Kobe dell’altro mondo

di Simone Basso
Teoria evolutiva del giocatore più rappresentativo dell’ultimo decennio, la cui ferocia agonistica paradossalmente nasce da un’infanzia senza povertà e disperazione…

Prologo: “In campo, ad un’ora e mezza dall’inizio dell’incontro, c’è soltanto un ragazzino di colore, che tratta il pallone da basket come oggetto ormai domato: un palleggio e un tiro, un palleggio e un canestro. Non gli darei più di cinque anni: eppure, da una distanza di due metri, quel ragazzino fa sempre ciuff.  Mi diranno in seguito che è Bryant junior, ovvero il figlio del mattatore numero uno della serata “Tutte Stelle”…” (Paolo Viberti, cronaca dell’All Star Game di Firenze, su SB del 28 Febbraio 1985)
Non preoccupatevi, malgrado l’incipit questo non è un amarcord sui trascorsi italiani di Kobe Bryant. E’ semplicemente una scusa per introdurre uno sguardo differente, da un’altra prospettiva, sul numero 24 dei Lakers. Una sorta di teoria darwiniana, evolutiva, del giocatore più rappresentativo di questo decennio. Prima di addentrarci in un discorso prettamente tecnico, meglio chiarire la forma mentis del soggetto analizzato: un figlio d’arte che non ha bisogno della fame per ambire alla fama. Quindi un afroamericano atipico, decisamente non inglobabile nel monotipo da ghetto: viene in mente anche il grande Grant Hill per illustrare una genia rara nelle dinamiche dello sport a stellestrisce. Essere Kobe significa soprattutto avere un concetto superomistico della propria missione, non accontentarsi di vincere, ma pretendere da se stessi e dalle proprie azioni il dominio assoluto: del proprio gioco, di quello altrui e dell’universo intero.
La stirpe da cui deriva il kobismo è geneticamente affine a pochissimi altri esempi nella storia dello sport: vengono in mente soprattutto Eddy Merckx e Bjorn Borg. Campioni feroci nell’atteggiamento, che estremizzarono il concetto di agonismo portandolo oltre, e soprattutto espressione avanguardistica di una concezione borghese del gioco e dello sport. Alcune parole di Mario Fossati, dedicate all’inarrivabile Cannibale belga, sembrano descrivere perfettamente anche il dna di Bryant: “Ha inseguito l’idea del campione e subito l’ha raggiunta. Aveva tutto ciò che un Coppi (ovvero un povero…n.d.r.) avrebbe sognato di possedere. Un benessere che gli ha permesso di porre in salvo la personalità. Non ha dovuto lottare contro il bisogno. La concorrenza gli ha cresciuto dentro la rabbia di vincere. E’ un mostro…”. Ecco, se l’ex numero otto Lacustre è nietszchiano nel risultato dei suoi sforzi, la volontà nel concepirli ricorda il “Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli” dell’Alfieri più delirante. Quindi, come modello di riferimento, scelse quello più improbabile ed intoccabile: Michael Jordan. Ritenuto da tutti, a ben vedere oggi a torto, irriproducibile nelle movenze e nelle conseguenze: il figlio di Jellybean si è abbeverato a quella fonte e ha preteso di riprodurne le gestualità e la mentalità da tiranno. Uno sgarbo che molti di noi non gli perdoniamo; offesi dall’aver intravisto una tipologia jordaniana perfezionata ulteriormente, malgrado fossimo convinti dell’impossibilità di qualsiasi paragone con il ventitre dei Bulls.
“How good can I be, really? Can I beat my older sister? Can I beat my cousin? Can I beat my dad? Can I make jv? Can I make varsity? Play in college? Make the Nba? First round? All-Star Game? Championship ring? Mvp?” (Pubblicità Adidas del 1997). Kobe è cresciuto con addosso una pressione inimmaginabile, eppure non è franato nella sua missione impossibile: malgrado i kobehaters, Shaq e i fatti del Colorado; come fosse composto di materiale cosmico, diverso da quelli provenienti dal pianeta terra. Nulla ha mai potuto arrestare la sua corsa solitaria verso la grandezza: nemmeno quelle spadellate, da tre, che sancirono un’eliminazione umiliante e sacrosanta contro i Jazz di Stockton e Malone. Erano i playoffs 1998 e anche quei tiracci (con i denti da latte..) confermarono la personalità straripante del futuro Mvp; giustificato da un Del Harris che riconobbe subito, come del resto Jerry West, le potenzialità infinite del soggetto. L’anno dopo, nella stagione di transizione del lockout, Bryant iniziò a mostrare, ad intermittenza, lampi di onnipotenza assoluta. A Orlando, il 21 Marzo 1999, iniziò la primavera kobista: nel primo tempo LA fu asfaltata da Penny Hardaway e compagni, poi (come per incanto) Bryant entrò in una dimensione che avrebbe, più frequentemente, abitato negli anni successivi. Condusse alla rimonta i gialloviola segnandone, nella sola ripresa, 33.
L’arsenale già contemplava l’immarcabilità: il suo movimento preferito, sfruttando l’atletismo straripante e una coordinazione miracolosa, è la ricezione aerea con schiacciata incorporata, separandosi al momento giusto dal marcatore. Il palleggio con la destra permette già ogni movimento (in)immaginabile: naturalmente il primo passo felino da slasher gli consente anche un tiro in sospensione di eccellente fattura. Tutto il resto dipendeva dalle lune del bambino prodigio, capace di sfuriate offensive incredibili. Il tiro in sospensione era sicuro anche dopo aver maneggiato la palla con la sinistra: ma il controllo perfetto sarebbe arrivato col tempo; questa caratteristica era ben lontana dalle possibilità del Tracy McGrady degli anni in Florida, praticamente inarrestabile nell’entrata anche con la mano sfavorita.
Questo per far capire il metodo e la costruzione del Mamba, che ha come carburante anche l’osservazione dei pregi altrui e la cura maniacale dei particolari; un computer cestistico. Sembra proprio che il Nembo Kid losangelino sia una combinazione felice tra neuroni specchio vivacissimi, che ne accrescono l’apprendimento rapido, e una reattività neuromuscolare abnorme: una gioiosa macchina bellica da canestri. Non è casuale che i progressi più evidenti siano arrivati nella stagione del primo anello; è proprio l’entrata mancina a farsi sempre più sicura, affinandosi continuamente anche nelle doti a lui peculiari. Ci stiamo riferendo alla capacità diabolica di ghermire il rimbalzo offensivo, magari quello decisivo, e alla virtù innata di decidere le partite: se la sublimazione, di questo carattere distintivo, è arrivata nella finale olimpica di Pechino, tutto cominciò ufficialmente con la prestazione clamorosa di gara4 delle finali 2000. Quel dì, oltre che aprire un ciclo vincente, si iscrisse nel Pantheon dei grandi. Sorprenderà sempre più, nel corso degli anni, la volontà assassina di risolvere le partite sul filo; quasi fosse in una dimensione tutta sua. Allora Black Mamba si trasforma in Solaris, il pianeta terribile (ideato dal genio di Lem) che si diverte a fare a pezzi la coscienza di chi lo vuole esplorare.
Lasciando da parte l’ego ipertrofico, che alcune volte lo induce a una solistica esagerata (fasotutomì!), la finesse e la classe sono spaventose. Andando oltre le esibizioni circensi come gli 81 ai Raptors, ci sono partite che sgomentano per il dominio assoluto esercitato. La gara1 dell’ultimissimo showdown contro Orlando, oppure la serata da capogiro che ebbe nell’incredibile ritorno sui Mavs (da meno 27 nell’ultimo quarto!) nel 2003. Post, fronte a canestro, arresto e tiro, improvvisando sulla linea di fondo e in area, finta e ricezione, lo scarico al compagno libero…
Epilogo: oggi pare aggiungere sempre qualcosa allo chassis, merito anche di quei piedi da ballerino pugilatore: è ormai uno scienziato nel giro e tiro cadendo all’indietro, alternato talvolta con una serie inenarrabile di finte. Trattasi dell’inferno contemporaneo per ogni difensore, seppur bravo, dell’intera Nba: con l’eccezione del canonico quarto tempo in contropiede, lo sfizio di una megastella, esegue tutto con una pulizia tecnica sublime, veramente da scuola di pallacanestro cibernetica. Quest’estate ha preso ripetizione dal sommo Hakeem Olajuwon per migliorare le movenze vicino a canestro; prima o poi ci regalerà la sua versione riveduta e corretta del Dreamshake, proprio come replicò il babyhook di Magic. Il cielo è, forse, il limite; Kobe potrebbe portarci verso la perfezione formale: l’idea tecnica è che, negli ultimi quattro metri, si arriverà a cambiare mano a seconda della posizione. Sul lato sinistro si diventerà mancini, anche se si è impostati con la destra; il figlio di Jellybean forse sarà il primo a realizzare compiutamente questa evoluzione. Magari domani, il simposio si arricchirà di nuovi capitoli da aggiungere alla sua saga di ubermensch cestistico.
Simone Basso
(articolo pubblicato sul numero 24 di ASB, nel Dicembre 2009).
P.S. Un ringraziamento speciale a Roberto Gotta.
 

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