Scomparsi anche dal Corsera

Siamo professionisti della nostalgia, ma non al punto di negare che il pubblico del basket italiano sia sostanzialmente quello degli Ottanta: parliamo di presenze fisiche nei palazzetti, essendo impossibile confrontare le audience di Sky con quelle delle (poche, e quasi sempre il solo secondo tempo) partite in chiaro trasmesse dalla Rai nella decade d’oro e nel quinquennio di platino (quello del contrattone imposto da Gianni De Michelis, all’epoca presidente di Lega). Per questo è incomprensibile la deriva monoculturale, per non dire monomaniacale, dell’informazione sportiva: quasi solo calcio, quasi solo i ‘casi’ di quelle tre o quattro squadre oltre che ovviamente di quella del paesello dell’editore. Per questo non ci siamo ancora abituati alla scomparsa del basket dalle pagine sportive, non diciamo dei giornaletti che vivono di copia & incolla rubando contributi statali ma del primo quotidiano d’Italia. Di solito il lunedì, complice l’aumento dello spazio per gli ‘altri sport’ (stiamo male al solo scriverlo) e sperando che la Ferrari faccia schifo in modo da non fagocitare lo spazio lasciato libero da Pato e Mourinho, sul Corriere della Sera appare infatti un punto sul campionato di serie A curato da Werther Pedrazzi. Oggi, evidentemente per mancanza di spazio, il basket ha toccato il punto più basso sul primo quotidiano nazionale: nel giorno dopo l’ennesima cavalcata del Montepaschi e dopo comunque le partite di Roma e Milano (se proprio la si vuole mettere sul piano del riscontro di pubblico), solo risultati e classifica. Altri tempi, lontani ma non lontanissimi, quando sullo stesso giornale si trovavano addirittura i tabellini completi non solo della massima categoria ma anche della allora A2. E non parliamo di altre testate con ambizioni nazionali, prive spesso anche dei semplici risultati. Cosa è successo nel frattempo? Ci siamo persi qualcosa? Perché i numeri degli appassionati, purtroppo o per fortuna, sono sempre quelli.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it
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  1. Manuel Beck

    Permettimi di precisare:- Media spettatori: avevo citato fine anni ’80-inizio ’90 come massimo picco, non il mitico 82/83. Vado a memoria ma mi pare che il top fu raggiunto nel ’91/92 con 4200 e rotti a partita. Stasera controllo sull’Almanacco Panini. – Audience: il mio confronto non era tra partite in chiaro di ieri e di oggi, ma semplicemente tra audience di una partita di campionato oggi e ieri. Per le finali scudetto siamo passati da circa 700.000 spettatori, sulla Rai, a circa 70.000 su Sky. Capisco che tecnicamente non sono dati paragonabili, ma di fatto il basket ha perso in 5 anni il 90% del pubblico televisivo. Non è poco. – Fare quadrato: intendo dire che quando ci si propone a un pubblico più vasto della nicchia degli appassionati, come succede per chi scrive sui quotidiani generalisti, per me è controproducente dare l’immagine di un movimento in perenne crisi. Tra il “tutto va bene madama la marchesa” e la flagellazione cui si è assistito a settembre (ho letto pure Jordi Bertomeu, il commissioner dell’Eurolega, stupirsi di come gli italiani parlino male del proprio basket, che così male non è) ci sarà pure una via di mezzo.

  2. Stefano Olivari

    Non ho capito il concetto di ‘fare quadrato’, anzi spero di non capirlo mai. Involontariamente faccio però ‘quadrato’, perché tutti i dati oggettivi dicono che il basket interessa più di 25 anni fa: l’audience di quelle pochissime partite in chiaro che passano (gli Usa olimpici, l’Italia agli Europei) è superiore a quella degli anni Ottanta, la media-spettatori della serie A nell’ultima stagione è stata di 3741 a partita. Nel 1982-1983, la stagione portata nel cuore dai nostalgici (finale Roma-Milano, eccetera), la media fu di 3552. Insomma, il Corsera non è obbligato a parlare di basket ma se non lo fa non è perché alla gente interessi meno.

  3. Manuel Beck

    @ Stefano: la valutazione se i giornalisti di basket siano troppo critici o meno temo sia impossibile da dare con oggettività, mancando un’unità di misura relativa… Dico solo che l’eccesso di catastrofismo (scatenato dai cattivi risultati della Nazionale, con almeno 5 o 6 assenti importanti) è stato rilevato, ad esempio, anche da Flavio Tranquillo.Immaginavo comunque che avresti obiettato che se anche i giornalisti fossero troppo critici farebbero il proprio dovere; ma secondo me in periodi in cui il vento mediatico non è in poppa, bisogna fare quadrato a protezione del proprio sport, anziché continuare a evocare i bei tempi andati, i quali per mille motivi non hanno nessuna possibilità di tornare. C’è gente che vagheggia il ritorno a 2 stranieri per squadra e alla Coppa dei Campioni a 8 squadre, ma si rendono conto? PS: a onor del vero, che ci fossero più spettatori nei palazzetti (tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta) e più pubblico televisivo (per le pur monche dirette in chiaro) rispetto a oggi è un dato oggettivo.

  4. Stefano Olivari

    Il calcio, soprattutto in Italia, non è solo uno sport a cui ci si può appassionare o meno a seconda dei gusti e di altri condizionamenti. Fa parte del costume nazionale, al di là di numeri comunque enormi e che permettono qualsiasi porcata politico-sportiva: non è solo una questione di tifo, perché chiunque ha un’opinione su Del Piero o Totti senza farsi domande sulla bontà del prodotto in generale. Quando a cinque anni adulti a corto di argomenti cominciavano a chiedere ‘A che squadra tieni’ non si riferivano ala Mobilquattro.

  5. kalz

    @Gritti, hai ragione, ma il calcio se lo può permettere. Nel senso che per quante porcherie e fesserie faccia, per adesso resta un moloch inattacabile. Il basket quando ha cominciato a darsi martellate sui cosiddetti era ancora troppo fragile ed era inevitabile che quello che si era riusciti a costruire andasse a farsi beendire.

  6. gritti

    Scusa Stefano, ma al di fuori del basket (sul quale concordo circa i problemi di identità, oggi riferibili ai roster come una volta lo erano ai nomi delle squadre con i continui cambi di sponsor), il calcio forse sta meglio?Una volta gli appassionati erano in grado di recitare gran parte delle formazioni base delle sedici squadre della serie A, oggi sfido chiunque a farlo….

  7. Stefano Olivari

    Se i giornalisti che seguono il basket sono troppo critici (cosa che non mi sembra, anzi: spesso si nota un tono fra l’infantile-ammirato e l’evangelizzatore), la cosa tornerebbe eventualmente a loro onore. I numeri dicono che il basket italiano sta meglio adesso rispetto alla mitizzata età dell’oro, come seguito di pubblico. Che poi ormai quasi nessuna squadra italiana abbia un’identità (che non significa una Lottomatica in cui giochino solo romani, ma un progetto che duri almeno tre anni con lo stesso gruppo di giocatori) è purtroppo un dato di fatto.

  8. Manuel Beck

    La colpa è anche degli stessi giornalisti di basket. Quest’estate – ma non è la prima volta che succede – si sono abbandonati a una campagna di catastrofismo sullo stato del basket nostrano e del campionato: crisi del sistema, squadre senza identità, stranieri scarsi che rubano il posto agli italiani, tifosi che non si riconoscono più, e via autoflagellandosi. Se chi segue da vicino la Serie A è il primo a dire che sostanzialmente fa schifo, non si capisce perché i capiredattori dovrebbero elargire spazio in abbondanza. A me non sembra di vedere un atteggiamento del genere nei giornalisti degli altri sport. Un conto è parlare dei problemi, che ci sono, un conto è piangere miseria parlando troppo di ciò che non va e valorizzando poco quello che funziona.Il mito degli anni Ottanta, poi, è diventato (forse anche perché i giornalisti che seguono il basket sulle testate nazionali sono gli stessi da un ventennio abbondante, e quindi sono legati a quell’epoca) una palla al piede: si guarda continuamente indietro a questa mitica “età dell’oro” in cui il basket era popolarissimo, i palazzetti strapieni, le audience tv stratosferiche… Mah.

  9. spike

    premesso che il basket mi annoia a morte, concordo con quanto hai scritto Stefano. Oramai sport è sinonimo delle tre striciate+Ferrari+VRossi. Non è previsto che a qualcuno interessi qualcos’altro

  10. Stefano Olivari

    SkyLife è prodotto dalla RCS Periodici, Sky se non è il principale investitore pubblicitario sulla Gazzetta poco ci manca…d’accordo sulla scelleratezza dei dirigenti del basket italiano, che non hanno saputo cavalcare gli anni del boom ed affrancarsi dalla dimensione provinciale del tifo (la Juventus interessa anche ai non juventini, fuori da Bologna o da Milano della Virtus o dell’Olimpia importa quasi zero) per ‘vendersi’ come movimento e non come somma di piccole realtà.

  11. kalz

    Direttore, ieri avevo notato anch’io questa cosa. Da vecchio appassionato mi piange il cuore, ma per certi versi va anche detto che tutto questo il basket italiano se l’è meritato. E’ stato buttato via un capitale in termini di credibilità e di popolarità, costruito a partire dagli anni del boom. Così a memoria, credo che la prima fesseria è stata la dilatazione abnorme del numero delle squadre, con l’invenzione di quel cavolo di A2. Poi a cascata si è andati di peggio in peggio.

  12. Ivan.fab

    Magari vogliono dare visibilità al sito gazzetta.it ammesso che li i tabellini siano presenti. Caro Stefano a questo punto te la faccio io la domanda delle 100 pistole, mi spieghi perchè la Gazzetta ignora completamente l’esistenza del canale SportItalia e i vari eventi sportivi che esso ospita? Mi sai dire da chi è prodotto e confezionato il magazine SkyLife?

  13. Stefano Olivari

    Infatti è in parte una leggenda. Fino a quando il basket non si è consegnato a SKY l’appassionato poteva contare solo su qualche secondo tempo: in chiaro, sì, ma al sabato pomeriggio (serie A1, a volte A2) o al mercoledì o giovedì notte (ad ore degne di Marzullo). Poi la scomparsa dalle tivù in chiaro ha generato problemi nelle sponsorizzazioni e soprattutto nel loro livello, ma questo è un altro discorso…

  14. jeremy

    Diretto, il basket è (lo è sempre stato?) uno sport a grandissima tiratura locale. Un esempio lampante per me era la Viola Reggio Calabria dei tempi d’oro, dove i cestisti erano molto piu conosciuti dei calciatori della Reggina, che militava comunque in B. Sara che mi sono perso il grande basket italiano degli anni 80, ma io questo grande interesse a livello nazionale non l’ho mai visto e letto.




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