Il venticinque aprile di Sandro Gamba

di Flavio Suardi

Milano, 25 aprile 1945. Il CLN-AI, Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, ha proclamato lo sciopero generale contro l’occupazione fascista. In tutte le fabbriche inizia lo stato di agitazione e il Comitato di Liberazione Nazionale assume il potere. Migliaia di partigiani convergono dalle valli e dalle zone pianeggianti della Lombardia fino al capoluogo, spostando di fatto la guerriglia dalle strade di campagna alle vie di Milano. La caccia ai fascisti è senza quartiere: una lotta dura, frenetica, oltremodo cruenta da parte di persone decise a non rivivere più l’incubo dell’occupazione. Si spara ovunque: dalle finestre, dai tetti, da nascondigli fatti di macerie, da dietro i cespugli e spesso a rimanere sul terreno non sono solo partigiani o fascisti, ma uomini comuni, donne, bambini. Quel giorno, a giocare con gli altri ragazzini milanesi c’è anche un tredicenne esile ma già alto per la sua età: di nome fa Alessandro, come il papà, di cognome Gamba.
“Era appena terminato un allarme aereo e tutti noi siamo scesi di corsa a giocare in via Washington, una strada molto larga resa ancora più ampia dal fatto che tutti gli alberi erano stati segati per metterli a bruciare nelle stufe, visto che non c’era più nulla per scaldarsi”. Un cumulo di macerie, via Washington, con case distrutte, palazzi sfollati, insomma uno scenario in cui solo l’incoscienza tipica dei più giovani può aiutare a tirare avanti: “Nonostante ci fossero montagne di pietre e resti di case bombardate, noi avevamo il nostro spazio in mezzo alla strada, dove giocavamo a calcio. A quel tempo di traffico non ce n’era, passava ogni tanto qualche mezzo militare, ma la gente si muoveva in bicicletta. Mi ricordo bene di quel giorno, erano le due del pomeriggio e i gruppi di partigiani cominciavano ad arrivare in città, dando la caccia ai tedeschi che cercavano di scappare”. Le sparatorie erano ormai all’ordine del giorno in quella Milano talmente incattivita dall’oppressione da cercare con foga la vendetta nei confronti del fascismo. “Ad un certo punto un gruppo di partigiani ha notato una camionetta di tedeschi e fascisti che cercavano di scappare. Hanno cominciato a spararsi da un lato all’altro della strada e noi siamo rimasti in mezzo. Mi sono beccato due pallottole nella mano destra, ma a qualcuno che giocava con me è andata molto peggio”.
Via Washington diventa all’improvviso deserta, cala il silenzio, qualcuno però si occupa del piccolo Sandro, che viene trasportato nell’infermeria dell’ufficio del CLN-AI dove viene medicato in maniera sommaria. A portare quel ragazzo in braccio è un uomo che abita al pianterreno di un palazzo molto vicino alla casa dei Gamba. Uomo che rimarrà sempre senza nome, nonostante i tutti i tentativi che Sandro farà per rintracciarlo: “Quando sono guarito, mi sono presentato a casa sua per ringraziarlo, ma la portinaia mi ha detto che si era suicidato: era un militante fascista, che per sfuggire alla cattura dei partigiani si è tolto la vita. Non ho mai saputo nulla di lui, per me è una sorta di angelo custode”. L’odissea di Sandro continua: il ragazzo ha perso molto sangue e dalla clinica del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia viene ricoverato in quella svizzera di Via Monterosa, a pochi passi dal monumento in onore di Giuseppe Verdi. La diagnosi dei medici è impietosa: Sandro perderà la mano destra, unica soluzione resta l’amputazione. “I medicinali scarseggiavano e in casi come il mio, la strada più facile da percorrere era quella dell’amputazione. I miei genitori si opposero in maniera feroce, soprattutto mia mamma ha fatto di tutto per evitare l’intervento”. Il ragazzo viene medicato e al posto di una semplice fasciatura costrittiva, per tentare di mantenere la conformazione dell’arto, gli viene applicato sul palmo un pezzo di cartone di una scatola di scarpe, la cosa più rigida che si potesse trovare in quel momento.
Le ossa della mano sono frantumate, il cartone resta rigido lo spazio di poche ore e la mano assume una forma molto strana, riprendendo una conformazione “umana” solo dopo più di un anno di sforzi ed esercizi “fai da te”, cui il giovane Sandro si sottopone quotidianamente. La sua migliore amica diventa, in quegli anni, una pallina da tennis: “Ne ho tenuta in tasca una per tre anni. Mi avevano anche consigliato di provare a giocare a tennis, ma non riuscivo a tenere in mano la racchetta, dunque ho cominciato a stringere forte la pallina per tentare di recuperare la forza e soprattutto la manualità. Per un anno intero ho usato solo la mano sinistra, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di riuscire, un giorno, a ritrovare la funzionalità anche di quella ferita”. Intanto Sandro frequenta sempre più spesso il campo sportivo a pochi passi da casa sua. Papà Alessandro ci va spesso, dopo il lavoro, a giocare a bocce e il giovane Sandro resta ad osservare affascinato le partite di pallacanestro. “Gli americani giocavano moltissime partite tra di loro. Avevano due canestri fissati nella parte alta del retro di due camion. Quando decidevano di giocare, parcheggiavano i mezzi in modo da creare un campo improvvisato. Un giorno decisero di sfidare quel che rimaneva della vecchia Borletti. Una volta finita la guerra, non tutti erano tornati, dunque era difficile mettere insieme la squadra. I nostri sono entrati in campo con delle divise logore, vecchie, rammendate, insomma consone al periodo che stavamo vivendo: si faticava a trovare da mangiare e da vestirsi, figuriamoci se si potevano fare delle divise per una squadra di basket… Loro, gli americani della quinta armata si sono presentati con delle fiammanti divise rosse. Non ci fu partita, in tutti i sensi. Ho sempre sognato di giocare un giorno con delle divise rosso fuoco come quelle”. Tutto cominciò quel 25 aprile…
(per gentile concessione dell’autore, fonte: ”Sandro Gamba, il signore del basket’, editore Meiattini)
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  1. Gli americani…di tanto…

  2. Si davvero bello, sapevo la storia mo non con tutti questi dettagli. Ma non ho capito una cosa: ha vinto la Borletti o gli americani?

  3. Bellissimo, commovente eppur con poche parole. Grazie davvero per l’emozione




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