Tutta colpa di Paolo Rossi

L’idea di partenza del libro “Tutta colpa di Paolo Rossi” di Beppe Di Corrado non solo è condivisibile ma opportunamente da appoggiare. L’apologia passatista dello “stavamo meglio quando stavamo peggio” non ha più ragione di esistere in un mondo così cambiato, il che vuol dire migliorato al di là di quello che dicono i nostalgici. Un mondo che, attraverso un semplice collegamento globale, permette a tutti i “connessi” di accedere a buona parte delle risorse e delle conoscenze è un mondo migliore. Se prendiamo il calcio poi, Di Corrado ci fa giustamente notare come sia diventato sempre più un micromondo dove la competenza, la qualità nel proprio lavoro (questo vale per il calciatore, il giornalista, il massaggiatore, il presidente, ecc.), la professionalità e l’impegno sono le condizioni di base per accedervi. In questo senso ci aspettavamo un libro dove ad essere analizzati nelle loro relazioni già ricche di senso e di valore fossero i protagonisti dell’oggi, quelli che fanno cronaca ed insieme storia nel giro di una settimana, quelli che sono miti d’oggi senza il timbro di una narrazione successiva. In alcune parti (quelle migliori) il libro è proprio questo, svelando semplicemente le facce e i connotati dei protagonisti del presente: i paragrafi sulla follia da putto cresciuto di Cassano, sulla scaltra cocciutaggine di Lotito e sulla doppia parabola ascendente-discendente dei Baresi sono i migliori. Altri poi vivono, sulla falsariga del precedente libro di Di Corrado, Doppio passo (Limina Edizioni, 180 pg., 2006), degli astrali collegamenti che le vicende di vite diverse hanno generato. Si parla, attraverso il paradigma Rozzi-Zamparini, di come sono uguali ma diversi i padroni del vapore di una volta rispetto a quelli di oggi, di come sono stati sempre additati e adorati due magnifici intrallazzatori come Moggi e Allodi, di come il valore della fantasia è declinata nei piedi e negli animi di Baggio, Del Piero e Totti. Altri paragrafi poi, francamente, non li comprendiamo: l’antiapologia forzata nei paragrafi sulle maglie di lana, Holly e Benji e il ruolo della tv è fin troppo calcata, diventa un’arringa già sentita e per questo noiosa, mentre le parabole di Giannini, Manfredonia e Bagni corrono su fili troppo sottili che scadono spesso nella melanconia della vita buttata. Detto questo, resta un buon libro. Da consigliare.
P.S. Il paragrafo su Berlusconi e il berlusconismo non scade né nell’esaltazione del nuovo mondo né nell’ottusa critica contro il Grande Male. Questo è un bene, ma finisce per non evidenziare né le frontiere aperte dal Silvio nazionale né le brutture che il “suo” calcio ha scatenato.
Jvan Sica
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Letteratura Sportiva)
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