Le Spice Girls degli anni Settanta

di Simone Basso
Opinioni minoritarie sui Sex Pistols, che stabilirono nuovi standard commerciali nella musica.  Da dire avevano nulla, ma quel nulla lo dissero con molto rumore…

Ci sono personaggi che nella loro utopia amiamo visceralmente: quale eroe è più romantico del Don Chisciotte di Cervantes? I mulini a vento, metafora prodigiosa, rappresentano il vento avverso del tempo e della storia. Un signorotto di grande intelligenza, giornalista (…), storpio quanto perfido, spiegò la massima più efficace dell’era moderna. “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” disse Joseph Goebbels. Un paradigma applicabile a qualsiasi schema dell’universo umano, che rende patetici e perdenti i Guy Fawkes di questo mondo, per i quali comunque non smetteremo mai di fare il tifo.
Tutta questa introduzione per giustificare un’opinione minoritaria su un’icona pop del Novecento, i Sex Pistols. Non che sia poi un’impresa difficilissima: ci ricorda parecchio la phytonata irresistibile di Ken Clear-Air System, il campione di boxe che massacra (?) una scolaretta stenodattilografa. I Pistols ribaltarono, bontà loro, le vicende commerciali di un decennio; stabilirono nuovi standard, vendendo la propria merce in maniera differente. Portando alla massa concetti elitari, li evirarono del loro significato autentico; rappresentando un felice esperimento di decontestualizzazione artistica. Dadaisti con sessant’anni di ritardo, applicarono tutti gli insegnamenti di certa avanguardia: non avendo nulla da dire, lo dichiararono facendo molto rumore.
Malcom McLaren, il loro deus ex machina, mise assieme la truffa con pochi riferimenti, ma precisi: vide da vicino il sottovuoto spinto degli Stones transessuali, le New York Dolls, e ricalcò la propaganda bowiana di Ziggy Stardust. Purtroppo, al posto del songwriting geniale del signor Jones e della maestria dei Ragni da Marte, si ritrovò al guinzaglio un’accolita di mediocri. L’idea, abbastanza marinettiana, fu di alzare il tiro e metterla sulla politica sociale: i Pistola giustificarono la loro incapacità come un manifesto di Bakunin (poveretto, cosa fece di male per meritarsi ciò?). Ribaltarono il concetto esportando nel mondo occidentale l’anarchia: l’unico pensiero umano non in vendita, perchè creato sulla dignità dell’individuo, fu messo sullo scaffale del supermercato giovanile. Lo lanciarono sottoforma di scatolette di vomito e vendette bene, quasi quanto l’eroina e i blue jeans strappati. La retorica antisistema scardinò le difese e i preconcetti dei media; al resto ci pensò la voglia dell’industria musicale di proporre nuovi prodotti. Il meccanismo che li rese popolari, nel senso più warholiano del termine, fu una lastra di ciò che saremmo diventati: apparenza coatta, senza freni e priva di uno spessore culturale minimo. Il brand (parlate inglese quando volete giustificare il nulla) è lo stesso di un reality contemporaneo di grande successo: John Lydon chiuse il cerchio quando, qualche anno fa, partecipò all’Isola dei Famosi britannica.
I Monkees vestiti Vivianne Westwood “crearono” il punk, nel senso che volgarizzarono, non potendo fare altrimenti, le idee più minacciose e inquietanti della (de) generazione precedente: il riferimento con gli Stooges è obbligatorio. Il combo di Detroit fu una delle testimonianze più estreme della storia del rock; “Fun house” è ancora oggi un pozzo non del tutto esplorabile: là dentro convivono alienazione, rabbia feroce, heavy metal (il blues dei bianchi…) degenerato, Coltrane, il Living Theatre e quello della strada. “Never mind the bollocks”, paragonato al secondo disco della creatura di Iggy, è una barzelletta sconcia di Gino Bramieri. Già, perchè in teoria ci sarebbe anche la musica: riff music claudicante, la canzonatura fuori tonalità dell’hard rock, con i soliti tre accordi di Chuck Berry ripetuti fino alla noia. Suonati malissimo e con una mancanza desolante di immaginazione: non essere virtuosi dello strumento implicherebbe almeno un balzo in avanti verso dimensioni diverse.
Curiosa e beffarda l’idea che l’hardcore punk americano, ispirato anche da quei moti, avrebbe mostrato al suo apice (almeno nelle sue punte di diamante) una fantasia quasi bunueliana nell’approccio alla materia: Dead Kennedys, Husker Du, Black Flag, Minutemen, Meat Puppets, Die Kreuzen, Fugazi, etc…Alla faccia del do it yourself, dopo la denefestrazione di Glen Matlock (l’unico con aspirazioni musicali..), registrarono il loro memorabile esordio/epitaffio ai Wassex Studios di Highbury; vicini di sessione con i Queen. Altro esempio di costruzione virtuosa di un immaginario pop; anche se, permetteteci l’affondo, a un livello artistico incomprensibile per i rozzi dicitori di “Pretty vacant”.
L’icona Sid Vicious, esteticamente perfetta per rappresentarli, dovettero “sostituirla” temporaneamente con il Matlock per le incisioni; fu l’inizio di un’odissea escatologica dei quattro più uno. Ogni gesto una provocazione studiata per guadagnare visibilità e spazio mediatico; in un cortocircuito che diverrà verbo assoluto nella comunicazione moderna, oggi (su tutti i fronti) quasi esclusivamente di carattere pubblicitario. Se il messaggio, desolante, fu di aderire al sistema per fotterlo, allora Bernie Madoff (il McLaren del Nasdaq) fu il più punk di tutti. I Pistols furono un trionfo del marketing creativo e diffusero l’oltraggio come lasciapassare per la fama: sarebbe impietoso il paragone con la nascente cultura industriale, che proprio in quel periodo cominciò a sabotare le certezze della nostra allucinazione collettiva. La rivoluzione di “Anarchy in the UK” fu soprattutto restaurazione e, dopo l’iniziale scetticismo, rappresentò un formidabile Cavallo di Troia per l’industria musicale; che mandò al macero i dinosauri dei seventies, poco fotogenici e troppo pretenziosi, e accolse una schiera infinita di diciottenni rampanti. Cibo ignaro,e quindi ideale, per le fauci appuntite delle etichette discografiche che cominciarono a proporre l’improponibile. L’effetto tsunami ebbe anche, malgrado tutto, il pregio di accellerare l’arrivo di nuovi (e validi) attori sulla scena: in primis la new wave e tutto ciò che ne seguì. Ma i modelli di ispirazione, ben più alti, non furono mai quelli del 1977: la sacra famiglia Velvet Underground, il gatto e la volpe BowiEno, i cosmici tedeschi. Il reggae negli slanci più dub, i Funkadelic e, clamoroso al Cibali, certo progressive inglese dissonante e minimalista.
La conferma indiretta arrivò, pochi anni dopo, con il progetto del fu Johnny Rotten, ovvero i PIL: un Golem autentico, realmente avanguardistico e affascinante nelle suggestioni proposte. Del resto, prendere sul serio uno che cantò (?) “I am an antichrist, I am an anarchist” fu veramente un atto di fede, degno del Michel dell'”I love you” di Ferreri. “The revolution will not be televised” disse Gil Scott Heron e dovremmo ripeterlo come un mantra ad ogni moda, musicale e no, proposta e imposta. Il ribellismo da barricata di alcuni, i soliti, è sempre stato ben ricompensato economicamente; magari da una multinazionale che, mentre stampa i dischi dei rivoltosi, produce anche missili e bombe. Forse la realtà della diserzione al sistema, o almeno l’incorruttibilità di fronte allo stesso, la scrisse un gruppo punk (vero) qualche anno fa su una maglietta…”Stay home and read a book”. E adesso andiamo via: Sancho Panza ci aspetta per un’altra impresa epica.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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