I due no di Bican

di Stefano Olivari
La vita straordinaria di un grande attaccante del Wunderteam che riuscì a sopravvivere a nazismo e comunismo. Il calcio gli salvò la vita, lui salvò la dignità…


Le classifiche storico-cialtrone hanno almeno un merito: l’appiglio per ricordare fenomeni del calcio senza addentrarsi nella discussione su chi sia stato più forte, con il partito del ‘Taci tu che non hai visto giocare Sallustro‘ contrapposto a quello del ‘Simone Inzaghi negli anni Cinquanta avrebbe segnato sei gol a partita’. Josef Bican non è stato solo uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi, oltre che una gloria con entrambi i suoi passaporti (austriaco e cecoslovacco), ma anche un uomo con una storia personale incredibile ed un destino politico meno strano di quello che si pensi: cioè di perseguitato sia dal nazismo che poi dal comunismo, sempre per quella sua mania di non prendere tessere a comando.
Nato nel 1913 a Vienna da una famiglia ceca e cresciuto in povertà vera, il teorico primo passaporto di Bican sarebbe quindi austro-ungarico visto che nel 1913 Francesco Giuseppe era ancora saldamente al comando dell’Impero. Comunque da austriaco ‘puro’ non se la passa bene: papà Frantisek, calciatore nell’Hertha Vienna, sopravvive alla guerra passata in prima linea ma non alle complicazioni di un’operazione ad un rene e così a otto anni Josef rimane orfano. Con la madre Ludmila, cameriera, che asseconda la sua passione. Le ristrettezze non gli impediscono di emergere come super-talento delle giovanili dell’Hertha e più tardi del Rapid Vienna: gran fisico, velocità (100 metri in 10”8) all’epoca da finale olimpica, concretezza sotto porta.
Uno così non può sfuggire agli occhi di Hugo Meisl, che lo chiama a far parte del Wunderteam di Sindelar e di tutti gli altri. La squadra favorita al Mondiale 1934, dove verrà bloccata in semifinale dall’Italia di Pozzo in modi e con retroscena che lo stesso Bican ha tante volte raccontato (è morto nel 2001) durante premiazioni e operazioni nostalgia: difficile verificare se l’arbitro svedese Eklind abbia cenato con Mussolini alla vigilia della partita (eppure i diari del Duce non mancano, fra veri e falsi), di sicuro l’assenza della televisione permette porcherie incredibili. Non è però di calcio o dei mille record di Bican che vogliamo parlare, visto che gli almanacchi sono più precisi (forse) di noi e che i libri sono pieni di campioni inarrivabili che nessuno ha mai visto giocare, ma della sua vita.
Che nel 1937 ha una sterzata: annusando aria di Anschluss si trasferisce allo Slavia Praga, guadagnando qualche mese di libertà. Poi le note (speriamo) vicende mondiali, mentre nel suo piccolo il grande Bican si rifiuta più volte di prendere la tessera del partito nazista ed anche di farsi naturalizzare tedesco. La popolarità gli permette almeno di non farsi ammazzare dall’invasore e anche di regalare i pochi momenti di gioia di quegli anni, con valanghe di gol nei tornei bellici che oggi fanno discutere inutilmente gli statistici. A fine guerra è sul punto di passare alla Juventus, su segnalazione dell’allora giovane Avvocato, ma rimane titubante perchè come spiegherà poco prima di morire ”Sui giornali di Praga avevo letto che l’Italia stava per diventare comunista”. Invece nel 1948 la poco simpatica situazione si verifica in Cecoslovacchia, aprendo il capitolo più doloroso della vita di Bican. Che rifiuta sia la tessera del partito che di prendere parte a manifestazioni di regime: per questo, pur continuando ad avere il calcio come assicurazione sulla vita, viene attaccato da giornali non esattamente indipendenti che lo definiscono ‘Borghese viennese’ ignorando l’origine dei genitori e la povertà assoluta in cui è cresciuto (al di là del fatto che essere borghese e viennese sia un crimine). Povertà che conosce di nuovo, visto che alla fine della carriera calcistica gli si chiudono tutte le porte. A meno che… Senza scendere a compromessi Bican si reinventa operaio, prima alle ferrovie e poi in un’acciaieria. Solo a 56 anni, qualche mese dopo la Primavera di Praga, gli permettono di espatriare per allenare una piccola squadra belga, il Tongeren. Nel 1989 vive la cosiddetta rivoluzione di velluto senza protagonismo, nonostante abbia tutti i titoli e la fama per poter dire ‘Nessuno mi ha sconfitto’. Muore senza figli, lasciando un grande esempio.
stefano@indiscreto.it 

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