Shevchenko deve sfilare a Milano

Benvenuti nel grande atelier di moda Milan, dove troverete tutte le collezioni che desiderate! Con l’arrivo di David Beckham, il calciatore più amato dagli sponsor (tanto per citare lo slogan di una nota pubblicità di qualche anno fa), aumenta la pattuglia degli “uomini da sfilata” rossoneri. Una tendenza, quella del rapporto tra divi del pallone e pubblicità, iniziata qualche anno fa con l’utilizzo di giocatori della Juventus, a cominciare dall’ossessiva presenza televisiva di Del Piero l’”uomo dei passeri”. «E’ lo show business, bellezza!» affermano (giustamente) tanti addetti ai lavori: appendice nata dalla sciagurata legge Veltroni del 1996, voluta fortemente da Milan e Juventus, che inaugurò l’era del calcio a scopo di lucro. Dunque, finché la barca va, lasciala andare. Fino a quando ci saranno società che pagano lauti stipendi ai giocatori e che consentono loro di partecipare come modelli nei “consigli per gli acquisti” (per dirla con Maurizio Costanzo) il ragionamento fila e “tutto va ben, madama la marchesa”. Se tutto ciò potrà reggere all’infinito è opinabile: ma tralasciamo pure questo aspetto. Ce n’è però un altro, che sfugge alla gran parte dei commentatori e del pubblico: lo spettacolo calcistico sta diventando sempre più un aspetto accessorio rispetto a quello pubblicitario. Detto in parole ancora più semplici: gli aspetti tecnici e le stesse partite di pallone stanno perdendo sempre più importanza nei confronti della promozione dei prodotti degli sponsor. Con buona pace dei tifosi, che si vedranno offrire uno spettacolo qualitativamente mediocre: dovranno rassegnarsi al fatto che le loro squadre del cuore vinceranno sempre meno. Nella logica dello “show business” (leggi come “far soldi con gli spettacoli”) l’importante è apparire e partecipare alle competizioni, soprattutto internazionali: vincere coppe e trofei è ormai un fatto secondario. E’ la logica che ha portato Beckham alla società della galassia Fininvest: con il prestito concesso dal Los Angeles Galaxy è stato coperto il periodo di inattività fino a marzo del giocatore inglese, dovuto alla pausa del campionato americano, che è sicuramente sgradito ai suoi sponsor. Egli deve quindi giocare per apparire e rappresentare i marchi delle aziende che lo sovvenzionano: poco importa se le sue prestazioni in campo siano esaltanti oppure mediocri. Meglio ancora se l’operazione non comporta esborso di denaro: infatti, il Milan non spenderà un centesimo.In base a questa logica degli affari nello sport, occorre che le squadre possano infoltire le loro rose di campioni. Tuttavia, si badi bene, non contano i fattori tecnici e l’effettiva utilità di un calciatore in un reparto di gioco: basta avere nomi di sicuro richiamo, come in una compagnia teatrale. Insomma le compagini calcistiche assomiglieranno sempre più agli Harlem Globetrotters (i “teatranti” campioni americani del basket) che ingloberanno stelle, magari anche sul viale del tramonto, ma che consentiranno di vendere magliette e altri prodotti con i marchi societari (il cosiddetto “merchandising”, anglicismo terribile) e incassare soldi dagli sponsor (la parola è latina). Tutto ciò potrà permetterselo solo chi ha un potere politico-economico alle spalle. In Italia sono tre le società che lo detengono: Milan, Inter e Juventus. Le altre come al solito staranno a guardare, cercando di sopravvivere alla meno peggio: naturalmente fatte salve alcune eccezioni per quelle che riescono a rendere in attivo il conto annuale ricavi/costi.Proprio il Milan ha inaugurato questa nuova strategia. La società del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è diventata nuovamente un caposcuola, dopo aver fatto lievitare all’inizio degli anni ’90 i prezzi dei trasferimenti dei giocatori e i loro ingaggi. E dopo aver contribuito, assieme alla Juventus di Antonio Giraudo, a trasformare il campionato in un grande circo televisivo, declassando gli stadi, non tenendo conto della loro primaria importanza per lo spettacolo dell’italica pedata, e trascurando i tifosi che vi si recano. Adesso la squadra si sta trasformando in un grande atelier: lo conferma l’arrivo di Beckham, arrivato fresco fresco con il suo castello di sponsor. Curiosamente, il calciatore inglese ha un elemento aziendale in comune con il fuoriclasse brasiliano Kakà e con l’attaccante Andriy Shevchenko: Giorgio Armani. I primi due sono “testimonial” (in italiano si dice “protagonisti”) delle sue campagne promozionali, mentre l’ucraino ha aperto un negozio Armani a Kiev, capitale del suo paese. Insomma, pallone e pubblicità sempre più intrecciati tra loro: ma ormai sembra che la seconda stia prendendo sempre più il sopravvento sul primo. Anzi, si potrebbe pensare che il ritorno di Shevchenko possa essere stato dettato dalle ineluttabili leggi non scritte dall’universo degli affari. Sarebbe molto interessante sapere cosa ne pensano i tifosi della nuova strategia della dirigenza rossonera, che stanno trasformando la loro squadra in un “carosello” pubblicitario. Probabilmente essi preferirebbero l’acquisto una serie di calciatori necessari per migliorare le prestazioni della squadra e renderla maggiormente competitiva. Magari qualche giovane difensore di buon livello: in fin dei conti la Fininvest può tranquillamente permettersi il lusso di ripianare le perdite a fine esercizio. E a proposito di Shevchenko alla luce del suo impegno come “testimonial” si può affermare che la notizia riportata dal quotidiano napoletano “Roma”, riguardante un suo possibile scambio con il centrocampista del Napoli Blasi per rimpiazzare l’infortunato Gattuso, sia di difficile realizzazione. L’attaccante ucraino, rientrato l’estate scorsa dal Chelsea a Milanello dopo aver rimpolpato nel 2006 le casse rossonere con una plusvalenza di 42 milioni di euro, ha in essere una serie di contratti pubblicitari, tra cui la presenza in una campagna pubblicitaria della linea di abiti in pelle di una nota marca di abbigliamento sportivo americana, che sta letteralmente inondando Milano con una serie di manifesti (soprattutto in metropolitana). E’ difficile quindi che Shevchenko lasci il Milan per andare a Napoli: la pubblicità viene prima di tutto.
Marco Liguori
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Il Pallone in confusione)
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  1. Felix

    Per ritornare all’articolo di Liguori mi rifaccio a quanto avevo detto in un mio post precedente. La tendenza in atto farà si che anche la nostra generazioni di tifosi da parterre si estinguerà a favore di spettatori-consumatori tanto cari al lessico della dirigenza al viagra rossonera. Lungi da me lo stucchevole reducismo m,a è così, e solo una questione di ricambio generazionale con buona pace dei vecchi casciavit rossoneri.A tal proposito una volta avevo letto o sentito da qualche parte che il Milan si rifiuto’ di acquistare Rocchi dalla Lazio, a parte le motivazioni tecniche in realtà non lo si riteneva adatto alla società Milan per questioni di look (leggasi: non troppo fiko per i canoni). E’ una cazzata o a qualcuno ricorda qualche cosa?Saluti e buon 2009

  2. jeremy

    A proposito di versioni italiane: l’altro giorno ho rivisto su Sky (sono a casa dei miei in Calabria) Voglia di vincere, favoloso film con Sua Maestà M.J. Fox, in cui il protagonista si chiama SCOTT come se ne deduce dal bigliettino alla festa liceale e dai titoli di coda, nonche dal semplice utilizzo della modalità “lingua originale”. Mentre in italiano viene spudoratamente chiamato Marty, sicuramente per riprendere e usare come traino il nome del protagonista di Ritorno al Futuro, sempre interpretato da M.J. Fox. Fatto sicuramente conosciuto ai piu, ma rivederlo è sempre un “piacere”.

  3. Stefano Olivari

    The White Shadow-Time Out: come nelle peggiori tradizioni abbiamo ragione tutti. Il primo è il titolo originale, il secondo quello con cui su Italia Uno il telefilm divenne popolare da noi: a memoria direi alle tre del pomeriggio…

  4. Hytok

    Stefano, ti ricordi quanto ne dibattemmo sull’Indiscreto arancione? 🙂 Io sostenevo che si chiamasse “The White Shadow”, tu “Time Out”, e ognuno rimase della propria opinione. Adesso che Jakala ci ha fornito l’info su play.com, ho trovato i link del dvd e della foto del cast, mi sa che possiamo scioglierci il nodo. ;-))

  5. Jakala

    In inglese lo trovi su play.com è un sito inglese, quindi va bene per la regione 1, le spese di spedizione sono comprese.

  6. Stefano Olivari

    Di ‘Time Out’ non ho perso una puntata, se esistesse comprerei domani mattina il cofanetto…come temi trattati e come taglio era davvero trent’anni avanti, roba da telefilm HBO di oggi…mitica la puntata in cui a coach Reeves era stato proposto di tornare a giocare nella NBA…

  7. Hytok

    Non c’entra con il post, ma la citazione degli Harlem Globetrotters mi ha ricordato un episodio del bellissimo telefilm “The White Shadow”, in cui il mitico coach biondo, notato che i suoi ragazzi (giocatori di basket di un liceo) si stavano montando la testa, organizzò loro un trappolone. Li fece sfidare da un gruppo di lavamacchine, che però erano gli Harlem Globetrotters travestiti, che diedero loro una sveglia epocale!




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