Mameli non fa notizia

di Carlo Tecce

L’informazione italiana funziona così bene che siamo preparatissimi sulla Spagna e ignari sui fatti nostrani. Mercoledì sera all’Olimpico per la finale coppa Italia, l’inno di Mameli, suonato con titubanza dalla banda dei Carabinieri, è stato accolto con cori infarciti di parolacce, fischi cavernicoli, indifferenza tra le due curve e le due tribune: dell’inno interessava a pochi, le urla servivano ai tifosi di Lazio e Sampdoria per insultarsi, e la presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano interessava ancora meno. Non giocava la Nazionale, non c’era il cambio della guardia al Quirinale, e l’inno era solo un fastidio, un minuetto nemmeno orecchiabile che interrompeva l’orgasmo adrenalinico. Non l’hanno cantato, non l’hanno fischiato, l’hanno semplicemente ignorato. L’avrà notato qualcuno, tra i duecento giornalisti accreditati? L’avrà scritto qualcuno, tra inviati speciali e opinionisti? Nessuno. E con una scusante: le agenzie di stampa hanno taciuto. Guai a fornire una notizia in esclusiva, vista da settantamila spettatori allo stadio e altri otto milioni alla televisione. Chi può prendersi una simile responsabilità? Quelli che farebbero infuriare Vittorio Alfieri, quelli della “genuflessioncella d’uso”, preoccupati del flessore e delle treccine, ormai esperti di rotula, tendini e malleolo. A Valencia per la coppa del Re, per il derby dell’irredentismo tra Atletico Bilbao e Barcellona, sua maestà Juan Carlos e l’inno vengono accompagnati dai fischi, possenti e unanimi: volontari, indirizzati alla Spagna, diversi e più gravi rispetto a quelli della coppetta italiana, ma erano prevedibili e quasi scontati. I giornali italiani offrono una pagina ciascuno alla «plateale manifestazione di dissenso» (Corriere della Sera). La domanda: perché il fatto, anzi il fattino o fatticino dell’Olimpico è stato trascurato? Vi offriamo tre plausibili risposte, scegliete voi.
A) In tribuna c’erano solo giornalisti sportivi e i giornalisti sportivi, che si fanno chiamare “testimoni oculari”, non sono veri e propri giornalisti, non osano spingersi oltre il fuorigioco.
B) I giornalisti sportivi erano impegnati a tifare per le rispettive squadre, con o senza sciarpa al collo.
C) Perché creare casini (il presidente Napolitano, l’inno, l’educazione del calcio) a mezzanotte e con i ristoranti che stanno per chiudere.
Ps. Aiutino: una prima firma di un primissimo quotidiano italiano, e le nostre orecchie possono fungere da testimoni uditivi se non proprio oculari, aveva paura di lasciare lo stadio perché in strada c’erano ancora dei tifosi della Sampdoria. «Dobbiamo nascondere il taccuino!». Che uomo impavido.
Carlo Tecce
(per gentile concessione dell’autore)
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  1. @Furio il mio “abbastanza disgustuso” era riferito al predicozzo di Cerqueti e a tutta la retorica patriottarda che ci sta dietro, non al fregarsene dell’inno, cosa che faccio regolarmente e che trovo più che giusta.

  2. Scusa Gustavo, ma dalla Monte Mario io l’annuncio – che mi aspettavo – non l’ho proprio sentito, e come me chi avevo intorno.

  3. Guastavo sono io, Carlo

  4. No ragazzi, ero anch’io all’Olimpico e ho sentito dire allo speaker (distintamente) queste parole: e adesso l’inno di Mameli suonato dalla banda dei Carabinieri. C’era un frastuono incredibile, vero? Nessuno cantava, magari mille su 70mila.L’altra notte ho visto pittsburgh capital di hockey sul ghiaccio: l’inno lo cantavano tutti.

  5. Aldilà del fatto di venire coperto da insulti tra curve e fischi, chiaramente poco edificante, non vedo il problema nel fregarsene dell’inno né perché i giornali avrebbero dovuto occuparsene. Mi pare di capire che l’inno non sia stato apertamente contestato, come in Spagna, ma semplicemente ignorato. Che peraltro, considerando quant’è brutto, è uno dei trattamenti più generosi che gli si può riservare

  6. vista in tv: i doriani sono stai inquadrati per un attimo mentre se ne fregavano dell’inno, tanto che il telecronista (Cerqueti?) è partito con una mini-filippica sull’importanza dell’inno, la patria ecc, ecc. Abbastanza disgustoso.

  7. Caro Carlo, mi spiace dirti che sbagli notevolmente.Purroppo all’Olimpico quando la banda ha iniziato a suonare non si è sentito nulla, né tantomeno – come invece si fa in America – l’inno è stato annunciato.In quel momento la Curva Nord (io ero subito sopra al presidente Napolitano) stava canando, ma sentito l’inno nazionale ha smesso – fischiando i doriani che invece andavano avanti a cantare (ma entrambe le curve senza insulti) – e finendo poi per cantare l’ultima strofa. Tanto per ristabilire la verità.




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