Il complesso del Dream Team

1. Siena sembra soffrire un po’ del complesso del Dream Team. Ad un certo punto la nazionale americana ha cominciato ad affrontare avversarie che non erano più paralizzate dal suo fascino come successe nel 1992 ma facevano ostruzionismo – prima – e poi hanno cominciato a giocare senza timori reverenziali e soprattutto senza pressione. Oggi quando una squadra italiana affronta Siena non ha pressioni addosso, gioca libera, non ha l’obbligo di vincere e finisce per esprimersi a livelli molto alti, come Treviso una settimana fa, Teramo nel terzo turno di campionato. Al contrario il problema di Siena è che ogni vittoria non larghissima viene interpretata dall’opinione pubblica come un mezzo segnale di cedimento. E’ chiaro che viene valutata secondo standard differenti. Se i successi non chiarissimi con Treviso e Teramo sono una crepa sul muro senese lo scopriremo presto, ma la capacità di vincere a prescindere resta un segnale importante in un campionato in cui almeno tre candidate a intromettersi al vertice stanno già mostrando limiti notevoli e inquietanti. Parliamo di Treviso, Milano e Fortitudo.
2. Tre giornate non sono abbastanza per tirare delle somme. Diciamo che la Benetton sta giocando senza il suo playmaker titolare, DaShaun Wood, e questo sicuramente non la aiuta. Ma Milano non ha mai superato i 70 punti in una singola partita il che dice che il talento offensivo di questo gruppo è modesto. Diciamo che se David Hawkins e Jobey Thomas giocassero bene assieme potrebbero cambiare qualcosa ma Milano ha un look un po’ troppo da squadra gregaria, oltre ad avere la sua parte di infortuni. Qualcosa dovrà cambiare perché i progetti pluriennali non si abbandonano dopo un mese ma gli errori sì. Mike Hall è un errore? Onestamente ci sembra meno scarso di come viene dipinto, ma commette tanti errori e gioca in modo un po’ immaturo. Molti dicono: Milano aveva Jumaine Jones, l’ha perso per le note questioni contrattuali e dopo non poteva prendere qualcuno un po’ più solido e sicuro di Hall? Forse, ma è vero che i soldi risparmiati con Jones sono stati probabilmente investiti su Hawkins.
3. La Fortitudo è un caso molto delicato. Apparentemente il problema è legato all’incompatibilità di Joseph Forte con il resto di una squadra molto turbolenta e quindi alla scommessa folle di affiancarlo a Qyntel Woods, un giocatore di talento estremo ma probabilmente anche uno dei giocatori meno graditi ad ogni livello. Ma questa è l’apparenza. Dietro ci sono storie di risse notturne, allenamenti fisici, voci inquietanti sulla solidità di un club che all’improvviso ha scelto la strada della non comunicazione, singolare con 4000 abbonati cui rendere conto di quanto succede. Ma commentare le voci è un azzardo, giusto stare ai fatti. Stando ai fatti, la rinuncia a Forte è un gesto clamoroso che ha determinato la sconfitta di Montegranaro.
4. E’ possibile che si sia un po’ esagerato nel considerare questo un campionato spezzato in due, vista la crisetta di tre presunte grandi ma anche l’aggressività di realtà piccole ma ricche di giocatori di qualità che divertiranno parecchio. Alla rinfusa citiamo il tiratore rookie di Teramo, Jaycee Carroll, la guardia portoricana cresciuta a Miami di Caserta, Guillermo Diaz, forse lo stesso Shan Sugar Foster casertano, di sicuro Andre Collins, miniplaymaker al terzo anno a Ferrara, che tira da distanze incredibili, poi Bryce Taylor, strepitoso atleta di Montegranaro. Insomma, ne vedremo di belle su tutti i campi. Non è un brutto campionato, basta non giudicarlo necessariamente sul metro del rendimento delle solite grandi per poi liquidarlo come livellato verso il basso solo perché Treviso, Milano o Fortitudo restano, appunto, in basso.
5. Parte la stagione NBA e non abbiamo idea di chi vincerà il titolo. I favoriti sono i Lakers, lo dicono tutti, e il pronostico ha senso perché una squadra arrivata in Finale riceverà il supporto di Andrew Bynum. Ma c’è una statistica curiosa: nella NBA è più facile ripetersi che vincere il titolo dopo aver perso una Finale. Dal 1989 quando Detroit vinse il titolo battendo i Lakers un anno dopo averci perso in Finale, nessun club sconfitto in Finale si è imposto l’anno successivo. Striscia avviata dai Lakers nel 1990 e poi proseguita con Portland, ancora Lakers, ancora Portland, Phoenix, New York, Orlando, Seattle, Utah due volte di fila, New York, Indiana, Philadelphia, New Jersey due volte di fila, Lakers ancora, Detroit, Dallas, Cleveland. Difficile spiegare questo fenomeno ma qualcosa significa. Una scelta molto trendy potrebbe essere New Orleans in virtù di Chris Paul e dell’aggiunta di James Posey, uomo da due titoli da gregario in tre anni a Miami e Boston. Ma gli Hornets hanno una panchina piuttosto corta. I Celtics possono certamente ripetersi, ma dipenderà molto dal livello di motivazioni dei Big Three ora che hanno vinto il titolo.
6. La vicenda di Isiah Thomas, ricoverato brevemente in ospedale per una overdose di sonniferi ha lasciato interdetti e un po’ tristi. Ha tentato il suicidio o no, ha cercato di coprire l’accaduto attribuendo il problema alla figlia 17enne ipoglicemica o no? I giornali di New York sono andati giù pesanti come del resto erano stati pesanti nel valutarlo come presidente, general manager e allenatore dei Knicks. Ma la vicenda adesso è umana. Isiah è un uomo ricchissimo, ma come tutti i grandi campioni, sparito l’applauso della folla e nel suo caso incapace di duplicare fuori del campo i successi che aveva riscosso in campo, sembra essersi smarrito. Non c’è niente di più triste che vedere un campione, ammirato per la sua forza mentale, il killer instinct, imboccare la strada della depressione. Non tutti riescono a gestire il post-carriera nel modo migliore. Forse nei suoi seminari la NBA (ma citiamo la NBA solo perché è di lei che stiamo parlando) oltre che spiegare ai rookie come comportarsi al top della notorietà, dei guadagni e della fama, dovrebbe insegnare ai veterani a gestire il passaggio da eroi che ricevono trattamenti regali a soggetti alle prese con il dilemma più grande: come arrivare a sera?

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