I fantasmi di David Bowie

di Simone Basso
1974, il cadavere ancora fresco di Ziggy Stardust. Bowie lo uccise, ma non riuscì a fuggire dalla sua ombra.
Così progettò “Diamond dogs”, una corsa verso il futuro e soprattutto gli States. Un capolavoro imperfetto, figlio di una mutazione genetica prodigiosa, nonchè la realizzazione pop di un incubo…

“And…in the death” E…nella morte
”as the last few corpses” mentre gli ultimi pochi cadaveri
”lay rotting on the slimy thoroughfare” giacciono a marcire nella via melmosa
”the shutters lifted in inches in Temperance Building” le persiane si alzarono di pochi centimetri nel Palazzo della Temperanza
”high on Poachers Hill and red mutant eyes gazed down on Hunger City no more big wheels” là sulla Collina del Cacciatore e occhi rossi mutanti fissarono la Città della Fame niente più pezzi grossi
”fleas the size of rats sucked on rats the” pulci grandi come ratti succhiavano il sangue di ratti
”size of cats and 10000 peoploids split into small tribes” grandi come gatti e 10000 umanoidi divisi in piccole tribù
”coverting the highest of the sterile skyscrapers” arrancano sul più alto tra gli sterili grattacieli
”like packs of dogs assaulting the glass fronts of Love Me Avenue….” come branchi di cani che assaltano le facciate di vetro in Via Amami….
Ammazzati definitivamente anche gli Spiders From Mars, i “gregari” del disco erano fuoriclasse autentici: Visconti, Newman, Dunbar, Garson. “Diamond dogs” partì come rilettura dell’orwelliano “1984” e poi divenne altro: sicuramente un’allucinazione perenne. Trattasi della prima opera rock, ad alta diffusione, scritta col cut-up gysiniano; è di quei giorni una bellissima foto (della serie ritratti famigliari) dell’emaciata rockstar con zio Bill. William Dottor Benway Burroughs naturalmente, la nostra cattiva coscienza. Quel trattamento dei testi aggiunse ulteriore colore a uno scenario sulfureo; una visione alienata di una civiltà prossima ventura, dominata dalla manipolazione di massa e dall’orrore.
La title-track picchia acida su un groove traballante, autentico rock decadente d’annata. Silicone, omicidio nella nebbia, le creature di Todd Browning. Hunger City, il non luogo del delitto, abitò David per anni: un po’ macello distopico, un pò Orfanatrofi del Dr. Barnado, il posto dove suo padre lavorò e gli orfanelli vivevano, come bestie, sui tetti…”Sweet thing”, o “Candidate” fate voi, una vertigine infinita. Ci si tuffa da un palazzo di mille piani e non si tocca mai l’asfalto. Vocalmente è una maestosa interpretazione bowiana, forse la più leggendaria; musicalmente è la new wave britannica, un fottuto lustro prima, con una robusta iniezione di music hall perverso. I Bauhaus ringraziano commossi. Liricamente è un inno alla roba, di qualsiasi tipo.
“But we can’t stop trying ‘til we break up our minds ” Ma non possiamo smettere di provarci finchè non ci spappoleremo il cervello
”till the sun drips blood on the seedy young knights” fino a che il sole non gocciolerà sangue sui giovani cavalieri sdruciti
”who press you on the ground while shaking in fright…” che ti tengono a terra mentre tremi dalla paura…
“It’s got you”.
Evapora alta e maledetta, teatrale come la Morte shakespeariana. Allora si innesta un riff gonzo e primordiale; è la celebrata “Rebel rebel”, rock’n’roll ancestrale, ossessivo, minimale. Almeno due numeri del secondo lato sono profetici; fotografano i desideri del futuro Duca Bianco, fresco innamorato del suono nero e metropolitano. “When you rock’n’roll with me” è un curioso esperimento tra cabaret e soul. “1984” è un funk orchestrale gonfio d’archi e di tensione: pare un Isaac Hayes in candeggina.
“They’ll split your pretty cranium ” Apriranno il tuo bel cranio
”and fill it full of air” e lo riempiranno d’aria
”and tell you that you’re eighty” ti diranno che ne hai ottanta,
”but brother, you won’t care”. ma fratello, non te ne importerà nulla
”You’ll be shooting up on anything, tomorrow’s never there.” ti farai di qualsiasi cosa e il domani non arriverà mai.
”We are the dead” è anche una frase dei due amanti segreti del romanzo di Orwell, prima di essere scoperti. E’ un crescendo che non arriva mai al dunque, minaccioso e oscuro. Trentacinque anni fa, una visione lucida di oggi, assolutamente geniale.
“And the streets are full of press men ” E le strade sono piene di giornalisti
”bent on getting hung and buried” pronti a farsi impiccare e seppelire
”and the legendary curtains are drawn ‘round Baby Bankrupt” e il sipario della leggenda si leva attorno al Bambino Bancarotta
”Who sucks you while you’re sleeping” che ti succhia mentre stai dormendo
”it’s the theater of financiers” è il teatro dei finanzieri
”count them, fifty ‘round a table” contali, sono in cinquanta attorno ad un tavolo
”white and dressed to kill” bianchi e vestiti per uccidere.
I cani di diamante esalano gli ultimi respiri. “Big brother” è il manifesto feroce dell’album, mostra delle atrocità pop: veleno inoculato subliminalmente alla platea inconsapevole. C’è uno stacco, nostalgico, che profuma tanto di “The Bewlay brothers”: è la colonna sonora di una resa incondizionata.
“Someone to claim us, someone to follow ” Qualcuno che ci sostenga, qualcuno da seguire
”someone to shame us, some great apollo” qualcuno che ci faccia vergognare, qualche valoroso apollo
”someone to fool us, someone like you” qualcuno che ci inganni, qualcuno come te
”we want you Big Brother, Big Brother.” noi ti vogliamo Grande Fratello, Grande Fratello.
Gran finale del circo delle oscenità: si decide di sprofondare nel delirio assoluto. “Chant of the ever circling skeletal family” è un ballo demente, epilettico; completamente privo di un senso compiuto, quindi liberatorio. Termina in un’eco martellante, ridondante: un avvertimento brutale. All’uscita il disco suscitò reazioni contrastanti: troppo avanti lui o troppo indietro gli altri? Quelle previsioni di un futuro fascista, dominato dal caos e dalla repressione, furono considerate il parto di una mente stravagante. Una star fottuta.
Eccessiva e presuntuosa; drogata e paranoica. Il seguito fu l’impossibile tour americano: una specie di manicomio trasportato sul palco. La Hunger City, i ballerini, la scenografia surreale ed eccessiva. Uno dei momenti più estremi della cultura pop dei seventies. In prima fila, Nosferatu biondo, un tossico di talento che reinterpreta, in salsa Motown, i classici glam. Una pazzia che porterà il signor Jones a un passo dalla bara e in vetta alle classifiche statunitensi. Sprofondato nel baratro di Los Angeles, Bowie danzerà con i suoi fantasmi preferiti: i riti esoterici di Aleister Crowley, la cocaina, l’eroina e qualsiasi altra sostanza psicotropa.
Sepolto in una villa hollywoodiana, le sue unghie e la sua urina conservate in frigorifero (!), l’amore morboso verso l’estetica del nazionalsocialismo…
Persino la realizzazione della copertina fu un’avventura. L’illustratore, Guy Pellaert, fu contattato da Mick Jagger per disegnare la cover di un disco degli Stones. Ma il frontman delle Pietre Rotolanti commise l’errore, gravissimo, di presentarlo a Bowie; che se lo accaparrò immediatamente: “Nel nostro mestiere non si può che essere bastardi”. Il disegno originale, con David mezzo cane, ebbe problemi con la censura per l’esposizione dei genitali della creatura. Oggi “Diamond dogs” è reperto intonso, nemmeno sfiorato dall’usura del tempo. La sua potenza sta nell’ambiguità, quasi bipolare, della musica e dei testi. Ha lasciato il segno in almeno quattro (de)generazioni di musicisti, ma non solo: ha influenzato anche altri campi artistici, pensate per esempio a “V for vendetta” di Alan Moore. Resta una testimonianza feroce della vitalità del rock pre-Mtv, un esempio illuminato di arte pop contaminata.
“Just another future song, lonely little kitsch”.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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