Cotto da Parma

di Stefano Olivari

1. La forza dei grandi romanzi americani è spesso la trama, intesa più come storia di personaggi che come intreccio: vale per la letteratura di ricerca come per i best seller costruiti a tavolino con pochi ingredienti ben dosati. Della seconda categoria si occupa con successo John Grisham, del quale abbiamo letto quasi tutto ma parliamo qui solo per motivi sportivi. Infatti dopo ‘L’allenatore’ abbiamo solo da poco finito l’altro suo romanzo con il football sullo sfondo, ‘Il Professionista’ (Mondadori, 2007). In inglese un chiarissimo ‘Playing for pizza’, tanto per sottolineare l’ambientazione.
2. Il protagonista è Rick Dockery, ventinovenne quarterback reduce da una commozione cerebrale ma soprattutto da tre disastrosi intercetti subiti in una partita decisiva, guidando l’attacco dei Cleveland Browns contro i Denver Broncos. Non in una partita qualsiasi, ma nella finale AFC, anticamera del Super Bowl: con lui in campo al posto del titolare infortunato i Browns si fanno rimontare 17 punti e perdono il treno della vita. Dockery viene soprannominato da Charles Cray, opinionista principe di Cleveland, ‘il più grande cane di tutti i tempi’, ma all’università era stato una stella prima di perdersi nell’anonimato ben pagato della NFL. Senza più mercato negli USA e linciato dai media, Dockery accetta una modesta (24mila euro) offerta dei Panthers Parma (esistono davvero così come i Lions di Bergamo, poi quasi tutti i nomi delle persone sono inventati), squadra della massima serie italiana, ed inizia la scoperta di un paese nuovo. Da italiani troviamo geniale questa parte del libro, in cui vengono analizzati diversi atteggiamenti della maggioranza di noi: l’ossessione per la cucina e per i vini, non solo in concreto ma anche come oggetto di conversazione, il provincialismo orgoglioso (”Il nostro formaggio è il migliore d’Europa” e cose del genere), le forze dell’ordine viste come strumento di potere che come tutori della legalità, la lagna sulle ‘eccellenze’ (l’opera, il prosciutto, l’arte, eccetera), la distinzione al limite della schizofrenia fra lavoro e passioni.
3. Dopo il primo approccio con la città, omaggiato da tutti, Dockery comincia a svolgere il suo lavoro in una realtà che con la NFL ha in comune solo le regole del gioco ma dove tutti prendono la loro attività sul serio: non c’è schema di gioco o episodio storico della NFL che i ragazzi italiani non conoscano, dilettanti che danno lezioni di professionismo nel senso più alto del termine. Nel senso più venale, invece, i professionisti della squadra sono solo i tre (in seguito lo diventerà anche un wide receiver italiano, Fabrizio) americani e l’allenatore, Sam Russo, americano anche lui e nella vita guida turistica.
4. Il tempo libero è tanto, troppo, e Dockery lo occupa rimuginando su quello che poteva essere e non è stato o fantasticando su storie con donne locali: dalla moglie del presidente alla cantante lirica. Ad un certo punto il suo agente gli prospetta l’opportunità di tornare vicino a casa, o in Canada o nell’Arena Football, ma il quarterback un po’ per il rispetto della parola data e un po’ perchè avvolto da questo mondo nuovo rifiuta: solo più tardi capirà che il vero regalo che Parma gli ha fatto è stato restituirgli la passione per il football, e attraverso questa la passione in generale per la vita. In mezzo a episodi forti, come quello del viaggio lampo a Cleveland solo per dare un pugno allo strafottente Cray, e a vicende da ordinario giocatore (la nottata nei locali milanesi, i favori chiesti all’amico giudice), Dockery vive al tempo stesso da vicino e da lontano il dramma dei suoi due compagni connazionali Turner e Colby (neri, lui è bianco: una qualità di Grisham è sempre stata quella di raccontare la tensione razziale senza pistolotti) che si infortunano: piccoli professionisti in un professionismo minore, con tanta rabbia inespressa ed inesprimibile. Ma soprattutto conosce Livvy, universitaria americana in trasferta-studio, che permette all’autore una sottile presa in gira del viaggiatore acculturato, prima ancora che colto: più informato delllo stereotipo dell’americano visto dall’Europa, ma pervaso da un’ottusità che lo fa concentrare sul particolare perdendo di vista tutto il resto.
5. Non sveliamo il finale, comunque poco importante nell’economia dell’opera. Che è l’opposto dell’altra di Grisham con il football sullo sfondo: nell’Allenatore i temi e la storia erano fortissimi, semplici e commoventi, mentre in questo la trama è quasi un impiccio fra una notazione di costume e l’altra. Davvero buona la traduzione dei termini sportivi e dello sviluppo di certe giocate, che in italiano non è uno scherzo, ma rimane la sensazione che Grisham abbia preso le distanze da tanti luoghi comuni proprio usando altri luoghi comuni. Ottimo per le vacanze, ma non il suo capolavoro: per chi ama il football però imperdibile. E lo stadio Lanfranchi è proprio quello vero.
stefano@indiscreto.it
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  1. Dane

    Hytok: troppo lunga da raccontare in un post, ma vi invito a cercare “Storia di una short-story” contenuta nel libro “Gente qualunque” di Montanelli…

  2. Davide

    Al di la di certi piccoli pregi, a me il romanzo è parso solo la classica cartolina dell’americano in gita in Italia, quasi un passatempo dopolavoristico tra un best seller e l’altro…se fosse stato un autore esordiente, pazienza, ma Grisham…Cmq, meglio di niente: a descrivere l’Italia di oggi, altro che cartoline ne verrebbero fuori….

  3. Hytok

    Racconta, Dane!

  4. Dane

    Grisham in confronto agli italiani è un pignolo. C’è una divertentissima novella di Montanelli a tal proposito…

  5. Hytok

    La cosa più curiosa è che pare essersi trasferito a Parma per alcune settimane, proprio per calarsi nella realtà del posto, quindi comportamento da apprezzare. Magari doveva far leggere le bozze ad un correttore italiano prima di andare in stampa.

  6. jeremy

    Certo Hytok, nella speranza che un Grisham si documenti prima di scrivere un libro e che non lo faccia su informazioni sommarie, come possono essere un pacco di pasta al Jetmarket (cit.obbl.) sottocasa e una pietanza su un menu del ristorante “Joe’s”….

  7. Hytok

    Ok Jeremy, posso accettare che un ristoratore faccia così, ma uno scrittore, un letterato?

  8. jeremy

    Francese, pardon…

  9. jeremy

    Insomma, colpa dei nostri primi emigranti che non erano proprio dei letterati e hanno lasciato in eredità un italiano piu maccheronico del loro inglese!!! Tralaltro è facile trovare errori anche sui prodotti al supermercato, il che ti fa capire come il cugino della mia ragazza non abbia tutti i torti….

  10. jeremy

    Hytok, se puo consolarti: la mia ragazza ha piu di un parente con un ristorante italiano in Belgio. A quello piu familiare e che conosco meglio ho detto che il plurale di tagliatella è tagliatelle, invece di tagliatelli. Lui mi ha risposto: lo so ma i belgi pensano che finisca con la “i” e se metto la “e” faccio una figura di merda!!! :-)))

  11. Hytok

    “I fettuccini” spiccava all’occhio 🙂

  12. Stefano Olivari

    Daniele, l’errore l’ho commesso io ricordando male il riferimento di Grisham, che parla chiaramente di Super Bowl (evidentemente teorico) da giocare poi con i Minnesota Vikings, e non di Super Bowl giocato. La finale è quindi quella AFC: credevo fosse uno di quegli espedienti artistici (l’errore macroscopico in un riferimento, che poi consente di inventare anche su personaggi reali: ad esempio Papa Luciani che nel Padrino III viene fatto morire nel 1979) voluti, invece Grisham è preciso ed io no. Non mi sono accorto invece degli svarioni sui nomi alimentari o sui vini: di cucina e prodotti ‘tipici’ non so niente, vivrei (per non dire vivo) di pizza e San Pellegrino amara.

  13. Hytok

    Vedo che non citi gli svarioni sui nomi “alimentari” e non… a me hanno infastidito alquanto.

  14. Daniele

    Stefano, se è come dici, Grisham ha commesso un errore: Broncos e Browns giocano entrambe nella AFC, non si potrebbero mai affrontare in un SuperBowl, al massimo nell’AFC Championship.




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