La domanda morettiana di Tyler

di Stefano Olivari
1. Come Brandon Jennings, anzi di più. Jeremy Tyler non solo ha rinunciato all’ormai classico ‘one and done’ universitario, ma anche all’ultimo anno di high school: aprendo una nuova frontiera e incassando dal Maccabi Haifa 140mila dollari per questa stagione, mentre per la prossima (sarà eleggbile per il draft Nba solo dal 2011) si vedrà. Di sicuro il sogno di Rick Pitino di averlo nella sua Louisville è svanito. L’inizio di stagione nel massimo campionato israeliano è stato da diciottenne, per quanto di talento: in tre partite, pochi minuti giocati e due soli punti, conditi da un’espulsione per una testata. Nelle prossime settimane i suoi agenti faranno arrivare in Israele padre e fratello per dargli un minimo di sostegno, ma viene da chiedersi la ragione di tutto questo.
2. Stiamo parlando di commercio, non di basket o di etica. Perché un anno in una università seria vale tranquillamente 40mila dollari fra vitto, alloggio e iscrizione, senza contare rimborsi spese, benefit per i familiari ed ‘anticipi’ non risultanti da nessun contratto dati da agenti e futuri sponsor. Tutto questo poi va a sommarsi al fatto che negli Usa un talento allenato un anno a Louisville, con buone prospettive per il torneo finale Ncaa, ha leggermente più visibilità rispetto a quella data da qualche minuto nel campionato israeliano. E anche quest’anno, da protagonista come senior da high school, gli avrebbe dato qualche chance in più per una scelta alta, un contratto migliore (c’è un automatismo) e maggior interesse degli sponsor (lì la cifra non è fissa: più si parla di te e più guadagni).
3. Espn ha intervistato Sonny Vaccaro, esperto di marketing e onnipresente consigliere di quasi tutti i teenager afro-americani di talento, che ha fatto un distinguo: ”Brandon Jennings a livello di high school si era misurato a un livello più alto di Tyler. Se in Italia ha giocato poco è stato per motivi tattici, non perché non fosse pronto. Tyler sta avendo qualche problema, ma ha la forza per superarlo”. I 55 punti segnati sabato ai Warriors hanno fatto battere a Jennings il record per un rookie dei Bucks, che era detenuto da Jabbar (quinto rookie ogni epoca a segnare 55 o più punti: gli altri sono stati Baylor, Chamberlain, Rick Barry ed Earl Monroe), ma sono stati soprattutto un messaggio: invece che perdere anche un solo anno al college, perchè non raccattate subito qualche dollaro? A Jennings è andata bene, anche perché Roma non è un inferno e un anno passa presto: soprattutto per chi, come lui, aveva più intervistatori che responsabilità.
4. Ad Haifa si è scesi di livello e di un anno come età. La pletora di agenti di Tyler (Wasserman Media Group) è impazzita alla lettura di questo articolo del New York Times, in cui senza giri di parole si afferma che l’allenatore del Maccabi Avi Askenhazy lo considera pigro e fuori condizione, mentre i compagni lo giudicano troppo soft in campo (Tyler fra cinque o sei anni nei sofni dovrebbe essere un centro alla Dwight Howard o un ‘quattro’ vecchio stampo) e con la lingua troppo lunga fuori. Non solo: Tyler non sembra avere il fuoco sacro del gioco, parla solo del suo ritiro fra 15 anni con 200 milioni di dollari in banca e della fidanzata figlia di un rapper, in generale anche rapportato alla giovane età non è una cima. Non sapeva che per espatriare occorresse il passaporto e per questo ha perso il primo volo prenotato per Israele…
5. Tutte cose riportate dall’inviato del NY Times, mentre da lontanissimo vediamo tre certezze. La prima è che ad Haifa c’è un progetto chiaro, per niente strampalato: il proprietario Jeffrey Rosen vuole diventare un punto di riferimento per i giovani americani che non vogliono perdere un anno al college e magari anche alla high school. Intanto strizza l’occhio alla Nba, che gli ha ‘consigliato’ di non cambiare il nome della società in ‘Maccabi Haifa Heat’ (davvero, i giornali israeliani in estate davano la cosa per fatta). La seconda è che Tyler ha molto talento, che per il momento è confinato a clip su You Tube con sparring partner futuri dentisti o impiegati. La terza è che sempre più giovani americani si faranno la domanda morettiana: mi si nota di più come presunto fenomeno all’estero o come prospetto visibile in patria?

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