Vile moneta

di Oscar Eleni

Oscar Eleni dal castello Dal Pozzo, borgo di Oleggio, zona di Arona, per la rimpatriata dei maturi baskettari che si coccolano come succede adesso nei bar di Tokio dove hanno lanciato la moda dell’aperitivo con il gatto che ti fa le fusa. Al cat bar di Oleggio Castello è un trionfo per anime candide che ancora si sentono al centro dell’attenzione e, come una volta, pensano che la tua prostata regga, come del resto la dentiera, o la memoria, a qualsiasi abbraccio, ad ogni richiesta che vada oltre il “ ci si rivede presto”. Il vescovo Corsolini, sempre disperato per non essere ancora entrato nella congrega dei prelati canaglia di Dante Gurioli, è così affettuoso, così divertente, ma questo è nel suo stile, anche quando si sente un caro estinto, da rimetterci tutti in marcia intorno al sacro totem del basket che era, che è, che per noi sarà così anche domani mentre le armate del nuovo movimento Farenheit gireranno con il lanciafiamme per bruciare tutto meno le statistiche che di un giocatore dicono la stessa cosa dei cartelli che al mercato si usano per vendere anche carne non di prima scelta. Festa grande che torna a coinvolgere Dino Meneghin accarezzato contropelo non tanto come presidente federale, soprattutto adesso che senti l’eco nella valle degli infami, dove già cominciano a parlarne maluccio, ma per il suo essere uomo di basket, uomo tutto di un pezzo che ancora non immaginava di dover discutere sulla vile moneta, quella che dalle tribuna arriva in testa ad un giocatore. Succede nel derby di Bologna dove la Virtus vince all’ultimo secondo, avendo dominato per quasi tutti gli altri secondi della partita salvo farsi prendere per la gola da una Fortitudo che prova a ribellarsi adesso che non trovi più uno dei cagnolini che andavano al Pavaglione per parlare dei perdentoni di Seragnoli, quelli delle 10 finali su 11 campionati, quelli della grande Europa, quelli che erano qualcuno in una città dove gli altri, la grande Virtus porelliana, la super Virtus cazzoliana, non potevano mai sentirsi tranquilli se capitavano nella contrada dell’Aquila, perché quello era il mondo dei canestri dove si costruiva ogni giorno qualcosa, arrivando, purtroppo, a costruire anche le torri da dove, adesso, si lanciano anatemi e monete senza sapere quello che si dice, senza sapere quello che si fa, senza rendersi conto che se non torna ad essere la squadra al centro di tutto, se i protagonisti non sono dentro al campo, allora si può arrivare a confondere le cose, a sentirsi davvero importanti pur non essendolo, ad avere certa gente dove un tempo c’era una splendida corte di creativi.
Meneghin e il soffice abbraccio con il marchese Dal Pozzo, la camminata rigenerativa dove ha ritrovato amicizia, cani randagi bagnati, ma felici, divertimento, ironia, cominciando dal tavolo di Vitolo, Duranti, Baldini, Albanesi, di milord Morelli, arbitri che stanno bene con quelli che erano le loro “vittime”, i grandi attori di un grande teatro dove pure loro erano principi. Isole della felicità, isole dove si cantava anche sotto la pioggia. Un castello da fiaba dove la carne troppo dura sembrava persino morbida. Isole. Roma da Falcomer a Spinetti e Albanese. Bologna. Bello rivedere Lombardi in mezzo a Giomo e Pellanera, sentire Gemignani parlare con l’artista Conti. Poi Varese. Meneghin e Flaborea con lo stesso calice di rosso speciale servito dal Magnoni che ha ricordi divertenti per tutti anche per le mogli tigre. Isola canturina. Recalcati, Merlati e Frigerio da una parte. Masocco a metà strada con i dorati “ straccioni” del cavalier Milanaccio che si sentiva ringiovanire dopo aver ritrovato Mauri, Ossola, Vescovo, persino Zanatta, Gamba, il professor Guerrieri, tutto il mondo portato al castello da Cino Marchese, che aveva gli occhi brillarelli seguendo Stefano Olivari davvero deciso a scrivere un libro sulla Milano stracciona, la splendida Milano di Joe Isaac che al castello ha ritrovato la gioia degli anni in cui non gli dicevano che il fumo o il vino fanno male come potrebbe testimoniare il baipassato Flaborea. Poi il pianeta Milano, con la Pierisa Pieri che guida la rumba al 48° anno di matrimonio con Gianfranco che accarezza le tigri delle scarpette rosse, dall’ortopedico Velluti, che ai suoi tempi saltava oltre i due metri senza l’ispirazione tautata, al Nane Vianello che ogni tanto lascia la Polinesia, da Vittori che, come Guido Carlo Gatti, arrivato puntualmente in ritardo, e appunto il Zago tenuto a freno dalla Milly che non vuole vederlo troppo coinvolto, troppo commosso, troppo risentito per le cose che vede che non gli piacciono, aveva due barche gloriose sulle quali salire e brindare, come del resto Giancarlo Sarti, Toto Bulgheroni o Barlucchi, magari lo stesso nane e lo stesso Lombardi. Ricordaseli tutti non è facile, anche se Raffaele, adesso che non ha più capelli, ce lo teniamo nel cuore nel dovuto omaggio alla grande scuola livornese, anche se Natale Redaelli, il massaggiatore che parlava ai cavalli bradi dell’Onestà in tutte le sue versioni, resterà per sempre il magico compagno di grigliate senza fine, senza oboli da versare alla nobiltà dei castellani come diceva ridendo alla sua maniera al tigre Mauri che ha trovato in Gorizia la felicità e il vino buono.
Bel raduno di combattenti e reduci con i padovani di Varotto che scoprivano in Flaborea il vero testimone per le giornate in cui il professor Nikolic ti portava alla fonte del benessere fisico e mentale, delle ore in cui riusciva a convincerti che se eri proprio stanco non ci sarebbe stata cura migliore di un allenamento supplementare. E’ sempre stato così, strano che oggi qualcuno non se ne accorga. Magari a Roma dove hanno scoperto che conveniva metterlo in cascina il fieno invece di sfogarsi per dimostrare che i colpevoli stavano fuori e non dentro il campo, sì anche Allan Ray nuovo custode dei diamanti di Ferrara grazie all’affetto che era mancato nella capitale dove si sono dimenticati quello che era la Roma dei Costanzo e della Stella Azzurra, della Lazio di Cafiero Perrella, costruendo qualcosa che appare bello solo se lo guardi da lontano e lo diciamo a quelli che, giustamente, considerando gli artigli di Attilio Caja, rimpiangono persino le mezze stagioni del dopo Bianchini. Meneghin e la sua gioia autentica, lontano dai pettegoli che lo calunniano spiegando che non ha ancora capito come ci si muove nella corte federale. Poveri fessi. Lo sa benissimo. Ve lo aveva detto, ma le sorprese non mancheranno perché capisce anche lui che in Lega non possono essere felici se vanno i valvassori dei comitati, gente che non sa davvero cosa sia un club professionistico. Era una mossa per far capire che non sarà facile accontentare tutti. Ma loro, i pettegoli, non se ne sono resi conto. Per fortuna ci ha pensato SKY a mettere insieme Meneghin e Valentino Renzi, ad aprire il dialogo anche se la vile moneta di Bologna ha ridato al presidente la velenosa scarica della moneta di Pesaro dove lui non si alzò, per tornare a giocare come Terry, perché aveva deciso che dopo tanti sputi, insulti, ingiustizie, quello doveva essere un momento definitivo di chiarificazione: se un cretino, un delinquente lancia monete e i vicini non lo prendono per lo buttano giù dalle tribune, se non si denuncia subito, se non si prendono le distanze anche da qualche giocatore che gira intorno all’avversario colpito urlando che è soltanto una magnifica scena, allora avremo le schifezze che un tempo rendevano famosa soltanto la Grecia dove oggi si sono emancipati e usano il laser per colpire, una vergogna non punita nel calcio e tollerata anche dal basket come vi potrebbero dire i giocatori di Siena e Real Madrid. A proposito di eurolega non riusciamo a capire perché si punti tanto sul ruggito del popolo mensanino: la squadra di Pianigiani deve soltanto stare bene fisicamente e giocare il suo basket che è migliore rispetto a quello cavilloso di Zelimir Obradovic, certo confuso da tanti talenti che pensano soltanto al loro guadagno personale e parlano invece di correre. Siena non lo fa, non lo permette a nessuno. Ma potrebbe non bastare perché, ripetiamo, al completo non ci sarebbe stata angoscia, ma, così, è dura, durissima. Restando in Europa diciamo che nella finale di Uleb cup a Torino portiamo una bella Benetton ricostruita con la passione di un tempo, seguendo le strade che avevano fatto di Treviso la palestra del pensiero forte nel basket europeo, anche se nessuno può prendere per buona la partita di Pesaro perché la Scavolini era rimasta fuori dall’ arena, seduta sulla spiaggia dove chi ricorda dovrebbe accendere lo spiedo, chiedendo scusa a Carlton Myers per un così triste compleanno, per i 38 anni di un capo indiano che ha avuto al seguito le grandi tribù del nostro basket. Pagelle per far sfogare la prostata traditrice che è in quasi tutti noi.
10 Al GRUPPO GENOVA che ha cresciuto con vero amore per il basket il marchese Vittorio Ciccio Dal Pozzo, mettendogli sulla pelle nobile e candida le ruvide maglie dell’Italsider, della Saiwa e del CUS che troverete nella teca dell’albergo castello. Con loro ha scoperto una felicità nuova e il raduno di Oleggio, come direbbero Parodi e Masnata, è andato bene anche con l’aggiuntina.
9 A Luca CORSOLINI e Mario BONI di gran lunga la più divertente coppia dei telecronisti utilizzati da Sky nella giornata dedicata al basket, nella domenica che speriamo di avere anche in futuro, soprattutto se ci saranno dei ribelli nella pasticceria di casa Murdoch.
8 Ad Allan RAY, ma forse dovremmo dire alla FERRARA di Mascellari, Crovetti e Valli, per aver dimostrato che anche un piccolo pavone può diventare gallo da combattimento se trova il posto giusto e i compagni che gli fanno credere di essere una sfortunata vittima del sistema che lo ha bocciato a Boston e Roma.
7 Alla coppia ROCCA-VITALI che sembra essere splendida e splendente nel giardino senza spine, o senza rose?, di Piero Bucchi, una coppia che ha dato a Milano la quinta vittoria consecutiva, un record nei tempi moderni ovviamente, un piccolo primato, ma sempre qualcosa, un duo che potrebbe funzionare bene in Nazionale anche se sul Mason ci è stato detto che non è possibile contare in tornei dove si gioca ogni giorno. Peccato. Ci hanno detto la stessa cosa di Stonerook. Peccato. Ci hanno detto la medesima cosa per altri infortunati eccellenti, peccato,ma l’estate è lontana.
6 A Marcelinho HUERTAS l’unico della Fortitudo che si è preso insulti dal primo giorno, quando non riuscirono a tesserarlo in tempo, che non andava bene agli americani di turno, l’unico che nel derby ha fatto seguire i fatti alle promesse aspettando invano che gli italiani del gruppo arrivassero in soccorso. Certo la fede aiuta, certo serve un mezzo miracolo per la salvezza, ma se tutti i conti saranno fatti bene, se ogni dolore sarà pagato al tempo giusto, direbbe Pancotto, allora ci sarà la purificazione e forse l’anno prossimo tutto sarà sotto altre stelle.
5 All’ULEB, e per conoscenza alla FIP, che non ha fatto una piega per lo scandalo di Atene. Non stiamo parlando dell’arbitraggio infame, ma dei laser che andavano a colpire negli occhi i giocatori al momento del tiro. Vergogna come chi usa i fischietti per mandare in confusione arbitri e giocatori, come chi lancia monete per farci capire in quale caverna si dovrebbero giocare certe partite.
4 Alla GIUDICANTE che non sembra pentita per essersi presa 40 giorni prima di mandare all’inferno una stagione e non soltanto quella della Fortitudo o di Montegranaro. Adesso tutti fingono di aver ritrovato uno stile, dal Tony Manero della Sutor all’orco delle Aquile, ma la verità è che siamo in piena bufera e davvero non sappiamo cosa sarebbe successo se il derby non lo avesse vinto la Virtus del ferito Terry.
3 Al malvagio Nino PELLACANI che ha sempre un occhio di riguardo per questa rubrica, ma non rinuncia a punzecchiare la squadra, cercando di stuzzicare l’invidia adesso che Lorenzo Sani è tornato a parlare con noi persino di basket. Ci sembra la stessa tattica che nel tempo ha tormentato tante squadre. Cominciano dalle sbandate in curva i dolori di chi non vuol saperne di essere uno e pretende di essere un numero uno. Attenzione, la nota non ha motivi di ripicca personale anche adesso che devi stare in coda davanti alla Fiera milanese del fumetto dove Pellacani, Ragazzi e Iacopini saranno sicuramente fra i più applauditi collezionisti.
2 Al portento JENNINGS che davanti a Danny FERRY, uno che a Roma hanno amato, che davanti al manager di Cleveland ha sbagliato partita ed atteggiamento riportando Roma nella strana isola dove tutti fingono di non capire e che certo non riusciranno a far capire a noi che da questo cimitero degli elefanti salutiamo Piero Mei.
1 All’ARMANI che ha scelto il silenzioso distacco dalla sede Liberty di via Caltanisetta. Un dolore per tutti. Una tristezza che al castello Dal Pozzo ci ha tenuto più uniti perché in quelle camere al primo piano hanno dormito e vissuto uomini entrati già nella casa della gloria, perché meritava una messa solenne quella palazzina decentrata che serviva a Franco Grigoletti meglio del Tom Tom, perché lui non riusciva ad orientarsi, lui di Rovereto, lui abitante a Monza, lui che lavorava al Giorno nel cuore di una certa Milano, se non passava dalla sede dove ora è rimasta solo polvere di stelle, quella che intossicava il Bulleri tornato a vivere nella Marca odorosa, per uno strano incrocio al quarto-quinto post dove lui, sotto contratto con Milano, sarà l’uomo fantasia della Benetton che ha gli ha concesso la chiesa per la penitenza.
0 A Pervis PASCO, e per conoscenza alla Lega, per la fuga dal campionato, per aver lasciato Rieti quasi senza niente. Certo un professionista ha il diritto di essere pagato puntualmente, certo un giocatore deve avere certezze, ma in questo caso ci sembra anche giusto chiamare in causa la Lega perché è fin troppo evidente, soprattutto per chi ha perso contro la Solsonica, che il campionato è già da considerarsi falsato. Quando si pensava ad un torneo senza retrocessioni si aveva in mente questo quadro senza i colori del vile denaro.
Oscar Eleni
(per gentile concessione dell’autore)
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