Quelli che corrono per venti minuti

di Federico De Carolis
Al di là dei risultati che verranno e delle stesse qualificazioni auspicate e tuttora probabili (un quattro su quattro agli ottavi non sarebbe una sorpresa), le partite finora disputate in Champions hanno offerto ai tifosi italiani lo spettacolo di grosse carenze nelle loro squadre. L’Inter che perde contro il Barcellona rilancia la tentazione di mettere alla porta Mourinho, Ferrara con la Juve che non va proprio meglio a Bordeaux evidentemente meriterebbe la stessa sorte. Lo stesso si può dire di Leonardo, andando oltre i risultati. Le nostre squadre di club faticano in Europa, anche contro avversarie di tasso tecnico inferiore (discorso che ovviamente non si applica al Barcellona), perchè sono abituate ad un ritmo di gioco e ad un’intensità mentale diversa.
Il grande Mourinho, oltre a sostenere che il Barcellona abbia una rosa più forte dell’Inter (cosa peraltro discutibile, infatti Moratti si è infuriato soprattutto per questo), ci ha regalato una sola grande verità: non siamo abituati a vincere questo tipo di confronti. Mou ha parlato di tradizione e cose del genere, dimenticando che ad esempio il Milan avrebbe in questo senso ben poco da invidiare al Barcellona. L’allenatore dell’Inter, che pure passa per uno studioso dei problemi calcistici, non è andato oltre. Siamo sicuri quindi che il dibattito, soprattutto in caso qualcuno fra due settimane ci lasci le penne, verterà su concetti vaghi ed impalpabili come la mitica ‘mentalità internazionale’.
La realtà è che per giocare e vincere fuori delle mura nazionali bisogna correre. Correre e ancora correre, come principio di base per un approccio rispettabile rispettabile a questo tipo di gare. Noi corriamo poco, anzi pochissimo: se si guardano le partite al di fuori degli highlights il problema è evidente. E non è solo italiano, basti pensare al ritmo a cui si giocano le partite della Bundesliga. Legato solo in parte alla corsa è un aspetto ancora più importante ed essenziale in un calcio moderno e dinamico: il pressing. Non lo facciamo non perché non lo sappiamo fare ma soprattutto perché, dopo averlo praticato per qualche annetto, abbiamo finito per disimpararlo per carenza di pratica. L’Inter o la Juventus in campionato non possono pressare avversari che appena il fischio d’inizio dell’arbitro si rinchiudono nella propria area, lasciando davanti a volte anche un solo uomo, come fosse una bandiera, e ritirando addirittura nei pressi della propria area quasi tutti i centrocampisti. Non si può far pressing contro un muro di gomma che, statico, si erge davanti alla porta avversaria. Stesso problema ha il Milan, aggravato da una taglia atletica inferiore alle due citate, e anche la Fiorentina si sta rendendo conto di cosa significhi in Italia essere percepita come ‘grande’: avversari arroccati e tu che (a volte) vinci per i colpi dei campioni o altri fattori meno nobili.
Il calcio sorride solo a chi è capace di aggiornarsi. Il Barcellona o il Bordeaux, sia pure in forma minore, in fase d’attacco avevano sempre tre o quattro uomini vicino al possessore della palla con almeno uno di questi che risultava per forza di cose libero di ricevere il passaggio. Il gioco olandese di una trentina di anni fa torna insomma a fare scuola, sia pure con variazioni al tema non proprio essenziali e non praticate da…olandesi. Far viaggiare poi la palla rasoterra e inventarsi azioni travolgenti a getto continuo è poi un altro problema che i nostri allenatori o non esaminano con attenzione oppure lasciano in disparte: tanto si vince sfruttando i calci piazzati e le mischie.
Noi restiamo affezionati al palla lunga e pedalare mentre gli avversari ci insegnano, correndo e molto perché tutto nel calcio è geometricamente correlato, come si fa a vincere e mostrare una superiorità che appare mostruosa. Ma che, in realtà è molto limitata perché i fuoriclasse che militano nei nostri team hanno ben poco da invidiare ai loro avversari medi. Se non ci adeguiamo a questa linea di condotta, molto probabilmente andremo incontro a delusioni ancora più cocenti. L’Inter che è andata in forcing a Kiev magari con la forza della disperazione, se fosse stata capace di attuare un minimo accettabile di pressing anche a Barcellona forse non avrebbe subito quella sorte amara. Così la Juve. Comunque che da domani questi problemi saranno accantonati per pensare all’ormai imminente derby d’Italia tra Juve e Inter. Chi vincerà avrà di che vivere in piena tranquillità in casa propria ma, a meno di ripensamenti, difficilmente avrà un comodo destino in Europa. Salviamo la faccia ed arriveremo forse in massa agli ottavi solo perchè abbiamo ancora più soldi di tutti, tolti inglesi e spagnoli: non è un merito, mentre giocare a calcio per venti minuti su novanta è senz’altro un demerito.
Federico De Carolis
(in esclusiva per Indiscreto)

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