro di mille e più disfide tra questi moderni centauri meccanizzati, a metà tra i gladiatori del Colosseo e i cavalieri dei palii medio-evali. L’occasione è una semifinale del campionato nazionale (specialità Velocità. “Sprint”, come si dice oggi…).
E’ il momento d’oro del ciclismo su pista italiano, siamo da poco usciti dall’Era Maspes (con l’eterno rivale Sante Gaiardoni a sparare le ultime cartucce) per entrare in quella dei Bianchetto, dei Beghetto (che condivide col precedente rima, tandem e medaglia Olimpica di Roma’60) e soprattutto dei Vanni Pettenella, il Pollivendolo Volante. Veneto, trasferitosi presto in quell’hinterland milanese in cui lo possiamo ritrovare ancora oggi, quella Affori da cui partiva ogni volta per andare a gareggiare in giro per il mondo, fino a Tokyo. Sì, perché Vanni Pettenella nella metropoli nipponica ci è andato nel 1964 e ci ha pure vinto, scolpendo il proprio nome nel medagliere olimpico. Medaglia d’oro nella sua specialità preferita, la Velocità, e “solo secondo” (come scriverebbero i giornalisti di oggi…) nel chilometro da fermo. L’appuntamento nazionale può sembrare limitativo per l’orizzonte di un tale conquistatore internazionale, ma lo sport non è fatto dai titoli o dall’eco mediatica. E’ fatto di imprese e di eroi che le compiono: non avremmo forse seguito Beckenbauer e Cruijff anche se invece che sfidarsi nella Finale Mondiale con le maglie di Germania e Olanda si fossero affrontati in una gara di scapoli e ammogliati?!… E non vorremmo rivedere Magic Johnson contro Larry Bird anche nel playground di fianco al centro commerciale?
Beh, nella semifinale odierna il Vanni sta per sfidare proprio Sergio Bianchetto detto il Giramondo, che si è dovuto accontentare dell’argento 4 anni prima a Tokyo, senza trovare consolazione nell’oro vinto nel Tandem (quella volta in coppia con Angelo Damiano, detentore tra l’altro del record italiano di surplace: 48’30”). Sfida tradizionale tra i due amici-nemici, rivali in pista e amici fuori, antagonisti sulla bicicletta e compagni di stanza in albergo. I due hanno girato il globo contendendosi trofei nei velodromi e sessioni di massaggio all’olio canforato negli spogliatoi di tutto il mondo: del Giappone abbiamo detto ma anche Australia, Zurigo, Francia, Amsterdam, il mitico Vigorelli di Milano e chi sa più quanti altri appuntamenti. Sfida tradizionale e periodica: Coppi contro Bartali, Rivera contro Mazzola, Borg contro McEnroe, Senna contro Prost, Pettenella contro Bianchetto. Vecchio filibustiere della pista il primo, abituale globetrotter delle Sei Giorni il secondo, entrambi d’origine veneta, i due si conoscono e si straconoscono, sono abituati ad affrontarsi studiando la tattica migliore per vincere ed hanno parecchie rivincite da consumare. In particolare, quella finale olimpica nella terra del sol levante ha lasciato parecchi strascichi, perché se Pettenella vuol confermarsi per dimostrare a tutti i costi che la vittoria non è stata casuale, figuriamoci quale sete di rivincita possa covare Bianchetto che ancora attribuisce la sconfitta nipponica solo ad una mera errata scelta di tempo.
Le piste di allora erano lunghe, i tre giri di pista della specialità Velocità non andavano sparati a mille, ma conveniva stare dietro il più possibile, per prendere la scia all’avversario e fregarlo sul filo di lana. Oggi le piste sono più corte e non c’è abbastanza rettilineo per prendere la scia all’avversario, conta solo sfruttare la forza di gravità che in uscita dalla parabolica ti accelera verso il basso, verso l’ovale più stretto possibile: non ci sono le corsie come nell’atletica, e quindi tocca evitare che l’avversario si impadronisca del tragitto più breve. Allora no, allora la scia faceva la differenza e quindi la scelta di tempo era vitale: se partivi troppo tardi non riuscivi a sfruttare la scia (e più che un cigno nello stormo migratore facevi la figura del pendolare che perde il treno…), se partivi troppo presto concedevi la scia all’avversario (il quale restava al riparo dall’attrito dell’aria e faceva meno fatica, così arrivava sul traguardo più veloce e più fresco). A Tokyo era stato perfetto Bianchetto, fin quando non decise di scattare, il tempo di rendersi conto di esser scattato troppo presto e il patatrack era fatto: Pettenella gli aveva preso la scia per bruciarlo qualche metro prima dell’arrivo e Bianchetto non se lo perdonò mai, passando chissà quante notti a ripensare a quella scelta sciagurata, rivedendosi il film della gara come un incubo. Sarà per questi pensieri, sarà per l’attitudine a certe atmosfere, sarà perché i due avversari hanno mille segreti o forse nessuno, sarà per i 30 gradi che il sole scarica sulla pista all’aperto, sta di fatto che allo sparo dello starter i due partono molto lenti e guardinghi. Gli spettatori si sventagliano con i quotidiani sportivi che presentano le gare della giornata: sì, perché può sembrare strano ma c’è stata un’epoca in cui il ciclismo (anche su pista!…) rappresentava l’evento sportivo-mediatico del giorno!… Ma il pubblico è caldo già di suo anche senza il sole, sente l’attesa della gara, ed è per questo che gli schiamazzi agitati del pre-gara lentamente diventano impercettibile brusio al momento dello start e silenzio tombale nell’inizio gara. Finché succede qualcosa.
I due ciclisti procedono a passo d’uomo, studiandosi e marcandosi a vicenda pedalata per pedalata, giro di ruota per giro di ruota, con gli spalti che osservano in silenzio tanto che se non fossero bici da pista a scatto fisso si sentirebbe il ticchettio della ruota libera. Finisce il primo giro di pista e Bianchetto, il cui cervello in quell’istante sta processando una serie tale di informazioni che nemmeno Google.com in un’ora, decide di tentare la giocata del fuoriclasse, il colpo del maestro, la magata dello showman, e si pianta in surplace. Aaahhh, il surplace…..qualcuno lo confonde con una prova di equilibrio senza capire che è cinetica allo stato puro. Il surplace è movimento da fermo, energia compressa in continuo scontro con sé stessa. La bici da pista è a scatto fisso: se pedali in avanti vai in avanti, se pedali all’indietro vai indietro, se la ruota gira i pedali non possono stare fermi, così come se blocchi i pedali fermi la ruota. Quando pedali normalmente l’energia cinetica ti tiene in equilibrio, così nel surplace dinamico è possibile pedalare avanti e indietro senza mai perdere l’equilibrio pur senza avanzare. Accorciando sempre di più la pedalata, fino a renderla un impercettibile accenno che si risolve in un mero appoggio sui pedali, si ottiene così l’immobilismo perfetto del surplace statico: fermi sul posto, in un continuo moto perpetuo che solo i contatti nervosi del ciclista possono avvertire. E così è per Bianchetto, che inchioda all’improvviso senza per questo riuscire a sorprendere l’attento Pettenella, che, in corsia leggermente più interna, non ha nessunissima intenzione di farsi fregare e si pianta pochi metri dietro. E qui comincia la danza. Il pubblico abbandona il silenzio, per lanciarsi prima in un applauso per la giocata da fuoriclasse, poi esplode in un’ovazione quando vede che i due ciclisti restano fermi ad attendere la mossa dell’altro. Ma nessuno dei due si muove: con le scarpette di cuoio imprigionate nelle gabbiette dei pedali, con i cinghietti (doppi, che siamo su pista…) tanto stretti da fermare il sangue, le mani serrate nella presa aerodinamica del manubrio (durando la gara tre soli giri, il manubrio da pista non prevede la presa alta ed ha l’angolo stretto…), le gambe in tensione per stare leggermente sollevati dalla sella, la schiena curva in avanti sul telaio.
Lo sforzo fisico è tremendo, soprattutto sotto un sole che questa settimana pare sempre allo zenith a qualsiasi ora del giorno, tanto più quando il surplace diventa lungo minuti; perché i due pare non abbiano la minima intenzione di muoversi. Il pubblico se ne accorge e, passato l’entusiasmo per il colpo di scena, vorrebbe ora che la gara proseguisse, che i due ciclisti tornassero a fare i corridori e portassero a termine la gara. Ma Bianchetto e Pettenella paiono non darsene per inteso: il ragno ha steso la tela ma la mosca non ha alcuna intenzione di cascarci dentro. E così restano lì, fiaschi di fibre muscolari al posto dei polpacci, torri di vasi capillari al posto delle cosce, una torsione skopatica (che non è una figura del Kamasutra) che ridisegna la schiena parallela al terreno, monumenti dedicati allo sforzo sovrumano. I duellanti stanno lì ieratici come le statue dedicate ai condottieri, incuranti delle gocce di sudore che imperlano loro il viso, il collo, la schiena, le braccia scendendo fino al manubrio, che se non fosse per guaine e guanti ci sarebbe da scivolare e finire in infermeria.
Il pubblico comincia ad annoiarsi, se non addirittura a spazientirsi: fomentato dal caldo del solleone, il brusio man mano cresce, borbottio sempre più lamentoso, un po’ di lamentele, addirittura qualche fischio di protesta. Oggi in una situazione del genere i due ciclisti verrebbero squalificati dagli sponsor e scuoiati vivi dagli organizzatori, ma anche se ai tempi non c’erano programmi di giornata a cui attenersi scrupolosamente, esigenze organizzative, eventi collaterali degli sponsor, la pubblicità da mandare in onda, qualche problema la situazione lo crea, almeno alla tv. Già la tv. Sì, perché c’è anche la tv quel giorno, con tanto di diretta RAI in bianco e nero e telecronaca di un perplesso Nando Martellini (sì, proprio quello di “Idalia: Zovv, Gendile, Gabrini…”, quello di “…Campioni del Mondo!…Campioni del Mondo!…Campioni del Mondo!…”), il quale dopo aver aperto pomposamente la diretta si ritrova imbarazzato a commentare il nulla farcendolo con qualche intervista, per poi periodicamente rimettersi alla regia. “Fasi di studio, a voi la linea” dove, non trattandosi di un incontro di pugilato, “fasi di studio” appare come un esilarante ed involontario eufemismo. Si va avanti con questa alternanza, con la linea che periodicamente ritorna a Martellini, sgomento esattamente come i telespettatori di fronte al fermo immagine riportato dal tubo catodico. Il povero Nando ci riprova con qualche altra intervista di cazzeggio ma, rassegnato, è sistematicamente costretto a capitolare: “…il surplace va avanti, ci risentiamo tra qualche minuto…a fra poco!…” Ad un certo punto, convinto di essere ormai fuori onda, gli scappa anche un “…sì, ma qua non succede niente!…” che regala qualche istante di ilarità al pubblico televisivo…
Gli spettatori non ne possono più, sono fuori dalla grazia di Dio e lanciano improperi e grida di protesta. Finchè qualcuno, non si sa se tra il pubblico o tra gli addetti ai lavori, si ricorda del record di Damiano, si accorge di cosa sta succedendo sulla pista e lo comunica allo speaker, il quale di lì a poco annuncia: “Attenzione. Avvertiamo il gentile pubblico che gli atleti Bianchetto e Pettenella hanno appena battuto il record italiano di surplace!…” Il pubblico capisce che quella a cui stava assistendo non era una stucchevole melina tattica, come quella di un Boca Juniors qualsiasi in vantaggio di un gol a pochi minuti dalla fine di una partita di Libertadores in casa dei brasiliani. Dopo un primo attimo di disorientamento gli spettatori di colpo si svegliano ed esplodono in un boato, perché realizzano di trovarsi in mezzo al teatro di uno di quegli eventi di cui un giorno potranno vantare “io c’ero!…” . Adesso sì che anche Nando Martellini, che fino a quel momento non l’avrebbe salvato nemmeno il Conte Mascetti col suo “Antani la Supercazzola”, ha finalmente qualcosa di cui cianciare. E infatti ciancia, sciorinando come un torrente tutti i record di surplace più noti: dall’ Oerlikon di Zurigo al Vigorelli di Milano, da Beghetto a Maspes…
Già, Maspes: l’uomo che aveva trasformato il surplace in un’altra disciplina, una rappresentazione a parte, una competizione nella competizione, the show in the show. Anzi, show-business: famose quelle corse in cui Maspes si fermava ad arte per delle mezz’ore davanti al cartellone pubblicitario dell’Ignis e il Commendator Borghi (il Presidente di tutto, quello che finanziava un pullmino per andare a raccattare i ragazzini in giro e portarli alle gare nei velodromi. Poi ci si chiede come mai oggi i ragazzini vivano solo di calcio e discoteche…) negli spogliatoi staccava l’assegnino. E’ suo il prossimo record da battere, ma per farlo serve ultimare il giro di Rolex del Dogui. Il pubblico è elettrizzato, si agita scomposto, urla, applaude, fischia. La gente fatica a star seduta, pare quasi che facciano più fatica gli spettatori dei due ciclisti in pista. A quel punto lo speaker getta ulteriore benzina sul fuoco, annunciando dagli altoparlanti che si va verso il Record del Mondo di Maspes: un’ora e passa. Non l’avesse mai detto, il delirio si impadronisce degli spalti e il velodromo diventa una bolgia (e per una volta tale espressione non merita di essere derubricata a banalità da redazione). Pare di essere al Maracanà di Rio de Janeiro durante il Fla-Flu, al Forum di Los Angeles durante Lakers-Celtics, allo Zavtoreni Bazen di Spalato per POŠK Spalato-WPC Partizan Belgrado di pallanuoto……. solo che qua non vi sono due fazioni opposte di scimmie urlatrici che tifano l’una contro l’altra insultandosi a vicenda, bensì un unico pubblico che riconosce ai due atleti in gara il ruolo d’orgoglio nazionale e tifa per l’evento storico.
Sì, perché i due ciclisti, ancora fermi sulle bici, i muscoli contratti, il manubrio leggermente di traverso per avere più “piede” in appoggio, anche per resistere alla pendenza della pista inclinata, in attesa speranzosa che l’avversario si pieghi allo sforzo doloroso e ceda alla prima pedalata, stanno scrivendo l’ennesima pagina di storia, aggiungendo un ultimo capitolo ad un libro già ricco. Il pubblico lo sa, lo vuole, ed ora scandisce ritmicamente il grido di “Ora!…Ora!…Ora!” come fosse il nome dell’atleta di casa. Anche se in realtà i due ciclisti nemmeno se ne accorgono, isolati dal mondo come quel Jack Nicklaus che all’ultima buca era talmente concentrato sul putter da non accorgersi nemmeno che il vento gli stava facendo volare via il cappellino. Nel frattempo gli spalti si affollano sempre più di avventori che, abitando lì vicino ed avendo intuito in tv la portata dell’evento, sono corsi al velodromo varesino, tanto che il coro diventa sempre più corposo fino ad eruttare in un boato quando il cronometro fa felice il Dogui e cancella il record di Maspes. Il tempo di riprendersi dall’orgasmo, e commentare entusiasti per poi frenare gli entusiasmi e concentrare l’attenzione sul fatto che il record è battuto ma la gara non è finita, che va in scena il coup de théâtre. Le lancette del quadrante (Dio, che effetto parlare di lancette!…) stanno scollinando la misura dell’ora 3 minuti e 5 secondi quando Bianchetto ha una vibrazione nervosa. Pettenella pensa che l’avversario si sia deciso a partire, non si sa se per tattica o per cedimento, e quindi tende il corpo pronto a scattare con l’occhio fisso sul rivale. Ma quello di Bianchetto non è esattamente una tensione muscolare: è più un sussulto, un colpo di tosse, una blanda convulsione.
“Eppur si muove” direbbe Galileo Galilei, ma solo per sbandare blandamente, zig-zagando col manubrio alla ricerca di un equilibrio che pare svanire sempre più. Actina e miosina provano ancora a comunicare tra loro, ma non c’è campo e il GSM non prende: si consumano così le ultime stille di energia nelle membra e gli ultimi impulsi di lucidità nei neuroni di Bianchetto, che stravolto dallo sforzo stramazza al suolo, scivola sul cemento e, cedendo alla forza di gravità data dalla pendenza della pista, passa davanti ad un impassibile Pettenella tagliandogli la strada e andandosi a spiaggiare a fondo pista. Al Vanni, come Babe Ruth dopo un fuoricampo, non resta che ultimare placidamente il percorso restante, col pubblico che applaude questo grottesco giro d’onore dopo esser ammutolito nell’attimo di paura per le sorti di Bianchetto, il quale nel frattempo viene rianimato a bordo pista e fermato dai medici per la seconda manche, che andrà così a tavolino al campione olimpico di specialità.
Tutti questi pensieri mi scorrono veloci nella mente, un po’ come quando nei film mostrano tutta la vita che scorre davanti agli occhi del protagonista sulla soglia della morte, finché mi accorgo che sotto l’acqua la mia ragazza mi sta osservando perplessa e insofferente, con l’ombrello in una mano e il faldone di documenti nell’altra. Sì, in effetti hai ragione, dovremmo andare…
Ancora una frazione di secondo, a ricordare quanti pomeriggi abbiamo passato noi ciclisti urbani qua dentro, a cannibalizzare i racconti del Vanni. Viene tenerezza a ripensare come un atleta che è salito su un podio mondiale possa passare le giornate dentro una ciclofficina di periferia, prendendo le misure ad un cliente per realizzare un telaio su misura o spiegando la differenza tra le rilassate geometrie dei telai da corsa e quelle più impiccate dei telai da pista. Pensa te, come entrare in un negozio di articoli sportivi e trovare Carl Lewis che ti mostra come scattare dai blocchi, Michael Jordan che ti vende un pallone o Paolo Maldini che ti aiuta a scegliere la giusta scarpa coi tacchetti!… Ci aveva provato a monetizzare la medaglia di Tokyo, lui che avrebbe dovuto ereditare il senso degli affari dal padre commerciante, ma senza esser passato al ben più remunerato ciclismo su strada e senza aver fatto il salto come uno dei tanti dirigenti col pelo sullo stomaco, alla fine si era chiuso lì ad Affori, accontentandosi di fare il direttore di pista dell’ultimo Vigorelli e farsi copiare dal mondo tutte le invenzioni che sgorgavano dalla sua mente vulcanica: il contachilometri realizzato con un cursore magnetico che gira fissato alla ruota anteriore, la ruota a soli 4 raggi per esser più leggera, le tubazioni ovali per aver telai più rigidi e aerodinamici…
Un ultimo istante a ripensare a quanti di noi han passato i pomeriggi oltre questa serranda arrugginita, a farsi spiegare l’assetto di una bici da pista o a imparare a frenare premendo sulla ruota anteriore a mo’ di tampone la mano guantata. Il tempo di incrociare con la coda dell’occhio la faccia sempre più imbronciata della mia bella e decido di usare i polpastrelli come Messenger per portare un bacio dalle mie labbra alla saracinesca dell’officina, con la mia donna che ride accorgendosi di un passante che si gira strabuzzando gli occhi sbalordito di fronte all’incomprensibile demenzialità di quel gesto. Ciao Campione, mi è venuta voglia di rivenire a trovarti, di romperti di nuovo le scatole, di riascoltare ancora qualche tuo racconto, di risentire qualcuna di quelle tue buffe frasi fatte col Senso dell’Ovvio Inside: “…si può fare, però bisogna farlo…..non è difficile, però bisogna farlo…..funziona, però bisogna farlo…” Mi sa che un pomeriggio di questi passo a trovarti. Non so quando, però bisogna farlo.
Daniele D’Aquila
(in esclusiva per Indiscreto)

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