Imbattibile Arcari

di Stefano Olivari

La boxe non è morta, nemmeno in Italia, ma a livello professionistico sta poco bene. A provarlo è la ‘scelta di vita’ dei migliori dilettanti: meglio lo stipendio statale e qualche comparsata televisiva piuttosto che la precarietà del togliersi la maglietta. C’è stato però un tempo in cui i nostri professionisti erano in cima al mondo, il tempo di Bruno Arcari. Del quale abbiamo letto di recente la biografia, ‘Bruno Arcari l’ultimo guerriero’ (autore Pier Cristiano Torre, prefazione di Rino Tommasi), confrontandola con ricordi personali troppo antichi per essere credibili. Arcari non è stato una star mediatica come Benvenuti, Mazzinghi, Loi, Rinaldi, eccetera, ma è stato probabilmente il più forte in rapporto alla sua categoria e alla sua epoca. Classe 1942, il pugile ciociaro è stato seguito per tutta la carriera da Rocco Agostino e non ha mai sofferto per questa sottovalutazione, come ha dimostrato anche un dopo-carriera con pochissime interviste. Cinque vittorie combattendo per l’Europeo, dieci per il Mondiale dei welter junior Wbc, le sopracciglia (a causa della loro tendenza a spaccarsi perse un’Olimpiade ed il primo match da pro) come unico punto debole, Arcari era un demolitore senza lacune. Il match a lui più caro è senz’altro quello della conquista nell’Europeo, nel 1968 a Vienna contro Orsolics ed una folla incredibile (più di 15mila) anche per quell’età dell’oro, ma forse in molti ricordano di più l’impresa mondiale di Roma contro Adigue nel 1970. Tolte le due sconfitte per ferita citate ed un pareggio con Rocky Mattioli (eccolo il ricordo personale, primavera del 1976 nel palazzone che sarebbe stato poi simpaticamente sfondato dalla neve) a Milano quando era ormai passato ai welter, Arcari fra i grandi della boxe italiana è stato l’unico a non essere stato mai tecnicamente battuto sul ring. In un’epoca in cui le sigle mondiali erano solo due ed i pugili affamati in proporzione molti di più.
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