Il prossimo Merckx

di Simone Basso

1. Prologo: questo pezzo fu scritto nel 2002, chi lo lesse all’epoca (per esempio un celebre giornalista sportivo) lo ritenne “esemplare ma impubblicabile”. All’articolo in questione abbiamo solamente tolto un paio di aneddoti, inutili nella narrazione complessiva e un po’ troppo spinti, poi aggiunto un epilogo doveroso.
2. Il teorema di Frank Vdb dovrebbe essere insegnato a tutti i giovani sportivi di successo: per evitare ulteriori tragedie di ragazzi ingenui, colpevoli solo di non aver rifiutato le lusinghe di chi ti offre la gloria e si prende l’anima e il corpo. Riuscire ad inquadrare il soggetto è un’impresa ardua, descrivere la (poco) lucida follia che lo caratterizza è impossibile: rimane l’essenza della storia, non troppo edificante, ed un must assoluto per comprendere la psicolabilità di molti eroi dello sport moderno.
3. Ogni tot di tempo in Belgio si alza la mira e si spara grosso. Essendo un paese che muore di nostalgia per le glorie passate, si sceglie una giovane promessa e la si condanna a morte: dalle nostre parti, per decenni, si son rovinate sfilze di promettenti virgulti paragonandoli all’impareggiabile Campionissimo di Castellanìa; nelle terre della Doyenne e della Ronde si perpetua il massacro scomodando Re Edoardo Cannibale, roba da schienare un toro per l’improponibilità del confronto. Sotto il macigno sono stati stritolati atleti magari un po’ sopravvalutati (leggi Willems), sicuramente viziati e matti (il gagà Fonzie De Wolf, indimenticabile per i suoi duetti con un disperato Ferretti ai tempi della Bianchi), magari con un potenziale di tale livello da non far rimpiangere il modello originale: ci viene in mente Freddy Maertens, uno sciagurato se si pensa al numero di affermazioni conseguite in un amen, la facilità d’azione e il declino atletico prematuro dovuto ad alcol e cortisone.
4. Ebbene, proprio quest’ultimo caso clinico ci può ricondurre alle fresche gesta dell’ennesimo di un futuro che mai ci sarà: Frank Vandenbroucke è (era) un predestinato, lo zio Jean-Luc fu passista di valore a cavallo degli anni settanta/ottanta; nelle categorie minori pareva un piccolo cannibale e bruciò le tappe da autentico bimbo prodigio. Medaglia di bronzo ai mondiali juniores ’92, campione nazionale nella stessa annata e talmente superiore alla concorrenza da sbaragliare il campo all’esordio nei dilettanti: nove successi in sei mesi, nemmeno diciannovenne. Arrivò subito il salto di categoria nei pro, con i colori della Lotto diretta dallo zio, e alla stupefacente età di diciannove anni, tre mesi e otto giornì inanellò la prima perla della carriera con i grandi, a Marsiglia al Giro del Mediterraneo. Dopo il sospirato approdo alla colonia belga della Mapei-Gb divenne, a 20 primavere e sette mesi, il più giovane vincitore della Parigi-Bruxelles.
5. La sequenza di record fece capire l’eccezionalità di Frank Vdb, nonchè le particolarità tecniche dell’asso in erba: con una gamba più corta dell’altra di un centimetro e mezzo (souvenir di un incontro con un’automobile all’età di cinque anni), il fisico smilzo, la pedalata nervosa e l’abitudine a spingere sugli strappi rapporti mostruosi. A completare il ritratto il viso da giovane furfante equipaggiato da un pizzetto diabolico e la lingua in perenne movimento. Caratteristica quest’ultima che, assieme all’atteggiamento spaccone, contribuì non poco a inimicargli una bella fetta del plotone, attentissimo agli sbruffoni che debordano (con le parole e i fatti) nei momenti di furore agonistico. La fama da Fregoli viziato procedette parallela agli allori conseguiti sulla strada: alla Parigi-Nizza ’98 sbaragliò il campo nella crono e concluse l’opera sulle rampe del Col de la Republique: staccò, nella neve, Zulle e Jalabert. Lo stesso scenario si ripetè un mese dopo alla Gand-Wevelgem, grazie alla complicità dell’amico di merende Nico Mattan: fu quella la prima, storica, affermazione di un vallone nella classica fiamminga.
6. Il 1999 rappresentò l’anno chiave del fenomeno di Moùscron:corse contro il mondo intero al Fiandre e, malgrado i rivali coalizzati, riuscì a selezionare il gruppetto dei più forti. Si ritrovò sul rettilineo finale con coloro i quali, in piena enfasi da commento televisivo, i telecronisti belgi definirono il presente (Van Petegem) ed il passato(Museeuw) del ciclismo belga: inutile ricordare chi fosse il futuro…Quella piazza d’onore lo portò a una sorprendente Roubaix, corsa tra i protagonisti e con un settimo posto promettente per una matricola. Ma la sua campagna delle classiche ebbe l’apice nella Liegi-Bastogne-Liegi: solo contro le truppe Mapei e Rabobank, affrontò a viso aperto Bartoli sulla Redoute e lo staccò; consapevole delle proprie forze, attese il resto della truppa per la pugnalata decisiva sulla collina degli italiani, il Saint Nicolas. Fa impressione a scriverlo oggi, ma mentre il capitano Cofidis trionfava ad Ans, pensammo a quante affermazioni sarebbero arrivate negli anni seguenti: ben pochi seppero prevedere le catastrofi future del prodigioso Vdb.
7. Il primo inghippo cadde come un fulmine a ciel sereno, un paio di settimane dopo il trionfo nelle Ardenne: a coinvolgerlo nell’inevitabile (di questi tempi…) scandalo fu una figura mitica (!) del sottobosco francese, quel dottor Mabuse, Bernard Sainz, indagato dalla Procura parigina e ovviamente medico fasullo, nonchè prestigiatore con le sue fialette miracolose. Il seguito fu costituito da una breve sospensione e dalle scuse poco convinte dell’aspirante fenomeno; l’ennesimo capitolo di una saga infinita che pare senza soluzione di continuità. Il Georges Ronsse postmoderno ricomparì alla Vuelta con la stessa veemenza primaverile: vinse due tappe dimostrando una superiorità quasi imbarazzante. Verso Avila, dopo aver effettuato la selezione decisiva, si rivolse all’ammiraglia chiedendo in che maniera preferissero vederlo vincere! Lasciò i compagni di fuga a 1500 metri dal traguardo e staccò il biglietto come favorito assoluto per il gran ballo iridato di Verona.
8. Quel dì fatidico ci arrivò con una condizione tale da allarmare persino il suo entourage: passarono infatti l’alba del giorno dell’incoronazione definitiva a far scendere i valori d’ematocrito impazziti del principe, e la cosa riuscì per il rotto della cuffia (si bisbigliò dietro le quinte di un raggelante 49,975 ai controlli Uci!?). Una banale caduta e il conseguente scafoide rotto non impedirono al diabolico Frank, all’ultimo giro, un assalto disperato sulle Torricelle: il settimo posto finale e l’incazzatura dei gregari extra lusso (Museeuw, Van Petegem, Axel Merckx) furono il rendiconto della bizzarra giornata veronese. A confortare il platinato, l’impressione che la propria classe sarebbe bastata per il Tour 2000 e l’attesa apprensiva dei tifosi. Per dirla tutta,Vdb ha sempre diviso gli appassionati in due fazioni distinte. Da una parte l’amore incondizionato di alcuni, dall’altra il quasi odio di un bel gruppetto a disagio sullo stile di vita considerato eccessivo e le pubblicizzate scorribande in Porsche. Ci sono molte analogie con Pantani, compresa l’irresistibile capacità di cacciarsi nei guai.
9. Il compimento della storia arrivò all’agognata Grand Boucle 2000, sulle rampe dell’Aubisque, in un clima meteorologico da classiche del nord e con l’inquadratura impietosa della tivù francese: nelle retrovie del plotone, la pedalata di piombo e lo sguardo di uno zombie. Quel 10 Luglio finì virtualmente la carriera dell’enigma Vdb, prosciugato di ogni stilla dell’antica (?) classe che lo contraddistinse: fece paura scrivere della morte sportiva di un puledro di razza, all’età di appena ventisei anni. Qualche tempo dopo quel giorno sui Pirenei, si diffuse la voce di un Frank anoressico, in preda ad un esaurimento psicofisico senza limiti. La breve parentesi alla Lampre (estorsione di soldi in piena regola) non allontanò i demoni dalla testa del novello Romeo Venturelli, sempre più lontano dall’agonismo e in pieno trip da vita spericolata. Notti brave, la passione per gli alcolici, addirittura per le droghe sintetiche: così l’ennesima speranza del ciclismo mondiale finì in soffitta, con il suo carico di domande senza risposte.
10. Ma non temete, appassionati del paranormale. Prima o poi, in Belgio o da qualche altra parte, ci sarà un talento prodigioso sul quale si getteranno procuratori iene, medici senza scrupoli e sanguisughe di ogni genere: tutti in fila caritatevoli verso il prossimo campionissimo. E noi? A bocca spalancata, come pirla, ad ammirare il nuovo semidio che magari,alla prima sbandata, darà i numeri e non troverà nessuno, là fuori, ad aiutarlo. Perchè la corte dei miracoli sarà già fuggita con l’incasso e avrà messo gli occhi sulla futura (molto ipotetica) maglia gialla degli anni che, forse, verranno.Qualcuno proverà a cambiare l’arrangiamento, ma fatalmente la canzone rimarrà la stessa. Fino a quando le casse dello stereo si stuferanno della tiritera e si spegneranno per sempre.
11. Epilogo: Francesco Dal Ponte correva, tre anni fa, nelle gare amatoriali italiane. La fotografia sul tesserino era quella di Tom Boonen (!), ma la pedalata inconfondibile lo tradiva: tutti restavano colpiti da quel biondino, con lo stile impeccabile di uno di quei fuoriclasse che si ammirano in televisione. Quanta passione e quanta disperazione aveva provato per essere ancora sulla bicicletta?Appariva agli altri, comuni mortali,c ome un alieno; osservato con stupore come un meraviglioso scherzo della natura. Deve essere stato maledettamente difficile, una vita fa, essere stato Frank Vandenbroucke.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
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