I pellegrinaggi di Medina

Un po’ perché non gli piace lasciare conti aperti, e un po’ perché la sola idea di fallire una sfida deve provocargli l’orticaria, lo scorso 4 luglio David Meca Medina è riuscito nell’impresa d’essere il primo a compiere la triplice traversata dello Stretto di Gibilterra: da Tarifa (spiaggia nei pressi di Cadice) a Ceuta e ritorno, e poi un’altra volta a Ceuta. Fino a quel giorno chiunque avesse portato a termine la prova (compreso lui, nel dicembre del 1999) si era limitato al percorso di andata e ritorno. Il tempo di 14 ore e cinque minuti è stato certificato da Rafael Gutierrez, presidente dell’Associacion Cruce a Nado del Estrecho de Gibilterra (ACNEG, Associazione Traversata a Nuoto dello Stretto di Gibilterra) nonostante mancasse un miglio all’approdo di Punta Almina. La nebbia non consentiva l’azzardo. E inoltre, se non fosse stata data valida la prova, sicuro che David ci avrebbe provato per la terza volta. Figurarsi, nemmeno il rischio di lasciarci la pelle nel corso del precedente tentativo l’aveva dissuaso. Era accaduto il 5 gennaio. Tuffatosi dalla spiaggia di Tarifa alle 9.35, alle 20.40 dovette mollare quando mancava ancora circa un’ora di tragitto per completare il terzo segmento. Successe infatti che da diversi minuti, devastato dai crampi, nuotava senza spostarsi d’un metro. L’acqua gelida e le paurose condizioni del mare convinsero gli organizzatori a interrompere la prova, e per Meca Medina si rese necessario il ricovero presso l’ospedale di Ceuta dove rimase tutta la notte sotto osservazione. E quando l’indomani venne dimesso ammise di non aver mai provato tanta paura. Il che, detto da uno che ha sempre affrontato la vita come una sequenza di sfide estreme, suonò originale.
In effetti, da qualunque parte la si cominci a raccontare, la vita di David Meca Medina non ha un solo elemento ordinario. A cominciare dalla combinazione fra il nome di battesimo (l’ebraico David) e i due cognomi che, come la legge spagnola comanda, sono quelli del padre e della madre e corrispondono ai due principali luoghi sacri dell’Islam: la Mecca (in spagnolo Meca) e Medina. Nato il 1° febbraio 1974 a Sabadell, principale centro laniero spagnolo sito a 20 chilometri da Barcellona, David è il secondo dei due figli nati dall’unione di José e Maria Dolores. Il padre, in gioventù, fu novillero; ossia, uno di quei toreri di categoria B che possono combattere con tori d’età non maggiore di 4 anni (chiamati, appunto, novillos). Il suo nome di battaglia era El Aldeano. La cui traduzione in italiano corrisponde più o meno a paesano, se non addirittura cafone. Non un talento, tanto che la signora Maria Dolores non dovette faticare più di tanto quando lo costrinse a scegliere fra lei e l’arena. Fra le tante cose incredibili della storia di David, la più stupefacente è che egli fu un bambino di cagionevole salute. Fu per questo motivo che all’età di 5 anni, seguendo il consiglio dei medici, i genitori lo avviarono alla pratica del nuoto. Inimmaginabile, allora, che quel ragazzino dalla salute a rischio potesse diventare uno dei più grandi campioni del nuoto di fondo. Il suo palmares segnala due ori mondiali (Honolulu 2000 e Montreal 2005) nelle gare di fondo in acque aperte, ai quali vanno aggiunti 4 argenti e 2 bronzi mondiali, e 2 argenti e 2 bronzi europei. Ma le sue imprese natatorie in campo agonistico, pur straordinarie, scolorano nel banale se confrontate con quelle in cui egli ha voluto essere protagonista di storie “no limits”. Dopo aver vinto 9 edizioni di fila (1990-98) della Discesa del Fiume Navia (gara che si celebra ogni estate nelle Asturie, e che avrebbe rivinto nel 2000 e nel 2005), David decise di dimostrare che la mitica Fuga da Alcatraz fosse impresa realizzabile. A settembre del 1999 coprì a nuoto in 37 minuti i 6 chilometri del tratto di mare fra l’isola che ospitava il carcere di massima sicurezza e la baia di San Francisco. Per l’occasione non volle concedersi alcuna condizione facilitante: non indossò capi in neoprene che l’aiutassero a contenere gli effetti della temperatura gelida dell’acqua, non esitò a sfidare le forti correnti e i banchi di meduse – del resto una di queste se la beccò in pieno volto durante una gara nel Golfo di Terracina – e a farsi mettere le catene ai piedi, come se davvero fosse evaso. Da quel giorno non si è fatto mancare nulla, coprendo a nuoto: il tratto di mare fra Tenerife e Gran Canaria, quello fra La Gomera e Tenerife (44 chilometri nuotati in compagnia delle balene), quello fra Javea (pressi di Alicante) e Ibiza. Nel 2007 percorse controcorrente 90 chilometri del fiume Guaialquivir, in onore del centenario della fondazione club calcistico del Betis Siviglia. Non poteva mancare l’attraversamento del Canale della Manica nel 2004, allorché un forte vento contrario gli impedì il miglioramento del record detenuto da Chad Hundeby. Quest’ultimo non fu il solo fallimento davanti al quale David preferì non far seguire una seconda prova. L’altro si ebbe nel dicembre 2004, col tentativo di percorrere i 36 chilometri del Loch Ness; la bassissima temperatura lo costrinse a fermarsi dopo aver percorso 27.5 chilometri.
David Meca Medina ha nuotato in qualsiasi ambiente e condizione. Lo ha fatto nel Nilo, il fiume più inquinato del mondo, consapevole della possibilità di contrarre batteri letali; e lo ha fatto tra i piranha del fiume Paranà in Argentina, o fra gli squali bianchi dei mari d’Australia sorvegliato da tiratori che viaggiavano sugli elicotteri. Figurarsi se uno così poteva crearsi remore a sfidare i tribunali sportivi, quando ebbe da far valere le sue ragioni dopo un controllo antidoping positivo. Accadde a Salvador de Bahia (Brasile), durante i mondiali del gennaio 1999. David e il suo collega sloveno Igor Majcen risultarono positivi al nandrolone. Vennero squalificati per 4 anni successivamente ridotti a due. Ma i ricorrenti non furono soddisfatti, e dopo essersi affidati all’avvocato Jean-Luc Dupont (lo stesso che patrocinò la causa di Jean-Marc Bosman) condussero la causa fino alla Corte di Giustizia Europea. La quale il 18 luglio 2006, pur opponendo l’ennesimo rigetto al ricorso dei due nuotatori, affermò un principio che ha fatto rabbrividire i difensori del principio di autonomia ordinamentale dello sport: le norme che regolano l’antidoping non possono essere sottratte alla disciplina sulla libera concorrenza comunitaria. Nel commentare la sentenza e i suoi guasti, il direttore dell’Ufficio Legale dell’Uefa, Gianni Infantino, cadde in confusione. Il documento tuttora disponibile su internet parla infatti di due nuotatori: uno che si chiama Meca, l’altro che si chiama Medina.
Poco male: a equivoci come questo David sarà abituato. Così come un equivoco non da poco è quello di chi lo definisce uomo di spettacolo anziché sportivo. Egli ha infatti conseguito un diploma in arte drammatica presso l’Università del Sud California, regione degli Usa nella quale vive con la giovane moglie la cui identità rimane segreta. E’, questo dello spettacolo, l’altro versante che gli consente d’esercitare la vena del divismo. Dice di continuare a preferire una medaglia olimpica a un Oscar, ma intanto le sue apparizioni da attore si moltiplicano. Ha recitato da protagonista in un lungometraggio intitolato Sitges-Nagasaki, ha presentato i programmi televisivi Arrasando (versione del karaoke andata in onda sulla tv canaria), Gran Splash e A Rebufo. Gli è stato pure proposto di apparire nudo in uno spot. Ha rifiutato. Visto il personaggio, la richiesta deve essergli parsa addirittura banale.
Pippo Russo
(per gentile concessione dell’autore, fonte: il Riformista di domenica 30 novembre 2008)
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