Il pilota di McClaren

di Alec Cordolcini

1. Tre partite nel week-end. Sfida di vertice in Eredivisie tra Twente e Ajax: due squadre cariche, in salute e tecnicamente alla pari. Ne è uscito un incontro piuttosto scialbo e povero di spunti, come talvolta accade negli incontri di cartello. Gli uomini di McClaren hanno confermato tutto il proprio agio negli scontri diretti, principale tallone d’Achille dei fuochi fatui che brillano una-due stagioni (Heerenveen, Groningen), o anche meno (Utrecht). Il Twente è una big d’Olanda, punto. Lo è a livello economico, strutturale e anche tecnico, grazie ad una rosa piena di risorse e di prospetti dall’intrigante futuro. La dorsale Douglas-Brama si è confermata ferrea, a centrocampo il sinistro di Theo Janssen può inventare qualcosa in ogni momento (ieri ha pennellato su punizione l’assist per il gol partita). Davanti Stoch, pur sottotono, ha messo in mostra movenze e numeri da piccolo Overmars. L’Ajax di Jol è molto più squadra di quella degli anni precedenti targata Blind, Ten Cate, Koster e Van Basten. Ha costruito poco ed ha perso, ma non è franata e soprattutto ha ridotto al minimo spazi e opportunità concessi all’avversario. La differenza, come detto, l’ha fatta una magia di sinistro che ha messo sulla testa di Bryan Ruiz la palla decisiva. Con De Zeeuw gli ajacidi hanno trovato il leader di centrocampo che mancava da anni, e la linea difensiva tutta belga Alderwiereld-Vertonghen si è mostrata solida. In crescita Anita sulla sinistra, peccato per l’infortunio accorso a Pantelic, che ha privato Suarez di un punto di riferimento stabile in avanti (il subentrato Sulejmani, davvero spento, non è pervenuto).
2. Twente-Ajax era anche la sfida tra due dei tre migliori marcatori stagionali d’Olanda: Luis Suarez, 21 gol, contro Bryan Ruiz, 11 (il terzo è la punta dell’Heerenveen Micheal Papadopulos, 14). Il primo ha colpito una traversa, il secondo ha deciso l’incontro. Suarez attualmente è il miglior giocatore reperibile in Eredivisie, ed è in crescita continua (anche caratterialmente) fin dai tempi di Groningen; Ruiz per contro rappresenta la grande sorpresa, soprattutto per l’adattabilità (ala destra o sinistra, seconda punta, numero 10 alle spalle del tridente), nonostante già lo scorso anno nel Gand risultò tra i migliori del campionato belga. La sfida Suarez-Ruiz continuerà il prossimo fine settimana nello spareggio-mondiale tra Uruguay e Costarica. Uno dei due rimarrà a casa. Un vero peccato.
3. In Belgio Standard Liegi-Fc Brugge rappresentava il secondo grande test di maturità per i nerazzurri di Adrie Koster, autore nelle Fiandre di un notevole lavoro di ricostruzione, a dire il vero più morale che tecnico, dal momento che gli effettivi della rosa sono pressoché gli stessi dello scorso anno. Non è andata bene, con i Rouges che conducevano 3-0 (doppio Jovanovic, quindi Witsel) dopo soli 36 minuti. Del resto non era facile, perché quando la giornata è quella giusta, allo Sclessin lo Standard è assolutamente devastante. Il problema della squadra guidata da Laszlo Boloni è l’incapacità di giocare a ritmi che non siamo forsennati. Si spiega così il ritardo accumulato dalla vetta, nuovamente conquistata dall’Anderlecht (faticoso 2-0 a Genk) a scapito del Brugge, e il rischio della mancata qualificazione agli ottavi di Champions League, dove i valloni hanno gettato alle ortiche nei minuti finali una vittoria contro l’Arsenal (da 2-1 a 2-3) e un pareggio in casa dell’Olimpiacos. Quanto al Brugge, la squadra possiede non solo i mezzi per rialzarsi ma anche, novità stagionale, il carattere giusto per farlo. Koster ha scoperto i gol del camerunese Kouemaha e le giocate dell’enfant prodige croato Perisic (classe 89), ha regalato continuità al nazionale venezuelano Vargas e si è trovato con un nuovo potenziale Kompany (il giovane Odjidja-Ofoe, altro 89) in mezzo al campo. Sperando che la sempre più vorace Premier League a gennaio non gli smonti il giocattolo.
4. Chiusura con la finale di Coppa di Norvegia, dove Molde-Ålesund era la classica trappola per lo scommettitore alla ricerca di soldi facili. Da un lato la squadra più offensiva e spettacolare della Tippeliga appena conclusa, arrivata seconda tra il consenso generale e capace di piazzare un giocatore al Manchester United (la punta Mame Biram Diouf), un secondo in cima alla classifica di rendimento del campionato (il play Makhtar Thiounè) e un terzo (l’altro senegalese Pape Patè Diouf, ala sinistra) tra i migliori assist-man. Dall’altro una piccola compagine sita in una delle città più belle di tutta la Norvegia, la liberty-style Ålesund, che ha lottato tutto l’anno con i denti per evitare la caduta in Adeccoliga. Il 13esimo posto conclusivo, un gradino sopra le forche caudine dei play-off salvezza, ha significato missione compiuta. Finale dunque con pronostico nettamente sbilanciato; siamo però in Norvegia, è novembre e pertanto privilegiare tecnica e palla a terra rispetto a fisicità e traversoni a raffica può non offrire i frutti sperati. Proprio questa è stata la chiave di lettura che ha permesso ad un tignoso Ålesund di rimontare per due volte la rete di vantaggio degli avversari (ennesimi timbri di Mame Biram Diouf), ringraziando le parate di Anders Lindegaard ed i due metri e quattro centimetri del gigantesco attaccante Tor Hogne Aarøy, che ha incornato a sei minuti dalla fine del secondo tempo supplementare la rete del definitivo 2-2. Al resto ci ha pensato Josè Mota, l’unico a sbagliare dal dischetto. Prima coppa di Norvegia della storia quindi ad essere assegnata ai calci di rigore, e primo trofeo in assoluto messo in bacheca dall’Ålesund, con tanto di rivincita personale per il tecnico Kjetil Rekdal. Famoso per essere il miglior marcatore norvegese di sempre in Coppa del mondo (segnò una rete al Messico a Usa ’94 ed una al Brasile a Francia ’98), Rekdal era diventato lo zimbello dei giornali norvegesi per le rancorose dichiarazioni costantemente sopra le righe e per alcune conferenze stampa assolutamente da vietare ai minori di 18 anni causa turpiloquio (favorito, almeno in un’occasione, da una permanenza troppo prolungata in qualche bar della zona). Campione di Norvegia nel 2005 con il Vålerenga, che aveva bloccato la serie di 13 titoli consecutivi vinti del Rosenborg, Rekdal aveva visto la propria carriera di allenatore imboccare un brutta china prima in Belgio a Lierse, dove era retrocesso ai play-off, poi nella Zweite Liga tedesca con il Kaiserslautern, che lo cacciò dopo 19 giornate e sole 3 vittorie conquistate. Ieri finalmente l’irascibile norvegese è tornato a sorridere.
(in esclusiva per Indiscreto)
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