Mario non ha perso il filo (di canapa)

di Alvaro Delmo

1. Una delle domande più frequenti che ci viene posta quando parliamo di Mario Castelnuovo è: “Che fine ha fatto?”. In genere i teen ager degli anni Ottanta, nostri coetanei di allora così come di oggi, ci chiedono notizie di lui ricordando canzoni come Oceania o Sette fili di canapa , mentre le controparti del cosiddetto (non ce ne vogliano) gentil sesso fanno riferimento alla altrettanto bella, ma più classica e romantica, Nina . Quando poi riveliamo che Castelnuovo è ancora in piena attività, con in discografia addirittura 11 (undici!) album l’ultimo dei quali uscito nel 2005 e dal titolo chilometrico di ‘Come erano venute buone le ciliegie nella primavera del ’42’ , ci guardano un po’ sorpresi come se venissimo da un altro pianeta (noi…) e stessimo dicendo qualcosa di soprendentemente incomprensibile a chi è invece informatissimo (e se ne vanta) sulle ultime uscite discografiche di grido.
2. Lo ammettiamo, per noi Mario Castelnuovo è uno dei personaggi più interessanti del panorama cantautorale italiano, dotato di una capacità narrativa fuori dal comune. Eclettico artista (oltre che musicista è anche scrittore e pittore, come il padre) Castelnuovo è stato spesso affrontato dalla stampa in modo piuttosto indifferente nel senso che, a parte le sue tre partecipazioni sanremesi (l’ultima nel 1987 con Madonna di venere ), non è stranamente mai stato particolarmente considerato dalla ‘letteratura’ che conta. L’ipotesi che si potrebbe fare in un’epoca come la nostra, sempre più devota alle teorie più astruse (si spera più per necessità che per convinzione), è che i critici siano stati già allora invidiosi del ‘bel tenebroso’ Mario, uomo dal fascino discreto, occultandone i lavori. Scherzi a parte, certamente la sua irruzione sul palco dell’Ariston del 1982 scosse non poco il pubblico, a comiciare dall’ormai leggendario ‘mantello nero’ (in realtà un semplice spolverino) indossato e poi fatto cadere alle spalle. Nonché dal testo del brano che gli provocò anche alcuni grattacapi da parte di chi voleva ricercarci chissà quali strani messaggi trasgressivi: “C’erano sette Cristi a Follonica ed un ateo sul Sinai bivaccava e aspettava… Unirò sette fili ed avrò perduto, unirò sette fili e sarò perduto” alcuni dei suoi indimenticabili versi.
3. Eppure per Castelnuovo i numeri e la qualità si sono intuiti fin dall’inizio, pur non essendo il suo uno stile particolarmente di massa: niente schitarrate e rumore, ma adagio e riflessione. Dal primo album (Sette fili di canapa, appunto, del 1982) e realizzato con il contributo del maestro Amedeo Minghi, a cavallo tra il progressive (la chitarra di Oceania è da antologia così come l’arrangiamento della title track) e la musica d’autore più scarna, Mario ha seguito un percorso coerente, rinnovandosi ad ogni capitolo della sua opera senza cercare il tipico motivetto di facile presa (alla Salirò, per intenderci) che in genere permette anche al cantautore più impegnato di guadagnare con maggiore facilità i vertici delle classifiche.
4. Tra le sue composizioni che preferiamo, oltre al trittico summenzionato, vogliamo citarne altre che ci stanno molto a cuore. Le prime due sono Rondini del pomeriggio (da Venere, del 1987), delicata e acuta osservazione di un gruppo di religiose che camminano per strada, e Sul nido del cuculo (dall’omonimo album del 1988), in cui si narra il tema della follia (o presunta tale). Notevole anche L’oro di Santa Maria (da Signorine adorate, del 1996). Infine da citare Oltre il giardino, registrata nel 1982 insieme a Goran Kuzminac e Marco Ferradini. Ci fermiamo qui con un appello a tutti quelli che pensano che un artista abbia smesso di produrre solo perché non è più in rotazione da anni sui circuiti nazionali: se avete un bel ricordo fate un piccolo sforzo e informatevi. Potreste scoprirne delle belle…
Alvaro Delmo
(in esclusiva per Indiscreto)
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