Il martello Sokolov


L’iter giuridico sul tesseramento di Zvetan Sokolov, il 19enne volleista bulgaro ingaggiato dall’Itas Diatec Trento in violazione del divieto di reclutare stranieri under 23 sancito dalla federazione italiana pallavolo (FIPAV), continua a svilupparsi attraverso i tribunali italiani. Lo scorso 12 dicembre, in sede di appello, il tribunale di Trento ha stabilito che della vicenda debba occuparsi il Tar del Lazio, contraddicendo quanto un giudice dello stesso foro trentino aveva stabilito in prima istanza (12 novembre). Quella volta era stato imposto alla FIPAV di tesserare Sokolov. E adesso la prospettiva è che, a seconda di ciò che deciderà il tribunale amministrativo laziale, l’intera controversia si sposti presso un foro giurisdizionale comunitario con due rivoluzionarie conseguenze: l’estensione allo sport dilettantistico italiano degli effetti della sentenza-Bosman, e una grottesca contrapposizione istituzionale all’interno della pallavolo italiana.
Tutto nasce dalla decisione del club trentino di contravvenire a una norma introdotta lo scorso febbraio nei regolamenti federali: niente stranieri d’età inferiore ai 23 anni nel campionato italiano. Si tratta di una delle tante norme salva-vivai adottate dalle stesse federazioni che poi non si fanno scrupoli a naturalizzare atleti stranieri da schierare in nazionale. Adottando questo divieto la FIPAV ha così voluto allinearsi alla riforma (non più di 2 stranieri in campo per ogni squadra di club) voluta dall’autocrate della pallavolo mondiale, il messicano Ruben Acosta Hernandez, prima di mollare la presidenza della FIVB tenuta in ostaggio per 24 anni e ritirarsi a vita privata assieme all’onnipresente signora Malù.
Il tesseramento di Zvetan Sokolov (ruolo “martello”) da parte dell’Itas è avvenuto in chiara contrapposizione a questa filosofia di “ri-nazionalizzazione”. Un fatto dalla portata politica ancor più rilevante se si pensa che il presidente-proprietario del club trentino, Diego Mosna, è anche presidente della Lega Pallavolo di serie A maschile. Nei giorni successivi alla prima sentenza del tribunale di Trento, Mosna non si peritò di usare il sito web della Lega per spiegare le proprie ragioni attraverso una lettera dallo stile volenteroso e sgrammaticato (l’incipit recitava;“Prima di tutto mi corre l’obbligo di precisare che erroneamente riportate che il sottoscritto, nella sua veste di Presidente di Lega, sia stato partecipe delle decisioni assunte dalla FIPAV in materia”: boh?), e ergendosi a paladino del rispetto della legalità eurocomunitaria in materia di libera circolazione dei cittadini.
E invero, l’affaire è pieno di implicazioni e ha quantomeno il merito di sollevare il velo su questioni irrisolte. C’è innanzitutto l’aspetto del discrimine della membership, fra chi ha uno statuto di piena cittadinanza sportiva nei campionati dell’Unione Europea e chi questo statuto non lo possiede. Fino a prima che venisse pronunciata la sentenza Bosman (15 dicembre 1995), questo discrimine era fra indigeni e stranieri. Dopo il pronunciamento di quella sentenza si ebbe l’adeguamento dello sport professionistico europeo a quanto già da cinque anni era sancito dagli accordi di Schengen: la libera circolazione, soprattutto per motivi di lavoro, dei cittadini comunitari all’interno dello spazio europeo. Il nuovo discrimine della membership è dunque fra comunitari e extracomunitari, come già recepito da tutte le legislazioni nazionali dell’Ue in materia di immigrazione. E tuttavia, gli effetti della sentenza Bosman sono indiscutibilmente validi soltanto per i professionisti dello sport, cioè per quella classe di atleti che sono formalmente lavoratori. Per coloro che invece hanno uno status da dilettanti (e che pure sono professionisti de facto, poiché la loro attività sportiva costituisce la preponderante o unica fonte di sostentamento) quegli effetti tardano a giungere. Tanto che negli sport dilettantistici si parla ancora di stranieri, figura giuridicamente ormai eliminata.
Soprattutto, c’è la grottesca prospettiva che presso un tribunale europeo si trovino a litigare la Lega di serie A da un lato e la FIPAV (spalleggiata dal Coni) dall’altro. Roba da rendersi ridicoli agli occhi dell’intero mondo sportivo europeo, con l’eventualità che alla fine (se i precedenti della giurisprudenza comunitaria hanno un senso) venga data ragione a Trento e ai club. Fossimo al posto dei dirigenti federali e del Coni, ci augureremmo che provveda il Tar a dare ragione a Mosna. Certo, la battaglia sarebbe persa; ma almeno la figuraccia sarebbe arginata entro i confini nazionali.
Pippo Russo
http://www.myspace.com/pipporusso
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Il Riformista di ieri)

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