I conti senza l’Horst

di Stefano Olivari

Qualche post fa si parlava di Adi Dassler, l’uomo che dopo un grande successo imprenditoriale in epoca nazista (fabbricava le divise della Wermacht, per dirne una) si divise dal fratello Rudolf e nel 1948 fondò l’Adidas, mentre l’ex socio creò la Puma. Fabbriche ed uffici che per decenni, fino ai giorni nostri, sarebbero rimaste divise solo da pochi metri di strada nella natìa Herzogenaurach (Baviera) sopravvivendo a cambi nell’azionariato ed a mille guerre personali (la più famosa proprio fra Adi e Rudolf, che nel dopoguerra si accusarono a vicenda di essere il ‘vero nazista’ della famiglia, quello che aveva trascinato l’altro). In realtà il Dassler che sarà fra qualche secolo ricordato nella storia dello sport è Horst, il figlio di Adi, che negli anni Settanta letteralmente inventò il marketing sportivo. Il suo uomo nel calcio era Joao Havelange, ben prima della sua presa della Fifa nel 1974 ai danni di Stanley Rous, ma il potere di Dassler junior (che fra le mille cose fu il fondatore dell’Arena) all’inizio degli Ottanta si estendeva praticamente su tutte le federazioni internazionali più importanti. Insieme all’amico-socio Patrick Nally coinvolse grandi aziende diverse dall’Adidas (dalla Coca Cola in giù) nella sponsorizzazione delle discipline più diverse e nell’intervento diretto sull’organizzazione dei calendari e dei singoli eventi. Esistono diversi libri critici nei confronti di Horst Dassler, primo fra tutti quello di David Yallop (‘How they stole the game’) anche se troviamo più equilibrato il ‘Foul’ di Andrew Jennings, ma molte delle sue intuizioni rimangono geniali a più di venti anni dalla morte. Chi oggi sdottora su ‘brand’ e affini non sa di dovergli il suo spesso immeritato stipendio.
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  1. In effetti ne avete viste ben di peggio. Anche lo stemma con il giglio è tornato all'originale dopo le mostruosità di qualche tempo fa.

  2. Il punto di viola delle maglie della Lotto non è forse quello "giusto" (manca, secondo me una quantità infinitesimale di rosso)ma comunque c'è stato di molto peggio, ad es. negli anni del Bati (tanto per rendere l'idea), quando i giocatori indossavano praticamente una variante di blu. In generale, a parte le toppe col logo dello sponsor tecnico sulle maniche, le maglie attuali sono abbastanza sobrie e rispettose, in questo senso temo eventuali cambiamenti radicali. Noto comunque che le foto e i filmati cambiano un po'(in peggio) il colore della maglia, che dal vivo percepisco diversamente

  3. sei della Fiore? Da tempo penso infatti che il "viola" con cui i gigliati scendono in campo in questi anni sia alquanto discutibile…

  4. Per la riconoscibilità assoluta ci sono i colori sociali e lo stemma, non la foggia delle divise che, a mio parere, potrebbe essere al limite uguale per tutti. Il danno viene fatto quando si stravolgono appunto i colori sociali. Parlando della mia squadra abbiamo avuto in passato divise più blu che viola, maglie oscene con losanghe o altri aggeggi incomprensibili oppure bianche e viola tipo Ajax etc. Ma ugualmente potrebbero dire i tifosi di tutte le squadre. Sono questi i veri "oltraggi" a cui bisogna ribellarsi.

  5. io resto in ogni caso critico sui grandi marchi internazionali che fanno le divise in serie… paradossalmente mi è piaciuta di più la divisa Puma da Confederation's celeste-marrone, piuttosto che quella che torneremo ora ad usare, assolutamente identica (colori ovviamente a parte) a quelle di Egitto Svizzera Austria ecc., ovvero a tutte le nazionali Puma (con anche la stessa identica diversificazione: scollo a V sulla prima maglia, colletto da polo sulla divisa di riserva).E questo ovviamente vale anche per Adidas, Nike, Umbro, eccetera.Io credo che marketing significhi anche creare, accanto ad un segno immediatamente riconoscibile (le tre strisce sulle spalle per la Adidas), una identificazione estrema della divisa di gioco con la squadra che deve indossarla, che renda la maglia unica ed inconfondibile anche se altre squadre sono vestite dallo stesso sponsor.Penso che tutti i tifosi gradirebbero (sul fronte opposto, basti vedere la sommossa popolare, durata per tre anni, contro lo scempio operato da Diadora sulle divise della Roma: se ne hanno venduto un centinaio in tre stagioni devono baciare per terra).




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