Grazie a quello spintone


Lui quel maledetto 13 marzo 1996 c’era e se qualcuno non gli avesse dato uno spintone probabilmente ora sarebbe solo un terribile ricordo. A Dunblane,
Scozia, Andy Murray era a scuola quel giorno del massacro, quando Thomas Hamilton scaricò le sue 743 cartucce nella palestra della scuola uccidendo
16 bambini tra i 5 e i 6 anni di età più un maestro. Prima poi di uccidere se stesso. Nessuno sa ancora bene perché, Andy ancora oggi ricorda solo una
grande confusione e quello spintone appunto che qualcuno gli rifilò per spingerlo al sicuro in una classe. Allora aveva solo 9 anni, ma da quel giorno sa di avere una missione, quella di essere l’immagine di una città rimasta segnata per sempre: “Voglio che Dunblane riesca a uscire da questo incubo. Ne sento la responsabilità”. Per centrare la missione ha scelto il tennis: ha cominciato grazie alla mamma maestra di racchette, ha proseguito poi cancellando il mito calante di Tim Henman dai giornali britannici. Ad un certo punto si è anche affidato alle cure di Brad Gilbert, l’ex tennista filosofo del “vincere sporco”, ma non era ancora la sua strada, quella che lo ha portato ora a diventare il numero 4 del mondo e – soprattutto – il favorito alle finali del Masters di Shanghai che domani hanno in programma le semifinali. Intanto ieri ha fatto fuori Federer, l’ex numero uno troppo malconcio per essere vero ma comunque uscito a testa altissima: gli evidenti dolori alla schiena e il poco riposo hanno penalizzato lo svizzero, battuto in tre set, ma non umiliato. E con Nadal fermo ai box chissà quanto per un grave problema al ginocchio, Shanghai per Murray può diventare davvero il trampolino per salire ancora più in alto. Anche se Dunblane può essere già fiera di lui.

Marco Lombardo
marcopietro.lombardo@ilgiornale.it
(per gentile concessione dell’autore, fonte: il Giornale di sabato 15 novembre 2008)

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