Twittando con Villanueva

di Stefano Olivari

Non frequentiamo spogliatoi NBA, quindi non potremmo proporre pezzi del tipo ‘I segreti dei Bobcats’ senza copiare, però al di là di Belinelli ai Raptors stiamo seguendo su vari giornali USA il dibattito su come stia cambiando il rapporto fra campioni e giornalisti. Rimanendo alla NBA, forse non ci sono ancora addetti stampa che dicono ‘Oggi parla Toldo‘ o ‘Manda a Del Piero le domande via mail’ ma di sicuro è in atto un processo di disintermediazione. In italiano significa che gli atleti con una grande immagine hanno iniziato a sfruttare la tecnologia per avere un rapporto diretto con il proprio pubblico, al di là del fatto che quasi sempre al loro posto rispondano giornalisti-schiavi oppure amici accattoni. L’ultima moda è ovviamente Twitter, che solo da pochi paesi (gli Stati Uniti sono ovviamente fra questi) si può aggiornare via sms senza pagare tariffe internazionali: perchè in teoria si potrebbe fare anche da uno spogliatoio italiano, ma chiamando un numero inglese con roaming e tutto quello che ne consegue. Steph Marbury è un patito di Ustream (da noi poco frequentato, è una specie di sintesi fra You Tube ed un sito di video live in streaming), su cui carica anche sue poco interessanti vicende private, Brandon Jennings è stato tradito sul più tradizionale You Tube dall’inevitabile amico rapper che ha postato i suoi ‘veri’ giudizi sul draft, mentre è già storia il twittering in panchina di Charlie Villanueva durante alcune partite dei Bucks della scorsa stagione (con tanto di sfuriata di coach Skiles: adesso il dominicano del Queens è ai Pistons). Tre giocatori che non si negano ai media professionali, ma che come mille altri riservano le presunte ‘cose buone’ ai propri siti o ai channel bulgari del club o dello sponsor. Non è un segreto che nella serie A italiana di calcio molti ‘cronisti da campo’ vadano magari anche al campo (c’è la nota spese da compilare, in fondo) ma che si accontentino della conferenza stampa istituzionale che si può vedere in diretta praticamente ovunque. Il giornalismo è screditato, venendo visto dai più come scrittura su commissione (tale rimarrà, finchè il sistema si reggerà su pubblicità finta ed editoria ‘impura’), quello sportivo ancora di più: siamo d’accordo, vista la pratica. Ma l’informazione data direttamente dagli oggetti delle notizie è spazzatura anche in teoria.
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  1. un piccolissimo appunto.ormai "twittare" dal cellulare non è proibitivo per i costi: gli sms verso l'estero costano come in italia ormai (grazie alla UE…), oppure si "naviga" direttaemente su twitter.com (o simili). per cui ormai, il mezzo è accessibile più o meno a chiunque.

  2. La cosa che trovo meravigliosa è che i nostri club calcisticio trattano male non solo una generica 'stampa', questo potrebbe rientrare in discorsi sulla stronzaggine umana o sull'incompetenza, ma anche le emittenti televisive (alla fine tre e mezzo) che rappresentano più del 50% del loro fatturato suggerendo non solo i personaggi da intervistare (quasi mai quelli che quel giorno farebbero notizia) ma anche le domande…

  3. Il paradosso è questo: nello sport americano (professionistico, mentre al college se osi chiamare o visitare un giocatore nella sua stanza al collegio gli uffici stampa ti fanno la pelle) c'è accesso totale e costante, negli spogliatoi, già con l'ormai mitico permesso di entrarci fino a 45 minuti dalla palla a due per finire con il dopopartita in cui puoi avvicinarti a chiunque, per cui in teoria non ci sarebbe nemmeno bisogno di Twitter per comunicare. Da noi siamo ancora all'"oggi parla Pirlo" segnalato da Stefano. Ovunque la stampa viene vista con sospetto e anche negli spogliatoi NBA il "fratello" con felpa+cappuccio e andatura caracollante e domanda sull'hip-hop viene salutato con più calore del 60enne bianco che vuol sapere coaa è successo tatticamente, ma almeno lì puoi parlare con tutti. Scusate l'esempio personale, ma anni fa passai per fortunata combinazione dalla finale di Champions League alla finale NBA nel giro di 8-9 giorni e sembrava di essere passati dall'età della pietra al futuro, o quantomeno presente: qui, due giocatori+allenatore al tavolo della conferenza stampa e basta, e gli altri li becchi al cellulare solo se sei loro simpatico, là accesso totale a chiunque per un'ora alla volta, ognuno con proprio tavolino e/o podio.

  4. A_G

    indubbiamente i "cinguettii" (o twittate che dir si voglia) dei vari atleti nba oscillano tra il naif, l'ignorabile e il totalmente inutile.Il discorso cambia quando ci si trova di fronte a personaggi quali Shaq (per cui ogni mossa pubblica, compresi i post su twitter, sono secondo me parte di un suo personalissimo piano di marketing di se stesso). Shaq ha creato una coda di imitatori che personaggi non sono (e non saranno mai) ma che provano a diventarlo utilizzando appunto il suo stesso mezzo.Tralascerei invece la triste storia di Marbury, che proprio attraverso twitter (e ustream) sta mostrando al mondo un enorme cartello "HELP ME" senza nemmeno rendersene conto…




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