Gli alberi che uccisero la New Wave

di Simone Basso

1. “In un primo tempo mi allettava l’idea di diventare un idolo del pubblico adolescente, perchè era un’esperienza nuova per me. Adesso sto cercando di trovare una via d’uscita, di portare i ragazzi a un livello più elevato, poichè anch’io mi ci sono diretto…Se questo è l’andazzo in Inghilterra, io smetto! Verso la fine del concerto cominci a chiederti perchè mai stai lì a suonare davanti a ragazzine che, durante i pezzi, schiamazzano soltanto: diventa inutile…” (David Sylvian,1980).
2. Messa così, in un’epoca come l’attuale votata alla massificazione e all’esposizione mediatica obbligatoria, la scelta di alcuni eroi riluttanti di quella generazione appare folle. Vissuta all’epoca fu invece una dimostrazione di coerenza al proprio credo artistico: il riferimento è all’inizio degli anni Ottanta e all’atteggiamento meravigliosamente snob di personaggi cruciali nello sviluppo di quel movimento che la critica, omaggiando la nouvelle vague cinematografica, definì new wave. Nel calderone britannico, tra gli altri, emersero le figure di uomini d’altri tempi (…) come John Foxx, che lasciò gli Ultravox alla vigilia del successo planetario, o del mefistofelico Billy Mackenzie, prodigioso cantante degli Associates, combo smantellato in pieno boom commerciale.
3. Ma la rockstar più riluttante di tutte fu David Sylvian, il gentiluomo che con i Japan raggiunse la fama e la gloria: la creatura mutante fu assassinata malgrado fossero evidenti gli sviluppi, milionari, futuri. Ironia della sorte, il gruppo icona del (nuovo) glam britannico sarebbe stato preso come modello da tanti imitatori, che ne avrebbero volgarizzato gli spunti creativi: i cafoneschi Duran Duran su tutti. Per il biondo londinese, invece, altre esigenze e prospettive differenti: ricominciò con un ambo curioso, un paio di singoli con Ryuichi Sakamoto, il secondo dei quali (“Forbidden colours“) fu il delicato tormentone di un film indimenticabile di Oshima.
4. Proprio sullo slancio di quelle suggestioni arrivò il tempo degli alberi lucenti, l’idea zen di esplorare il territorio più segreto e nascosto: se stessi. Chiamò per “Brilliant trees” il meglio, la crema, del settore meno catalogabile di quel tempo: i rappresentanti di una frontiera neutra, capaci di dialogare con i linguaggi più diversi (rock, jazz, etnica, ambient) della musica. Come pochi altri eletti, Sylvian sembrò sempre esaltare la classe dei musicisti coinvolti: una dote rarissima, che lo accomuna ai Miles Davis, Frank Zappa, David Bowie… Produsse e registrò il suo attesissimo esordio con il geniale Steve Nye: cominciarono a Londra e lo ultimarono a Berlino, by the wall.
5.Pulling punches” è un’apertura fortissima, una dichiarazione d’intenti: un funk perverso, marcio, nel quale la ritmica esonda senza coprire le istanze quartomondiste. Un suono dalle mille sfaccettature, impossibile da delimitare nel recinto delle etichette. Sylvian canta, finalmente liberato dalle catene dei Japan, con una voce calda e ispirata, frutto di una meditazione intelligente sui canoni interpretativi. Non esistono mediazioni nel suo canto: tutte le parti furono registrate al primo tentativo. Infatti l’ugola di David è di una naturalezza impressionante, un ossimoro felice: ghiaccio bollente. Un particolare rilevante: la pronuncia di Sylvian delle parole viene piegata all’esigenza estetica, quindi musicale, della fonetica delle stesse. Spezzate, allungate, confuse; il significante è, alleluia, più importante del significato. Una linea di contrabbasso da brividi di Danny Thompson ed è “The ink in the well“; notturna, liquida, magistrale nell’accennare la melodia portante senza ostentarla. I versi colorano di suggestioni le musiche, il fantasma di Picasso aleggia sulle trame eleganti della band, ribadite da un assolo memorabile di Kenny Wheeler.”Nostalgia“, la vetta del primo lato, viene introdotta da un tipico trucco di Holger Czukay: la sua voce, trattata con un effetto radio, accenna ad una nenia mediorientale che schiude la porta a quasi sei minuti di estasi sonora…Un fraseggio chitarristico nuota lieve nel tappeto sonoro, creato da una base ritmica ipnotica e linee di synth scurissime.La voce di David è quella di uno sciamano, perfetta per accompagnare una canzone sublime, squarciata dai bagliori accecanti della chitarra di Phil Palmer e delle tastiere di Steve Nye. Per farla breve, un capolavoro.
6.Red guitar” scioglie definitivamente i vecchi Japan: i richiami sono evidenti, ma l’interpretazione è quasi opposta. Sakamoto e Nye aiutano Mister Batt, Sylvian (in onore di un New York Dolls) è nome d’arte, a destrutturarla rendendola volutamente meccanica e ossessiva. L’ossatura della track-list è bowiana, nel senso delle mirabilie berlinesi dei primi due capitoli di quella trilogia imperdibile: a un primo lato dove la sperimentazione viene fruita nella forma canzone, fa da contraltare una seconda parte libera da strutture rigide.”Weathered wall” è immersa in un liquido amniotico di suoni, la tromba di Jon Hassel rincorre e puntella i vocalizzi dell’ex Japan; la materia musicale pare cambiare forma ad ogni inserto, rivelandosi di uno splendore inafferrabile, adamantino. “Back waters” vive di un’energia arcana, esoterica; una frase ripetuta, minacciosa, ingigantita dal respiro sincronizzato degli strumenti: esalta l’intesa tra l’evocazione misteriosa di Sylvian e la batteria impeccabile di Steve Jansen, fratello del nostro. Poi, per concludere l’album nella maniera più incredibile, c’è la title-track: qualcosa di memorabile, di un’intensità e di un calore (ma distaccato, cerebrale, mai invadente) che la stacca da qualsiasi composizione pop (?) del decennio. La noia sartriana che si bagna nel fiume della catarsi orientale; una canzone d’amore che non ne prende in considerazione gli stereotipi più abusati e stupidi. Un suono che sgorga come un oceano di luce, dalla delicatezza irreale; che trasporta l’ascoltatore in una dimensione parallela.Un’esperienza mistica favorita dal genio di quell’ensamble ispiratissimo, in un momento di grazia quasi mistica ed estatica.
7. Quella musica raffinata introdusse tanti appassionati all’era moderna; il memento di una musicalità libera, priva di barriere e curiosa di sperimentare e osare. Si capì subito, appena uscito, che “Brilliant trees” aveva chiuso un’era: in fondo, seppure gentilmente, uccise la new wave riducendola, dal 1984 in poi, a modernariato. L’uomo che rifiutò di diventare una superstar regalò, negli Ottanta, altre due opere memorabili. Un disco doppio, “Gone to earth” (1986), giocato tra sperimentazioni pop ardite (la splendida “Silver Moon“) e dipinti sonori pitturati con l’aiuto di Robert Fripp e Bill Nelson. Il malinconico, crepuscolare “Secrets of the beehive” (1987), esemplare nel songwriting e nell’esecuzione. Altre dimostrazioni della classe di questo dandy, che oggi (dopo la risoluzione del contratto con la Virgin) prosegue nel suo discorso artistico, impermeabile alla volgarità che impera ovunque.La nostalgia arde nel cuore dei più forti.
8. Qualche nota a lato (si fa per dire): l’altra ragione dello scioglimento dei Japan fu la signorina Yuka Fujii, strappata a Mick Karn dal bellissimo David. Gradi di separazione tra la grande fotografa, Sylvian e…gli Iron Maiden? Zero, perchè anche l’esordio della Vergine di Ferro vanta alcuni scatti, quelli del retrocopertina, di Yuka. Le ultime ristampe hanno alterato la cover originale, infatti è sparito il bordo giallo che contornava il ritratto di Sylvian nel parco.L’album si posizionò altissimo, al quarto posto, nella classifica inglese: erano veramente altri tempi…
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
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