Il solito Mura

C’è a chi piace il solito. Anzi, in un oggi così obsolescente, c’è a chi piaceva il solito (secondo me la pensa così anche Jannacci). Posto questo, ci viene da pensare: il solito Gianni Mura, che leggiamo più o meno quotidianamente nell’editoriale-pollaio delle pagine sportive de “La Repubblica” e messo nel suo ultimo libro, La Fiamma Rossa, in un elegante cartonato con sovracopertina per tre quarti giallo grano, è un solito troppo solito per il lettore contemporaneo e quindi destinato al secchio differenziato del datato? Dopo aver girato per 226 volte le pagine del libro possiamo facilmente rispondere alla domanda. Il solito Mura, il Mura giornalista rilassato, cronachista poco invischiato, eno-gastronomo al settimo cielo, antropologo del vivere normale è un solito che riesce ad aprire nuovi anfratti quasi in ogni frase, ad allargare per i nostri occhi questi piccoli spazi fatti di poca luce e molti odori che raccontano di vite su due ruote, di avventure notturne, di sentimenti umani, di valori ormai stupidi, di fatiche e salite, di vigliaccherie e saggezza. Il solito Mura sfonda una porta che pochi giornalisti e scrittori riescono anche solo a vedere da lontano: l’uscio del “classico”, dove quello che è già visto diventa orma di senso, quello che è già sentito, traccia di stile, quello che è già magari stato detto, cambio di prospettiva. Il Mura de “La Fiamma Rossa” è lo scrittore di sport (non giornalista, perché poco attento a quello che capita nella faccenda sportiva per cui è stato inviato a quel paese) migliore che abbiamo in Italia e la sua capacità di dire altro rispetto alla gara è un controcanto che si mangia tutto il boccascena mentre nessun lettore se ne accorge. Proclamato Mura “classico, nel senso buono s’intende (sai, ormai dare del “classico” a qualcuno è come dargli dell’invertito), si affaccia una nuova domanda che merita riflessione. Come guardare al primo romanzo muriano “Giallo su giallo”, una volta letto “La Fiamma Rossa”? Se “La Fiamma Rossa” è un classico della letteratura sportiva da leggere e ancora meglio rileggere, “Giallo su giallo” è una prova d’autore che non ha saputo fare il controcanto alla stessa materia umana e narrativa. Le vicende ciclistiche de “La Fiamma Rossa” segnano destini, indirizzano vite, creano sentimenti, fanno vedere cosa sono gli uomini. Quella narrata in “Giallo su giallo” riesce solo ad evocare in lontananza questo patrimonio di esistenze che Mura getta sulla pagina ogni estate e che noi assorbiamo non solo per sentito dire, ma perché qualcuno le sta vivendo di riflesso. Ecco, proprio questo si può dire della differenza tra i due libri: “La Fiamma Rossa” è una serie di articoli di giornale dove le vicende del quotidiano si elevano fino a diventare storie da leggere, “Giallo su giallo” è una storia da leggere che non riesce a recuperare la normale bellezza del quotidiano.
Jvan Sica
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Letteraturasportiva)
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  1. Jvan1980

    Giustissima la visione su Brera, che per Mura è insieme nume tutelare di stile e visione e padre da oltrepassare per adeguarsi al giornalismo di oggi.

  2. fabioalessandria

    Una recensione impeccabile: Mura, come commentatore quotidiano, è eccellente proprio per quanto indicato nell’articolo, essendo anche riuscito a mantenere un’impostazione breriana semplificandone non di poco la lingua e il linguaggio e riuscendo così a smarcarsene. Esattamente come al Grangiuan, però, gli manca il respiro del romanziere (troppo tagliato su Malet, tra l’altro, come modello di giallo).




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