Il sottovalutato dello showtime

di Simone Basso

1. A poche settimane dalla (ri)partenza della Nba, ricordo nostalgico di un eroe dimenticato. Quando ci si fermava, incantati, a osservare le fotografie di quel mondo lontano e affascinante, popolato da giocatori che parevano inavvicinabili. Una lega che viveva in un’altra dimensione rispetto al resto del globo, in ogni aspetto del gioco. Per quel tipo di Nba occorrevano, ai piani alti, squadre con quintetti di campioni veri: non fosse altro che perché c’erano meno squadre e quindi talento meno diluito. Attori diversi da quelli di oggi, magari non così esplosivi (e il Doc, David Skywalker e Billy Ray Dunk?), ma meno limitati agonisticamente e più sul pezzo per le poche cose che portano alla vittoria. Costretti,quando la Ncaa era ancora una cosa seria, ad approfondire idee che oggi paiono dimenticate: il concetto di squadra, il saper giocare all’interno della stessa e l’apprendimento di fondamentali necessari ma troppo sobri per consentire la giocata da Nba Action.
2. Un esempio perfetto furono i Lakers dello Showtime, creati dallo sfortunato Jack McKinney e allenati prima da Paul Westhead e poi da un suo assistente di nome Pat Riley. Assolutamente doveroso soffermarsi su Kareem e Magic, nucleo centrale di quella dinastia, ma in troppi dimenticano il resto della ciurma. Non ci riferiamo ai Landsberger, ma a due fuoriclasse che si integrarono alla perfezione in quel meccanismo. Jamaal Wilkes e Norm Nixon furono fondamentali quanto il dinamico duo da Hall of Fame: il primo lo fu talmente tanto da sviluppare un’umana sindrome da eterno sottovalutato. La sera che Silk ne scrisse 37, in garasei delle finali 1980, le attenzioni furono tutte per il celeberrimo show di Magic come sostituto di Jabbar
3. Nixon fu playmaker e guardia tiratrice, fromboliere da contropiede e difensore puntuale. Notevole nell’arresto e tiro, qualità accentuata da una peculiarità che suggeriva (…) agli avversari di chiudere le entrate. La memoria ingigantisce tutto, anche quando non si trasforma in nostalgia, ma ci sembra che il nativo di Macon, nella Georgia cantata dal genio di Ray Charles, sia stato uno dei giocatori più veloci mai apparsi su un parquet. Le categorie dello sport, come quelle dell’anima, sono variabili. E i paragoni alcune volte sono forzature, obbligate dalla mancanza di punti di riferimento reali. Detto questo, Norm the Storm atleticamente fu una cosa fuori dal mondo: un concentrato elegantissimo di fibre bianche, un velocista da finale olimpica dei 100 prestato al basket. Fu anche un prospetto Nfl, chiamato dagli Steelers per le doti di defensive back. Ma i piedi da Calvin Smith erano supportati da un’intelligenza cestistica di prim’ordine, che lo aiutò ad emergere alla Duquesne University, in una città (Pittsburgh) fanatica di football e di baseball. Nemmeno i due anni consecutivi nella top 20 dei top scorer bastarono: il destino di Norm fu sempre quello di passare inosservato.
4. Ma il tempo, il talento e il lavoro duro lo ripagarono adeguatamente: al draft 1977 i Lakers lo scelsero, al primo giro, come ultimo dei tre pick a disposizione. Dopo l’estate aveva già sorpassato i due colleghi nella considerazione dell’allora coach Jerry West. Giocatore fondamentale di quei Lakers, servì a coprire i vuoti del Magic bambino, ancora privo di un jumper affidabile e alcune volte discontinuo. Fu perfetto anche per dialogare con Mister Gancio Cielo, al quale tolse parecchia pressione dalle spalle con il suo tiro frontale: l’ideale per far pagare i raddoppi sul trentatre gialloviola. C’erano poi quelle clamorose accellerazioni che permettevano una pallacanestro celestiale, autentico manifesto della Nba anni Ottanta. Sbobinate cinque minuti dell’All Star Game 1982, assisterete a un momento irripetibile: Riley schierò la coppia Nixon-Johnson con l’impareggiabile Bernard King a far da…utilizzatore finale. Per qualche momento, prima del richiamo all’ordine di Pat, si realizzò l’utopia assoluta: un basket privo di soluzione di continuità, giocato da levrieri geniali e iperdotati.
5. Il 1983 fu il suo ultimo anno in maglia Lacustri, poi se ne andò lasciando molti amanti delusi al Forum…”Odio l’idea di Nixon non più in questa squadra: è come una collana meravigliosa priva di un diamante bellissimo”. (Jack Nicholson). Continuiamo a pensare a quei Lakers nella versione Nixon come alla squadra potenzialmente più forte di sempre. A referto comparivano Jabbar, Wilkes, Nixon, Magic, Cooper, Worthy, McAdoo, McGee (uno che in Italia,un pomeriggio, ne fece 59…): già mezzi rotti imbastirono una serie Ovest, contro gli Spurs di Ice e Gilmore, da sballo assoluto. Il po pa tok moderno offensivamente più avanzato di sempre, distillato di talento puro per 48 minuti filati. Lo scambio a San Diego, per Byron Scott, responsabilizzò Magic che divenne l’unico vero gestore del gioco losangelino. Fu l’ennesima genialata di West, ma a medio termine: perchè sul breve, con il 10 ancora Laker, l’anello 1984 non l’avrebbero consegnato ai Celtics…Ai Clippers fece due anni individualmente strepitosi,predicando nel più classico scenario Veliero: un cimitero d’elefanti nel deserto. Poi si ruppe il tendine d’Achille destro e la carriera da marziano finì praticamente lì.
6. L’epilogo dolceamaro fu la comparsata nel Bel Paese in maglia Scavolini. In quella primavera 1989 la Pesaro di Bianchini, campione d’Italia in carica, giocò benissimo e Norman mostrò fasi tecniche del gioco, come l’assist al lungo, che i garretti da velocista avevano sempre oscurato ai meno attenti. Ebbe anche la sventura di perdere lo scudetto, a tavolino, per una monetina; roba da autentica Spaghetti League. A Varese, in diretta tivù, fece rientrare da solo la squadra in partita: in due minuti esibì il manuale della pointguard. Ispirata, intoccabile. In tribuna la moglie Debbie Allen, l’attrice ballerina di “Fame” che conobbe durante la realizzazione del mitico “The fish that saved Pittsburgh”. Un bel cambiamento dai tempi dell’infanzia, trascorsa con i fratelli ad assistere la madre gravemente malata di miastenia. Forse il suo segreto stava in quei giorni da fanciullo nel profondo sud: lamentarsi della vita grama, come i suoi compagni di scorribande, non aveva senso. Meglio darsi da fare e muoversi il più velocemente possibile, come la tempesta.
“I have tasted the maggots in the mind of the universe
I was not offended
For I knew I had to rise above it all
Or drown in my own shit”
(Funkadelic 1971).
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
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