I due diritti del Chino

di Simone Basso

1. Nello sport, come nell’arte, ci sono personaggi che si materializzano come allucinazioni selvagge. Appaiono, consumano la scena stravolgendo i canoni evolutivi e bruciano. Marcelo Rios oggi viene ricordato soprattutto per essere stato numero uno dell’Atp senza Slam in bacheca e per le intemperanze fuori dal campo. Lungi da noi il difendere certi atteggiamenti: dalla matita spezzata a un bimbo che chiese un autografo, impagabile aneddoto narrato dal Clerici, al piede fratturato del suo preparatore atletico (da quel momento ex…) investito con la jeep, il personaggio si distinse anche per comportamenti da autentico disadattato. Ma il genio talvolta s’accompagna male con l’educazione: per dirla tutta, volando altissimi, leggendo il Voyage celiniano a qualcuno è fregato qualcosa che l’autore, il Dottor Destouches, fosse antisemita? E allora, tornando al Chino, ciò che ci interessava era il suo talento urlante, atavico, da Oskar Matzerath della racchetta.
2. Rios nacque così, campione del mondo e vincitore dello Us Open juniores; nei pro ebbe una carriera folgorante, un’ascesa velocissima e un declino rapido, improvviso. Fu uno di quelli che sperimentarono la demenzialità del calendario, pagando il prezzo dell’iperattività con una serie cronica d’infortuni alle ginocchia e alla schiena. Eppure, nel suo momento migliore, brillò di una luce dall’intensità unica, accecante: la cometa di Vitacura d’inizio 1998, il suo apice, fu uno dei più grandi giocatori apparsi sul globo terracqueo. Inaugurò l’anno perdendo, agli Aussie Open, la sua sola finale Slam. Contro un altro mancino dotato dagli dei, Peter Korda, in quel dì anche dopato dagli uomini: fu, quella vicenda australiana, la perdita della verginità per gli ultimi illusi dei gesti bianchi. Il segno definitivo dei tempi che il tennis era diventato anche spettacolo farmacologico.
3. Ecco, nel gioco già ostaggio della muscolarizzazione, il piccoletto di 172 centimetri che dominò quella primavera fu uno scherzo della natura. A Indian Wells e Key Biscane, affrontando la sua versione americana e più fortunata (Andreino Agassi), Rios mostrò un tennis visionario, frutto di una concezione ritmica misteriosa. L’anticipo, il timing sulla palla, qualcosa di magico e inspiegabile. L’impressione,nei giorni di grazia, di assistere a un giocatore con due diritti: il rovescio bimane inenarrabile, magari colpito con il saltello su un piede solo, in controtempo totale. I tocchi mancini beffardi, degni di un Macca andino, e il divertimento sadico nell’utilizzare l’altro, l’avversario, come una marionetta: spostata, sballottata, illusa e trafitta dal burattinaio cileno. Il campo, un flipper sovradimensionato, tagliato da traiettorie che parevano traccianti. Senza strategie preordinate, solo istinto superiore: puro e semplice talento maradonesco, inconsapevole ed ignorante. Una gioiosa trasposizione tennistica, così dannatamente latinoamericana,del realismo fantastico.
4. Purgatorio Rios, perfetto anello di congiunzione tra l’Inferno e il Paradiso del talento totale. Quello incontrollabile,maledetto, di uno Scott Draper e l’incarnazione assoluta, di successo, del Mago Merlino Federer. Stesso genio, ma tre carriere completamente diverse. Lo Zurdo di Vitacura, suo malgrado, sarà ricordato dai distratti come il più forte tennista della sua generazione a non aver vinto un major: dopo Okker e Mecir, prima di Nalbandian. Manco quella lista di vincitori, che annovera mediocri come Teacher e Costa, fosse la verità assoluta e non un semplice dato statistico. Che non spiegava i colpi dagli angoli impossibili, contro i Terminator palestrati, di quell’indio con i capelli lunghi. L’insostenibile leggerezza del suo ingegno e la creatività di quegli scambi feroci. La bellezza inconsueta della sua gestualità, figlia inconscia di una terra diversa da tutte le altre. Felicemente ignara della razionalità del resto del mondo.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)
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