Dietro al tabellone

di Stefano Olivari
La Championship week della NCAA ha regalato partite meravigliose, con Espn America che ha tolto ogni alibi per non vederle: dalla clamorosa Syracuse-Connecticut dei sei supplementari nella Big East alla ACC per motivi di audience più teletrasmessa di altre conference, con la vittoria di Duke e Jon Scheyer Mvp. Stanotte, notte italiana, il turno preliminare fra Alabama State e Morehead State per definire la sessantaquattresima del tabellone (che finirà dritta nelle fauci di Louisville) e dopodomani, cioé giovedì, alle 18 e 20 nostre comincia il torneo che per tre settimane ci farà arrivare alle soglie del divorzio con la fattiva collaborazione di March Madness on Demand, il sito di streaming dedicato messo in piedi dalla CBS. La prima partita sarà fra Butler, che incredibilmente non ha vinto il titolo della Horizon League, e LSU (il college da cui sono usciti, solo per citare gli immensi, Bob Pettit, Pete Maravich e Shaquille O’Neal), ma avremo tempo per straparlarne. Qui volevamo solo rispondere in modo cumulativo agli amici (tre persone in tutto, il famoso campione rappresentativo) che chiedevano del meccanismo di formazione del tabellone del torneo maschile NCAA. Innanzitutto bisogna precisare che si parla solo della Division I, quindi di ‘solo’ 347 atenei, con alcune differenze rispetto alla Division I, per dire, del football. Queste squadre sono divise in 32 conference, in cui criteri geografici si mescolano a tradizione e considerazioni finanziarie: questo è stato senza dubbio l’anno della Big East (tre teste di serie su quattro nel torneo: La Louisville di Pitino, Pittsburgh e Connecticut), ma al top del prestigio sono ACC (da dove viene la quarta teoricissima partecipante alle Final Four di Detroit, cioé North Carolina), Big Ten, Big 12, Pac Ten, Southeastern. Per farla breve: 31 conference (tutte tranne la Great West) qualificano la vincitrice del torneo di conference (o della regular season, come nel caso, unico, della Ivy League) al torneo NCAA, mentre gli altri 34 posti per arrivare a 65 vengono assegnati da un commissione che lavora per mesi ma che formalmente si riunisce e delibera la domenica prima del torneo, la selection Sunday, basandosi su criteri oggettivi (scontri diretti fra squadre di conference diverse, record assoluto), altri più vaghi, ed uno che secondo noi sta a metà strada. Parliamo del famoso RPI, il Rating Percentage Index: una formula che sembra complicatissima ma che in realtà non lo è, che tiene conto della percentuale di vittorie, della percentuale di vittorie dell’avversario e della percentuale di vittorie degli avversari incontrati dall’avversario. Un buon modo di dare oggettività ai record, che comunque non debella del tutto quelli costruiti a tavolino in stile boxe. In genere le sei conference prima citate hanno altre tre o quattro ‘chiamate’ ciascuna oltre alla qualificata di diritto, ma non c’è una regola fissa. Alla fine la commissione arriva alle 65, creando inevitabilmente scontenti: il sistema è lontano dalla perfezione, ma in un territorio così vasto e con valori sportivi così diversi è un male necessario. Fra poco si comincia…

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  1. anche io ricordo che la madre di Kiki fu miss america, quindi è vero.

  2. e intanto io impreco alla luna perché il sito di streaming della CBS segnalato nell’articolo non ne vuol saper di funzionare sotto linux. merda!

  3. Kiki è stato uno dei più grandi tiratori della storia. Piedi troppo(…) da bianco,soprattutto in difesa;quando Doctor J si ritirò,nel 1987,ogni squadra avversaria regalò qualcosa al mitico Julius. Chiesero del dono dei Blazers e rispose:”Mi hanno fatto marcare da Vandeweghe!”…A Denver,con English e Issel,ha costituito la frontline più offensiva della storia dell’Nba.Non vorrei sbagliarmi,ma forse sua mamma fu Miss America sul finire dei fifties…

  4. Grande Chris Jackson, ci vorrebbe un bel ‘Dove sono adesso’…visto anche a Roseto, a quarant’anni si sarà ritirato…il mio Bruin di culto è invece Kiki Vandeweghe, pulizia e classe (anche perchè figlio d’arte) ma già superato ai suoi tempi, attuale dirigente dei Nets…

  5. I miei tre preferiti sono Matt Barnes, Jason Kapono e Dan Gadzuric perchè giocavano di fronte a me…Matt l’ho pure conosciuto al Madison’s di Westwood…

  6. @Carlo:tenendo fuori Kareem,per me il più grande ogni epoca di questo gioco,nomino i miei tre Bruins preferiti…Seta Wilkes,un professore in ala,Marques Johnson, inimitabile super da Creenshaw HS,e il Barone Davis,comunque la point-guard più esplosiva del decennio…

  7. Io invece tifo UCLA.Kareem-Abdul Jabbar, Bill Walton e Reggie Miller bastano?Adesso nella NBA, tra gli altri, ci sono Farmar e Ariza dei Lakers, Gadzuric, Jason Kapono, Matt Barnes, Kevin Love, Mbah a Moute, Russel Westbrook….Let’s go Bruins!

  8. Ho sempre “subito” il fascino di LSU,non so se per i colori,le icone che ha prodotto o per il fatto di essere l’espressione di un luogo dimenticato da Dio.Aggiungo ai tre mammasantissima indicati nell’articolo un trio “alternativo”,visto in Europa con alterne fortune…Jerry Reynolds,newyorchese lisergico, talento privo di limiti, nel bene e,soprattutto, nel male. John Sam Williams da South Central,il Larry Bird d’ebano trasformatosi in Hot Plate.Mahmoud Abdul-Rauf figlio del Mississippi,bomber che(quando si chiamava Chris Jackson)non è stato inferiore ai tre citati dall’Olivari…




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