Nostalgia preventiva

di Simone Basso

Et voilà, consuntivo consumato di una stagione storica per i gesti bianchi: ad inizio Masters (chiamatele voi Atp Finals…) un gesto doveroso, coraggioso e soprattutto, per non smentirsi mai, molto chic. Il caffè di fine cena nel tennis, prima della pausa pit-stop, è un torneo che ne rinnega il principio fondamentale, ovvero l’eliminazione diretta; dunque un epilogo stagionale parecchio simile alle esibizioni pro degli anni Sessanta. Il fato vuole che si sia aperto il gruppo B con la riproposizione della partita, in versione mignon, che ha cambiato le sorti della stagione e, incredibile ma vero, modificato il panorama storico di questa epoca; tarda federeriana, beninteso. Anno mitologico, nella piccola storia del grande tennis, perchè ha sancito definitivamente l’immortalità statistica di Roger Federer. Vi risparmiamo i calcoli matematici che potrebbero assicurare, nella classifica, l’ennesimo numero uno finale all’elvetico: se il computer ci smentisse, sarebbe l’ennesima riprova che i calcolatori sono l’invenzione umana più idiota dopo il musical.
Proprio quel Soderling-Nadal al Roland Garros fu la svolta di un anno che pareva minacciare un interregno nadalista. A rivederli sei mesi dopo, tecnicamente, sembra la stessa sfida; ma è cambiato il nostro sguardo: l’altroieri convinto dell’ineluttabile dominio del maiorchino, oggi rassegnato alla mutilazione psicofisica del mutante in mutande. Lo svedese lo tramortisce di colpi piatti e violenti; l’androide, che ebbe l’ardire di scalfire il cesarismo di Mister Perfezione, non è più lui: sognerà nella notte pecore elettriche? E’ un Nadal che abusa di slice di rovescio per limitare la potenza dell’avversario, discontinuo negli scambi e con poca profondità nei colpi: come non bastasse, a 23 anni, non riesce a mascherare i primi segni di calvizie precoce, forse la nemesi di un’antica sponsorizzazione sciampistica…Lo spagnolo ha i primi sei mesi del 2010 per tornare, almeno parzialmente, il caterpillar della terra rossa che fu; altrimenti non basterebbe nemmeno il modulatore Penfield per rientrare nelle vesti della macchina da guerra dell’estate 2008. Sorvolando allegramente ogni rievocazione criptata dello scontro di Maggio, le voci di un Rafa senza benzina super e le fughe di Robin dagli adempimenti Wada, chiariamo il corpo di queste contese londinesi: gli atleti sono tutti sfiniti, piallati, da undici mesi di attività logorante e faticosa. L’evoluzione di questo gioco diabolico, sempre più sport per superuomini, ne ha modificato ritmi e stili; chi scrive che si gioca troppo, guarda il dito e non la luna: l’Atp dei seventies prevedeva per i suoi eroi molte più partite. Il Guillermo Vilas del 1977, per esempio, si pappò sedici tornei con una striscia vincente di 46 incontri consecutivi; la concluse ritirandosi (per protesta) contro un Nastase, più Nasty del solito, che giocò con una racchetta spaghetti, poi bandita dal circuito. Quell’anno il mancino di Mar del Plata vinse in cinque continenti; alla fine dell’anno il resoconto fu di 144 (!) partite giocate.
Prendiamo l’argentino che ne ha replicato quest’anno, allo Us Open, le imprese: il Del Potro, laureatosi nello Slam più tremendo e contro l’avversario meno abbordabile, deve ancora riprendersi dalla sbornia di New York. Il gossip è che negli ultimi mesi si è dato alla pazza gioia; con il risultato che ha smarrito la solidità spaventosa del suo uno-due, ovvero il serve and forehand perentorio. Il potenziale è tale da proporlo per la successione impossibile, quella a Mago Merlino: diremmo che la contesa è con altri due giovinastri, i favoriti (ma non troppo), delle finali inglesi; Spazzola Djokovic e Vampiro Murray. Il serbo sta concludendo l’anno confermando i molti pro e i pochi contro del suo tennis: rovescio bimane in lungolinea da cineteca, senso ritmico (e teatrale) dello scambio, capacità atletiche di primissimo ordine anche per remare a fondo campo. I difetti: amnesie curiose, considerando la manina fatata, nei pressi della rete e blackout (mentali?) improvvisi con il diritto. Il britannico, che si trasforma in scozzese quando perde, ha visioni geniali; sfrutta gli angoli come pochissimi, ma è vittima di un campionismo infantile che lo porta a giocare da volgare arrotino: (S)Corretja come allenatore già dice tutto…
Il futuro, un po’ crepuscolare, appartiene al trio manolesta elencato; gli altri, ancora bimbi da latte, appaiono evanescenti come Gulbis o troppo acerbi, vedi Dimitrov e Tomic. Il Federerismo sarà comunque impossibile da avvicinare, una mostruosità tecnica e agonistica che non lascerà eredi, ma produrrà nostalgie gozzaniane negli appassionati. Il Re stesso, al termine di un 2009 incredibile, non sembra molto interessato alle vicende agonistiche: contro Macho Verdasco ha rischiato il tracollo, prima di offrire la solita campionatura di fioretto regale. L’impressione è che, d’ora in poi, si dedicherà alla cesellatura del palmares da Immortale; i Mille (non ci riferiamo ai garibaldini..) per preparare i quattro majors, magari un po’ più di attenzione verso la Coppa Davis. E se lo vorrà, ultimo appuntamento romantico nel 2012 per le Olimpiadi nel suo giardino di casa, ovvero Wimbledon.
A confermare il clima melanconico, la scenografia improbabile dell’avveneristica Orena: l’effetto cinematografico regala agli incontri un’involontaria atmosfera funebre, sottolineata da un blu metallico che sembra partorito dalla mente narcolettica di un Hunter Thompson sotto metadone. Lo smarrimento dello spettatore televisivo viene completato dal buio tombale che circonda il campo: alcune inquadrature delle posse al seguito, con tanto di didascalie per illustrare il parentame, si perdono in un nero seppia bergmaniano. Attendiamo con fiducia altre idee dei creativi dell’Atp: proponiamo un match a luci spente ma con i tennisti e le palline fluorescenti oppure un gioco di mimi per rievocare i fasti dell’Antonioni di “Blow up”. E’ un gioco così bello; perchè impegnarsi così tanto per rovinarlo?
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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