Più in là dell’Old Firm

EDIMBURGO – Celtic, Rangers. Rangers, Celtic. E così via, la storia va avanti da un secolo. Più che la storia, la classifica: non passa stagione senza che la prima e la seconda posizione del campionato scozzese siano territorio di caccia in pratica riservato ai due grandi club di Glasgow. Un dominio assoluto da far apparire, soprattutto agli occhi di chi ha meno di 25 anni, come una sorta di miracolo, un’incredibile coincidenza astrale, i trionfi in patria e all’estero di Aberdeen e Dundee United tra il 1980 e il 1985. Per un lustro riuscirono a sovvertire l’ordine precostituito grazie a straordinarie capacità tecniche e manageriali (tra cui quelle del futuro “Sir” Alex Ferguson) sfruttando la contemporanea congiuntura economica negativa della famigerata Old Firm. Parliamo però di un epoca ormai lontana, di anni in cui parlare di Sky significava unicamente riferirsi al cielo, i matchday programme se andava bene erano ancora di 16 pagine in bianco e nero anziché di 80 tutte patinate e costavano meno che un tortino di carne e un bovril, ancor’oggi tradizionali snack e drink scozzesi del pre-partita. Così dal 1986 è stato nuovamente un interminabile Celtic – Rangers. Un dominio che ha generato, nel bene e nel male, effetti collaterali. Nel tentativo di rincorrere le due grandi (chi ricorda Caniggia al Dundee?) alcuni club hanno rischiato il tracollo, altri sono restati in vita con l’ossigeno dell’amministrazione controllata, un paio, soprattutto delle serie minori, salutato la compagnia. Nel frattempo la Lega ha cercato di modificare il format dei tornei per renderli più interessanti e competitivi (a dire il vero anche affidandosi a formule astruse), allargato il bacino d’utenza fondando nuovi sodalizi o ridistribuendoli in aree del paese non ancora “coperte” ma densamente popolate come Livingston, Cumbernauld, per non dire Inverness, sfidando anche la tradizione con l’impopolare “fusione” tra i due precedenti club locali militanti nella Highland League. Pur rimescolando le carte, soprattutto dopo la crisi del 2003 dovuta al ritiro dell’offerta di Sky (questa volta inteso come canale satellitare) per i diritti sulla Premier, titoli e utili hanno bene o male continuato a viaggiare verso Glasgow. Alcuni club sono finiti con l’acqua alla gola tanto che per la maggior parte dei 42 team “pro” del Paese l’obiettivo principale sembra essere ancor oggi soprattutto quello di sopravvivere. E mentre, come nel caso del Gretna, i sogni di gloria sono svaniti di fronte ad un drammatico (in ogni senso) fallimento, in definitiva il vantaggio della Old Firm si è consolidato. Ma ad Aberdeen come a Dumfries, a Falkirk come a Motherwell, seguito, passione e dignità non sono mai venuti meno. Anzi, sotto sotto qualche piccolo sogno di gloria, magari limitato alla Coppa di Scozia o quella di Lega, non è mai mancato né sembra mancare. L’occasione di una recente visita nella terra di Caledonia (lo sappiamo, è un po’ di retorico, ma l’alternativa era “la terra di Braveheart”…) è stata ideale per intuire lo “stato delle arti” in una piazza che a livello teorico potrebbe dire la propria se non proprio impensierire Bhoys e Gers. Stiamo parlando di Edinburgo, città tradizionalmente consacrata al rugby nel confronto con la “pallonara” Glasgow, ma che possiede due club di grande tradizioni. E se dalla parte dei “cuori” del Midlothian in questo momento si tocca “ferro”, o meglio, “legno”, viste le controverse notizie che arrivano da est circa la situazione patrimoniale di Vladimir Romanov, il banchiere russo-lituano proprietario dei gloriosi Hearts e di un paio di altre formazioni che un tempo avremmo definito di “oltrecortina”, dall’altra parte gli Hibs sembrano oggi possedere un retroterra più solido. Come ci si sta muovendo all’Hibernian FC? Quello che continua a colpire del rapporto tra i club britannici e i loro i tifosi è lo spirito d’appartenenza che si traduce in azione, la lealtà senza alcun tornaconto personale. Certo, nel caso dell’Hibernian (non certo isolato) senza un importante impegno economico – nello specifico di Sir Ron Farmer, imprenditore locale – forse i bianco verdi non sarebbero passati indenni tra un tentativo di terrificante “inglobamento” da parte degli Hearts ad inizio degli anni ‘90 e poi da un quasi-tracollo nel 2003 causato dal mancato arrivo dell’assegno di Sky Sports per il saltato accordo con la SPL, con effetto domino sui precedenti importanti investimenti per l’acquisto di giocatori da parte dell’allora manager Alex Mc Leish. Le motivazioni che hanno spinto Sir Farmer ad aiutare gli Hibs sono però state unicamente stimolate dal senso d’appartenenza alla comunità. Suo ma anche e soprattutto quello dei tifosi, chiamati a raccolta dall’allora CEO – ora presidente- Rod Petrie, che ha scongiurato il fallimento e la vendita dello stadio ad una campagna dal titolo “Stand Up And Be Counted” effettuata in collaborazione con le associazioni di tifosi e finalizzata ad attrarre allo stadio il pubblico – soprattutto quello perso nel corso degli anni – e alla vendita di gadget. Vero è che il debito iniziale di 17 milioni di sterline è sceso rapidamente anche mediante le cessioni di alcuni giocatori (da O’Connor, che ci capitò di vedere in Russia con la maglia del Lokomotiv Mosca, fino ad altri nazionali), ma finalmente oggi gli Hibs guardano avanti con fiducia, hanno un vivaio di prim’ordine e anzi il progetto di completamento dello stadio – già peraltro confortevole – con la ristrutturazione della post-vittoriana East Stand non sembra più un sogno. Persona ideale per raccontare l’attualità dalle parti di Albion Road è stata Stuart Crowther, New Media Manager dell’ HFC. Anche perché, con una media intorno alle 15mila presenze a partita, gli Hibs potrebbero essere un ottimo punto di riferimento per molte società italiane. Se non fosse che in Gran Bretagna nessuno guarda con commiserazione chi tifa squadre che non lottano per lo scudetto ma, tutt’altro, è motivo di vanto tifare per i più deboli o comunque per non chi vince sempre: “i nostri supporter sono, si, ottimisti, ma anche realisti. Sanno che non potremo mai spendere milioni di sterline per i migliori giocatori del mondo. Tuttavia il nostro e loro grande orgoglio è vedere crescere giovani giocatori locali, talenti del vivaio che poi diventeranno stelle magari, come spesso è accaduto, con la maglia della nazionale”. Anche perché “non costa alcuna fatica seguire un grande club che vince ogni settimana. Al contrario non c’è gioia più grande tifare per una squadra che riesce a raggiungere traguardi oltre le proprie aspettative. Questo significa amare il calcio. Questa è la vera passione. Essere tifoso significa mostrare sostegno soprattutto nei tempi duri, per poi festeggiarne meglio le vittorie”. Ma se qualche concessione al “calcio moderno” è stata fatta (il numero “01” sulla maglia di Riordan grida vendetta) dotandosi di una struttura e organizzazione aziendale all’avanguardia, l’atmosfera intorno alle società calcistiche scozzesi è rimasta quella dei “family club” non solo per le tante iniziative, anche benefiche, nel territorio. Tanto che, come avveniva in passato, non è insolito vedere tifosi sostenere anche individualmente gli ingaggi dei giocatori diventandone in parte degli “sponsor”. “Società come l’Hibernian sono molto integrate nella comunità locale. Sono il riferimento anche per coloro che non vengono allo stadio. Tanto che dopo la vittoria in Coppa di Lega del 2006, quando la squadra ha sfilato per la città sono venute decine di migliaia di persone a festeggiarne il ritorno a casa”. Marketing, merchandising, termini di cui spesso in Italia si parla spesso, ma il coinvolgimento dei tifosi in Gran Bretagna sembra decisamente più profondo rispetto a qualsiasi tipo di azione studiata a tavolino: “Nel nostro caso ai tifosi non dobbiamo “vendere” nulla. Il loro coinvolgimento è già totale, la loro lealtà è manifesta. Si sono già “venduti” al club in quanto ne sono parte attiva. Lo amano, ne supportano le tradizioni e continueranno a farlo in futuro”. In Scozia, come altrove, è importante avere lo stadio pieno. Significa più incassi. Ma non solo con i biglietti, ma al negozio di souvenir, al ristorante e ai bar dello stadio, e tanti altri servizi utilizzabili. Pertanto rendere lo stadio adeguato è ormai una necessità più che un obbligo di legge. “Nel pieno inverno scozzese forse si potrebbe pensare che qualche tifoso resti a casa o al pub a guardarsi la tv. In realtà il pubblico sa che l’atmosfera e l’esperienza della partita non potrà mai essere minimamente ricreata davanti ad uno schermo”. Il tutto senza avere mai la sensazione, come accade altrove, di essere schiacciati dalla potenza delle grandi squadre. “E’ comune ritenere che in Scozia la stampa nazionale conceda maggior spazio ai Rangers e Celtic rispetto alle altre compagini. Forse tutto sommato riflette la misura del loro tifo, ma non possiamo sostenere di non essere seguiti abbastanza, Anzi, gli Hibs hanno un’ottima copertura mediatica, a partire da molte importanti radio locali che ci seguono (inciso: in UK non esistono canali televisivi locali o network para-nazionali tipo quelli italiani) due quotidiani e vari siti internet, tra cui, ovviamente, quello ufficiale. Soprattutto con la stampa e radio locali lavoriamo parecchio anche in occasione di iniziative nella comunità oltre ovviamente per spingere eventi promozionali. Così come la pubblicità, relativa allo Hibs’ shop, alla vendita dei biglietti e abbonamenti”. L’importanza della comunicazione a livello multimediale è ormai evidente. “Un tempo le informazioni erano concentrate tutte sul programma della partita. Oggi, pur mantenendo la stessa autorevolezza, il matchday magazine sotto il punto di vista della comunicazione è stato sostituito da internet, per ovvie ragioni di immediatezza e profondità. Io arrivo proprio da competenze di IT e sono al club dopo aver gestito per anni il principale website dei tifosi. Oggi internet ci aiuta non solo a comunicare, ma a dialogare con i tifosi e conoscere i loro commenti, le esigenze, e non parlo ovviamente solo dell’aspetto tecnico. E’ una forma di scambio d’informazioni bidirezionale”. Ma non solo: “ l’Hibernian Interactive service riesce a garantire il commento on-line via internet radio di ogni gara, più le riprese dal vivo della partita a tutti i nostri abbonati al servizio fuori dal Regno Unito. Collaborano con noi 15 persone, assolutamente volontari, che ogni weekend garantiscono la copertura totale: fotografi, cameramen, reporter e ovviamente commentatori”. E’ un impegno importante, un atto d’amore – gratuito – che riserva grandi soddisfazioni. Innanzitutto morali aver aiutato il proprio club. Ma non solo, tanto che “alcune persone dello staff di Hibernian Interactive negli ultimi anni hanno sviluppato una tale professionalità che oggi lavorano per alcuni media scozzesi proprio grazie all’esperienza maturata a Easter Road”. Il tifoso britannico sembra un tifoso-cliente solo visto da lontano: sotto la maglietta (comunque raramente taroccata) c’è molto di più.
Paolo Sacchi, da Edimburgo
p-sacchi@hotmail.it
(in esclusiva per Indiscreto)

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  1. Jvan1980

    Questo post è eccezionale. Avevo letto qualcosa di simile solo in articoli di giornalisti britannici.




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