Il controtempo di Radmilo Misovic

Seguito dell’articolo ‘La tivù eroica di Sergio Tavcar’.

1. La voce anarcoide di quelle sere liberò la fantasia dei ragazzi che guardavano le partite: alcune bellissime, altre improbabili, con attori che parevano (inconsciamente) dadaisti della sintassi cestistica. Si scoprì infatti, grazie a Tv Koper, una pallacanestro selvaggia: un luogo dove la tecnica, anche quella un pò maudit e personale, non era ancora stata soffocata dalla tattica. Dal punto di vista italiano, nel bel mezzo di un boom che rese la Serie A la prima (e la seconda, forse pure la terza..) lega al di fuori della Nba, un’autentica rivoluzione culturale: convintissimi, fino a quelle visioni, che si dovessero rispettare schemi anche per rientrare in spogliatoio, fummo (s)travolti dall’espressività pop dei vari Delibasic, Kicianovic, Tvrdic, Dalipagic
2. Poi arrivarono,come precisa nel brano citato il Tavcar, tempi meno ruspanti: l’onda del Cibona dei Petrovic avrebbe portato allo tsunami della generazione di Bormio. Campioni forse più forti, sicuramente meno imprevedibili e più sul pezzo: la svolta “vincente” porterà alla degenerazione della kukkozia, dell’antibasket di Maljkovic e degli aereoplanini…A proposito,essendo il Tavcar uno strepitoso bastian contrario, fecero epoca le stilettate del nostro al Diavolo di Sebenico. Ritenuto un mangiapalloni di rara antipatia, oltre che un fuoriclasse assoluto: anche se il Sergio ha modificato nel tempo la sua opinione, si può tranquillamente sostenere entrambe le tesi, senza essere ritenuti blasfemi. Anche perchè, con i grigi che arbitrarono certe finali di Coppa, un Sabonis l’avremmo limitato anche noi. E adesso,Tavcariade seconda parte.
3. “Però pensandoci bene erano veramente bei tempi:il basket jugoslavo un universo assolutamente alieno per uno spettatore italiano, abituato dalla rivoluzione primaria (da Giancarlo Primo) a ragionare in termini di difesa, schemi, preparazione scientifica. In quella Lega se ne vedevano di tutti i colori: dalle squadre forti a quelle assolutamente folcloristiche, dai giovani emergenti (proprio nel ’71 due giovanissimi ragazzi segnavano punti a raffica in serie B e di loro si favoleggiava quali futuri campioni: Dragan Kicianovic a Cacak e Mirza Delibasic a Tuzla)ai grandi vecchi, tipo Djerdja a Zara, giocatori ancora molto validi, ma legati ad un basket allora già vecchio. Bisogna dire che ho avuto una notevole fortuna perchè, a posteriori, proprio in quegli anni nasceva il grande basket jugoslavo che avrebbe poi dominato in Europa fino ai nostri giorni. Il campionato si decise in uno spareggio,tra la Jugoplastika e la Crvena Zvezda, che si giocò a Lubiana e che fu l’ultimo titolo che la Stella Rossa vinse, anche se allora nessuno poteva saperlo, visto che si trattava del club più titolato di Jugoslavia. Iniziai dunque bene,con un campionato incertissimo, con due squadre nelle quali giocavano da una parte Slavnic, Simonovic, Kapicic e dall’altra Tvrdic, Skansi, Solman, ma anche elementi come il play elettrico della Zvezda Rakocevic (chiedere a Giampiero Savio per un’imitazione), il centro pelato Vucinic, l’ala con la maglietta della salute Sarjonovic oppure per la Jugoplastika l’ala mefistofelica e corpulenta Prug, che sembrava fatto apposta per impersonare la parte dell’orco cattivo in qualche favola spaventabambini”.
4. ”Nel frattempo nel Partizan s’esibiva un giovanotto preso da Mostar che saltava (uh,quanto saltava!) e che sembrava abbastanza dotato per il tiro di nome Drazen Dalipagic, il Bosna appena promosso in Prima Lega aveva fatto un gran colpo col suo vulcanico giovanissimo coach Tanjevic sequestrando Delibasic da sotto il naso del Partizan, portandolo alla sua ambiziosa squadra; a Cacak si discuteva se Kicianovic sarebbe rimasto allo Zelijeznicar, sarebbe passato all’altra squadra di questa cittadina, il più forte Borac,oppure se Ranko Zeravica sarebbe riuscito nel colpo di portarselo al Partizan. I temi insomma non mancavano ed ogni sabato era uno spasso commentare: beh si,a posteriori sono stato fortunato. Fortunato anche perchè le macchiette cestistiche non mancavano certo: forse quelli della mia età ricorderanno un incredibile centro del Radnicki Belgrado,un certo Miodrag Tasic, l’incarnazione vivente di 2 e 12 di un uomo delle caverne (ed il suo gioco era conseguente), oppure una brava ala del Bosna, Slobodan Cecur, che però aveva un piccolo difetto: tirava i liberi in sospensione con un movimento di tipo epilettico e non segnava mai. Poi c’era tutto il Borac di Cacak, una delle squadre più incredibili che mai si siano viste: i piccoli giocavano sotto, i lunghi tiravano da fuori, la difesa era costituita dal rientro di più o meno metà quintetto d’attacco (col solo compito di prendere il rimbalzo o, più spesso,di fare la rimessa da fondo campo: qualcuno doveva per regolamento pur farla); la stella era un tale Radmilo Misovic, per lunghi anni capocannoniere del campionato, e di professione allenatore di piccioni, un tombolotto dal baricentro basso di 1 e 80 scarsi che però tirava da metà campo segnando di tabellone oppure in entrata con un controtempo tale che riusciva a farlo addirittura da fermo (saltare per lui era troppo impegnativo)”.
5. ”Mi sono sempre chiesto quale sarebbe stato il mio stile di commento se non avessi avuto a che fare con tipi del genere, se cioè avessi dovuto commentare un campionato come quello italiano, dove ormai tutti sembravano uguali, non c’era il minimo lampo di follia, tutto il movimento si prendeva terribilmente sul serio. Il basket jugoslavo poi, impercettibilmente anche per chi come me lo seguiva in modo capillare, cambiò anch’esso. La generazione dei Cosic, Kicianovic, Delibasic, Dalipagic, Slavnic, Jerkov, Jelovac, Tvrdic, Solman, eccetera, cominciò a vincere moltissimo. Arrivò poi Drazen Petrovic, arrivò la generazione di Bormio con Divac, Radja, Paspalj, Kukoc: il basket jugoslavo diventò a sua volta sempre più serio, arrivò Bozidar Maljkovic e la generazione di giovani coach plasmata dagli insegnamenti del prof per eccellenza, Aza Nikolic, per i quali lo zero a zero è il risultato perfetto anche per il basket. Insomma i, tempi eroici finirono. Così come sono finiti i tempi eroici di TV Capodistria…E forse è molto simbolico il fatto che il culmine della mia carriera sia stato con Dan Peterson e che una delle nostre telecronache sia coincisa proprio con uno dei momenti di vertice del basket jugoslavo moderno, la vittoria della giovanissima Jugoplastika a Monaco di Baviera in Coppa dei Campioni sotto la guida di Maljkovic, con la difesa come credo, con tre futuri Nba in squadra: Kukoc, Radja e Tabak. Forse ero predestinato ad essere la voce in Italia della crescita del basket jugoslavo fino al culmine oltre il quale non si può. O almeno mi piace pensarlo”. (fine)
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
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