La mia bandiera

Ho rincontrato, decenni dopo, Dario Spagnoli nelle nebbiose terre padane, in un freddo giorno di febbraio. Era all’appuntamento, sorridente come sempre, ma con l’indelebile traccia del tempo trascorso, da quell’epoca. Mi ha fatto accomodare nella cabina del suo furgone, ornata di sciarpe e gagliardetti dell’Akragas che lui, quotidianamente, porta in giro per l’Italia, con la serenità e la ripetitività del divulgatore di un verbo ormai estinto. Siamo stati un po’ assieme, in giro, a parlare del presente, più che del passato. Mi ha affidato l’incartamento, e con esso il peso dei suoi ricordi, come chi affida il proprio figlio a cure estranee, ma fidate. Alla fine ci siamo salutati e l’ho visto sparire nella nebbia, ultimo alfiere di una bandiera che non ha più sostenitori. Nell’epoca in cui un calciatore cambia casacca tre volte nello stesso campionato, la fedeltà è diventata oramai un requisito, per forza di cose, rarissimo nel mondo del calcio. E’ finita l’epoca in cui esistevano i calciatori-bandiera, quelli che facevano un’intera carriera con addosso una sola maglia. Ecco, per Dario Spagnoli si può parlare proprio di una situazione di questo tipo. Dario è stato “esclusivamente” un calciatore dell’Akragas, un calciatore che ha svolto la sua breve, se pur intensa, carriera vestendo unicamente la maglia biancazzurra, senza un prima e senza un dopo, eccezion fatta per le trafile giovanili nella Reggiana e per le appendici, brevi e sfortunate, di Ribera e Porto Empedocle. E di questa sua esclusiva carriera ha serbato ricordi carichi di entusiasmo, per quello che è riuscito a fare, e di rammarico, per quello che poteva essere il proseguimento di una splendida carriera al servizio dell’Akragas, e che non è stato. Carriera, come si vedrà, la cui brusca conclusione non gli ha negato la prerogativa di poter essere considerato, ancor oggi, una “bandiera” dell’Akragas e un “concittadino” dagli Agrigentini. Ingrediente di base, infatti, di questa memoria è il grande amore per la sua, mai “ex”, squadra e, in generale, per la città, unito alla grande affabilità comunicativa dimostrata da una persona che, senza finzioni o secondi fini, ha voluto mettersi a nudo e portare a conoscenza di coloro che ritiene ancora i “suoi tifosi”, le sue vittorie, i suoi timori, le sue aspirazioni e i suoi fallimenti di quel tempo, riportandoci, al contempo, quel ricco intreccio di stati d’animo e di umori che circolano negli spogliatoi di una squadra di calcio. Con questi presupposti, ne viene fuori un libro che presenta, al suo interno, un alternarsi di vari registri: ironico, per la molteplicità degli aneddoti in esso contenuti, appassionato, nella minuziosa esposizione di episodi agonistici, malinconico, nel ricordo di fatti calcistici e personali poco felici. Riteniamo sia una lettura gradevole e un’occasione, per il lettore, di “ritrovarsi” nello svolgimento della storia e di tornare a essere co-protagonista di un’epoca che tutti abbiamo vissuto e che è certamente piacevole ricordare. Curare la redazione di questa biografia è stato per me come fare uno splendido viaggio a ritroso nel tempo: ripercorrere le stesse strade del bambino che ero, rivedere persone che non ci sono più, risentire gli stessi odori di quel quartiere. Tutte sensazioni che non mi hanno certo immalinconito, se mai mi hanno dato un’ulteriore opportunità, da un lato, di ricordare taluni episodi quasi dimenticati, e dall’altro di fare una più approfondita disamina di quella che fu la nostra Agrigento dei primi anni ’70, sia dal punto di vista sia calcistico che, soprattutto, sociale, senza filtri e col senno dei trent’anni in più che ci portiamo, tutti, purtroppo, addosso.
Alessandro Todaro
(per gentile concessione dell’autore del libro, Dario Spagnoli. Fonte: La mia Akragas – Quando i pali erano quadrati).
Chi fosse interessato all’opera completa è pregato di contattare la casa editrice (Il Fiorino) o direttamente l’autore: dariospagnoli@libero.it.
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  1. kalz

    E’ proprio una questione di naso. Questo tipo di libri servono soprattutto a fare tornare certi odori dell’infanzia. Ho ancora stampato in mente, e nelle fosse nasali, quell’odore tutto particolare che aveva San Siro quando ero bambino. Non so come descriverlo, ma per me resta inconfondibile. Non metto piede a San Siro da molti anni e non ho idea se ci sia ancora. Nel mio cartellino personale è al primo posto alla pari con quello “stumpf” del primo gol che ho visto allo stadio dal vivo quando non avevo ancora 6 anni. Una girata al volo all’altezza del dischetto del rigore, l’impatto della scarpa sul pallone, stumpf.




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