Non ci sono stadi italiani

di Paolo Sacchi
Note a margine del discorso Balotelli-Verona: la cultura extra-calcio, le sciarpe dei giornalisti inglesi, la maglia di Mayelé, la diversità del Chievo, i fischi da bianco e la denuncia nel posto sbagliato.


1. Lo stato dell’arte negli stadi italiani rispecchia in qualche modo l’andazzo culturale del Paese. Usando un eufemismo si può dire che non siamo messi benissimo, checché ne dicano i vertici federali e soprattutto i grandi editorialisti. Forse perché non vanno mai allo stadio e alla tv guardano 18 partite in contemporanea. 

2. Il modo di vivere il calcio in Italia all’alba dell’anno 2010 sembra dominato da fanatismo, rabbia e isteria. Non si ride mai, non si scherza mai, non ci si diverte mai. Si soffre e ci si arrabbia soltanto. Lontano mille miglia dalla passione, sportività e gioiosa partecipazione continentale, soprattutto britannica: che viene spesso citata strumentalmente e con toni retorici, ma di cui chiunque in grado di pagarsi un volo low cost può confermare l’esistenza. Quella sportività a cui tutti dicono che dovremmo ispirarci. Confrontando le tribune stampa, in Inghilterra non abbiamo mai (mai!) visto giornalisti avvolti da sciarpe con i colori sociali della propria squadra di riferimento, esultare o imprecare come fossero capo-tifosi. In Italia questo è quasi sempre la norma. 
3. Ovviamente stiamo generalizzando. Chiunque sa che ci sono variabili sia al di qua che aldilà del Brennero. Tra quelle virtuose, o quantomeno che interpretino il calcio nell’ottica della sportività e dello sviluppo di relazioni amichevoli e attività benefiche, certamente c’è l’ambiente attorno al Chievo. Che mette al primo posto senza ipocrisie fair play e lotta al razzismo. Che tra gli idoli del presente e del passato annovera Luciano, Manfredini, Obinna. Che l’unica maglia ritirata nella storia della società è la numero 30 indossata da Jason Mayelé. Che era nato in Congo.
4. Siccome la mamma dei cretini figlia ovunque, di sicuro ne sarà nato qualcuno anche tra i tifosi gialloblù. Ieri però al Bentegodi (di ritorno dall’Egitto, visto che non abbiamo il dono dell’ubiquità) per intercettare insulti razzisti bisognava davvero avere un orecchio fino. Tenendo sempre a mente il principio che se io rubo meno di un altro non vuol dire che sono più onesto, la cosa non vuole essere un alibi ma, rispetto all’accoglienza che Balotelli riceve abitualmente in altri stadi italiani, ieri a Verona il pubblico è parso assolutamente corretto. Anche perchè la stragrande maggioranza dei tifosi del Chievo ha in realtà “scelto” di tifare per la squadra di Campedelli proprio per i presupposti e gli ideali (parola grossa, ma è per intenderci meglio) che rappresenta. Per questo, e rispetto alla realtà vissuta allo stadio, l’esternazione di Balotelli è parsa sproporzionata.
5. In sintesi: qualche fischio o urlacchio (tra cui il poco fantasioso “siete peggio della Juve!”) dopo il gol dell’Inter, a reazione dopo il rigore negato/cercato/reclamato (scegliete voi) a/da Pellissier che nella dinamica del gioco era avvenuto giusto 10 secondi prima; improperi a Balotelli dopo il plateale allontanamento della palla per farsi deliberatamente ammonire. E infine, peraltro blandi, fischi soprattutto dopo un (ostentato) screzio con Mantovani. Altro, onestamente, non ricordiamo. Nulla che ascriveremmo come “razzista” o comunque esternato collettivamente, ma piuttosto al limite catalogabile tra le classiche e “reazioni verbali” ad atteggiamenti ritenuti antisportivi. Ben diverso sarebbe stato sentir cantare “non ci sono negri italiani” da un intero settore, ascoltare osceni versi da scimmia ogni volta che fosse stato in azione o vedere “tifosi” saltellare auspicando la morte del giocatore. In definitiva, se non avesse rilasciato l’intervista a Sky, sarebbe stato un dopogara assolutamente senza scoop, con l’unico tema di approfondimento nel palleggio (in tutti i sensi) sul rigore/non rigore di Quaresma.
6. In definitiva, Balotelli è un giocatore fenomenale. Per chi ama il calcio è una gioia vederlo in azione. Quanto accaduto al Bentegodi crediamo possa aiutare a comprendere la questione. Sostenere che “se la va a cercare” è sempre un odioso alibi che spesso ha giustificato incredibilmente alcune offese che il ragazzo ha ricevuto. Se però in altre situazioni ha avuto mille ragioni, per quello che la stragrande maggioranza dei presenti ha notato e vissuto, al Bentegodi crediamo abbia completamente sbagliato il contesto. Paradossalmente rischiando di creare alibi a chi non aspetta altro per giustificare il vero razzismo.
Paolo Sacchi, da Verona
(in esclusiva per Indiscreto)
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