Domani forse farà freddo

di Jvan Sica

Scrivere da tifosi può essere l’esercizio più banale e illeggibile possibile, con tutti quegli ardimenti da appassionato della prima ora e con tutte quelle storie da focolare domestico che spesso annoiano al primo rintocco. Ma può essere anche il miglior modo per parlare di uno sport che, spesso se non sempre, diventa qualcos’altro. In Italia le storie di scrittori tifosi che meritano sono in effetti poche: Morozzi e il suo Bologna visto con gli occhi di un’infanzia che torna di domenica (o di sabato causa anticipi) oppure Culicchia e il suo vivere il Torino con i continui rimbalzi su un vissuto cittadino e generazionale. In Inghilterra il capostipite del racconto tifoso non solo per tifosi è ovviamente Febbre a 90° di Nick Hornby e sulla scia di questo spartiacque il portabandiera Hornby ha messo insieme una serie di racconti, creando un frullato di stili e ricordi. Guanda che ha diritti italiani di Hornby ha catturato al volo questa opera e l’ha edita in Italia con il titolo “Il mio anno preferito”. Come per tutti i libri di autori vari, l’elettrocardiogramma dell’interesse oscilla spesso e i differenti focus di contenuto oltre che la diversa competenza riguardo al calcio hanno dato vita a storie molto diverse tra loro. L’idea di base è eccellente e, diciamoci la verità, l’unica veramente possibile per pensare di amalgamare con interesse tante storie di tifo: parlare delle annate che si ricordano per qualche motivo particolare di squadre non di primo livello. Pensare di appassionare un lettore mediamente competente parlando delle vittorie del Liverpool di Keegan, del Manchester di Ferguson o del Chelsea di Abramovich sarebbe un compito troppo complicato. Chi comprerebbe in Italia un libro in cui si parla col filtro del tifo per l’ennesima volta del Milan di Sacchi, della Juve di Lippi o dell’Inter di Herrera? La forza del progetto è proprio nell’aver scelto di scrivere le emozioni provate grazie a squadre come il Cambridge United, lo Swansea City o il Watford, realtà non da top ten della retorica pallonara né da storiella di noi quattro gatti in mezzo alla burrasca; la giusta via di mezzo con squadre per tifosi veraci. Anche il primo racconto di Roddy Doyle sull’avventura dell’Eire ad Italia ’90 rientra in questa categoria: l’Eire non è e non sarà mai (avesse anche il Pallone d’oro in carica tra le sue fila) una squadra glamour, per cui si tifa perché invaghiti. Si tifa Eire perché non se ne può fare a meno, una sorta di desiderio di sofferenza ed estasi che le vittorie e le sconfitte non cambiano. I capitoli migliori sono quelli di Ed Horton sull’Oxford United 1991/92, in cui l’autore ci dà una nota sulla letteratura sportiva proprio in apertura che è bene ricordare: “nella letteratura sportiva più ci si avvicina a parlare del gioco in sé, meno interessanti diventano i racconti”, il che sottolinea un po’ quello che vale anche per il cinema a sfondo sportivo: quando si fa vedere o si descrive un’azione di gioco tutto si perde in un meccanico ritornello visto già mille volte (ma la sfida continua, chi saprà mai scrivere e far vedere lo sport giocato senza appannamenti?), di Don Watson sul Leeds United “scottish” 1974/75 (annata di una squadra al vertice rispetto agli altri racconti, ma vista con gli occhi del tifoso per sempre e non del vicino per coincidenze), di Chris Pierson sull’Alban City 1971/72 (un racconto da vero giornalista embedded) e di D.J. Taylor sul Norwich City 1992/93. Prove di scrittura notevole quella di Hornby sul Cambridge United 1993/94 e di perfetta analisi del tifoso medio quella di Harry Pearson sul Middelsbrough 1990/91. Anche la recensione, come il libro, non si può non chiudere con le parole della poesia di Eddie McCreadie che suggella in quattro versi la bellezza terribile del vero tifo:
Non sono mai stato tanto felice e triste insieme
oggi ti voglio bene, domani forse farà freddo.
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Letteratura sportiva)
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